Il governo Letta e la coazione a ripetere

Fabrizio SaccomanniQuesto post lo scrivo a pezzi, in maniera un po’ rapsodica.

– Inizio con un postulato: la politica è un ramo specialistico delle professioni intellettuali, perciò, in quanto tale, non sostituibile dal mero esercizio di competenze e conoscenze riguardanti discipline diverse, economia inclusa.

– In secondo luogo, sottolineo la problematicità dello statuto epistemologico delle scienze sociali: pur nell’esteso utilizzo di modelli matematici, di statistiche e di dati empirici, la presenza di elementi arbitrari e convenzionali nelle definizioni, nelle analisi, nelle osservazioni, nelle teorie nonché la sostanziale irriproducibiltà in eguali condizioni degli esperimenti sociali rendono le scienze sociali delle scienze non propriamente definibili come esatte. In parole più semplici, l’economia non è affatto stregoneria (tutt’altro!) ma non è nemmeno fisica.

– Scorrevo la lista dei ministri dell’Economia e delle Finanze da quando il dicastero fu unificato rendendolo di fatto un superministero, cioé dal 2001: Tremonti, Siniscalco, Tremonti, Padoa Schioppa, Tremonti, Monti, Grilli, da un paio di giorni Saccomanni. Tutti cosiddetti tecnici, salvo uno, Giulio Tremonti, che invece è propriamente definibile politico (dal fatto che il tecnico sia o possa essere comunque politico non deriva necessariamente che tutti i tecnici siano politici proprio per via del postulato di cui sopra).

– L’avventura politica e ministeriale di Giulio Tremonti – tributarista di formazione giuridica, ricordiamolo – negli ultimi tre governi di centrodestra è stata caratterizzata, tra gli altri, da due elementi: stando a quel che si è letto per anni, una certa spigolosità del carattere che, unita alla centralità del suo ministero, lo ha portato ad accentrare le decisioni economiche e finanziarie e a tenere in secondo piano il metodo collegiale che, invece, a Costituzione vigente e per prassi decennale vige in Consiglio dei ministri. Il secondo elemento, parzialmente conseguenza del primo, è che la capacità d’influenza del suo partito e della sua coalizione nei confronti delle sue scelte è stata, quando di discreto successo, conflittuale, laddove in molti altri casi era, di solito, semplicemente inesistente. Prova ne è il fatto che oggi Tremonti si ritrova in parlamento solo grazie a una candidatura nelle liste della Lega Nord, non del PdL, col quale ha rotto.

– Spesso, seppur non sempre, le politiche economiche degli ultimi dodici anni sono sembrate all’insegna della continuità: aumento della pressione fiscale e stretta nei controlli dell’Agenzia delle Entrate, tanto per fare due esempi. In molti casi l’approccio è stato quasi prettamente ragionieristico e caratterizzato dai cosiddetti tagli lineari, sia nell’era Tremonti sia nell’ultima esperienza di governo tecnico, per citare due casi.

– Se esiste un’istituzione politica che ha capacità di influenzare l’economia nazionale, quello è il MEF. Vista l’enorme mole di PIL intermediato dallo Stato in Italia, direi che questa capacità d’influenza è decisamente rilevante, pur in presenza di molteplici altri fattori.

Conclusione: la nomina del direttore generale della Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni, pur in presenza di un primo ministro “economico” come Enrico Letta, è sulla scia delle nomine dei suoi predecessori. Proprio in virtù delle considerazioni epistemologiche di cui sopra, le scelte economiche di un governo sono anche scelte politiche, nel senso che indirizzano risorse e azioni in un senso piuttosto che un altro, secondo anche una visione della società com’è e come dovrebbe essere. In realtà, questo elemento negli ultimi dodici anni, pur non azzerato, è stato grandemente depotenziato dall’esteso utilizzo di figure autorevoli nonché dalla particolarità del lavoro e del personaggio di Giulio Tremonti. In altri termini, i partiti hanno appaltato da più di un decennio la loro elaborazione economica a figure terze, una sorta di outsourcing delle leve del governo la cui gestione, invece, dovrebbe essere uno degli obiettivi principali dell’attività di un partito.

