Non è finita

Una piccola riforma costituzionale attesa da almeno due o tre decenni è quella che assegna direttamente al capo del governo il potere di nomina e revoca dei ministri. Se n’è parlato molto, ma non se n’è mai fatto nulla. La proposta sottoposta a referendum nel 2006 forniva proprio al capo del governo questo potere, ma, com’è noto, quella riforma (un poco troppo rigida in alcune sue altre parti, come, ad esempio, nella cosiddetta norma “antiribaltone”) fu bocciata da più del 61% dei votanti.

Le cronache politiche di questi giorni, con i dubbi del presidente Mattarella rispetto alla nomina di Paolo Savona quale ministro dell’economia del governo composto e sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega Nord, portano a galla la tensione esistente, almeno in maniera latente, all’interno dell’articolo 92 della Costituzione – quello che regola la composizione dell’esecutivo e la nomina dei suoi membri, per i quali il premier incaricato ha potere di proposta, mentre resta al Quirinale il potere di nomina.

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Sul referendum costituzionale di dicembre: questione di approcci

Due o tre appunti di metodo, più che di merito, sul referendum costituzionale del 4 dicembre e sulla campagna che lo sta precedendo.

Alcuni degli istituti di sondaggi che nelle ultime settimane si sono occupati di rilevare le intenzioni di voto e le relative motivazioni sono concordi nell’indicare l’avversione al governo Renzi come ragione principale, o più diffusa, o comunque numericamente consistente, che indirizza coloro che votano No. Già a fine settembre, Index Research segnalava che la spinta principale al voto contrario alla revisione costituzionale Renzi-Boschi è far dimettere il capo del governo. Ora, anche Ipr Marketing e Techné mostrano la stessa tendenza: tra gli oppositori della legge, pensa più all’operato del governo che ai temi del referendum tra il 46% (secondo Techné) e il 54% (secondo Ipr Marketing) di coloro che pensano di votare contro, mentre solo tra il 15% e il 27% di coloro che intendono votare Sì indica la medesima motivazione. Sarà pure vero che Matteo Renzi ha commesso l’errore, come minimo tattico, di legare, almeno nei mesi scorsi, la sua esperienza politica all’esito della consultazione referendaria. E’ altresì sicuramente e come minimo vero, però, che le motivazioni che meno si concentrano sul merito e più su questioni di tipo politico sono assai più forti nel fronte del No. A me sembra che questo atteggiamento pregiudiziale sia assai discutibile, nel senso che è legittimo ma sicuramente strumentale. Continue reading “Sul referendum costituzionale di dicembre: questione di approcci”

Contro i renziani e contro gli anti-renziani

CostituzioneCi sono due punti di vista che, mi pare, trovino vasto riscontro nella platea di coloro che appoggiano oppure contrastano l’operazione politica che molto probabilmente porterà Matteo Renzi a essere il prossimo capo del governo rispetto alla possibilità di nuove elezioni.

Tra coloro che appoggiano un nuovo governo, l’argomento è quello per cui con nuove elezioni uscirebbe un parlamento sostazialmente “bloccato” come quello attuale e, stante il rifiuto del Movimento 5 Stelle ad effettuare qualsiasi alleanza post-elettorale, la maggioranza conseguente a quelle elezioni sarebbe identica a quella attuale, cioè una maggioranza di centro-destra-sinistra. Questo non è vero. L’attuale maggioranza col Pd è, oltre che con i vari spezzoni della lista montiana, anche con il movimento politico guidato da Angelino Alfano, mentre, una nuova maggioranza sarebbe una maggioranza comprendente Silvio Berlusconi – questo è ovvio a chiunque abbia tenuto nota delle capacità politico-comunicative del Cavaliere nell’ultimo ventennio, dello scarso appeal mediatico del suo ex-delfino, nonché dei sondaggi più o meno recenti che mostrano un’enorme scarto nel consenso elettorale tra Forza Italia ed il Nuovo Centrodestra. Quali sarebbero le differenze? Innanzitutto, Angelino Alfano, almeno al momento, non ha le beghe giudiziarie con cui invece è alle prese Silvio Berlusconi. In secondo luogo, il profilo politico di Ncd è, semplificando, assolutamente di tipo governativo, mentre quello forzista – come ci insegnano le esperienze del governo Monti e, fino a novembre, del governo Letta – di governo e di opposizione. In altri termini, Berlusconi potrebbe schierare contro il governo un fuoco amico che invece Alfano non possiede nè, probabilmente, vorrebbe utilizzare anche se potesse.

