Sul cosiddetto reddito di cittadinanza a Cinque Stelle

La notizia, vera, falsa o semplicemente ingigantita, di numerose persone che in alcuni uffici pubblici del sud Italia si sono messe in fila per richiedere il cosiddetto reddito di cittadinanza ha portato acqua al mulino di una delle teorie che tentano di spiegare il successo elettorale del Movimento Cinque Stelle in tutto il paese, soprattutto nel mezzogiorno. Questa teoria più o meno interpreta il successo grillino come un trionfo dell’assistenzialismo meridionale, e resta nel filone di quelle intepretazioni dei risultati e delle tendenze elettorali che più o meno tendono a imputare all’elettorato i propri insuccessi, senza sforzarsi di interpretare e di incanalare diversamente, invece, le problematiche presenti nella società, e di andare oltre certi sintomi, anche quelli deteriori. Non c’è bisogno di ricorrere alla figura del calabrese fannullone per spiegare quella che, con parole più elaborate, si può in un certo modo definire come una richiesta di un nuovo e diverso stato sociale.

Che in Italia manchino misure universalistiche di sostegno al reddito è cosa nota, così come sono noti l’elevato tasso di disoccupazione, soprattutto tra i giovani e soprattutto al sud, e la scarsa qualità di parte del lavoro in offerta in Italia, mal pagato e mal contrattualizzato. Nella fase di elaborazione della sconfitta che stanno attraversando i partiti usciti sconfitti dall’ultima consultazione elettorale, cioè il Partito Democratico e le altre forze di sinistra o di centrosinistra, intepretare male sia la proposta grillina di riforma del welfare sia la reazione da parte dell’elettorato potrebbe essere addirittura esiziale rispetto al tentativo di tornare elettoralmente competitivi nei prossimi anni.

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#Elezioni2018 – You need allies, not just votes, to win elections in Italy

The latest electoral contest in Sicily has been widely considered in Italy as a resounding defeat for the Democratic Party, a success for the centre-right forces and, after all, a good result for the anti-establishment Five Star Movement, which, anyway, did not succeed in winning its first regional election. If we look at some numbers and details, however, we might get a more nuanced picture

Sicily has been for almost two decades a centre-right stronghold (at the 2001 general election, 61 constituencies out of 61 were won by the coalition supporting Silvio Berlusconi). Local government is granted a number of special powers. Moreover, a multitude of local lists and regional parties make the political landscape quite fluid and peculiar on the island. In 2012, the surge of Grillo’s party and the internal division of the centre-right (split into two different coalitions, while the Union of the Centre, a Christian-democrat party normally loyal to the centre-right and electorally strong in Sicily, changed side) led to the victory of Rosario Crocetta, the candidate of the Democratic Party-led coalition. which, however, was unable to win a majority of seats at the Sicilian Regional Assembly.

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La parziale illusione dell’ingegneria istituzionale

Le ultime novità che vengono dalla politica italiana riguardano l’accordo raggiunto dalle tre principali forze politiche (Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Forza Italia) rispetto a una nuova legge elettorale ispirata a quella in vigore in Germania ma, in realtà, differente in numerosi e sostanziali dettagli. Le probabilità che questa venga approvata appaiono alte, ma pochi metterebbero la mano sul fuoco, visto che l’intoppo è dietro l’angolo.

La spinta all’accordo da parte dei vertici dei tre partiti (Renzi, Grillo, Berlusconi) sembra svelare un’attitudine secondo la quale gli interventi di carattere costituzionale e istituzionale siano le chiavi attraverso cui si può modellare il sistema politico e non solo politico. Detto in altri modi: questa è stata un’altra legislatura in cui si è dato molto peso alle riforme elettorali e costituzionali, anche giustamente, dove però la spinta verso cambiamenti economici e sociali ha trovato numerosi ostacoli e tentennamenti. Pensiamo, ad esempio, al Jobs Act del governo Renzi, che doveva essere il testo che avrebbe rilanciato il contratto a tempo indeterminato, con lo sfoltimento delle forme contrattuali e il rinnovo delle politiche attive per il lavoro e dei sussidi. Quelle novità positive riguardanti l’occupazione e la stabilizzazione avute nell’ultimo triennio sono state probabilmente causate soprattutto dalla decontribuzione temporanea dei nuovi contratti e dalla congiuntura economica internazionale. L’ennesima riforma del mercato del lavoro ha invece lasciato tanti e tali spazi alle eccezioni rispetto a quello che doveva essere il nuovo modello prevalente di rapporto di lavoro, cioè il contratto unico a tutele crescenti, da aumentare sì la stabilità del posto di lavoro, ma permettendo altresì parecchie zone grigie (vedi gli interventi fatti in materia di contratto a tempo determinato o l’uso come minimo improprio dei voucher, ad esempio), oltre a non intervenire in maniera efficace rispetto all’occupazione giovanile (ancora in forte crisi) e al rilancio delle politiche per l’impiego (non sembra migliorato molto nei centri per l’impiego e misure come Garanzia Giovani non sono sembrate un esempio di efficacia).