Le conseguenze sono due: un problema di tipo economico e sociale, perché i partiti si sono rifiutati di esprimere una loro personalità che in prima persona e per loro conto portasse avanti il loro proprio progetto di società, con tutte le conseguenze che vediamo oggi a livello di fisco, lavoro, sviluppo eccetera, proprio per la scelta della continuità e l’incapacità di fare una scelta tra opzioni possibili ma diverse – scelta che, perciò, è una scelta principalmente politica, non meramente tecnica. Inoltre, il depotenziamento dell’influenza dei partiti – intesi non tanto come il loro gruppo dirigente, ma anche come elaborazione ed organizzazione di idee, competenze, proposte, militanza, consenso, nonché come mezzo di contatto col territorio e con la periferia – riduce sensibilmente l’eventuale spazio per richieste e spinte volte a cambiare politiche nel caso in cui queste si rivelino a posteriori inefficaci o sbagliate.

Da ciò deriva un problema democratico: dei partiti di governo che, una volta giunti al potere, non influiscono adeguatamente sulle scelte che modellano e gestiscono la società secondo la propria Weltanschauung, sono partiti che abbandonano la propria ragione sociale e tradiscono il proprio motivo d’esistere. Dei partiti inefficaci nel prendere parte ai processi decisionali e nell’elaborazione politica, economica e sociale che loro compete sono partiti falliti che non screditano solo sé stessi agli occhi dell’opinione pubblica, bensì l’intero sistema istituzionale e parlamentare.

La nomina di Fabrizio Saccomanni mi sembra andare nella stessa, medesima direzione del passato. Nessuna meraviglia, in realtà, visto che a sostenere questo governo sono gli stessi partiti di governo degli ultimi dodici anni.

Roberta Lombardi sul pagamento dei debiti della pubblica amministrazione

[Questo post è stato inizialmente pubblicato su Mondo Grillino, un blog dalla vita molto breve nato dopo le elezioni politiche del 2013]

Roberta Lombardi, deputata, capogruppo del Movimento 5 stelle alla Camera, il 25 marzo 2013 ha pubblicato un video di resoconto dell’attività parlamentare, in cui parla, tra le altre cose, del provvedimento per lo sblocco dei pagamenti della pubblica amministrazione, facendo riferimento al seguente passaggio nella relazione del 21 marzo 2013 firmata dal presidente del Consiglio Mario Monti e dal ministro dell’Economia Vittorio Grilli:

Nel valutare gli effetti sull’economia reale di un simile provvedimento si è tenuto conto che un parte dei pagamenti alle imprese confluirà immediatamente al settore creditizio, in quanto una quota del portafoglio crediti risulta già ceduto (pro solvendo o pro soluto) alle banche. Se da un lato questo aspetto diminuisce l’impatto diretto sul sistema economico, dall’altro contribuisce a ridurre le tensioni all’interno del sistema creditizio e quindi indirettamente si favorisce l’economia; si attende, infatti, una riduzione dei tassi di interesse alla clientela e un’attenuazione delle tensioni sull’offerta di credito.

La Lombardi commenta così questo passaggio:

Io sto prendendo come cittadino un impegno per 40 mld di debito pubblico, quota parte  – e non mi dici quanta! – andrà direttamente nelle tasche delle banche ancora una volta, e tu da questa generosa ennesima regalia ti aspetti che crei un circolo virtuoso per cui le banche da domani erogherranno prestiti e finanziamenti alla piccola e media impresa italiana. Ora, penso che l’esperienza di questi anni ci abbia un po’ resi – come dire? – cauti su quelli che sono gli effetti dei finanziamenti erogati con tanta liberalità alle banche e quali siano gli effetti poi nell’economia reale.