Tra coloro che contrastano il nuovo governo c’è la critica, piuttosto ingenua a mio avviso, per cui non sarebbe stata consultata la volontà popolare che, invece, dovrebbe essere quella che nomina i governi (è vero, Renzi aveva detto di voler diventare premier dopo nuove elezioni, ma qui nasce una critica relativa alla sincerità del segretario del Pd e all’opportunità della manovra politica in atto, non di legittimità democratica). Ad aver espresso questa posizione sono il Movimento 5 Stelle, la Lega Nord e Fratelli d’Italia. Ora, che in un sistema parlamentare – cioè in cui la sovranità del popolo non si esprime direttamente ma attraverso la rappresentanza in un’assemblea legislativa periodicamente rinnovata – si bolli come antidemocratica questa manovra è decisamente assurdo. Ricordo la Costituzione (la sottolineatura è mia):

Art. 92

Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri.

Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.

E ancora:

Art. 94

Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.

Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.

Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.

Il voto contrario di una o di entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.

La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.

Chiaro? La nomina del governo non è popolare ma presidenziale, e il rapporto fiduciario è con le due Camere che rappresentano il popolo e non direttamente col popolo stesso. Se non vi piace, può darsi che abbiate ragione a protestare, che voi siate veri democratici mentre gli altri degli infami maneggioni, ma a quel punto avreste in testa un modello di organizzazione politica totalmente diverso, estraneo alla carta costituzionale e alla tradizione democratica di più o meno tutta Europa – non che ci sia qualcosa di male, per carità, ma mi piacerebbe che se lo ricordassero anche quelli che salgono sui tetti a difendere la Costituzione o che la definiscono con pomposa retorica “la più bella del mondo”, insomma quelli della Costituzione a giorni alterni. Infatti il capo del governo è nominato dal capo dallo stato in base alla maggioranza parlamentare (e non popolare) in Francia, nel Regno Unito, in Spagna, in Germania e via discorrendo. Ricorderei che questo è un parlamento eletto un anno fa, non decenni fa. Aggiungerei, inoltre, se mi fate notare la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato la legge elettorale usata un anno fa incostituzionale, che quella stessa sentenza ha dichiarato questo parlamento legittimo.

Il neocentralismo di Matteo Renzi

Il Senato della Repubblica francesePrima cosa: benché non sia ancora nota nei dettagli (soprattutto sulle funzioni), la riforma del Senato e del titolo V della Costituzione proposta da Matteo Renzi sembra reggersi su due punti cardine:
– i senatori sono rappresentanti delle autonomie locali e non vengono eletti direttamente dagli elettori;
– le matere a legislazione concorrente sono destinate a sparire o a essere sostanzialmente ridotte.

Seconda cosa: ho letto da qualche parte che il modello di Renzi sarebbe in qualche modo paragonabile al Bundesrat tedesco – e com’è noto, la Germania è un paese federale. Non ricordo dove l’ho letto e se effettivamente l’ho letto, ma googlando mi sono usciti fuori questo articolo della Stampa, questo articolo di Italia Oggi e anche questo articolo del senatore del PD Giorgio Tonini che propongono il paragone. E, a mio avviso, il paragone non sta in piedi.

Andando a vedere le competenze del Bundesrat, infatti, queste riguardano essenzialmente una (lunga) serie di materie di legislazione concorrente (art. 74 della legge fondamentale tedesca) e su cui – a differenza della legislazione di competenza federale – il Bundestag non ha alcuna clausola di supremazia da far valere, salvo i casi di maggiore efficienza nel trattare una materia a livello federale, di interesse nazionale o di tutela di alcuni Lander rispetto ad altri (art. 72). Nel tempo la sfera di intervento federale nella legislazione è certo aumentata in Germania, ma uno spazio di legislazione che richieda un consenso da parte del Bundestag resta. Per fare un esempio, senza il voto favorevole del Bundesrat la federazione non può modificare la quota di risorse trasferite dal centro ai Lander. Per rendere più completo il quadro, sui presupposti del citato art. 72, la federazione ha il diritto di stabilire leggi di carattere generale che stabiliscano il framework legislativo di riferimento (art. 75) su cui i Lander poi agiscono autonomamente a livello amministrativo e regolamentare. Nella proposta renziana, invece, le materie a legislazione concorrente e il conseguente intervento legislativo di un eventuale Senato riformato in senso tedesco tendono ad assottigliarsi e forse anche a scomparire.

Andando, inoltre, a vedere chi siede nel Bundesrat, questo è composto da rappresentanti scelti dai governi regionali. Nella proposta di Matteo Renzi invece (su cui, ad onor del vero, egli stesso ha detto che la discussione è aperta nel partito e nel parlamento e che trattasi di una sua preferenza di carattere personale come base di partenza per la riforma costituzionale), il Senato – inteso come una sorta di Senato delle autonomie – sarebbe composto da 108 sindaci di città capoluogo, 21 presidenti di regione o di provincia autonoma e 21 senatori nominati dal capo dello stato. Sarebbe, insomma, un’assemblea non più rappresentativa delle regioni – a cui il Titolo V della Costituzione attuale garantirebbe poteri esclusivi, oltre che concorrenti – ma di diverse forme di autonomie la cui componente principale risiederebbe nella rappresentanza di città piuttosto che nella rappresentanza regionale – totalmente diverso dal Bundesrat, dove, tra l’altro, i voti delle regioni si contano in blocco e non per testa.