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Is Black Mirror already happening?

A couple of days ago I finished watching the third season of Black Mirror on Netflix. I must say that it was pretty good, but, perhaps not as good (and, sometimes, frightening) as the previous seasons. However, as I already experienced with the episodes produced by Channel 4, I sometimes got the sense that what I was watching on my screen was not just a bleak premonition of the near future or, just as many viewers, commentators and even Charlie Brooker itself put it, the logical outcome of the current technological and social developments led to the extreme, but that it was also something that already happened or that is happening right now. Continue reading “Is Black Mirror already happening?”

Renzi anno uno / L’opposizione a Matteo

Matteo Renzi - Foto del servizio fotografico di Palazzo Chigi - Licenza Creative Commons Era il 22 febbraio 2014 quando Matteo Renzi scioglieva la cosiddetta riserva e accettava l’incarico da capo del governo datogli da Giorgio Napolitano. Era il 22 febbraio e iniziava, quindi, anche l’era, per molti, dell’opposizione al nuovo uomo forte della politica italiana – un’opposizione che è stata ed è variegata, che si è localizzata da destra a sinistra, fino al cosiddetto “oltre” grillino, e che, è da notare, da allora ha subito alcune batoste elettorali ed è rimasta indietro nei sondaggi (vedi sotto il grafico da Termometro Politico), col culmine del 40,8% democratico alle elezioni europee della primavera 2014.

 Grafico-elettorale-durante-il-governo-Renzi

 
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Movimento 5 stelle, hai un problema

Stelle cadentiNon è che io sia un sostenitore del Movimento 5 stelle, anzi, ne sono fortemente critico per molti aspetti, sia dal punto di vista delle proposte politiche (poche mi vedono d’accordo), sia dal metodo democratico che teorizzano, praticano e propongono. Cerco, però, di ragionarne in maniera – come dire? – neutrale, o almeno intellettualmente onesto.

Ha ragione Beppe Grillo, con riferimento ai risultati delle ultime elezioni amministrative, quando sottolinea il fatto che paragonare i risultati di elezioni politiche con i risultati di elezioni locali non ha totalmente senso. Aggiungo che siamo in presenza di una differenza nell’affluenza alle urne che in realtà, a livello nazionale, lascia tutto aperto e non conferma né smentisce un granché. Detto ciò, secondo me il M5s ha un problema, ed è un problema che ha a che fare con la natura stessa del movimento, della sua genesi e della percezione che ne hanno i suoi stessi attivisti.

Il Movimento 5 stelle nasce da, si innesta su o si organizza attorno a problematiche locali già esistenti (vedi la TAV in Val di Susa, il MUOS in Sicilia, l’inceneritore a Parma, le discariche in Campania ecc.) e movimenti legati al territorio, o perlomeno è percepito così dai suoi attivisti e simpatizzanti (come mostrano bene ne Il partito di Grillo, curato da Piergiorgio Corbetta ed Elisabetta Gualmini e pubblicato poco prima delle ultime elezioni poltiche ), però, allo stesso tempo, si è dimostrato più forte nazionalmente che localmente, come si era già visto a febbraio quando lo stesso giorno prendeva alle regionali di Lombardia, Lazio e Molise molti meno voti di quelli che nel frattempo otteneva nelle stesse regioni per le elezioni politiche. Il testo curato da Corbetta e Gualmini, tra l’altro, si interrogava anche sulla capacità del M5s di diventare grande nazionalmente. Paradossalmente, il M5s si deve interrogare sulla sua capacità di diventare o restare grande localmente.

