Gianfranco Fini

Fini800Nato e cresciuto nella rossa Bologna, è a cavallo tra gli anni 80 e gli anni 90 che Fini conosce la ribalta politica nazionale: erede di Giorgio Almirante nella guida dei post-fascisti, in lotta nel partito con la corrente guidata da Pino Rauti e con i cosiddetti “fascisti di sinistra”, movimentisti e nostalgici del programma mussoliniano del 1919, assume la segreteria del Movimento Sociale Italiano nel 1987 e, salvo una breve pausa, rimarrà leader della destra post-fascista italiana per un ventennio.

Da quel momento in poi, la carriera di Gianfranco Fini è tutta un crescendo: fondamentali la sua candidatura a sindaco di Roma, il passaggio al secondo turno (poi perso contro il candidato di centrosinistra Francesco Rutelli) e l’appoggio pubblico ottenuto in quell’occasione dall’allora imprenditore Silvio Berlusconi.
Altrettanto fondamentale la svolta di Fiuggi del 1995, in cui il Movimento Sociale Italiano si trasforma ufficialmente, dopo l’esperienza nel primo governo guidato da Berlusconi, in Alleanza Nazionale, nel primo tentativo di rendersi, con convinzione, presentabile agli occhi dell’opinione pubblica moderata e dell’Europa (continua su Xpolitix).

Album di famiglia?

Il Giornale, 29 dicembre 2009: Fermiamo gli immigrati islamiciMi è ben chiaro che c’è una grossa differenza tra idea e azione, e che i ragionamenti sono spesso molto complessi. Però, di fronte a una montagna di similitudini, mi nasce il dubbio che tra la destra italiana (quella intellettuale e giornalistica ma anche quella politica) e quella europea più estrema (perché le destre europee normali dicono altro) ci siano delle somiglianze di famiglia con le posizioni che troviamo in 2083 – A European Declaration of Indipendence, il testo Andrew Berwick, noto ai più come Anders Behring Breivik, il tizio che un paio di giorni fa ha ammazzato ragazzi norvegesi come fossero formiche.

Il punto è che ho iniziato a leggerlo, e poi ad andare avanti per salti nei primi capitoli, e quasi ad ogni pagina ho avuto sempre l’impressione del tipo “Dove ho già letto questo?”. E non riuscivo a chiarirmi se l’avessi letto da Allam o da Ferrara, da Meotti o dalla Fallaci, da Pera o da chi altri.

Dove leggo più frequentemente, ad esempio, le tirate sul politicamente corretto? Sul Foglio, su Libero, sul Giornale. E Breivik, nel suo testo dedica gran parte dell’introduzione composta da una quarantina di pagine a esaminare cos’è, da dove viene, prendendosela con la cultura di sinistra, col marxismo, con la scuola di Francoforte, con il mondo accademico conformista e col femminismo. Vi risulta nuova? No, neanche a me, e nemmeno le lamentele diffuse contro l’al-Taqiyya.

E le citazioni? Vogliamo prendere le citazioni? Per i più noti all’Italia, ci sono Bernard Lewis, Roger Scruton, Oriana Fallaci (“coraggiosa”). Tutti autori amati dai foglianti, ad esempio.

E di tutte le tirate di Breivik contro la promiscuità sessuale? Leggete qualche pagina del testo, poi leggete questo: “In Europa si approvano leggi che disgregano la famiglia e si mettono con arroganza e protervia al voto popolare i valori della persona e della vita”. Penserete che sia una citazione successiva del testo, e invece no, è Marcello Pera, agosto 2005. Oppure: “Difendere l’Occidente nel nome dell’ideologia del multiculturalismo sarebbe impossibile”. Magdi Allam? No, Breivik, a pagina 129 della sua monumentale opera unica.