Cercando un possibile paragone in Europa, quello che più si avvicina al modello renziano è, a mio avviso, quello francese: in Francia il Senato è eletto da sindaci e consiglieri municipali, dipartimentali e regionali e i suoi poteri sono inferiori rispetto a quelli dell’Assemblea Nazionale, nel senso che le materie concorrenti non esistono e nel processo legislativo ordinario l’ultima parola ce l’ha l’Assemblea.

Il punto è che le riforme delle istituzioni e delle autonomie locali devono essere affrontate nel loro complesso, bilanciando i vari poteri e soprattutto avendo in mente un modello complessivo che disegni con precisione un meccanismo ben funzionante. Se Renzi ha un qualche modello in testa, a me sembra che sia un modello di tipo centralista, dove, tra lo Stato che riacquisisce poteri in alto e i comuni e le città metropolitane in basso, scompaiono sostanzialmente le province e le regioni vengono depotenziate. Se Renzi invece un modello non ce l’ha, io ritengo che siamo di fronte alla solita riforma a spizzichi e bocconi, che prende un pezzo di qua e un altro di là, non tocca elementi che dovrebbe toccare, in un’opera di ingegneria istituzionale che rischia (ma aspettiamo a vedere il risultato finale prima di esprimere un giudizio così forte) di produrre un inutile guscio vuoto se non addirittura l’ennesimo mostro di Frankenstein.

Una nota sull’appello del Fatto Quotidiano contro il ddl di revisione costituzionale

L'appello del Fatto Quotidiano contro il ddl sulle procedure di revisione costituzionaleIl Fatto Quotidiano e alcuni intellettuali hanno lanciato un appello per fermare il ddl costituzionale che istituisce temporaneamente nuove procedure di approvazione di modifiche della seconda parte della Costituzione.

Mi pare di aver capito che i punti fondamentali dell’appello siano sostanzialmente tre:

– manca un adeguato coinvolgimento dell’opinione pubblica;

– le nuove procedure sarebbero in qualche modo anti-democratiche

– la maggioranza parlamentare dei 2/3 che garantirebbe l’approvazione del ddl costituzionale sarebbe frutto di una legge elettelorale enormemente distorsiva nonché incostituzionale.

Lasciando da parte il tema dell’incostituzionalità, vorrei trattare del terzo punto.

Che il porcellum sia una legge elettorale piena di difetti e che tra questi vi siano gli elementi distorsivi che produce è un dato di fatto. Dato, però, che la maggioranza parlamentare è diversa dalla maggioranza (assoluta alla Camera e relativa al Senato) uscita dalle urne, per giudicare la “democraticità” della maggioranza attuale a livello di riforme costituzionali è a mio avviso bene vedere:

a) quanto sono state normalmente distorsive nella formazione di maggioranze le leggi elettorali nelle ultime consultazioni tenute negli altri grandi paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito e Spagna);

b) quanto effettivamente è distorta in Italia la rappresentanza sia un senso assoluto, sia in rapporto alla soglia del 66,7% dei seggi richiesta per l’approvazione del ddl costituzionale in parlamento.

a) Gli effetti distorsivi delle leggi elettorali nelle più recenti consultazioni in Germania, Francia, Regno Unito e Spagna.

In Germania si vota con una legge elettorale proporzionale con sbarramento e un voto di  collegio che, negli effetti pratici, produce un numero variabile di membri del Bundestag.

Germania 2009 Proporzionale Collegi % Seggi
CDU 27,3% 32,0% 31,2%
FDP 14,6% 9,4% 15,0%
CSU 6,5% 7,4% 7,2%
CDU+CSU+FDP 48,4% 48,8% 53,4%

In Germania, a livello di singoli partiti, la distorsione è stata più o meno rilevante a seconda se usiamo, per il confronto, i voti popolari sulle schede della ripartizione proporzionale o su quelle dei singoli collegi. Nel risultato complessivo, la maggioranza che sostiene il governo in Germania ha goduto di una sovrarappresentazione del 4,6-5%.

In Francia alle elezioni per l’Assemblea Nazionale si vota con un sistema uninominale a doppio turno: tutti i candidati che nel singolo collegio superano una certa soglia accedono al secondo turno in cui il primo vince.