Questi sono i risultati comparati in Lombardia, Lazio e Molise a febbraio:

Camera dei deputati (24 e 25 febbraio) Regionali (24 e 25 febbraio)
Lombardia 20,45% (Lombardia 1)
18,35% (Lombardia 2)
21,20% (Lombardia 3)
14,33%
Lazio 28,47% (Lazio 1)
26,92% (Lazio 2)
16,64%
Molise 27,67% 12,18%

Qui non c’è alcuna differenza cronologica né di affluenza (come, si potrebbe obiettare, alle regionali in Friuli-Venezia Giulia e alle amministrative della scorsa settimana), quindi la discrepanza tra la forza del movimento a livello nazionale e la forza a livello locale esiste. Uno può anche dire che non sia un problema, però questo va contro la natura del M5s stesso – cosa che invece, non accade, per il PdL, che da anni subisce il medesimo fenomeno.

Tra l’altro quello di focalizzarsi su una battaglia locale o presunta tale è un gioco che Beppe Grillo ha provato a fare anche a Siena ed è uscito fuori un risultato elettorale deludente o comunque non all’altezza di ciò che doveva essere “la madre di tutte le battaglie”. A me questa sembra una contraddizione evidente che almeno in parte, a mio avviso, costituisce un punto a favore delle considerazioni critiche – o alcune di esse – che vengono rivolte al M5s: candidati mediamente scadenti, forte dipendenza dalla personalità di Beppe Grillo, essere meramente un voto di protesta e non per il governo.

Aggiungo un altro fenomeno su cui invito a riflettere: non ho controllato in queste amministrative, ma nel 2012 per diventare consigliere a un candidato grillino bastavano molte meno preferenze rispetto a quelle che servivano a un candidato di un altro partito. Se si analizza il numero di preferenze, nel 2012 il M5s ne prendeva proporzionalmente molte, molte di meno rispetto a quasi qualsiasi altro partito o lista civica. Ci sarà il fenomeno del clientelismo o più banalmente di reti di relazione costruite nel tempo? Può essere, ma stiamo anche parlando di un livello di governo più vicino all’elettorato e quindi fatto sta che, secondo me, ciò conferma la tesi per cui le candidature grilline non riscuotono granché di consenso e tutto si concentra sul simbolo, sul partito, sull’istanza generale che rappresenta, sul suo leader (o garante, o fondatore, o quel che è). Tutto ciò, ripeto, è un problema ancor più grosso se si considera la genesi del movimento, legata a problematiche territoriali prima ancora che nazionali.

Un’altra trappola per allocchi: l’ineleggibilità di Silvio Berlusconi

Vado subito al punto: la questione dell’ineleggibilità di Silvio Berlusconi che il Movimento 5 stelle vuole proporre presto in parlamento è una trappola per allocchi, in particolare per quelli del Partito Democratico, che già sono caduti nel trappolone di Grillo con la candidatura di Stefano Rodotà. Purtroppo sono cose che capitano.

Tralascio l’argomento “democratico”, per cui i ripetuti risultati elettorali del Cavaliere dovrebbero essere tenuti in dovuta considerazione. Parlo d’altro, di politica più concreta. Gli scenari sono due:

Scenario A: il Movimento 5 stelle propone l’ineleggibilità di Berlusconi, i parlamentari del Pd si accodano, Berlusconi decade dal seggio parlamentare ma un nanosecondo dopo cade il governo e Napolitano (o chi per lui) scioglie le camere. Si torna ad elezioni, il centrodestra probabilmente le vince (stando a tutti gli ultimi sondaggi, che tra l’altro di solito il centrodestra lo sottostimano), a quel punto un parlamento di centrodestra vota a favore dell’eleggibilità di Berlusconi e allo stesso tempo ci sarà un nuovo governo di centrodestra, quasi sicuramente guidato dallo stesso leader del PdL.

Scenario B: il Movimento 5 stelle propone l’ineleggibilità di Berlusconi, i parlamentari del Pd votano contro, Berlusconi resta in parlamento, si continua a governare con un esecutivo guidato da un esponente del Pd stesso e nella cui maggioranza la componente maggiore è proprio quella democratica.

Come vedete, in entrambi gli scenari Berlusconi resta in parlamento. Ora, ditemi voi, cosa deve preferire un parlamentare del Pd o un sostenitore più o meno convinto (anche di questi tempi) del Pd? Far parte di un governo in buona misura influenzabile e mantenere Berlusconi in parlamento, oppure ritrovarsi con un Berlusconi allo stesso tempo parlamentare e premier di un governo dei soli PdL ed alleati? La risposta non ve la devo dare io, credo.