Ancora: “La domanda che ora dobbiamo fare a noi stessi è: vogliamo preservare i nostri valori giudaico-cristiani e la nostra civiltà o vogliamo, scegliamo di andare verso la dhimittudine?”. Chi è? E questo: “L’Occidente è a tal punto oggi disorientato che per avere rispetto dei musulmani o ancora di più per amare i musulmani come persone deve obbligatoriamente sposare l’Islam come religione”? E “’E’ un ingenuità imperdonabile mettere a disposizione locali (…). Per gli islamici, infatti, secondo il Corano quello diventa terra islamica da loro conquistata”? E “Mentre noi consentiamo che accanto alle chiese delle nostre parrocchie fioriscano moschee, nella stragrande maggioranza dei paesi musulmani non è concesso costruire una chiesa”? Indovinello per voi.

E si potrebbe andare avanti per tempo coi paragoni con intellettuali maggiori o minori (basta fare un po’ di ricerche random su Google per trovare articoli come questo, dal sito della scuola di formazione politica di Forza Italia diretta dal fu Gianni Baget Bozzo). Un’ultima cosa, però, la vorrei scrivere. Oggi l’articolo di Allam sul Giornale era vergognoso nel sostenere che il razzismo nasce dal multiculturalismo, in relazione ai fatti norvegesi. Il punto è il seguente: il razzista è Bleivik, i multiculturalisti, nella visione sua (ma anche di Allam, sono portato a sospettare) sarebbero anche, tra i tanti, i giovani laburisti che erano al summer camp del partito e che sono stati messi sotto tiro. Stando così le cose – e stanno così –  le vittime sarebbero la causa del proprio carnefice. Che, oltre che illogico e irreale, è anche una idiozia enorme, a dirla tutta. Questa è la destra che abbiamo in Italia. Nel resto d’Europa non è così: le destre moderate, popolari e di governo non sono così, da noi sì ed è un problema enorme, culturale ancor prima che politico.

Update – 25 luglio 2011: questo articolo è stato modificato dopo la sua pubblicazione iniziale.

Warhol e Klimt, la destra e la sinistra

Norberto BobbioMi piace leggere ogni anno le prove dell’esame di stato, capire quale prova avrei fatto io, e rifletterci sopra. Ho, quindi, appena dato una spulciata alle prove di maturità di quest’anno, e devo dire che le tracce sono state davvero molto interessanti: certo, c’è da considerare il fatto che non in tutti gli istituti il programma del Novecento viene concluso e trattato con ampiezza. D’altra parte, però, la presenza di sette tracce permette una varietà di scelta tale da non lasciare in estrema difficoltà nessuno studente con un minimo di preparazione e di sale in zucca – e inoltre, focalizzarsi sull’Ottocento penalizza invece le classi che questi argomenti li hanno trattati.

Ad esempio, ricordo benissimo che al liceo la mia classe trascurò quasi totalmente il XX secolo (ci fermammo ai macchiaioli, mi pare), e quindi avrei avuto difficoltà col saggio artistico letterario; l’analisi del testo di Ungaretti avrebbe presentato lo stesso problema. La digressione sugli anni ‘70 nel tema storico presenta lo stesso problema – facilmente aggirabile, però, dagli studenti con una forte passione per la politica e la storia contemporanea italiana; d’altro canto, il tema storico ha sempre presentato questa difficoltà, cioè di presentarsi come estremamente specialistico, sempre focalizzato su un tema che esclude chiunque non ne abbia una ottima conoscenza – e lo stesso vale per l’analisi del testo.

Io avrei scelto il saggio storico-politico, ma devo ammettere che il tema d’ordine generale (che, da quel che ho capito, è stato il tema-rifugio degli studenti indecisi) mi avrebbe assai intrigato. Certo, era il 2002, i social network e il web 2.0 erano di là di venire, e i blog in Italia stavano muovendo i primissimi passi, ma svolgerli oggi è assolutamente possibile; con l’alto rischio di andare fuori argomento avrei aggiunto un mio sottotitolo, e cioè  “come il personalissimo esibizionismo di ognuno di noi ci porta a perdere un sacco di tempo su Facebook”.