Francia 2012 Primo turno Secondo turno % Seggi
PS 29,3% 40,9% 48,5%
PS+alleati 39,9% 49,9% 57,7%

Gli effetti largamente distorsivi di questo sistema elettorale rispetto al voto, più genuino, del primo turno, sono ben noti. Anche a livello di secondo turno, però, troviamo una distorsione che per quel che riguarda il Partito Socialista è del 7,6% e per la coalizione a suo sostengo (che include, tra gli altri, radicali ed ecologisti) del 7,8%.

Nel Regno Unito vige il cosiddetto sistema first-past-the-post: tutto il paese è diviso in collegi, il candidato (collegato a un partito o indipendente) che prende la maggioranza relativa dei voti vince.

UK 2010 Voti popolari % seggi
Conservative Party 36,1% 49,3%
Liberal Democrats 23,0% 9,1%
Coalition 59,1% 58,4%

In questo caso l’effetto distorsivo a livello di coalizione sembra essere pressoché nullo, addirittura leggermente negativo. Una considerazione del genere, però, è parziale se non si tengono in conto i seguenti dati:
– innanzitutto, a livello di partiti l’effetto è enormemente distorsivo com’è sempre stato (+13,2% per i Tory, –13,9% per i liberaldemocratici);
– un governo di coalizione nel Regno Unito è stato finora un caso estremamente raro, basti considerare le tre precedenti tornate elettorale in cui il Labour vinse la maggioranza assoluta dei seggi con il 43,2% (1997), 40,7% (2001) e 35,2% (2005 – in questo caso lo scarto con la percentuale di seggi fu del 20% circa) dei voti. Tra l’altro, con tali maggioranze parlamentari assolutamente non corrispondenti alla maggioranza popolare, il Labour fu comunque totalmente legittimato a portare avanti importanti riforme istituzionali come la devolution e la creazione di assemblee nazionali in Scozia, Galles e Irlanda del Nord;
– infine, nel Regno Unito non esistono né le coalizioni, implicite o esplicite che siano (come in Italia e in Francia) né i cosiddetti patti di desistenza (come in Italia, Francia e Germania).

In Spagna è tutto molto più semplice da considerare, poiché la legge elettorale è un sistema proporzionale che si applica su collegi di grandezza provinciale/regionale.

Spagna 2011 Voti popolari % seggi
PP 44,6% 53,1%
PP+alleati 44,8% 53,4%

Qui si vede chiaramente come la maggioranza che attualmente sostiene il governo Rajoy abbia goduto di un vantaggio dell’8-9% nell’assegnazione dei seggi.

b) La distorsione della rappresentanza parlamentare oggi in Italia rispetto alle elezioni del febbraio 2013

Ora veniamo all’Italia del porcellum. Considero, ovviamente, la coalizione che sostiene il governo Letta che si presentò separatamente alle elezioni dello scorso febbraio.

Italia 2013 Voti popolari % seggi
coalizione governo Letta / Camera 59,0% 71,9%
coalizione governo Letta / Senato 60,4% 73,5%

Per comodità non ho utilizzato i voti della circoscrizione Estero e  per determinare i seggi a disposizione della maggioranza ho considerato i voti ottenuti alla fiducia successiva alla nomina del governo da parte del presidente della Repubblica.  In questo caso notiamo come lo scostamento sia dell’ordine del 12-13%. Effettivamente, è un numero più alto di quello che incontriamo in Spagna, Germania e Francia ma in linea con quello che di solito avviene nel Regno Unito, quindi è ragionevole dire che questa maggioranza è grosso modo sovrarappresentata a confronto con molti (ma non tutti) grandi paesi europei. In particolare, è il Partito Democratico ad essere sovrarappresentato. Detto ciò, nel contesto del nostro discorso quel che è rilevante non è il concetto di maggioranza tout court e quello di rappresentanza rispetto al voto popolare, bensì quello di maggioranza qualificata dell 66,67% necessario per modificare la Costituzione o, nella fattispecie, approvare il ddl riguardante le procedure straordinarie di revisione costituzionale.

Il punto è che lo scarto tra l’effettiva rappresentanza popolare e la soglia di maggioranza qualificata è perfettamente in linea con gli scarti prodotti da tutti i sistemi elettorali nei casi presi in esame. La grave distorsione – come si dice nell’appello del Fatto Quotidiano – nella rappresentanza popolare sì, forse esiste (pur assolutamente in linea con i numeri tradizionali di un paese dalla solida storia di democrazia rappresentativa come il Regno Unito), ma invece diventa una distorsione assolutamente ragionevole e ordinaria (infatti tutti i sistemi elettorali contengono elementi distorsivi, altrimenti non potrebbe affatto essere) nella considerazione della soglia del 66,67% necessaria alle modifiche costituzionali – cioè del 6,5-7%.

