La parziale illusione dell’ingegneria istituzionale

Le ultime novità che vengono dalla politica italiana riguardano l’accordo raggiunto dalle tre principali forze politiche (Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Forza Italia) rispetto a una nuova legge elettorale ispirata a quella in vigore in Germania ma, in realtà, differente in numerosi e sostanziali dettagli. Le probabilità che questa venga approvata appaiono alte, ma pochi metterebbero la mano sul fuoco, visto che l’intoppo è dietro l’angolo.

La spinta all’accordo da parte dei vertici dei tre partiti (Renzi, Grillo, Berlusconi) sembra svelare un’attitudine secondo la quale gli interventi di carattere costituzionale e istituzionale siano le chiavi attraverso cui si può modellare il sistema politico e non solo politico. Detto in altri modi: questa è stata un’altra legislatura in cui si è dato molto peso alle riforme elettorali e costituzionali, anche giustamente, dove però la spinta verso cambiamenti economici e sociali ha trovato numerosi ostacoli e tentennamenti. Pensiamo, ad esempio, al Jobs Act del governo Renzi, che doveva essere il testo che avrebbe rilanciato il contratto a tempo indeterminato, con lo sfoltimento delle forme contrattuali e il rinnovo delle politiche attive per il lavoro e dei sussidi. Quelle novità positive riguardanti l’occupazione e la stabilizzazione avute nell’ultimo triennio sono state probabilmente causate soprattutto dalla decontribuzione temporanea dei nuovi contratti e dalla congiuntura economica internazionale. L’ennesima riforma del mercato del lavoro ha invece lasciato tanti e tali spazi alle eccezioni rispetto a quello che doveva essere il nuovo modello prevalente di rapporto di lavoro, cioè il contratto unico a tutele crescenti, da aumentare sì la stabilità del posto di lavoro, ma permettendo altresì parecchie zone grigie (vedi gli interventi fatti in materia di contratto a tempo determinato o l’uso come minimo improprio dei voucher, ad esempio), oltre a non intervenire in maniera efficace rispetto all’occupazione giovanile (ancora in forte crisi) e al rilancio delle politiche per l’impiego (non sembra migliorato molto nei centri per l’impiego e misure come Garanzia Giovani non sono sembrate un esempio di efficacia).

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Quelli che il debito pubblico l’abbiamo ereditato eccetera eccetera

DebtMentre il paese va gambe all’aria per via delle sue scassate finanze pubbliche e della sua asfittica crescita economia, in giro c’è chi ha ancora il coraggio di dire senza nemmeno un po’ di vergogna che il governo non ha responsabilità sul debito pubblico italiano, o comunque di ripetere in modo assolutamente autoassolutorio il solito ritornello del debito che abbiamo ereditato dai passati governi e abbiamo fatto quello che abbiamo potuto e bla bla bla. Addirittura, martedì a Ballarò Maurizio Lupi ad un certo punto ha praticamente detto che tutti i cittadini sono coinvolti nella formazione del debito, e quindi ne sono responsabili proprio come i politici, come se noi non fossimo in un sistema rappresentativo e quindi non eleggessimo parlamenti e maggioranze proprio perché prendano decisioni politiche e portino avanti l’attività legislativa. E vabbè. Di fronte a questo ci sarebbe inoltre da obiettare che chi ha governato per otto degli ultimi dieci anni non può non avere responsabilità se il debito cresce e l’economia no, ma lasciamo perdere anche questo, il buon senso non abita in Italia. Suggerisco altri due argomenti.

PRIMO ARGOMENTO – Si basa sul fatto che il debito è esploso col pentapartito, gli anni ‘80, Craxi e Andreotti, le vittorie socialiste e tutto quello che sapete già quindi non vi metto neanche il link, e riguarda la biografia di alcuni ministri di questo governo, in particolare (ma non solo) quelli economici. Copio da Wikipedia:

Giulio Tremonti: candidato nelle liste del PSI alle politiche del 1987 in quanto vicino a Gianni De Michelis, tra il 1979 e il 1990 fu uno stretto collaboratore e consigliere degli ex ministri delle Finanze Franco Reviglio e Rino Formica;