Questo il video della dichiarazione:

[youtube=http://youtu.be/z7C4kmR7KsU?t=7m1s]

La Lombardi qui, in realtà, valuta in maniera errata il significato delle considerazioni di Monti e Grilli, poiché si tratta di un riferimento ai casi di cessione alle banche del credito vantato da molte imprese nei confronti della pubblica amministrazione (nota: la cessione del credito  è un istituto regolato principalmente dagli articoli 1260-1267 del Codice Civile). In altri termini: nel corso del tempo, alla ricerca di capitali e probabilmente in una situazione di sofferenza, un certo numero di imprese ha ceduto i propri crediti (attesi ma non ancora riscossi) nei confronti dello Stato alle banche, le quali hanno girato un importo corrispondente al credito alle imprese stesse (che a loro volta, ovviamente, si trovano pagare degli interessi al pagamento del dovuto da parte della pubblica amministrazione). Non è affatto, come la Lombardi ha inteso (e con lei anche Vito Crimi, capogruppo M5s al Senato) un pagamento, o una regalia nel linguaggio della deputata grillina, alle banche, bensì l’effetto che, a cascata, il pagamento alle imprese avrà sul sistema sia economico, sia finanziario: nel momento in cui l’ente debitore pagherà, ad esempio, dei lavori effettuati, la banca incasserà gli anticipi da essa già effettuati in precedenza all’impresa, gli interessi che nel frattempo saranno maturati, quindi verserà la differenza all’impresa creditrice. Non è quindi un pagamento discrezionale né una concessione agli istituti di credito, bensì il saldo di debiti che le aziende hanno maturato nei loro confronti o, in altri termini, di soldi che le imprese hanno già ricevuto al netto degli interessi. La Lombardi, quindi, o non ha capito, oppure ha fatto un discorso che implicitamente presuppone il mancato pagamento dei debiti delle imprese nei confronti delle banche, con tutto quello che ne consegue in termini legali.

A margine, c’è da aggiungere che se per assurdo questo denaro potesse essere in qualche modo essere dirottato dal legislatore solo alle imprese che non hanno ceduto credito alle banche, ciò avrebbe come effetto proprio un colpo per quelle piccole e medie imprese in difficoltà che il Movimento 5 stelle afferma di voler aiutare nei propri 20 punti (punto 2: “Misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa”) – se non fossero in difficoltà, assai difficilmente avrebbero ceduto il proprio credito agli istituti di credito, infatti. Continuando a essere in difficoltà e senza l’intervento previsto dal governo che ridurrebbe la quota del loro debito e dei loro interessi nei confronti della banca, tali imprese avrebbero ancora problemi nel trovare altro credito, e via così in un circolo vizioso che porterebbe molto probabilmente alla loro chiusura.

E’ bene dirlo: #disperatimai

TristezzaUno dei vantaggi che dà l’insonnia è quello di potersi dedicare ad attività per le quali durante la giornata non si trova il tempo: riaprire quel libro interrotto a metà molti mesi fa, spulciare i profili altrui su Facebook, provare a cucinare schifezze ipocaloriche, oppure ascoltare podcast e repliche per radio.

Proprio grazie a quest’ultimo caso mi è capitato di ascoltare, durante i passati giorni e questo venerdì in particolare, alcune trasmissioni di Radio 24 dedicate all’iniziativa Disperati mai, ispirata da Oscar Giannino e Sebastiano Barisoni. Il direttore di Radio 24 Fabio Tamburini la spiega così:

La grande crisi sta cambiando la vita di tutti noi. E non è ancora finita. Sono destinate a cambiare abitudini consolidate, il modo di vivere la vita di ogni giorno e di fare impresa. Sono cambiamenti sempre difficili, a volte traumatici che, in molti casi, costringono a fronteggiare momenti drammatici, a fare scelte che lasciano il segno. A volte le difficoltà da affrontare portano alla disperazione per la paura di non farcela, di non essere all’altezza della situazione. La catena dei suicidi è impressionante, un lungo bollettino di una guerra mai dichiarata ma in corso, di cui le istituzioni non sembrano accorgersi. A nessun livello.

