Do you remember Marco Follini?

Marco Follini con Pierluigi Castagnetti«Voglio che sia chiaro a tutti: questa è una minaccia»: correva l’anno 2004 quando fu pronunciata la frase che ha probabilmente segnato l’apice della carriera politica di Marco Follini, democristiano a tutto tondo della Seconda repubblica.

La carriera dell’ex segretario dell’Udc è stata, in realtà, povera di cariche di alto prestigio, eppure per un breve periodo la stabilità di governo dell’Italia è passata per le sue dichiarazioni.
Impegnato sin da giovane nell’attività politica (con annesse varie foto d’annata), fu segretario dei giovani DC sul finire degli anni 70, per poi entrare nella direzione del partito e, infine, nel consiglio d’amministrazione Rai, di cui rimase membro fino al 1993. Un normale tragitto da quadro democristiano della prima repubblica, dunque, di giovane dc che cresce e impara l’arte sotto l’ombra dei grandi. Peccato, però, che quel partito e quel sistema furono spazzati via da Tangentopoli e le seconde e le terze linee del fu pentapartito si ritrovarono ad essere, quasi inaspettatamente, un pezzo di classe dirigente. Accadde per Pier Ferdinando Casini, che si ritrovò a essere segretario di un partito, benché piccolo, a sostegno del primo governo berlusconiano e poi del centrodestra della lunga «traversata nel deserto» (continua su Xpolitix).

Addio larghe intese

28/04/2013 Roma, Quirinale, giuramento del governo Leta, nella foto Enrico Letta, presidente del Consiglio e Angelino Alfano, ministro degli InterniPiù del voto sulla proposta di decadenza di Silvio Berlusconi dal suo seggio da senatore, forse quello appena avvenuto sulla fiducia alla legge di stabilità del governo Letta può rappresentare il segno della nuova fase politica che aspetta l’Italia.

Su 307 presenti al Senato, infatti, 171 hanno votato la fiducia che il governo aveva posto sul provvedimento (+17 sulla maggioranza dei presenti) mentre 135 hanno votato contro, nonostante nei giorni scorsi giornalisti ed esperti di cose di palazzo dichiarassero che questo era un governo che si apprestava a vivere su una maggioranza risicata, aggrappata a pochi voti e ai senatori a vita.

Ora, innanzitutto non ho capito perché i senatori a vita non contino. Non vi piacciono? Lo capisco, ma, finché ci sono, votano anche loro. In secondo luogo, che in una situazione fluida il governo avesse, almeno numericamente (politicamente e programmaticamente è un altro paio di maniche) dei piedi un po’ più consistenti dell’argilla si aveva da un’analisi dei gruppi parlamentari a favore, contrari o incerti rispetto al sostegno all’esecutivo:

Senato novembre 2013

Insomma, vista così può sembrare una maggioranza effettivamente risicata, ma forse è un tantino diverso se andiamo a guardare alcuni precedenti (mi riferisco al numero di senatori a sostegno del governo in rapporto al plenum del Senato nel voto iniziale di fiducia dei primi governi di legislatura durante la cosiddetta seconda repubblica):

– Berlusconi I: 159/326 senatori
– Prodi I: 173/325
– Berlusconi II: 175/324
– Prodi II: 165/322
– Berlusconi IV: 173/322.

Aggiungiamo che stasera è spuntata una decina di senatori in più rispetto alla maggioranza attesa al Senato. Insomma, marginalmente nel mio calcolo di sopra e ancor più sostanzialmente se si guarda al voto di martedì sera, la situazione attuale del governo Letta mi sembra migliore rispetto a quella degli altri governi indicati. Dirò di più: il governo repubblicano più longevo, il Berlusconi II, aveva un margine di 12 voti rispetto alla maggioranza assoluta. Quello Letta, dopo stasera, pure e forse anche di più.