Conclusioni

Sappiamo che i risultati elettorali dipendono, oltre che dai voti e dalle leggi elettorali, dal modo in cui avviene l’offerta elettorale, cioé dal numero di partiti presenti, dall’esistenza o meno di coalizioni esplicite o implicite e così via; è però ragionevole pensare che un voto popolare di circa il 60% possa in gran parte dei casi garantire una maggioranza di due terzi in tutti i grandi paesi europei. Per questo motivo uno dei tre motivi di preoccupazione democratica dell’appello mi pare largamente infondato, a meno che qualcuno non voglia assurdamente arrivare a sostenere che tutti i metodi di ripartizione dei seggi in vigore nei grandi paesi europei siano fondamentalmente antidemocratici.

Gli «urgenti provvedimenti» e l’eccessivo attivismo di re Giorgio

Re GiorgioDa alcune settimane il professor Paolo Becchi, filosofo del diritto all’Università di Genova e noto sostenitore del Movimento 5 stelle, è andato sostenendo la tesi della cosiddetta prorogatio, cioé quel caso in cui il parlamento, in mancanza di una maggioranza disposta a votare alcuna fiducia a un nuovo esecutivo, continua la sua attività legislativa senza nulla fosse, mentre il governo dimissionario (come nel nostro caso) o sfiduciato potrebbe tranquillamente rimanere in carica per i cosiddetti affari correnti. Prendendo alla lettera la Costituzione, in effetti, non c’è scritto da nessuna parte che un nuovo parlamento debba implicare per forza un nuovo governo, lasciando al vecchio governo, quindi, limitati spazi operativi, ma è altresì vero che di prorogatio, istituto peraltro previsto esplicitamente per le Camere e per il Capo dello Stato, non c’è menzione rispetto all’esecutivo e alle sue attività.

A me pare, ed è sempre parso, che in realtà questa proposta fosse un po’ zoppicante per tre motivi: innanzitutto, va contro una prassi costituzionale stabilita sin dal 1948, cioè dall’entrata in vigore della nostra carta fondamentale; in secondo luogo, ignora il rapporto fiduciario previsto comunque dalla Costituzione tra parlamento e governo, ed è quindi piuttosto ovvio o almeno ragionevole che un nuovo parlamento richiede un nuovo rapporto fiduciario; in terzo luogo, ho letto (ma non sono un esperto in materia) che, stando ai regolamenti parlamentari, la presenza di un governo nella pienezza dei poteri è fondamentale per il corretto funzionamento del potere legislativo, in particolare delle commissioni parlamentari, per via delle procedure previste dai regolamenti di Camera e Senato e da una certa consuetudine.

Tra gli sperticati elogi a Giorgio Napolitano – infondati, a mio avviso, come vedremo – c’è anche chi ha fatto notare che, in fondo, la sua scelta di non conferire momentaneamente alcun incarico a formare il governo richiami la tesi del professor Becchi. A mio avviso, questa interpretazione è errata e suggerisce un corollario.

L’errore è nel fatto che la teoria della prorogatio di Becchi è nella logica dello spostamento di tutte le scelte politiche verso il parlamento, lasciando in mano al governo i meri affari correnti. Giorgio Napolitano, invece, ha esplicitamente parlato, con riferimento all’«attività di un governo tuttora in carica» – governo «dimissionario, benché non sfiduciato», ha precisato – di «provvedimenti urgenti per l’economia, d’intesa con le istituzioni europee e con l’essenziale contributo del nuovo Parlamento», roba che, per come la capisco io, a parte l’esigenza di tranquillizzare i mercati finanziari in apertura la prossima settimana, oltrepassa di qualche misura, seppur minima, la sfera degli affari correnti. Inoltre la nomina da parte di Napolitano di due commissioni di cosiddetti saggi è un atto politico che, seppur transitorio e di carattere consultivo, segna un forte attivismo presidenziale. In altri termini: si tratta di un po’ più di potere rispetto agli affari correnti per l’esecutivo e ampliamento della sfera di influenza del Presidente rispetto al parlamento, cioé di tutt’altra direzione rispetto alla tesi del professor Becchi.

Tralasciando per un attimo il bizzarro fatto per cui un premier dimissionario potrebbe, in teoria, dover essere costretto a fare il premier per sempre (e se se ne vuole andare, se si è rotto l’anima, che si fa? Lo incateniamo a Palazzo Chigi?), quest’atteggiamento di Napolitano è criticabile da un certo punto di vista – e qui veniamo al nostro corollario.