Alla fine, comunque, ad interrompere il momentaneo blocco di scrittura sarebbe stata la traccia sulla destra-sinistra, sulle cui trasformazioni autoritarie e totalitarie tra l’altro avevo già dedicato la mia tesina di maturità. A margine: l’editoriale di Angelo Panebianco parzialmente citato nella traccia è da leggere nella sua interezza, perché a mio avviso descrive molto bene una delle cause per cui la politica di questo paese si è trasformata in una guerra per bande. Ed a mia opinione, il recupero delle ragioni perché ci dividiamo in destra e sinistra, per cui discutiamo di libertà, solidarietà, uguaglianza, giustizia e altro, non può che fare bene al nostro paese e a noi tutti, comunque la pensiamo. Chissà che qualche studente su questo abbia riflettuto.

Le primarie del PdL. Ok, ma i soldi?

FundraisingA partire dalla sconfitta del centrodestra nelle scorse amministrative è partito un dibattitto sulla democrazia interna del Popoli della Libertà, e in particolare sulla necessità o meno di istituire delle elezioni primarie.

Semplificando le diverse posizioni, e precisando che le primarie con iscritti e più candidati non sono altro che congressi (il che sarebbe già un passo avanti, rispetto alla situazione attuale): da un lato ci sono gli esponenti politici che le rifiutano in toto, oppure che hanno intenzione di proporle – anche attraverso disegni di legge che, se approvati, le renderebbero obbligatorie per tutti i partiti – ma solo per le cariche monocratiche o per i dirigenti locali – quindi di fatto escludendo la possibilità di rimettere in discussione la leadership di Silvio Berlusconi e delle più alte cariche del partito, dove invece sta la ciccia del problema di questo partito. Dall’altro lato ci sono alcuni giornalisti e soprattutto molti simpatizzanti e militanti di centrodestra sul web che chiedono semplici primarie aperte all’americana che rimettano in discussione tutto, Berlusconi compreso.

Come la penso io sulla leadership del PdL l’ho già scritto: prima Berlusconi, e molti ministri ed importanti esponenti, lasciano la guida del paese e del partito, meglio è. Penso che sia condizione necessaria perché molti come me, ormai molto lontani dal centrodestra com’è oggi, tornino ad interessarsene e, se possibile, inizino a parteciparvi. Penso inoltre che la proposta di regolamento del Foglio sia perfetta. Voglio inoltre segnalarvi questo articolo di Simone Bressan, pubblicato anche sul Tempo, su cui ho da fare – e ho fatto – un solo commento, cioè che al ragionamento che viene esposto sulle primarie, bisogna però associarne un altro, cioè quello del finanziamento del partito, perché a mio avviso ci sono due ordini di problemi di cui tenere assolutamente conto: in primo luogo, è necessario sapere qual è grosso modo la quota delle spese del partito o per attività ed eventi collegati al partito pagate direttamente da Silvio Berlusconi, e quale è pagata invece dal tesseramento, dai contributi volontari, dai contributi dei parlamentari, dai rimborsi elettorali, o da altro. In secondo luogo bisogna iniziare a capire cosa pensiamo e vogliamo fare di un’idea “americana” come il fund raising, o di altre questioni come una maggiore detraibilità del contributo politico e il suo limite di valore, il regime speciale di finanziamento ai singoli candidati, e i meccanismi (ora scandalosi) di rimborso elettorale.

Io non voglio essere né maligno né pessimista, ma nella mia mente c’è il seguente worst-case scenario: si fanno le primarie, Berlusconi le perde, e per qualsiasi motivo decide di chiudere la borsa e il partito finanziariamente va gambe all’aria. Questo è un problema che bisogna porsi, realisticamente parlando.

Concludo segnalando la risposta di Simone:

Se così fosse (e mi sa tanto di sì) significherebbe che questo partito è diventato proprietà intellettuale e non del Premier. Però abbiamo visto che i movimenti stanno in piedi in molti paesi del mondo senza tycoon disposti a metterci denaro proprio. Partiamo da lì: dal fundraising, dai versamenti per le primarie e da un minimo di competizione. Anche i partiti imparino a stare sul mercato come fanno aziende, associazioni culturali, fondazioni.