Per questo Radio 24 ha deciso di scendere in campo contro la disperazione, ha deciso di non lasciarvi soli.

Il primo passo è dare voce agli imprenditori in difficoltà

Scriveteci le vostre storie all’indirizzo mail disperatimai@radio24.it, raccontateci le difficoltà con cui dovete fare i conti. Ne parleremo nei nostri programmi

Radio 24 è al vostro fianco, non vi lascia soli.

E’ un’iniziativa che esula – giustamente, a mio avviso – da considerazioni ragionevolissime e condivisibili riguardanti la situazione dell’impresa italiana in generali e le scelte prese dai titolari di singole aziende. Si inquadra, piuttosto, in una situazione che ha visto salire alla triste ribalta della cronaca nera numerosi casi di suicidi in Italia – col pensiero anche un po’ rivolto alle migliaia di suicidi che hanno avuto luogo in Grecia dall’inizio della crisi dell’eurozona. Lo sfogo, spesso, è terapeutico, e può davvero bloccare decisioni a cui non può essere messo riparo, e mi sembra questo lo spirito di questa iniziativa.

Invitare persone che vedono in pochi mesi svanire i frutti del duro lavoro di una vita può sembrare davvero facile – soprattutto se penso che io, invece, mi lamento di mille cose pur giocando a fare l’intellettuale interessato alla politica ed emigrato in Albione, senza la necessità di dover alzarmi la mattina per tirar su la serranda per portare a casa la pagnotta per me e i miei dipendenti. Fatto sta, però, che sentire la lettura di alcune di quelle lettere fa stringere il cuore e venire voglia di abbracciare forte i loro autori.

L’idea del suicidio è un’idea suggestiva in sé: è una soluzione definitiva ai problemi, e soprattutto chi lo affronta lo percepisce (ma non è detto che lo sia in realtà) come un male minore rispetto a quelli che si lascia alle spalle – cosa, che, tra l’altro, lo rende pure una scelta eticamente giustificata dal punto di vista soggettivo, ma spesso (seppur non sempre, bisogna ammetterlo) oggettivamente sbagliata da un punto di visto più lucido e più razionale delle opzioni in campo (quella lucidità e quella razionalità che, ahimè, spesso comprensibilmente mancano nelle persone che si trovano in stato di estrema preoccupazione per l’avvenire economico proprio, dei propri cari e dei propri collaboratori). E’ sbagliata, in altre parole, se si pensa che ci siano solo la vergogna del fallimento, lo stigma sociale e la fatica quotidiana delle difficoltà economiche da un lato, e la scomparsa da questa terra dall’altro. Non è così.

E’ vero, la crisi sarà lunga, ma mollare non è una scelta senza alternativa: ci si può sempre reinventare, ripartire a qualsiasi età, darsi da fare  – mi viene da pensare: come parlo facile io! – alzare la voce perché chi ci governa si renda più pienamente conto che bisogna fare di più e di meglio rispetto al pur sacrosanto rigore di bilancio e a quelle riforme (discutibili o no che siano) che, però, dovrebbero mostrare i loro effetti benefici solo nel medio-lungo periodo. Iniziare a rispettare i propri impegni, ad esempio, sarebbe un buon inizio: la fredda inesorabilità e l’ingorda esosità con cui lo Stato pretende una quantità abnorme del reddito di imprenditori e lavoratori mentre è lui stesso debitore nei confronti dei cittadini di ben 70 miliardi di euro.

Rimandare la decisione, parlare e parlarne, ragionevolmente sfogarsi, tenere in conto le cose buone e belle rimaste, ripartire come si è sempre fatto in tutte le crisi, piccole e grandi, individuali e collettive. Mi sono venute in mente queste parole – più che i ragionamenti politici e sociali che di solito mi vengono in mente – a sentire per radio le lettere e le telefonate in diretta di quelle persone.