Voglio sostenere, insomma, che questa non è una maggioranza risicata e per giunta segna l’uscita dal governo delle larghe intese e la nascita di una maggioranza politica: è un governo del PD spostato un po’ più a destra di quello che si poteva immaginare fino a febbraio, cioè senza gli alleati più di sinistra e allargato, oltre che a Monti, anche a un pezzo di centrodestra.

Certo, se fossi un militante del PD non mi farei illusioni, se fossi un moderato liberale (di quei pochi che ce ne sono) nemmeno, poiché questo sarà un governo politico sostenuto da Formigoni, Giovanardi, Binetti, Casini, nonché dallo stesso Alfano che nella scora legislatura si rese protagonista di iniziative corporative a difesa dell’ordine professionale degli avvocati. Tralascio certi riflessi condizionati del PD per cui – ad esempio – si alzano gli scudi a modeste proposte di coinvolgere enti privati (con obiettivi stabiliti ex ante e finanziamenti pubblici legati ai risultati) in un’eventuale riforma del collocamento. Allo stesso tempo, però, senza i ricatti di Brunetta e dell’ala urlatrice del centrodestra forse – forse – i prossimi provvedimenti potranno finalmente andare in una direzione, una qualsiasi, cosa che sarebbe già un passo avanti rispetto al gioco delle tre carte e all’immobilismo della legge di stabilità firmata Letta e Saccomanni, con la speranza che l’esecutivo, almeno un po’, si liberi anche di quella coazione a ripetere che caratterizza i governi italiani da più di un decennio.

Endorsement – Io voterei il Partito Democratico

Mi sono fatto un’idea sulle elezioni pur sapendo che non andrò a votare: pur vivendo all’estero da più di due anni, non mi sono mai iscritto all’AIRE, un po’ per pigrizia, un po’ per racconti – raccolti dal vivo e on line – su lunghi mesi di attesa e sull’esclusione dall’assistenza sanitaria in Italia – un po’ perché secondo me quella del voto all’estero è una legge scema (ora, se qualche funzionario si trovasse a leggere queste parole, potrebbe iscrivermi d’ufficio); qualche mese fa avevo organizzato vacanze di Pasqua e ritorno in Italia per il voto a cavallo tra marzo ed aprile, ma poi il governo è caduto in anticipo e quindi amen. Tra l’altro, ho pure abolito le vacanze pasquali in patria. Ma vabbè, facciamo finta che voto.