La richiesta da parte del centrosinistra di nominare capo del governo Pierluigi Bersani –  a prescindere dal giudizio di opportunità politica che ognuno di noi dà rispetto a tale richiesta – in una situazione di maggioranza assoluta alla Camera ma di maggioranza relativa al Senato trovava, comunque, dei precedenti simili: i governi De Gasperi VIII (1953), Fanfani I (1954), Andreotti I (1972) e Fanfani VI (1987) furono nominati e andarono alle Camere a chiedere una fiducia che non ottennero – e che quindi, non essendolo a posteriori, non era garantita nemmeno a priori. Per quanto il Presidente della Repubblica abbia costituzionalmente una serie di libertà nelle valutazioni che lo portano a conferire un incarico a formare un governo, c’è da notare che la richiesta a Bersani di una sorta di fiducia prima della fiducia non solo non ha tenuto conto dei precedenti simili o paragonabili, ma ha inserito una discutibile rigidità nella procedura laddove, come gli studiosi di sistemi istituzionali spiegano, è invece la flessibilità che deve essere una delle virtù principali delle costituzioni al fine del corretto funzionamento delle istituzioni da esse previste. Inoltre, la scelta odierna di Napolitano è un’assoluta prima volta nella storia repubblicana, quindi ancora di più si nota come il Presidente, per via di personali valutazioni politiche che non nego possano essere ragionevoli, abbia ancora di più ignorato la prassi e i precedenti in condizioni simili o paragonabili. A me sembra una chiara innovazione, forse un eccesso di innovazione che, al momento, sembra allargare ancora di più la sfera di potere presidenziale, già largamente accresciuta a partire dalla fine della Prima Repubblica. Tutto ciò, a mio avviso, crea decisamente un precedente discutibile, non esattamente coerente né con la natura parlamentare della nostra Repubblica dal 1948, né con i complimenti che la stampa, i partiti politici e un bel pezzo di opinione pubblica dovrebbero forse dispensare con maggiore cautela.

Carlo Sibilia sull’articolo 94 della Costituzione

[Questo post è stato inizialmente pubblicato su Mondo Grillino, un blog dalla vita molto breve nato dopo le elezioni politiche del 2013]

Carlo Sibilia, deputato, in un commento su Facebook pochissimi giorni dopo le elezioni del 24-25 febbraio 2013 ha scritto che:

(…) per governare non c’è bisogno della fiducia di nessuna delle 2 camere. Art. 94 della costituzione. E’ semplice e così faremo.

(Immagine da UrbanPost.it)
(Immagine tratta da UrbanPost.it)

Non si trova il commento originale su Facebook, ma ne esistono diverse immagini e citazioni che il deputato non ha mai smentito. Anzi, si è sentito in dovere di interpretarlo.

Innanzitutto, vediamo cosa dice l’art. 94 della Costituzione:

Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.

Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.

Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.

Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.

La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.

Il 2 marzo 2013 Sibilia sul sito +Economia si giustifica dicendo che si riferiva all’attività di governo (cioé a quanto riportato dal quarto comma) e non alla formazione del governo che deriva dal voto di fiducia.

Il 28 febbraio 2013, però, su UrbanPost.it già era apparsa un’intervista sul tema della fiducia alle camere e del commento citato su Facebook. In tale intervista Sibilia ribadisce invece l’errata intepretazione dell’articolo 94:

Per quanto riguarda la fiducia l’art. 94 parla chiaro: non è scritto da nessuna parte che il Governo debba dimettersi se non ottiene la fiducia di una o entrambe le camere.

Uno dei punti del programma del Movimento 5 stelle è il seguente: “insegnamento della Costituzione ed esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico”.

Bartolomeo Pepe sull’elezione del presidente della Repubblica

[Questo post è stato inizialmente pubblicato su Mondo Grillino, un blog dalla vita molto breve nato dopo le elezioni politiche del 2013]

Bartolomeo Pepe, senatore, il 28 febbraio 2013 rilascia un’intervista a La Zanzara su Radio 24. Tra le altre cose, dichiara di non sapere dove si trova il palazzo del Senato e mostra di non sapere come si elegge il presidente della Repubblica.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=TZyTmEaTo6g&feature=youtube_gdata]

Uno dei punti del programma del Movimento 5 stelle è il seguente: “insegnamento della Costituzione ed esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico”.

Le modalità di elezione del Presidente della Repubblica sono descritte nell’articolo 83 della Costituzione.

Il vincolo di mandato e la democrazia di Grillo e Casaleggio

Gianroberto CasaleggioNon è certo una novità la critica odierna di Beppe Grillo all’articolo 67 della Costituzione, che recita: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Già più volte l’ex comico aveva definito i parlamentari dei dipendenti e dei candidati del Movimento 5 stelle come dei portavoce, ora è arrivata la teorizzazione dell’abolizione del divieto di vincolo di mandato del parlamentare.