Oltre a non poter che essere assolutamente d’accordo, dico che questo metodo – quello di parlare dei soldi con realismo e trasparenza allo stesso tempo – è anche il migliore per combattere i populismi e la demagogia grillina che sempre più spazio stanno prendendo nella vita pubblica di questo paese.

Dopo dice che uno si butta a destra

Radical ChicE’ successo che stamattina mi sono alzato, ho acceso il computer, o inziato a girare il web e ad un certo punto mi sono imbattuto in questa cosa qua, cioè un editoriale del Post, la rivista on-line (o superblog o maxiaggregatore o quello che volete voi) diretta da Luca Sofri, sulle elezioni di Milano. E mi è venuta voglia di votare Berlusconi. Sono cose che capitano.

Il fatto è che parti che inizi a pensare che questo paese abbia bisogno di una riforma fiscale, di meno tasse, di una sostanziale riforma federale, di una riforma della giustizia, ma poi ti accorgi che quelle idee, almeno per te, restano buone, ma chi è al governo le usa solo come propaganda, e l’unica politica di fatto è prestare attenzione ai processi del Cav. Allora inizi a spostarti un po’, diciamo inizi a guardare il FLI, ma poi ti accorgi che di proposta politica ce n’è davvero pochina finora, e che l’unico obiettivo del partito è buttare giù il Cav. In poche parole, un’Idv di destra. Allora che fai? Ti inizia a stare simpatico Bersani, sì, quello là, l’ex comunista emiliano che tuttavia occupa il secondo posto nella classifica dei liberalizzatori della storia repubblicana, subito dietro l’ignoto democristiano che un giorno decise di far entrare l’Italia nella Cee. E che ha anche il pregio di essere terra terra e di parlare di politiche concrete, anche se magari spesso mi capita di non essere d’accordo, come ad esempio sul recente flip flop fatto sull’acqua e sul suo referendum, che prima era no e poi è diventato sì. Ma poi vedi gli altri, la loro lotta eterna contro froci comunisti zingari islamici giornalisti magistrati drogati frequentatori di centri sociali, e chi più ne ha più ne metta, che è solo un’accozzaglia di urla utile solo a coprire una proposta politica ed un’attività di governo davvero misere, e quindi realizzi che forse forse Bersani non è così malaccio. Non lo voterei ancora, certo, però se vincesse sarei abbastanza sicuro che le varie corporazioni di farmacisti, tassisti, avvocati e via dicendo finalmente sarebbero calate nel duro mondo del mercato, proprio come noi comuni mortali. Infine, dicevo, leggi quella roba là. L’altra Milano e l’altra Italia, come se vivessimo in compartimenti stagni. La linea da spostare lontano, scrive. Le diverse visioni del mondo. Che la differenza non va tracciata tra chi ascolta De André e parcheggia il Suv in seconda fila, ma che poi – dice – comunque di quella stessa differenza va spiegato il valore. Che le persone informate – sostiene – scelgono sempre meglio, e quindi a sinistra (sottinteso), e gli altri son buoi (sequitur). Insomma, siamo al livello della politica come pedagogia, dell’uso dello stereotipo nell’analisi sociale (l’avversario evasore col Suv in doppia fila che vota Forza Italia), dell’inevitabile sensazione di superiorità verso gli altri, del mancato riconoscimento – aggiungo io, visto che ad onor del vero nell’editoriale non c’è – del fatto che l’esigenza di normalità di questo paese non deve coincidere con l’intoccabilità di alcuni dogmi della politica e della repubblica (a prescindere dal fatto di essere d’accordo su questo con alcune delle parole del Cav. o no). Ci sarebbe da spiegare che la democrazia moderna nasce proprio perché c’è l’esigenza di rappresentare tutti, anche chi magari non si informa o si informa diversamente, perché col poco tempo a propria disposizione c’è da fare lavoro, industria, commercio, ricchezza e in definitiva un po’ di benessere e felicità per sé e per i propri cari, e che magari da tali persone ci sarebbe anche da imparare qualcosa, anche se non hanno il tempo di leggere il New York Times e Internazionale, di passare da Feltrinelli, di studiare le lingue e di curare un blog, sito, Twitter feed o quel cavolo che è col proprio aggeggio di ultima generazione. Ma non lo spiego. Mi limito solo a dire che è bastato leggere questa roba qua, da sinistra renziana made in Milan, per ricordarmi perché non voto a sinistra.