Per dirla breve, voterei il Partito Democratico. Senza allegria, senza passione, senza convinzione, per carità: io, d’altra parte, non mi definirei di sinistra, centrosinistra, progressista o quello che è. Ho avuto la tessera di FI per tre anni (senza pur mai partecipare attivamente) e da quando voto ho sempre ondeggiato tra FI/PdL e i radicali, sempre meno convintamente nel primo caso, fino a ripromettermi, già un anno dopo le ultime elezioni, di non votare mai più un centrodestra con Berlusconi e il gruppo che lo ha accompagnato nell’ultimo decennio. Vidi con un favore la nascita della fronda finiana, non per particolare affinità ideologica con quel gruppo di parlamentari – alcuni dei quali, tra l’altro, mi sembrano politicamente imbarazzanti – ma per la possibilità di aprire un partito, renderlo vero, democratico, contendibile, permeabile alle influenze esterne e adeguato a gestire, elaborare, discutere le critiche interne come si fa in un partito vero. Com’è finita lo sappiamo tutti, e ora FLI è un micro partitino di stampo social-conservatore rappresentato da dei leader piuttosto parolai, mentre il PdL, dopo quella famosa telefonata in questura e la farsa del Rubygate (nei cui confronti non ho un approccio moralistico, ma mi fa rosicare il fatto che se finisco io in questura non c’è nessun potente ad alzare la cornetta per togliermi dai guai), l’immobilismo al governo (salvo che per certe leggine a uso e consumo di sappiamo chi), gli scandali, la commedia delle primarie (povero Angelino, che figura del cavolo che hai fatto) e la disinibita giravolta nel rapporto col governo dei tecnici, è sempre più una sola cosa: il partito di Berlusconi, punto. A questo punto voi mi direte: e perché’ l’hai votato prima, visto che è sempre, sempre, sempre stato il partito di Berlusconi? Eh, bella domanda. In fondo, ho sempre sperato che l’anomalia si riassorbisse: al di là di una stampa amica capace di sostenere tutto e il contrario di tutto nell’interesse del capo e della presenza di certi tipi che ti raccomando, il PdL – così come FI prima – è stato un partito che comunque i congressi comunali e provinciali li faceva, che includeva correnti politiche differenti che una dialettica interna che non fosse concentrata esclusivamente su cariche e finanziamenti doveva – nelle mie speranze! – prima o poi produrla, che rappresentava più di un terzo dell’elettorato e che quindi non poteva stare tutto sotto un capello solo, quello delle parole, degli interessi, degli errori e delle promesse mancate di Silvio Berlusconi. Ed è l’eterno ritorno – o l’eterna presenza, se volete – di Berlusconi alla guida del movimento, così come dei Verdini, dei Ghedini, dei Gasparri, degli Schifani, dei Romani ecc. (tralascio i Razzi e gli Scilipoti per non farmi venire il sangue allo stomaco) il tappo grosso che blocca il tutto, è stata la loro irremovibilità a essere stata una delle cause del disastro della destra di governo, una destra cialtrona e inefficiente, e lo dico con la rabbia e la delusione di uno che, probabilmente scioccamente, alla possibilità di mettere in atto certe riforme in questo paese per un certo periodo ci ha creduto davvero; di disastro, infatti s’è trattato, poiché puoi cercare tutte le scuse che vuoi, ma, per quanto ragionevoli e veritiere queste siano, ritrovarsi in una precarissima situazione economica e di finanza pubblica dopo otto anni di governo su undici dovrebbero consigliare a chiunque una sola cosa, cioè quella di tornare a casa e di non farsi vedere mai più. O almeno, io mi vergognerei come un cane a uscire di casa dopo un fallimento epocale di questo genere. Puoi anche lamentarti dell’architettura costituzionale di questo paese e sono addirittura disposto a darti ragione su un certo numero di punti, ma, ancora, dopo otto anni su undici al governo se non sei stato capace di giocare con le regole del gioco, è improbabile che siano solo le regole a essere sbagliate, ma è possibilissimo che sia tu a non essere adatto al gioco (nota: questa metafora l’ho copiata, ma non mi ricordo dove l’ho letta).

Riassumendo, sono due le questioni che mi impediranno per sempre di votare il centrodestra così com’è: la totale mancanza di democrazia interna del partito come prima ragione e come concausa della seconda ragione (essendo, tra le altre cose, la democrazia un meccanismo che tendenzialmente e almeno nel lungo termine corregge gli errori o almeno sostituisce chi li combina), cioè il disastro economico a cui ci ha condotto l’esperienza berlusconiana di governo. Forse anche prima, ma sicuramente ora il PdL è invotabile, punkt.

Guardandomi intorno, tra l’altro, ne vedo pochi di partiti che rispettino il requisito di democrazia interna, che non è altro che, in altri termini, essere un partito decentemente normale come accade nel resto d’Europa: quello a cui potrei essere più affine, il partito radicale, è nelle mani di Pannella, mentre l’esperienza di Monti è una lista estemporanea colma di conflitti d’interessi e che è guidata da un nome di prestigio internazionale che usa come stampelle Casini e Fini – anche loro leader indiscussi di partiti privi di democrazia interna. Non è solo un problema dei movimenti liberali, conservatori, o genericamente di centrodestra: SEL, ad esempio, non è altro che una costola un pelino riformata della corrente vendoliana già esistente in Rifondazione e che non trovò nulla di meglio da fare, perso il congresso postelettorale, che fare i capricci, andarsene e fondare un altro – l’ennesimo – movimento di sinistra. Il Movimento 5 Stelle, invece, è un marchio di proprietà di un uomo solo che tra l’altro ideologicamente propugna un modello di democrazia diretta, in rete, priva di corpi intermedi e di rappresentanza che, per motivi che non mi metto ora a spiegare in questo già lungo post, non condivido, quindi, per scartarlo, non mi serve nemmeno scendere nel dettaglio delle sue vaghe e/o deliranti e/o irrealizzabili proposte economiche e sociali.