Per quanto il voto alle liste grilline sia ascrivibile a diverse istanze (dal cosiddetto voto di protesta dovuto a una sfiducia generale nel sistema dei partiti e dalla crisi economica e sociale dell’Italia fino a particolari sensibilità nei confronti di precisi punti del programma del M5s e altro ancora che non stiamo qui a discutere), è con le proposte politiche dei suoi eletti e, soprattutto, dei suoi leader Grillo e Casaleggio che bisogna fare i conti. Chiunque segua gli scritti e le dichiarazioni pubbliche dei due (nonché certi video apocalittici prodotti dalla società del secondo), sa di avere a che fare con una radicale, differente concezione della democrazia, che implica, tra le altre cose, l’abolizione del divieto di vincolo di mandato di cui Grillo ha scritto. Cos’è, però, questo divieto?

E’ un istituto presente in pressoché tutte le democrazie rappresentative da secoli. Come descrive bene Bernard Manin (in Principes du gouverement représentatif, 1995), sono rari i tentativi, riusciti o abortiti, di abolire questo divieto: nell’Inghilterra del diciannovesimo secolo erano i radicali – movimento a sinistra dei liberali dell’epoca – a proporre il vincolo di mandato, ma più come un espediente per ridurre la durata del mandato parlamentare (all’epoca settennale) che per reale convinzione (infatti Jeremy Bentham era favorevole al divieto, piuttosto sottolineava l’importanza della facoltà del cittadino di non rieleggere un candidato e la necessità di mandati parlamentari più brevi). In America settentrionale, ad esempio nel New England, per alcuni anni a cavallo della rivoluzione americana fu inserito tale mandato come norma costituzionale. In Francia, invece, il mandato imperativo era presente negli Stati generali dell’eraa assolutista, mentre non ebbe successo il tentativo dei sanculotti di introdurlo anche nella Francia rivoluzionaria.

Dal punto di vista teorico, il vincolo di mandato si scontra con alcune implicazioni di tipo pratico: ad esempio, non fornisce alcuna indicazione sull’atteggiamento da adottare di fronte o ad atteggiamenti imprevisti o addirittura imprevedibili. In secondo luogo, per quanto si possa cercare di proporre un programma preciso e dettagliato in campagna elettorale (e si badi che non è il caso nemmeno del Movimento 5 stelle, che invece in molte sue proposte è vago o utopico) molto probabilmente rimarrà sempre un numero di variabili tali da lasciar spazio sia all’interpretazione libera dell’eletto, sia ad una, restrittiva e col rischio di essere politicamente orientata, del vincolo. Infine: chi controlla il rispetto del vincolo?

Tra l’altro, la tensione che esiste tra la concezione della rappresentanza parlamentare come un mandato in senso stretto, cioè con punti noti ex ante e da rispettare ex post, e quella che vede il rappresentante come un fiduciario è caratteristica dell’elaborazione teorica nonché della pratica parlamentare democrazia rappresentativa, e deragliare questa tensione in una direzione o nell’altra rischia di snaturare l’istituto della democrazia parlamentare in sé: se un politico deve fare ciò che i suoi elettori vogliono, prendendo per buona una versione hard del vincolo di mandato, perché tenere in piedi l’istituto della rappresentanza tout court? Inoltre, a chi deve mostrare fedeltà il parlamentare: agli elettori di tutta la nazione o solo a quelli di quel collegio? E’ una fedeltà individuale o al partito che di quel programma si incarica di portare avanti i punti (tralasciamo le decisioni extra-programma di partito)? A essere messe in dubbio sarebbero anche le necessità del compromesso politico nonché la possibilità del dibattito: di cosa discutere, se la decisione è già presa prima nelle urne. E se le promesse elettorali fossero immorali, o pericolose? E se il parlamentare venisse a conoscenza di fatti nuovi? Inoltre: se il rispetto della volontà popolare portasse a una scelta che si rivelasse successivamente sbagliata, il parlamentare potrebbe tranquillamente lavarsene le mani e ritenersi privo di responsabilità (svanirebbe così la funzione di controllo della rielezione, a meno che non si teorizzi, oltre alla deresponsabilizzazione dell’eletto, anche la totale deresponsabilizzazione dell’elettorato). E così via.

Sebbene non tutte, molte di queste domande, però, costituirebbero una critica naïve dal punto di vista grillino: un’eventuale obiezione, infatti, si baserebbe sulle potenzialità della rete, cioè sull’accresciuta possibilità dei cittadini di informarsi, di dibattere, di porre questioni da diversi punti di vista, insomma di dare il via a un processo deliberativo che, per via di accresciute capacità cognitive dovute alle possibilità della rete di convogliare diversi punti di vista e una molteplicità di informazioni, dovrebbe produrre proposte o decisioni informate e ipso facto buone. Benché siano da vedere con favore pratiche deliberative che riescano coinvolgere il maggior numero di competenze e che diano maggiore legittimità democratica alle decisioni politiche, vincolare in Costituzione il parlamentare a decisioni altrui sarebbe però veramente eccessivo.