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Quelli che il debito pubblico l’abbiamo ereditato eccetera eccetera

DebtMentre il paese va gambe all’aria per via delle sue scassate finanze pubbliche e della sua asfittica crescita economia, in giro c’è chi ha ancora il coraggio di dire senza nemmeno un po’ di vergogna che il governo non ha responsabilità sul debito pubblico italiano, o comunque di ripetere in modo assolutamente autoassolutorio il solito ritornello del debito che abbiamo ereditato dai passati governi e abbiamo fatto quello che abbiamo potuto e bla bla bla. Addirittura, martedì a Ballarò Maurizio Lupi ad un certo punto ha praticamente detto che tutti i cittadini sono coinvolti nella formazione del debito, e quindi ne sono responsabili proprio come i politici, come se noi non fossimo in un sistema rappresentativo e quindi non eleggessimo parlamenti e maggioranze proprio perché prendano decisioni politiche e portino avanti l’attività legislativa. E vabbè. Di fronte a questo ci sarebbe inoltre da obiettare che chi ha governato per otto degli ultimi dieci anni non può non avere responsabilità se il debito cresce e l’economia no, ma lasciamo perdere anche questo, il buon senso non abita in Italia. Suggerisco altri due argomenti.

PRIMO ARGOMENTO – Si basa sul fatto che il debito è esploso col pentapartito, gli anni ‘80, Craxi e Andreotti, le vittorie socialiste e tutto quello che sapete già quindi non vi metto neanche il link, e riguarda la biografia di alcuni ministri di questo governo, in particolare (ma non solo) quelli economici. Copio da Wikipedia:

Giulio Tremonti: candidato nelle liste del PSI alle politiche del 1987 in quanto vicino a Gianni De Michelis, tra il 1979 e il 1990 fu uno stretto collaboratore e consigliere degli ex ministri delle Finanze Franco Reviglio e Rino Formica;

Renato Brunetta: collabora in qualità di consigliere economico con i governi Craxi I, Craxi II, Amato I e Ciampi. A 35 anni è coordinatore della commissione sul lavoro voluta dall’allora ministro Gianni De Michelis. Dal 1983 al 1987 è responsabile, presso il Ministero del Lavoro, di tutte le strategie per l’occupazione e la politica dei redditi;

Maurizio Sacconi: è eletto per la prima volta deputato nelle file del Partito Socialista Italiano, all’età di 29 anni nel 1979. Nel PSI fa parte della corrente di Gianni De Michelis e diviene a metà anni ’80 vicepresidente del gruppo socialista alla Camera. Diviene quindi ininterrottamente membro del governo come sottosegretario al Tesoro dal 28 luglio 1987 al 10 maggio 1994;

Franco Frattini: nel 1990 e 1991 ha lavorato come consigliere giuridico del vicepresidente del consiglio Claudio Martelli (PSI) nel governo Andreotti VI.

Questo per dire che i signori di cui sopra (ma non solo) hanno la loro quota, decidete voi se piccola o grande, nella formazione del debito pubblico attuale.

SECONDO ARGOMENTO – Lo prendo da un intervento di Oscar Giannino (prima parte, seconda parte) ad un convegno di Quaderni Radicali e del Club Ernesto Rossi dello scorso settembre, in cui sono stati esposti i dati riguardanti la media giornaliera di accumulo di debito pubblico per ogni governo della Seconda repubblica fino al 30 giugno 2011. Riporto i numeri in euro, dal governo più spendaccione a quello meno spendaccione:

1. Berlusconi I – 330,1 mln/giorno (record storico dell’Italia repubblicana);
2. Berlusconi IV (al 30 giugno 2011) – 217,8 mln/giorno;
3. Dini – 207,3 mln/giorno;
4. Amato II – 124,5 mln/giorno;
5. Berlusconi II-III 124,3 mln/giorno;
6. Prodi II – 97,5 mln/giorno;
7. Prodi I – 96,2 mln/giorno;
8. D’Alema I-II – 76,3 mln/giorno.

Lo scrivo per amor di verità, perché certe recriminazioni, oggi, non credo che valgano più di tanto, ormai.