Queste sono considerazioni su cui mi sono fissato da circa un paio di anni, andando a memoria e quindi, anche qui senza entusiasmo e senza impegno e senza gioia nel cuore, a dicembre ho votato alle primarie del PD (tra l’altro all’estero il voto era on line e gratuito, tiè), proprio perché sono un esercizio di democrazia interna di un partito. Ho votato Bersani perché nelle storie della rottamazione non ci credo, perché mi sembra una persona concreta, perché ha fatto parte di un’esperienza di governo che tra tasse e ricchi che devono piangere comunque la barra dell’equilibrio di bilancio e della riduzione del debito pubblico è riuscita sempre a tenerla ferma (e questa è una cosa di cui abbiamo bisogno ora e avremo bisogno in futuro, in questo paese sommerso dal debito pubblico), perché guida un partito europeista e io sono fortemente, quasi ferocemente, ossessivamente, irrazionalmente europeista, perché tra le poche cose liberali fatte in questo paese ci sono le sue liberalizzazioni, che saranno sicuramente incomplete, che hanno toccato solo certi settori e non altri, tutte le critiche che volete, ma sono stati provvedimenti che hanno aperto il mercato e toccato rendite di posizione e a cui, se vogliamo farci piacere le etichette, non vedo quale altra attaccare se non quella di “liberale” – e, a me, le cose liberali piacciono.

Come probabilmente saprete, nel registrarsi alle primarie si prende l’impegno a votare il centrosinistra. Per i motivi detti sopra non voterò, però mi ero messo l’anima in pace e avevo deciso che, se fossi tornato in Italia, avrei votato il PD (siccome non torno in Italia, sto stressando da qualche settimana mia nonna per mandarla al seggio a votare PD). E’ chiaro, io non sono di sinistra, ho davvero tante idee diverse che non mi metto ad elencare, le lascio intuire a voi facilmente, però non sarei d’accordo nel dire che è un voto dato turandosi il naso, o al meno peggio: penso realmente che le pratiche di democrazia interna siano un elemento positivo, che danno un motivo in più per votare il PD (prevengo una critica: prima di dirmi che erano primarie di apparato e bla bla bla, andate a vedervi quali e quanti sono i tipi di primarie negli Stati Uniti, dove non è mai esistita una cosa come il PCI, poi ne riparliamo).