I parlamentari del Pd, compresi i wannabe grillini come Pippo Civati, dovrebbero avere il coraggio di andare in tv, spiegare questa situazione e dire chiaramente (come non successo nel caso dell’elezione del capo dello Stato): “No, non voterò a favore dell’ineleggibilità del senatore Silvio Berlusconi”. As simple as that.

L’ignoranza andrà di moda

Ma questa tua magia
Yu Creamy amica mia
un anno durerà
poi Creamy forse sparirà.

(dalla versione completa della sigla de “L’Incantevole Creamy”)

CapreUno degli argomenti forti che hanno portato alla crescita elettorale del Movimento 5 stelle si basa su una semplice considerazione: beh, non saranno competenti, ma almeno questi sono onesti. “L’onestà andrà di moda” di Beppe Grillo, in altri termini. A mio avviso, però, questo argomento è fallace, o, per dirla meglio, non pone i candidati e gli eletti a 5 stelle su un piano moralmente e/o politicamente superiore rispetto agli altri eletti.

L’onestà è una virtù di carattere generale, nel senso che è richiesta a tutti i cittadini, compresi quelli che si candidano alle elezioni e che occupano cariche pubbliche. Chiaramente, però non basta essere onesti per essere un buon politico: “di buone intenzioni è lastricata la strada per l’inferno”, ci hanno detto in tanti. Più banalmente, ognuno di noi può pensare a persone buonissime, bravissime, gentilissime, che non farebbero del male a una mosca e che, anzi, si farebbero in quattro per aiutarla, ma che magari non sarebbero in grado (per capacità intellettuali, per abilità nelle relazioni personali, per difetti comunicativi, per competenze tecniche ecc.) di assumere un qualsiasi ruolo di responsabilità. Ergo, l’onestà è condizione necessaria ma non sufficiente per essere un buon politico.

Dall’altro lato, c’è la competenza*. Anche la competenza è una virtù – o un requisito – di carattere generale, nel senso che ognuno, nello svolgere un ruolo o un mestiere, deve sapere svolgere quel ruolo o quel mestiere. In altre parole, l’architetto non può fare l’avvocato. La competenza, talvolta, viene valutata in modo distorto: magari si pensa che un politico un poco birichino riesca, pensando ai fatti propri, a produrre inintenzionalmente conseguenze buone per gli altri per va di una sorta di eterogenesi dei fini. Questo è sbagliato perché viola la condizione necessaria e insufficiente dell’onestà appena stabilità sopra, inoltre è una eccezione che apre un varco che può, poi, ben essere varcato da ben altre cattive azioni male intenzionate e ben peggiori negli effetti (sembra un esempio di pendio scivoloso, ma non è esattamente così: pensate a una violazione, anche piuttosto grave, del dettato costituzionale fatta nel nome di un bene superiore. A quel punto, ottenuto il bene superiore, rimarrà una violazione del diritto che è per sempre). Inoltre, il politico competente ma birichino piuttosto procura guai, come l’esperienza ci insegna, mentre il lieto fine di un di una decisione presa con intenzione malevola è, piuttosto, l’eccezione. Quindi, anche la competenza è condizione necessaria ma non sufficiente per essere un buon politico.

Quello che intendo suggerire, quindi, è che sia nel caso dell’onestà sia in quello della competenza, ci troviamo di fronte a due condizioni che prese singolarmente sono necessarie ma insufficienti e che la mancanza di almeno una delle due inficia alla medesima maniera la qualità politica di un candidato nel momento in cui dobbiamo – o dovremmo – giudicarlo. Da qui, dal mio punto di vista, la sostanziale indifferenza politica che vedo tra uno Scilipoti, un vecchio socialista condannato per tangenti, un leghista semi-analfabeta e un parlamentare grillino onestissimo e integerrimo ma decisamente sprovveduto, poiché tutti sono sotto la soglia della sufficienza dei requisiti  per ricoprire un incarico di governo, parlamentare o, più genericamente, istituzionale.