Tutte le tasse del centrodestra

Meno tasse per tutti

  • Aumento IVA pay tv (2009): dal 10% al 20%;
  • Tassa SIAE (decreto Bondi 2010): si va dai 22 centesimi per ogni ora di registrazione musicale su CD e DVD fino a quasi 40 € per gli hard disk integrati;
  • Accise sulla benzina (finanziamento FUS): +0,19 centesimi € al litro da luglio 2011;
  • Accise sulla benzina (spese per l’immigrazione dal Nord Africa): +4 centesimi € al litro da luglio 2011;
  • Imposte di bollo su deposito titoli (Bot, Btp, obbligazioni ecc.): aumento da 34,20 € l’anno a 120 € l’anno fino al 2013, poi 150 € sotto i 50mila € e 380 € sopra (stangata al piccolo risparmio);
  • Superbollo auto: 10 euro in più per ogni kW sopra i 300 (nel 2008 Berlusconi promise l’abolizione);
  • Aumento Irap banche e compagnie finanziarie: dal 3,9% al 4,65% (e indovinate su chi verrà scaricato l’aumento?);
  • Aumento Irap assicurazioni: dal 3,9% al 5,9% (idem come sopra).

Queste ultime quattro sono tra le proposte nel decreto in esame ora la Quirinale e presto in parlamento. Nel frattempo, ricordatevi di Equitalia, dei regali alle banche, dei 300 milioni buttati per il mancato accorpamento di referendum e amministrative, del miliardo e mezzo non risparmiato per la mancata abolizione delle province (promessa elettorale di destra e di sinistra ancora oggi disattesa, anche dal Pd), delle spese della politica che sono sempre là. Ah, e sono andato a memoria e non mi sono messo a controllare le varie addizionali locali.

Nel giro di dieci anni si è passato dal “meno tasse per tutti” (bugia), al “meno tasse per qualcuno”,  e poi dal “non aumenteremo le tasse” (bugia), al “più tasse per qualcuno”. Il passo al “più tasse per tutti” è breve, con questo andazzo.

Grazie Silvio, grazie Giulio

Financial disasterDa come l’ho capita io, la faccenda è che dei 47 miliardi di tagli necessari entro il 2014 a non finire nel disastro sociale, economico e finanziario, 40 sono rinviati alla prossima legislatura mentre solo 7 vengono (forse) effettuati entro il 2013; non ci sono, inoltre né alcun consistente taglio né alcuna significativa semplificazione fiscale, ma addirittura si chiede agli italiani qualche entrata in più per le spese che vengono appena toccate. Destra cialtrona è il minimo che mi viene da dire, di fronte a questo spettacolo. Non votarli più? Votare contro, questo mi viene da pensare, e questo è il minimo che capita quando il premier pensa letteralmente ai cazzi suoi, quando il ministro dell’Economia è un commercialista che non fa scelte né economiche né politiche ma si limita a spostare le palline nell’abaco, e quando i loro colleghi di governo sono spendaccioni oltre che economicamente analfabeti e cooptati dall’alto per meriti tutti da chiarire o comunque discutibili. Non è un problema di scandali sessuali, di problemi giudiziari, di promesse non mantenute, di collusioni con la camorra, di diatribe personali o politiche nella maggioranza o altro ancora. O meglio, queste cose influiscono, ma soprattutto io guarderei al fatto che nel frattempo il PIL non cresce, la disoccupazione giovanile sì, di libertà economiche e liberalizzazioni si parla poco o nulla, lo stipendio del lavoro dipendente è fermo, i parasubordinati o precari che di si voglia restano sempre più a casa mentre professionisti e piccoli e medi imprenditori sono perseguitati dalle ganasce di Equitalia. Cretini noi che ci abbiamo creduto a questi qua. Aridatece Visco, che a tanto non era mai giunto.