Infine, è chiaro, c’è l’economia. Per quel che riguarda il PD, penso che il centrosinistra, per quanto abbia lasciato nella sua prima esperienza di governo un paese che, pur con le finanze a posto, cresceva la metà degli altri grandi paesi europei, può essere colpevolizzato solo pro quota: dal 2001 ha governato solo 20 mesi praticamente senza maggioranza, e, vi dico una novità, senza maggioranza non si governa. Colpa o giustificazione? Dal punto di vista della capacità di raccogliere il consenso, la prima, dal punto di vista della pratica di governo, la seconda. Più in generale, l’Italia non sta messa bene e penserete che finora abbia parlato del sesso degli angeli (può darsi che abbiate ragione, ma apertura degli oligopoli e dei monopoli e controllo delle finanze pubbliche a me sembrano cose concretissime e serissime), però, stando al tema, devo ammettere che i candidati con cui sento maggiore vicinanza sono quelli di Fare per Fermare il Declino. Tralascio il recente caso del master di Giannino, soprattutto perché i dubbi sul mio ipotetico voto li ho risolti prima. FID è un partito che mi avrebbe tentato fortemente se fossi andato al voto. D’altra parte, però, c’è che quel voto alle primarie è un po’ come una parola data, dal mio punto di vista. Formalmente non è affatto così, però, provenendo da un’altra cultura politica, aver accettato quella carta d’intenti è come aver fatto una promessa: ok, facciamo a fidarci, io scelgo i vostri candidati, in cambio prometto di votarvi alle prossime elezioni. Non è forse il rispetto della parola data una delle cose che solitamente chiediamo ai politici? Beh, non vedo perché, restando alla politica, questa cosa non debba valere anche per me, elettore, che decido di partecipare attivamente alla scelta di una candidatura alla guida della coalizione. Almeno così io ho vissuto questa cosa, forse non abbastanza laicamente, lo ammetto. In secondo luogo, non credo alle rivoluzioni. Tralasciamo quelle guerreggiate che, a memoria, hanno avuto successo una sola volta negli ultimi secoli, cioè in America. Rimaniamo a quelle pacifiche, e pensate alla delusione della rivoluzione liberale. Le cose cambiano, possono anche cambiare molto, ma molto difficilmente cambiano rapidamente, ancor più difficilmente lo fanno in maniera efficace e indolore allo stesso tempo. Pensate alla rupture di Sarkozy che in tempo cinque anni ha portato al secondo presidente socialista nella storia della Quinta Repubblica francese. Pensiamo, invece, alla capacità di riformare, di parlare al paese che ha avuto un De Gasperi, ad esempio. Di come la destra nella Svezia del welfare state sia stata capace di salire al potere senza minacciare smantellamenti ma portando comunque avanti il proprio punto di vista. Pensiamo alla CDU della Merkel dopo anni di socialdemocrazia. Nessuno ha proposto cambiamenti radicali sventolando bandieroni e minacciando di rivoltare tutto come un calzino, eppure tutti sono al governo ad attuare, pur con difetti e limiti com’è normale, il proprio programma, la propria visione del mondo. Insomma, alla fine di questo post scritto come un flusso di coscienza con in mezzo una pausa caffè, mi limito a dire che non chiedo rivoluzioni, ne ho abbastanza dopo venti anni. Chiedo normalità, un premier normale alla guida di un partito normale composto di persone normali che portano avanti politiche di cambiamento, condivisibili o no, ma normali e su cui si possa cambiare opinione dopo cinque anni come avviene in molti altri paesi. Paesi normali, appunto.

Crisi dei partiti? Solo quelli di centrodestra

Oltre a tante dichiarazioni sceme sulle ultime elezioni, ad esempio di La Russa (“Abbiamo sbagliato i candidati”), Cicchitto (“Pdl meglio di quanto non si dica”), Alemanno (“E’ stato referendum contro l’Imu”) e anche Napolitano (“Grillini? Non vedo nessun boom”), ce n’è una che mi a naso mi convinceva avendo io dato un’occhiata ai dati qua e là. E’ quella di Massimo D’Alema, che ha affermato: “Questa non è la caduta dei partiti, ma la caduta dei partiti che hanno governato con Berlusconi”. Per essere proprio sicuro, mi sono preso mezz’ora e ho fatto questa tabella con i risultati nei capoluoghi di provincia (sperando che si legga, altrimenti click sull’immagine per ingrandirla):

 