Certo, è vero che comparativamente un politico onesto seppur incompetente è pur sempre migliore (pur restando sotto quella soglia di sufficienza appena stabilita) di un politico allo stesso tempo disonesto e incompetente. In questo modo, però, entriamo nella logica del meno peggio, che non mi sembra affatto quella che ha mosso e sta muovendo il Movimento 5 stelle e il suo elettorato più convinto, che anzi, mi pare essere proprio tutt’altro.

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[*Qui devo precisare che quando parlo di competenza non mi riferisco esclusivamente a competenze tecniche o specifiche come quelle dell’economia, del diritto, della diplomazia eccetera. In questo senso la penso come Platone che nella Repubblica parlava di una techné politica che appartiene ai politici, così come la techné medica appartiene ai medici e la techné da falegnami appartiene ai falegnami e così via. Come conseguenza, la figura dei tecnici e dei tecnocrati è a mio avviso pura illusione mediatica o dovuta alla reputazione, a maggior ragione in regime di democrazia rappresentativa dove esistono fenomeni come quelli della comunicazione, del consenso, della mediazione e della rappresentanza dell’elettore da parte dell’eletto.]

Moriremo di politicismo

Luigi XVI re di FranciaLa decisione di nominare due commissioni di cosiddetti “saggi” – parola che in realtà Giorgio Napolitano non ha mai usato – che nei prossimi giorni dovrebbero occuparsi di stilare una sorta di programma minimo in materia di riforme istituzionali e di proveddimenti economici urgenti su cui trovare una possibile convergenza di governo, ha provocato una serie di reazioni che ricordano molto quelle che accompagnarono la nascita del governo di Mario Monti nel novembre del 2011.

Ricordiamo che il governo Monti nacque da un crisi politica, benché l’emergenza finanziaria e l’influenza del Quirinale e dell’Unione Europea giocarono un ruolo importante: il governo Berlusconi viveva alla Camera sul filo di lana quasi da un anno, dopo che la fronda finiana divenne forza di opposizione e che il centrodestra vinse il voto di fiducia per soli tre voti (314 contro 311). I numeri risicati e i veti incrociati all’interno della coalizione (da un lato, le esigenze giudiziarie di Silvio Berlusconi, dall’altro i vari niet della Lega Nord su alcune riforme, come quelle delle province e delle pensioni) portarono sostanzialmente all’immobilismo un governo che, nell’estate 2011, per rilanciarsi, concordò con l’UE un patto di rientro ben più rigoroso di quelli firmati da altri paesi europei, un gesto di zelo che, tornati a casa nostra, cozzava con l’impossibilità di approvare alcunché, tant’è vero che l’immobilismo governativo portò addirittura al malcontento e, infine, anche alla defezione di alcuni ultra-berlusconiani della prima ora come Giorgio Stracquadanio, Isabella Bertolini e Gabriella Carlucci. Da qui nacquero le dimissioni del premier di allora, che non furono né un generoso atto di responsabilità (come la vulgata pidiellina cerca di suggerire) né un capolavoro politico di Napolitano (come, invece, gli acritici adulatori del Quirinale, istituzione ormai insopportabilmente incriticabile di per sé, ricordano ogni volta in ignoranza o malafede). Fu, semplicemente, una questione aritmetica dovuta allo sbriciolamento parlamentare di un partito politico di massa nato da un predellino e che, già poco dopo più di un anno dalle elezioni, oltre a essere travolto dagli scandali, aveva perso credibilità, spinta riformatrice (se mai ne ha avuta una), coesione interna. A quel punto, è vero, quella che era la moral suasion del Quirinale divenne, davvero, regia politica. In quel contesto nacque il governo Monti, per amor di verità è giusto ricordarlo.

E’ altrettanto giusto ricordare le reazioni che seguirono quell’operazione politica: Beppe Grillo subito ribattezzò il nuovo premier rigor Montis, il PdL ingoiò il boccone amaro nel nome della responsabilità nazionale pur presentando molte voci critiche, il Pd, sempre nel nome della responsabilità, si accodò all’operazione quirinalizia – Pierluigi Bersani ha ripetuto per un anno e mezzo che non voleva governare sulle macerie. Benché all’epoca a molti sembrava – anche a me – che quella fosse la soluzione migliore, col senno di poi si può azzardare a dire che forse sarebbe stato meglio andare al voto, magari chiedere – ipotizzo – qualche mossa politica alla Germania e alla BCE al fine di coprire l’Italia sul piano finanziario per due o tre mesi, il tempo di andare al voto con Berlusconi all’angolo e Grillo al 5%, al fine di avere un governo legittimato dalle urne, con una maggioranza piuttosto stabile e cinque anni di legislatura davanti.