Renato Brunetta: collabora in qualità di consigliere economico con i governi Craxi I, Craxi II, Amato I e Ciampi. A 35 anni è coordinatore della commissione sul lavoro voluta dall’allora ministro Gianni De Michelis. Dal 1983 al 1987 è responsabile, presso il Ministero del Lavoro, di tutte le strategie per l’occupazione e la politica dei redditi;

Maurizio Sacconi: è eletto per la prima volta deputato nelle file del Partito Socialista Italiano, all’età di 29 anni nel 1979. Nel PSI fa parte della corrente di Gianni De Michelis e diviene a metà anni ’80 vicepresidente del gruppo socialista alla Camera. Diviene quindi ininterrottamente membro del governo come sottosegretario al Tesoro dal 28 luglio 1987 al 10 maggio 1994;

Franco Frattini: nel 1990 e 1991 ha lavorato come consigliere giuridico del vicepresidente del consiglio Claudio Martelli (PSI) nel governo Andreotti VI.

Questo per dire che i signori di cui sopra (ma non solo) hanno la loro quota, decidete voi se piccola o grande, nella formazione del debito pubblico attuale.

SECONDO ARGOMENTO – Lo prendo da un intervento di Oscar Giannino (prima parte, seconda parte) ad un convegno di Quaderni Radicali e del Club Ernesto Rossi dello scorso settembre, in cui sono stati esposti i dati riguardanti la media giornaliera di accumulo di debito pubblico per ogni governo della Seconda repubblica fino al 30 giugno 2011. Riporto i numeri in euro, dal governo più spendaccione a quello meno spendaccione:

1. Berlusconi I – 330,1 mln/giorno (record storico dell’Italia repubblicana);
2. Berlusconi IV (al 30 giugno 2011) – 217,8 mln/giorno;
3. Dini – 207,3 mln/giorno;
4. Amato II – 124,5 mln/giorno;
5. Berlusconi II-III 124,3 mln/giorno;
6. Prodi II – 97,5 mln/giorno;
7. Prodi I – 96,2 mln/giorno;
8. D’Alema I-II – 76,3 mln/giorno.

Lo scrivo per amor di verità, perché certe recriminazioni, oggi, non credo che valgano più di tanto, ormai.

Signor Alessio Rampini da Pavia, se passa da qui sappia che lei è un mito

Giulio TremontiMi prendo una pausa dai temi referendari sul servizio idrico. Segnalato su Twitter, mi sono ritrovato a leggere un post di Claudio Cerasa che mi era sfuggito e che cita un articolo di Marco Fortis sul Messaggero che ricordava come l’Italia, grazie alla politica economica di Giulio Tremonti, sia stato l’unico grande paese industrializzato a ridurre il debito pubblico: stando ai dati della Banca di Francia, dal 2009 al 2010 saremmo passati dal 120,2% al 119,3% debito/Pil. Bene direi, e meritorio. Il fatto è che non è questo risultato che si contesta a Tremonti, ma il modo in cui lo ha raggiunto, cioè oppressione fiscale e nessun intervento per la crescita. A questo punto, entra in scena il signor Rampini del titolo. E’ suo il primo commento pubblicato sul blog di Cerasa, e lo copio ed incollo (con maiuscole, trattini e tutto il resto, compreso il sentimento) qui sotto perché sintetizza incredibilmente qual è il vero problema della politica economica tremontiana:

BASTA, mi sono rotto le BALLE di questi ragionamenti. Stiamo scivolando in una stagnazione/crisi economica permanente ed il mantra è sempre "però abbiamo tenuto i conti a posto", ora mi avete rotto! – L’Agenzia delle entrate è un killer vergognoso e prepotente oltre misura – La burocrazia aumenta e non decresce – Gli aiuti alle imprese sono prosciugati e annullati – Le banche non finanziano più nulla – Liberalizzazioni e privatizzazioni non se ne parla – Tagli ai costi della politica men che meno Una riforma per i giovani, sui contratti di lavoro assurdi, sulle pensioni, sulla politica energetica, sulla semplificazione burocratica, sulle tasse, sulle imprese, sul futuro insomma NON ESISTE. Scusi lo sfogo. Alessio (piccolo imprenditore e padre di 3 figli).

Mito, punto.