Clicca per ingrandire

Ho dimenticato di scrivere che il dato di Palermo è di 580 sezioni su 600. Inoltre – spero che si legga, altrimenti cliccate sull’immagine per ingrandirla – la scritta su Palermo ricorda che nel 2007 la lista civica di appoggio al candidato sindaco era per Leoluca Orlando, dell’Italia dei Valori, e che è arrivata all’8,7%, mentre nel 2012 quella in appoggio a Ferrandelli (Pd) è arrivata al 6,2%. Se si tiene conto che all’epoca l’Idv non raggiunse nemmeno il 3% avendo il proprio candidato, si può ragionevolmente sostenere come il tracollo del Pd in città sia anche dovuto, oggi, a) alla presenza di un altro candidato di centrosinistra molto forte (di nuovo Orlando, ma stavolta contro), b) alla presenza di una lista civica che ha drenato i voti del Pd così come all’epoca li drenò all’Idv, c) o meglio ancora corollario del primo punto, la vicinanza passata di Ferrandelli alla giunta Lombardo, non popolarissima tra gli elettori di centrosinistra che quindi avranno preferito, compresi quelli del Pd, dirottare parte dei propri voti altrove. Questo ragionamento invece non spiega completamente il crollo di Genova, il –10,7%, dove la lista di appoggio a un candidato vicino a SEL può aver preso solo parte dei voti del Pd, che nel 2007, in assenza di una lista per Marta Vincenzi, superò abbondantemente il 30%. Un punto a cui dare un’occhiata è quello dei candidati della lista del sindaco: se sono candidati “forti” del Pd, spiegherebbero molto, altrimenti no. Diciamo quindi che in una delle due città c’è un problema: nonostante la teoria di cui sopra, credo che il Pd abbia avuto sì qualche difficoltà sì a Genova (e il M5s sarà quindi andato forte forse perché, oltre a drenare i voti in uscita da destra come ovunque, ha colpito, seppur poco a mio avviso, anche a sinistra), ma soprattutto ne abbia incontrate a Palermo a seguito del travagliato appoggio in regione alla giunta Lombardo e alle discusse primarie di qualche settimana fa.

Per il resto, tolto il singolo problema palermitano, si vede come a livello di percentuali il Pd tenga: guadagna o perde cifre attorno al 5%, con una leggera prevalenza delle città in cui perde. Nel 2007, è vero, si era nel pieno dell’impopolarissimo governo Prodi, ma è anche vero che da lì a un anno si sarebbe avuto quel 33,1% delle politiche 2008 che è ancora oggi uno dei migliori risultati nella breve storia del Pd; oggi, tra crisi economica e dei partiti, si può invece dire che a dispetto dei propri maggiori concorrenti al centro e a destra, il Pd abbia tenuto, e bene. Con questi dati e con l’attuale legge elettorale, la cosiddetta foto di Vasto raggiunge con una certa tranquillità la maggioranza in entrambe le camere, mentre i partiti che nell’ultimo decennio hanno sostenuto i governi di Silvio Berlusconi sono fortemente ridimensionati.

Più che crisi di partiti, direi che è una crisi dei partiti del centrodestra. Nonostante tutti i guai, il centrosinistra tiene e questo potrebbe spingerlo a chiedere le elezioni, anche se sembra per ora che sia dalle parti del PdL che ci sia più voglia di staccare la spina al governo dei tecnici. Io, fossi, in Bersani, continuerei sulla linea sostenuta finora. Forse funziona.


Aggiornamento del 9 maggio 2012: Segnalo l’analisi del prof. D’Alimonte sul sito del Centro Italiano Studi Elettorali, che mostra come lo smottamento dal 2008 ad oggi sia stato quasi tutto a destra. C.v.d.

E non finisce qui

Silvio Berlusconi in auto al QuirinaleCome diceva il mio omonimo: e non finisce qui. Già, perché chi pensa che Berlusconi sia finito, che comunque la sua carriera sia ormai declinante nel breve periodo, temo che si sbagli di grosso. Primo, perché l’uomo è intelligente e tenace. Secondo, perché il PdL, che è riuscito per ora a tenere unito, è ancora il primo partito in entrambi i rami del parlamento, e con i suoi alleati leghisti e sedicenti responsabili può ancora contare (salvo numerose defezioni) della maggioranza assoluta al Senato – e in democrazia, crisi o non crisi, spread o non spread, fiducia o sfiducia dei mercati, all’aritmetica non si sfugge.