Ora, mi sembra che si stia seguendo lo stesso copione in piccolo, a prescindere dalle competenze di questi “saggi” e dalla bontà dei progetti che proporranno, e infatti le reazioni sono le medesime di quelle di un anno e mezzo fa: Grillo già disprezza questi esperti, il PdL subisce la manovra (stavolta, benché ringalluzzito dal voto, è comunque minoritario in entrambe le camere), perché tentava nel frattempo di giocare la carta del governo di responsabilità in cui avere il diritto di veto, mentre il Pd si accoda, in preda alle sue nevrosi, non sa cosa fare e aspetta tempi migliori, ad esempio qualche settimana per trovare un accordo in parlamento, o qualche mese per lanciare il nuovo supercandidato Renzi, colui che, se fosse stato in campo a febbraio, avrebbe corso da solo perché gli altri si sarebbero inchinati di fronte alla nuova stella nascente della politica italiana (se non si capisce, sono ironico). A cosa ci ha portato politicamente l’operazione Monti, lo abbiamo visto tutti. Seguire lo stesso copione, può essere solo un momentaneo calmante per un mal di testa che è sintomo di qualcosa di più grave e profondo.

Non siamo una repubblica presidenziale, innanzitutto, c’è bisogno che eruditi ed opinionisti lo scrivano, prima o poi, in un momento di lucidità: la stampa e la politica, oltre a vivere in una bolla, sono ormai paralizzate dai loro totem e tabù e, infatti, il Pd, il partito che questi totem e tabù da sempre si preoccupa di rispettare nel tentativo di piacere alla gente che piace, è ormai sempre più in uno stato nevrotico. In un momento di confusione totale, anche chiedere le dimissioni del Capo dello Stato può diventare, da sgarbo istituzionale, un gesto positivamente rivoluzionario.

In secondo luogo, questo tipo di problemi si risolve in un solo modo: le elezioni. Voi mi dite che c’è il porcellum? Beh, vi svelo un mistero: con i risultati di febbraio l’unico sistema elettorale in grado di garantire una maggioranza sarebbe stato un superporcellum. Non con l’uninominale di tipo inglese, non col proporzionale di tipo spagnolo, non col doppio turno, con nada di nada. Solo con un superpremio di maggioranza artificiosamente costruito in maniera abnorme alla faccia di ogni criterio di proporzione nella rappresentanza degli elettori. E quindi, torniamo a votare, che problema c’è? In un paese che momentaneamente è al riparo da urgentissimi problemi finanziari ma che resta in grave e conclamata crisi economica e sociale, meglio avere un governo che non ci piace che restare in questo pasticcio istituzionale che re Giorgio si sta ostinando a portare avanti.

Uscire dalla bolla, ovvero consigli non richiesti e non professionali per la campagna elettorale prossima ventura

Ferie d'agosto[Questo post ha una valenza generale, però devo ammettere che mi è venuto in mente pensando principalmente a due personaggi politici: Pierluigi Bersani e Mario Monti]

Andare nelle piazze. Capisco che l’ultima campagna elettorale s’è svolta d’inverno, col freddo, e che i nostri leader politici sono un po’ anzianotti, però, ecco, basta coi palazzetti, gli auditorium, i teatri, sti posti chiusi che bisogna fare la fila per entrarci (e tanto quella davanti la riempiono sempre i soliti noti). Ogni tanto va bene, però lì spesso ci trovi militanti e gente già abbastanza convinta. E’ fieno già in cascina, insomma. E poiché c’è quella storia di Maometto e della montagna, l’elettore incerto e poco interessato te lo vai a cercare. E dov’è che lo trovi? In piazza, appunto (consideriamo pure che la prossima campagna elettorale si dovrebbe svolgere con temperature un po’ più miti di quelle dei mesi di gennaio e febbraio). Pure gli incontri con rappresentanti di parti sociali, sindacati, comitati locali eccetera: per carità, va bene tutto, c’è la crisi e ci sono imprenditori che vogliono parlarti, ma tu sei uno che rappresenta un partito che incontra uno che rappresenta un’associazione per avere i voti per rappresentare il popolo. Va benissimo difendere la cara vecchia democrazia rappresentativa dei partiti contro sta moda della democrazia diretta del web, però almeno per le elezioni va bene pure che capiti che qualcuno ti mandi a quel paese mentre vai a chiedergli il voto in faccia, non tra quattro mura o incontrando uno che in teoria lo rappresenta ma nell’urna conta uno. E non dimentichiamoci dei tanti, tantissimi che non sono rappresentati da nessun gruppo od organizzazione. Sorpresa, anche loro votano, sottopagati, a casa con mammà, senza tessera della CGIL (chi diamine ha una tessera del sindacato sotto i 35 anni oggi?) e attaccati per ore a Facebook.