La mia personalissima lista di quelli da fare fuori nel PdL

Verdini Gasparri La RussaGià prima di queste amministrative, avevo in mente un bel post dal titolo già pronto, “Il fascino del secchione, ovvero elogio di Pierluigi Bersani”, ma non ho mai trovato il tempo per scriverlo. Nel frattempo, ispirato da questo post che chiede di lasciar perdere i due co-fondatori del PdL nell’opera di progettazione del futuro del centrodestra, mi limito a buttare giù una lista di quelli che hanno sfasciato il PdL, trasformandolo da progetto fusionista di culture liberali, conservatrici, cattolici e riformatrici a un drappello di urlatori al seguito di un leader che ormai parla solo di sé e dei suoi nemici, dimenticandosi di quelli che ci sono in mezzo, cioè gli italiani. La lista è questa (eventuali suggerimenti per le aggiunte sono i benvenuti):

– Daniela Santanché
– Ignazio La Russa
– Sandro Bondi
– Maurizio Sacconi
– Michela Brambilla
– Maurizio Gasparri
– Gaetano Quagliariello
– Nicola Cosentino
– Carlo Giovanardi
– Renato Schifani
– Franco Frattini
– Altero Matteoli

Più, ovviamente, il vero responsabile di tutto, cioè Silvio Berlusconi.

Er populismo de Bberlusconi

51IMG2144-63Questi sono tempi in cui si parla poco di politica, e si discute spesso del conflitto tra il premier e la magistratura – non dico chi ha torto o ha ragione, scegliete voi – mentre non c’è ormai nessun programma politico che va avanti, anche perché i numeri in parlamento, senza tutti i membri del governo presenti, rischiano di ballare. E’ un Prodi-bis in salsa azzurra, con l’aggiunta della battaglia delle/nelle/contro le procure e la centralità del duello pro/anti-Cav. che affligge l’Italia da quasi due decenni. Non siamo un popolo, siamo due branchi in lotta. Vabbè. Amen.

Detto questo, poiché mi piacerebbe sentir parlare di politica, poiché tendenzialmente mi definisco moderato e liberale, e poiché c’è un partito in Italia che – a suo dire – ha l’ambizione di costruire la destra dopo Berlusconi, faccio qui un riassunto, anzi un elenco con giudizio semplice a lato, come pro memoria per me – e per tutti – delle proposte politiche di questo partito. Sarò molto poco analitico, che è tardi e ho passato il Venerdì Santo sui libri e al computer e vorrei riuscire a vedere un film prima di andare a dormire.

Abbiamo allora visto, finora:

critica ai tagli lineari di Tremonti (Baldassarri, il partito in generale)Bene, ma manca la proposta elaborata di politica economica;
aumento della tassazione sulle rendite finanziarie dal 12,5% al 24-25% (Fini)Farebbe fuggire i capitali, intaccherebbe il risparmio, e inoltre le tasse sono in generale già abbastanza alte così come sono, vogliamo pure aumentarne alcune? Molto, molto male;
mancata comprensione delle esigenze di aumento della produttività e dei vincoli imposti dalla concorrenza in campo industriale e nel mercato in generale (Fini)Malissimo;
contrarietà all’abolizione dell’obbligatorietà della azione penale (Fini)Male;
linea aperta ad un nuovo tipo di immunità, parlamentare e/o per le alte cariche, ma con ambiguità in parlamento e senza capire di quale tipo di immunità si parli (Fini, il partito in generale)Vorrei capire, diciamo;
favorevole al decreto Ronchi, cioè alla nuova disciplina di gestione della fornitura dei servizi pubblici, in particolare idrici (Ronchi è di Fli, ma vedi Bocchino sul referendum) – Bene, fermo restando il fatto che il decreto Ronchi è molto migliorabile;
nuovo contratto unico nazionale, cioè pdl Raisi-Della Vedova, fuori dall’art. 18, con abolizione dei contratti atipici e maggiori tutele formative ed economiche per i licenziati (a disincentivo del licenziamento non più tutelato dallo Statuto dei lavoratori) – Bene, molto bene, tutto è perfettibile ma il governo anche una cosa così se la sogna, è sempre molto meglio del nulla.