Detto questo, vorrei aggiungere che quello che è successo in questi giorni dà ragione a quelli che – per mesi se non addirittura anni – da destra, da un punto di vista moderato o comunque non pregiudizialmente ostile, continuavano a sostenere alcuni concetti chiave: innanzitutto, che governare con la Lega è un problema per una forza che si dice moderata e riformatrice (figuriamoci liberale). La Lega ha bloccato l’abolizione delle province, la Lega ha bloccato la riforma delle pensioni, la Lega vuole tenere in piedi svariati carrozzoni pubblici locali e i suoi amministratori sul territorio si sono nettamente schierati, a giugno, contro una legge sui servizi pubblici fatta dal governo a cui la stessa Lega partecipa, la Lega usa toni e argomenti così estremi che non hanno eguali tra gli alleati dei vari membri del Ppe in Europa, la Lega ha cercato di mettere in piedi il cosiddetto federalismo fiscale che, se un giorno vedrà l’approvazione, metterà in piedi un sistema costoso per le casse dello stato (e quindi per le tasche degli italiani) e quindi a repentaglio il buon nome di tutte le giuste, o almeno ragionevoli, battaglie fatte da decenni da tutti i federalisti d’Italia. Questa è stata l’alleanza con la Lega.

In secondo luogo, ha dato ragione a chi diceva che i tagli lineari di Giulio Tremonti (negli ultimi mesi in cattivi rapporti col resto del governo, ma prima trattato pubblicamente come un genio dallo stesso Silvio Berlusconi) potevano sì tenere momentaneamente i conti sotto controllo, ma non avrebbero mai aiutato la crescita (anzi, l’avrebbero penalizzata), di conseguenza sarebbero stati in poco tempo causa di nuovi buchi nelle casse dello stato, di non previsti benché prevedibili deficit e di nuovo debito pubblico, e così via in una spirale senza fine. Questo dicevano in tanti e questo è accaduto, ma il mantra dei “conti a posto” è andato avanti per tre anni – non solo da parte del governo, ma anche da parte di quegli editorialisti e di quei direttori di giornale che, tanto per fare un esempio, si sono affrettati a nominare l’ormai ex ministro del Tesoro uomo dell’anno.

Infine, ha dato ragione a chi diceva che con pochi numeri nelle camere non si può andare avanti, si possono ottenere fiducie su fiducie grazie a parlamentari del calibro di Razzi, Scilipoti e compagnia bella, ma non si può tenere compatta una maggioranza sui provvedimenti che riguardano il paese, i mal di pancia vengono inevitabilmente fuori su questo o quel provvedimento, e poi alla fine non ci si può meravigliare se dopo un anno di non governo i mercati ringhiano e gli scontenti vengono allo scoperto. Era un castello di carte destinato a venire giù al primo refolo, e dai mercati, dai partner europei e dal Quirinale invece il soffio è stato bello forte.

Questo hanno detto in tanti per uno, due, tre anni, e ogni volta sono stati etichettati come traditori, catastrofisti, senza parlare del complottismo che ormai sembra diventare parte integrante del centrodestra anche ai più alti livelli (gli “attacchi della speculazione”, quando parliamo di migliaia di soggetti prestatori che non hanno intenzione di prestare denaro a poco a chi lo sperpera e a chi ogni giorno perde sempre più credibilità politica e finanziaria). E il disastro di questi giorni – finanziario per il paese, politico per il centrodestra – è colpa di chi si è fatto trascinare dai falchi, di chi non ha saputo dire di no al capo di fronte anche ai fatti più imbarazzanti, di chi non si è reso conto che otto anni su dieci al governo non concedono scuse a nessuno, di chi ha pensato col limite temporale di questa legislatura e non con gli occhi alla situazione del paese di oggi e di domani, tradendo, una volta ancora, le tante promesse fatte agli italiani – che magari, da ora in poi, ogni volta che penseranno alle riforme liberali torneranno purtroppo con la mente alle politiche dei governi Berlusconi che, di riformatore e liberale col passare del tempo hanno avuto sempre meno, se non addirittura proprio nulla.