Già che sono in vena di grafomania isterica: il discorso "gli altri son peggio" non vale. Primo: è da dimostrare. Secondo: il comportamento individuale come quello politico risponde anche a incentivi e disincentivi, premi e punizioni. Se comunque si continua a votare per la propria parte politica per senso di appartenenza e per qualcosa di simile al tifo calcistico ("la Roma non si discute, si ama"), non c’è alcuna spinta a correggere gli errori: "vinciamo, allora continuiamo così". Punire i propri rappresentanti è l’unico modo per farli migliorare. Aggiungo che maggioritario e alternanza una volta erano battaglie riformatrici e liberali. Una volta il nostro punto di riferimento era la grande Germania voi continuate a fare i confronti con la Spagna, e la realtà ci spinge dritti dritti alla Grecia. A casa, di fronte a tutto ciò sono quasi quasi disposto a votare anche le BR.

Scusate lo sfogo.

Se sei un elettore del Pd, devi dire No ai referendum sull’acqua

Acqua libera tuttiQuello che mi ha veramente infastidito di questa campagna referendaria, non è stato tanto l’atteggiamento dei partito di governo, o anche di FLI (di cui Ronchi fa parte), che avrebbero dovuto apertamente sostenere le legislazione vigente sul servizio idrico, ma il fatto che il Pd e, in particolare, il suo segretario si siano schierati recentemente per il Sì col chiaro intento di politicizzare la consultazione, dimenticando la loro proposta in parlamento.

Il Pd, infatti, otto mesi fa ha presentato alla Camera il pdl 3865, primi firmatari Bersani e Franceschini, che seppur presentando non poche differenze rispetto alla legislazione attuale, sulla parte dedicata ai temi oggetto di referendum non si discosta molto, in realtà. Infatti, per quel che riguarda il quesito numero 1, il cosiddetto decreto Ronchi affida la gestione dell’acqua a:
a) imprenditori o società in qualunque forma (pubblica o privata), tramite gara ad evidenza pubblica;
b) società mista pubblica/privata, col socio privato scelto tramite gara ad evidenza pubblica e la cui quota non sia inferiore al 40%;
c) in deroga, in base a particolari condizioni (peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento), in house.

Facendo un confronto, il pdl Bersani-Franceschini, art. 9, comma 1, vorrebbe affidare la gestione a:
a) società di capitali, tramite gara ad evidenza pubblica;
b) società mista pubblica/privata, col socio privato scelto tramite gara ad evidenza pubblica, senza indicazioni di quota minima;
c) direttamente a società a capitale interamente pubblico, a condizione che gli enti titolari del capitale sociale esercitino sulla società un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi e che la società realizzi la parte più importante della propria attività con gli enti pubblici che la controllano.

Ora, chiunque può vedere come i soggetti affidatari previsti siano comunque gli stessi: certo, la proposta democratica non prevede l’obbligo del 40% nella seconda opzione, e la gestione in house non è prevista nella sua eccezionalità. Fatto sta, però, che in entrambi i casi si disegnano come vie ordinarie di assegnazione del servizio quella della gara pubblica aperta a pubblico e privato, oppure quella di scelta, tramite gara, del partner privato in una società mista.

Se si va al quesito numero 2, appare ancora più evidente ciò che sto cercando di dimostrare: il pdl Bersani-Franceschini, art. 10, comma 2, lettera e), mette tra i criteri di determinazione della tariffa la «remunerazione dell’attività industriale», e la legge sottoposta a quesito parla di «adeguatezza della remunerazione del capitale investito». Certo, la proposta democratica parla esplicitamente di una remunerazione basta su criteri stabilità dalla prevista Autorità nazionale di regolazione, mentre secondo la legge attuale le componenti della tariffa sono decise dal Ministero e dalle Autorità d’ambito (di cui fanno parte i comuni). Il principio, però, della remunerazione del capitale è presente in entrambi i casi, e queste due diversità non sono oggetto di referendum, poiché la parte che si vuole cancellare è la remunerazione tout court.

La natura della proposta democratica in parlamento – e che lo stesso Bersani ha detto di non rinnegare – seppur con particolari differenti, nella sostanza non contraddice i due punti oggetto del referendum. Ecco perché penso che un atteggiamento serio da parte del Partito democratico avrebbe dovuto condurlo a non schierarsi per il Sì ai primi due quesiti referendari, il secondo soprattutto.