Aggiungo che mi sono rotto l’anima della Perina in tv che mi sembra la De Gregorio, delle conferenze stampa ad accompagnare un delirante e comico Pennacchi, e anche di ste liti se appoggiare chi, come, quando. Sti problemi Casini, ad esempio, non se li è posti, e pare che oggi, politicamente ed elettoralmente, goda di maggiore salute e credibilità di FLI. Un motivo ci sarà, e ci sarà anche del fatto che oggi molti, parlando di FLI, passano dal sarcastico perculamento ai tentativi di previsione della data di dichiarazione di decesso.

Fini e l’obbligatorietà dell’azione penale

Nuovo viaggio nel mondo di FLI, per tentare di capire qual è la proposta politica del nuovo partito. Oggi, ad esempio, Gianfranco Fini si è espresso contro l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale:

Mi rendo conto è ben saldo sulla carta ma molto poco nella prassi. Tutto ciò però succede anche per molti altri articoli della Costituzione. Di questo passo dovremmo abolire molti principi.

Gianfranco FiniIl punto è che il tentativo di dare seguito ad un principio formale è sempre, nella prassi, lontano dal suo successo e d’ostacolo al rispetto di altri principi quali la certezza della pena e tutta una serie di diritti delle vittime e della società in generale. Sospettando che Fini non sia d’accordo, ad esempio, con la depenalizzazione di tutta una serie di reati (quelli riguardanti gli stupefacenti su tutti), quale potrebbe essere la soluzione proposta se non, semplicemente, quella dell’aumento del finanziamento alla giustizia (questo è quello che si capisce dalle sue ultime dichiarazioni)?

Ci sono e ci sono state già alcuni disegni di legge costituzionale a questo riguardo, provenienti soprattutto da radicali e da ex forzisti. L’idea è, grosso modo, che il parlamento oppure il ministro della giustizia possano dare a scadenze regolari linee generali di politica giudiziaria che ogni procura sarebbe poi costretta a seguire e declinare. Non si guadagnerebbe forse nulla dal punto di vista del numero di crimini perseguiti e realmente puniti, ma sicuramente si avrebbero vantaggi rispetto a:
– diminuzione della discrezionalità delle procure;
– controllo democratico della politica giudiziaria;
– certezza della pena;
– velocità dei processi;
– rispetto di alcuni dei diritti e degli imputati, e delle vittime.

Si potrebbe magari sottoporre la decisione delle linee generali di politica giudiziaria al parlamento, a intervalli di alcuni anni (due, o tre), e obbligatoriamente a maggioranza assoluta se non anche qualificata. Il fatto è che il rispetto di decisioni politiche da parte della magistratura inquirente non è in sé un attacco all’indipendenza del potere giudiziario, e io penso che in questo dovremmo guardare alla Francia, non tanto perché pensi che sia il miglior sistema giudiziario tra i paesi civilizzati (in realtà, non ho idea di quale sia il migliore), ma semplicemente perché è quello dalla cultura giuridica più affine a quella italiana. D’altro canto, le istituzioni dovrebbero essere modellate anche dalle tradizioni, dalla storia, dalle inclinazioni di un popolo, e prevedere un pm sottoposto al governo come nel ventennio fascista è semplicemente inattuabile, improponibile e forse anche pericoloso in Italia. Ma da qui ad ostinarsi a difendere pervicacemente un principio che a) è inattuabile, e b) ostacola il rispetto di altri, differenti ma altrettanto importanti principi, ce ne corre assai.