Le primarie del PdL. Ok, ma i soldi?

FundraisingA partire dalla sconfitta del centrodestra nelle scorse amministrative è partito un dibattitto sulla democrazia interna del Popoli della Libertà, e in particolare sulla necessità o meno di istituire delle elezioni primarie.

Semplificando le diverse posizioni, e precisando che le primarie con iscritti e più candidati non sono altro che congressi (il che sarebbe già un passo avanti, rispetto alla situazione attuale): da un lato ci sono gli esponenti politici che le rifiutano in toto, oppure che hanno intenzione di proporle – anche attraverso disegni di legge che, se approvati, le renderebbero obbligatorie per tutti i partiti – ma solo per le cariche monocratiche o per i dirigenti locali – quindi di fatto escludendo la possibilità di rimettere in discussione la leadership di Silvio Berlusconi e delle più alte cariche del partito, dove invece sta la ciccia del problema di questo partito. Dall’altro lato ci sono alcuni giornalisti e soprattutto molti simpatizzanti e militanti di centrodestra sul web che chiedono semplici primarie aperte all’americana che rimettano in discussione tutto, Berlusconi compreso.

Come la penso io sulla leadership del PdL l’ho già scritto: prima Berlusconi, e molti ministri ed importanti esponenti, lasciano la guida del paese e del partito, meglio è. Penso che sia condizione necessaria perché molti come me, ormai molto lontani dal centrodestra com’è oggi, tornino ad interessarsene e, se possibile, inizino a parteciparvi. Penso inoltre che la proposta di regolamento del Foglio sia perfetta. Voglio inoltre segnalarvi questo articolo di Simone Bressan, pubblicato anche sul Tempo, su cui ho da fare – e ho fatto – un solo commento, cioè che al ragionamento che viene esposto sulle primarie, bisogna però associarne un altro, cioè quello del finanziamento del partito, perché a mio avviso ci sono due ordini di problemi di cui tenere assolutamente conto: in primo luogo, è necessario sapere qual è grosso modo la quota delle spese del partito o per attività ed eventi collegati al partito pagate direttamente da Silvio Berlusconi, e quale è pagata invece dal tesseramento, dai contributi volontari, dai contributi dei parlamentari, dai rimborsi elettorali, o da altro. In secondo luogo bisogna iniziare a capire cosa pensiamo e vogliamo fare di un’idea “americana” come il fund raising, o di altre questioni come una maggiore detraibilità del contributo politico e il suo limite di valore, il regime speciale di finanziamento ai singoli candidati, e i meccanismi (ora scandalosi) di rimborso elettorale.

Io non voglio essere né maligno né pessimista, ma nella mia mente c’è il seguente worst-case scenario: si fanno le primarie, Berlusconi le perde, e per qualsiasi motivo decide di chiudere la borsa e il partito finanziariamente va gambe all’aria. Questo è un problema che bisogna porsi, realisticamente parlando.

Concludo segnalando la risposta di Simone:

Se così fosse (e mi sa tanto di sì) significherebbe che questo partito è diventato proprietà intellettuale e non del Premier. Però abbiamo visto che i movimenti stanno in piedi in molti paesi del mondo senza tycoon disposti a metterci denaro proprio. Partiamo da lì: dal fundraising, dai versamenti per le primarie e da un minimo di competizione. Anche i partiti imparino a stare sul mercato come fanno aziende, associazioni culturali, fondazioni.

Oltre a non poter che essere assolutamente d’accordo, dico che questo metodo – quello di parlare dei soldi con realismo e trasparenza allo stesso tempo – è anche il migliore per combattere i populismi e la demagogia grillina che sempre più spazio stanno prendendo nella vita pubblica di questo paese.