Signor Alessio Rampini da Pavia, se passa da qui sappia che lei è un mito

Giulio TremontiMi prendo una pausa dai temi referendari sul servizio idrico. Segnalato su Twitter, mi sono ritrovato a leggere un post di Claudio Cerasa che mi era sfuggito e che cita un articolo di Marco Fortis sul Messaggero che ricordava come l’Italia, grazie alla politica economica di Giulio Tremonti, sia stato l’unico grande paese industrializzato a ridurre il debito pubblico: stando ai dati della Banca di Francia, dal 2009 al 2010 saremmo passati dal 120,2% al 119,3% debito/Pil. Bene direi, e meritorio. Il fatto è che non è questo risultato che si contesta a Tremonti, ma il modo in cui lo ha raggiunto, cioè oppressione fiscale e nessun intervento per la crescita. A questo punto, entra in scena il signor Rampini del titolo. E’ suo il primo commento pubblicato sul blog di Cerasa, e lo copio ed incollo (con maiuscole, trattini e tutto il resto, compreso il sentimento) qui sotto perché sintetizza incredibilmente qual è il vero problema della politica economica tremontiana:

BASTA, mi sono rotto le BALLE di questi ragionamenti. Stiamo scivolando in una stagnazione/crisi economica permanente ed il mantra è sempre "però abbiamo tenuto i conti a posto", ora mi avete rotto! – L’Agenzia delle entrate è un killer vergognoso e prepotente oltre misura – La burocrazia aumenta e non decresce – Gli aiuti alle imprese sono prosciugati e annullati – Le banche non finanziano più nulla – Liberalizzazioni e privatizzazioni non se ne parla – Tagli ai costi della politica men che meno Una riforma per i giovani, sui contratti di lavoro assurdi, sulle pensioni, sulla politica energetica, sulla semplificazione burocratica, sulle tasse, sulle imprese, sul futuro insomma NON ESISTE. Scusi lo sfogo. Alessio (piccolo imprenditore e padre di 3 figli).

Mito, punto.

No ai referendum sull’acqua: la gestione pubblica col fazzoletto verde

Acqua libera tuttiHo cercato di spiegare nei miei precedenti post come in realtà in questo referendum non ci sia in ballo una scelta tra il pubblico e il privato, bensì una scelta tra le modalità di assegnazione, e soprattutto la decisione se finanziare gli eventuali investimenti in bolletta oppure con la fiscalità generale e il debito pubblico. C’è da dire, però, che se proprio si vuole parlare della virtuosità del pubblico, allora magari c’è da riflettere un po’. Prendete ad esempio il presidente di Acque Vive Srl. Nulla contro di lui, per carità, molto probabilmente sarà un ottimo gestore. Il fatto è che Acqua Vive Srl è una società dei servizi a capitale pubblico dei comuni di Sona e Sommacampagna, in Veneto, ed è anche uno dei soci di Acque Veronesi, altra società a capitale larghissimamente pubblico. Sommacampagna, tra l’altro, è uno dei comuni italiani a rischio di multa da parte dell’Unione Europea per infrazione della normativa sul trattamento delle acque urbane (cioè sui depuratori), infrazione che potrebbe costare dagli 11mila ai 700mila euro di multa ogni giorno di ritardo nell’adeguamento (e indovina chi paga? Voi! Ma sul tema della multa europea sui depuratori c’è un altro post in lavorazione, che spero di riuscire a trovare il tempo di completare). Ora, vediamo una foto del presidente di Acque Vive tratta dal sito della società:

Agostino Chiarel

Avete notato il fazzolettino verde? Bene, ora è questo che devo chiedervi: è un’acqua col simbolo di partito quella che volete, una roba da cda Rai, o no? E da qui viene fuori anche la vostra risposta ai referendum, e magari un’altra domanda: perché gli amministratori pubblici della Lega si stanno schierando a favore del Sì?