Detta in modo brutale: dopo aver passato mesi a criticare giustamente ed in maniera sacrosanta la vita partitica e democratica del PdL (e credo che nel PdL molti debbano ammettere che non aveva tutti i torti), ora si accredita veramente come uno che non solo si pone come alternativa a Berlusconi, ma anche ad una certa idea di destra veramente liberale, moderna, democratica. A quel punto – again – meglio l’originale.

Di Fini, di Futuro e Libertà e del lodo Alfano (che lodo non è)

Gianfranco FiniGianfranco Fini si rivela quello che è: una mezza tacca. Eppure, avevo visto con interesse la nascita di Futuro e Libertà. No, non sto parlando del voto favorevole alla retroattività dell’immunità per le alte cariche, ma di un paio di dichiarazioni di politica economica che non mostrano nulla di nuovo, ad esempio, rispetto alle usuali proposte del Pd, né di utile per il paese. Il leader della destra moderna e liberale, invece di iniziare a sostenere che la pressione fiscale dovrebbe scendere un tantino, ne propone un inasprimento, cioè l’aumento delle rendite finanziarie così come piacerebbe a Prodi e Bersani (e forse anche a Tremonti, poiché l’importante è il rigore, poi se tratti il contribuente come suddito e tagli quello che ti passa sotto mano, che importanza ha?). Dopo, Fini se l’è presa con Marchionne, invece di tacere, o magari proporre qualcosa di nuovo o, addirittura, liberale. Capita, così, che chi liberale lo è davvero e lo è sempre stato, si ritrovi ad arrampicarsi sugli specchi, oppure a dire semplicemente che Fini ha torto. No, mi dispiace, FLI non sembra in questo momento il partito che fa per me, e tanto varrebbe votare per l’originale. Ma andiamo avanti.

Io sono d’accordo con l’introduzione di forme di immunità per le alte cariche, e anche con quella parlamentare (seppur differente da quella del ‘93). Ritengo, molto banalmente, che nell’ottica di un equilibrio dei poteri i magistrati debbano essere liberi dal controllo dell’esecutivo, e allo stesso tempo lo svolgimento di impieghi pubblici di grande rilevanza debba essere protetto da qualche pazzia di un procuratore fuori di senno – e no, non sto pensando a nessuno in particolare, è solo in linea principio, semplicemente perchè

 

nell’affrontare questi problemi ci si deve liberare da quelle che un grande giurista, Carlo Esposito, chiamava le “ricostruzioni mistiche” degli organi che svolgono funzioni costituzionali. Le visioni per cui l’attribuzione ad un organo della qualifica di imparziale varrebbe di per sé a garantire il titolare dal rischio di commettere abusi o distorsioni. In una visione realistica, qual è quella che le Costituzioni hanno, e debbono avere, tutti gli organi possono abusare del proprio potere, siano essi organi politici (il presidente del Consiglio o la maggioranza parlamentare) o organi in posizione di terzietà (i giudici) o semplicemente di neutralità rispetto all’indirizzo politico di maggioranza (Il Presidente della Repubblica).

A differenza delle tante leggine e dei tanti strafalcioni giuridici con cui Forza Italia ed il Popolo della Libertà hanno intasato il parlamento negli ultimi anni, il lodo Alfano (che lodo non è, ma pazienza) è una proposta di legge che, nella sua versione costituzionale, si può finalmente difendere e sostenere senza il terrore di mettere nel nostro ordinamento un’altra legge scritta pensando a questo o a quel processo (sì, ok, probabilmente lo è, ma in linea di principio no). E se il principio è giusto – sottolineo: se – non si vede perché depotenziarlo non prevedendo la retroattività dell’immunità. Qui FLI ha fatto molto bene a votare a favore, ma Fini s’è mostrato ondivago o confuso, di nuovo: prima era no, e mo è sì (cit.).