Innanzitutto, prendere una decisione perché “il popolo lo vuole” è semplicistico oltre che eccessivamente ottimista: non viene accettata nelle teorie economiche la possibilità che ogni singolo agente di mercato agisca in maniera ottimamente razionale (è già tanto che agisca mediamente in maniera accettabilmente razionale), non si vede perché si debba adottare una simile concezione del cittadino nell’ambito dell’arena politica. In secondo luogo, si sovrastima il potere “salvifico” del web, tra i cui contenuti troviamo tutto e il contrario di tutto e tra i cui fruitori esistono comunque persone dalle competenze, intelligenze, sensibilità ed interessi tra i più disparati. E’ ovvio a qualsiasi persona ragionevole che tale problema di competenze e conoscenze esiste anche in un sistema rappresentativo di tipo classico; allo stesso tempo, però, vediamo come ci si trovi di fronte a due concezioni di democrazia equivalenti da questo punto di vista, poiché non si risolve in maniera netta e decisiva il problema della competenza e della moralità nelle istituzioni e perché la legittimazione dovuta alla consultazione popolare su singole decisioni e l’accountability del singolo deputato o senatore sono tenute salve anche da versioni soft di quella democrazia deliberativa di cui sopra, senza necessità di abolire il divieto di vincolo di mandato. E allora, perché preferire tale divieto?

Il problema è il portato totalizzante dell’abolizione di qualsiasi intermediazione istituzionale e politica, la strada aperta che lascia a populisti e demagoghi della peggior specie (e qui non si sta nemmeno sostenendo che Grillo lo sia, è un riferimento in generale), nonché l’abolizione del parlamento inteso come luogo di dibattito pubblico, sperabilmente informato ma necessariamente libero, dove appunto spiegare le diverse posizioni di cui i parlamentari si fanno portatori in coscienza e non perché vincolati da decisioni della massa. Non sappiamo nemmeno quale sarebbe l’impatto di tale abolizione su quella preziosissima cosa che è la divisione dei poteri e sui famosi checks & balances.

Non voglio ricorrere ad una reductio ad Hitlerum per quel riguarda la volontà dell’elettorato, né alle lontane elaborazioni teoriche (lontane nel tempo, ma per molti versi attuali) di Alexis de Tocqueville sulla tirannia della maggioranza in riferimento alle suggestioni di democrazia diretta radicale portate avanti da Grillo e Casaleggio. E’ che pensare a parlamentari che si limitano a ratificare decisioni altrui fa venire in mente gli spingitori di bottoni e quella vecchia boutade berlusconiana sui voti da delegare ai capigruppo (e qui c’è da limitarsi a qualche risata), ma soprattutto, più seriamente, a parlamenti svuotati di qualsiasi reale funzione di dibattito e di controllo, a parlamenti in cui nessuno si alzi per dire no pur sapendo che sarebbe la cosa giusta da fare. Roba che è già successa nella storia di questo paese, tra l’altro.

Una nota sulla proposta di riforma costituzionale ABC

L'Assemblea Costituente al lavoro a MontecitorioOggi nella Commissione Affari Costituzionali del Senato è stato approvato il testo base di quella che dovrà essere (se ci saranno tempo e volontà politica) la riforma costituzionale promossa da Alfano, Bersani e Casini.

Tra le varie cose (qui una guida ai contenuti scritta da Stefano Ceccanti) c’è il superamento del bicameralismo perfetto separando le funzioni e le competenze di Camera e Senato: in breve e a parte alcune eccezioni, la prima si occuperà di materie la cui competenza è statale mentre la seconda delle materie di legislazione concorrente ex art. 117 della Costituzione. Il testo però non separa i criteri di rappresentanza del Senato che, con tali funzioni, diventerebbe il punto di raccordo con le autonomie locali. Mi spiego con degli esempi.

Laddove esiste una camera alta di carattere federale i criteri di rappresentanza sono diversi da quelli del semplice suffragio universale, in cui ogni voto è uguale all’altro:
– in Austria e in Germania tutti i membri del Bundesrat sono scelti dai diversi parlamenti regionali;
– in Belgio e in Spagna una parte dei membri del Senato è scelta dalle comunità linguistiche nel primo caso, dalle comunità autonome (le nostre regioni) nel secondo caso;
– negli Stati Uniti, invece, i senatori sono sì eletti dai cittadini, ma ad ogni stato è assegnato lo stesso numero di senatori (due) a prescindere dalla propria popolazione o dalla propria dimensione territoriale.

Come capita, ad esempio, in Germania, un corollario di tale criterio “territoriale” di rappresentanza sarebbe quello di assegnare il potere di fiducia solo alla Camera, poiché il Senato potrebbe avere una maggioranza differente e perché si occuperebbe preminentemente di materie regionali e non nazionali, che sono quelle di cui maggiormente si interessa l’attività di governo.