Socialcosi con moderazione. L’internet non è la realtà. C’è un 20% di popolazione che su internet non ci va, in primo luogo, e se pensate che Grillo abbia preso il 25% con la rete, non c’avete ancora capito una mazza (ricollegandomi al primo punto: Grillo andava in piazza anche sotto la neve, e la piazza rimaneva piena, perciò prendete esempio, andate in trincea e copritevi bene, stolti). Secondo, tanti di quelli che lo usano ci vanno per lavoro, per controllare la posta elettronica, per leggersi due notizie, trovare un bel porno e poi ciao, al bar a fare l’aperitivo. Su YouTube si finisce tra complottisti vari, su Facebook tra micini e foto alcoliche e su Twitter (un po’ più elitario e sostanzialmente già abbastanza piddino di suo) tra quattro gatti. Inoltre, gli smanettoni che commentano, condividono, laicano e ritwittano sono spesso gente già convinta. Insomma, più che video di giaguari da smacchiare e spartani vari, piuttosto che perdersi in mode e hashtag che piacciono al solito circolo, meglio produrre contenuti convincenti. Così, giusto per lasciare a noialtri qualcosa di serio da spiattellare al grillino di turno. Per il resto, c’è un mondo là fuori.

Stop ai giornaloni. Arrivare alle 7 e 30 di mattina avendo già letto cronache politiche, editoriali, interviste, retroscena e controretroscena di una dozzina di quotidiani: questo basta. E’ vero già da almeno un decennio, ma le elezioni di febbraio lo hanno dimostrato: è un mondo staccato dalla realtà. Avete qualcuno pagato per farvi la rassegna stampa? Bene, chiedete una rassegna stringata, un solo articolo di cronaca politica fatto bene (ma giusto per esser sicuri di non esservi persi nulla), retroscena nada perché sono fantasia pura, a sto punto megli vecchi classici come Asimov che qualche solido appiglio alla realtà in più almeno ce l’ha, niente editoriali, in particolare se sono quelli che vi spiegano cosa dovete fare col senno di poi. Piuttosto, fatevi dare dati, cifre, riassunti di studi che vi aiutano a capire in maniera sintetica come stanno le persone. Corollario: stop alle tv tutta politica tipo La7. Del cagnolino dalla Bignardi non resterà nulla dopo due giorni, manco il voto del negoziante che c’ha tirato su due soldi. Pure io sono un patito dei talk show politici, ma siamo sempre le stesse persone a vederli e anche qui si crea una bolla da cui poi è difficile uscirne. Piuttosto, una copia di Gente o di Chi, anche se vi fa schifo, vi rimette un po’ a posto con la realtà, soprattutto perché un pezzo grosso di realtà Scalfari e Galli della Loggia non li conosce, ma Signorini, la Fico e zio Misseri sì. Lasciatemelo dire: un mondo con meno Follini e più gnagna&pulp non può che fare bene a tutti. E già che ci siete, l’abolizione del finanziamento alla stampa e dell’Ordine dei giornalisti potreste proporlo pure voi.

Le elezioni si vincono il giorno delle elezioni. Ecco, anche qui, i sondaggi sono importantissimi, per carità, però, come il giuoco del calcio ci insegna, mai giocare pensando già di aver vinto o di aver perso. Il bello (o il brutto) della campagna elettorale è che qualsiasi momento può essere quello in cui todo cambia, tipo il Liverpool che ti rifila tre gol in sei minuti e ciao ciao Champions League. Quindi, stop a discussioni e liti su alleanze post-voto, scenari, chiacchierate riservate su ministri e sottosegretari, formule da alchimisti che non capite manco voi che le state ipotizzando ad alta voce. Un solo imperativo: pancia a terra e lavorare, evitando di parlare del sesso degli angeli. Se qualcuno si lamenta di questo, che si fondi il suo micropartitino dello zerovirgolastocazzo. Anche qui un corollario: dovreste avere imparato che Silvio è imbattibile, invincibile e immortale. Mettetevi questo in testa e vi sarà sufficiente per essere motivati come in una partita contro il Barcellona.

La comunicazione conta. E’ vero che non abbiamo bisogno di venditori di pentole. Giorgio Mastrota non sarà mai un buon premier (se mi leggi, scusami Giorgio). Detto ciò, avere contenuti è condizione necessaria ma non sufficiente per essere un politico. La politica è per tutti, ma il politico lo possono fare bene in pochi. In democrazia si può anche avere eccellenti idee ed essere il miglior premier di tutti i tempi, tutti i luoghi e tutti i laghi, però se non prendi i voti al governo non ci vai mai, e per prendere i voti le cose le devi sapere dire, spiegare, far capire. Ergo, la comunicazione è importante e necessaria per un politico e non c’è nessuno staff e nessun guru americano che riesce a sopperire completamente a questa carenza (in particolare se un candidato cerca di mostrarsi per ciò che non è. La gente sa che dottor Jekyll e mister Hyde è una storia inventata, non è che uno diventa scemo tutto di botto, di solito, e se sì, non gli dai in mano il paese). Quindi, se non sapete spiegarvi, fatevi da parte. Il ciclismo – altra metafora sportiva, lo so – ci insegna che oltre alle droghe anche i gregari sono fondamentali. Voi potreste essere perfetti per il ruolo. Vi ameremmo lo stesso.

L’IMU, le tasse, la merda. Moralità e lavoro, diceva Bersani. Roba bellissima, dico io. Però, ripensandoci, che roba è? Cioé, io che pretendo di essere un po’ più informato degli altri lo intuisco, ma, sorpresa, la democrazia (a cui siamo affezionatissimi e che ci piace sempre tantissimo) vuole che votino anche gli altri. Prendete l’IMU. Mentre Silvio mandava lettere e Beppe vi sfanculava, voialtri a dire che l’IMU ci ha salvato, però la rimoduliamo, no forse la sostituiamo, sì l’abbiamo voluta noi però è colpa di quelli di prima. Cazzate. L’IMU si può migliorare, si deve dare ai comuni, però è una tassa sacrosanta perché se nel luogo dove abiti tu usi strade, marciapiedi, fogne e vuoi lampioni e spazzini, allora tu, che vivi in quel luogo, i soldi per quelle cose devi metterceli. E’ così in tutto il resto del mondo. Punto. Le tasse sono tante, le tasse devono essere tagliate, ma le tasse da tagliare sono altre. Avessi sentito o letto UNO tra i prinicipali esponenti politici fare questo discorso, una volta sola. Mai successo. Le persone lo fanno già normalmente, ma in tempi di crisi sempre di più fanno il conto della serva, spulciano gli spiccioli in tasca e cercano di tirare a campare. Tra l’altro, a quelli di sinistra sinistra che hanno in mente la supermagnifica Svezia con tante tasse e tanti servizi, farei notare che in Svezia le tasse sono più basse che da noi, anche per quei cazzo di ricchi odiosi che una volta qualche deficiente voleva fare piangere prima di scomparire per sempre dalla scena politica. Meno tasse per tutti sembra berlusconiano, ma non lo è. E’ di buon senso. In altre parole: parlate di cose concrete. Dite: più soldi qua, meno soldi là. Gli otto punti di Bersani (a mio modestissimo parere, eccessivamente bistrattati dagli opinionisti del giorno dopo, ma vabbé, lasciamo perdere) sono già qualcosa, ma si può fare di meglio. Se incappate in qualche problema, tenete duro fino a quando passa la bufera. Sangue negli occhi, lotta dura senza paura, gli avversari non sono tigri di carta. E se avete opinioni impopolari, argomentatele senza essere generici. Infine: stop ai Nichi Vendola in tv, che fa sparate su patrimoniali e cazzi vari senza sapere di cosa parla. La situazione è seria ma restano le parole d’ordine pre-crisi. E infatti, come prima della crisi, c’è chi continua a sbattere contro il muro senza averci capito un cazzo, ma da mo’ (cit.).