Politica e linguaggio: per un nuovo discorso di verità in Italia

L’anno solare si conclude con l’approvazione della cosiddetta “Manovra del popolo”, termine propagandistico coi cui il partito di maggioranza relativo, il Movimento Cinque Stelle, chiama la legge di bilancio per l’anno 2019 e per il triennio 2019-2012. Si tratta di un termine, tra l’altro, che si aggiunge a un lessico e una comunicazione che non si possono definire, forse, ideologizzati, ma sicuramente discutibili in relazione a dati di realtà.

Se il termine “Governo del cambiamento” rientra, tutto sommato, in un utilizzo del vocabolario teso a sottolineare aspetti puramenti politici, affermazioni come quella secondo cui l’esecutivo avrebbe “abolito la povertà” fanno, purtroppo, abbastanza ridere. Fa restare più perplessi notare come due dei provvedimenti principali finanziati dalla manovra siano semplicemente etichettati con nomi ingannevoli: il cosiddetto reddito di cittadinanza, infatti, non è altro che un sussidio di disoccupazione condizionato, cioè non è ciò di cui porta il nome, mentre la cosiddetta flat tax, proprio per il suo campo limitato e per il fatto di lasciare in vigore diverse aliquote, è tutto fuorché una “tassa piatta“, e si può tranquillamente ridefinire in linguaggio più asettico come riforma fiscale.

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“Dove ho sbagliato?”, chiese Matteo

Mi è capitato sotto gli occhi un post di Massimiliano Di Giorgio che tenta di analizzare l’appannamento, almeno apparente, dell’immagine di Matteo Renzi e del calo della sua popolarità. E’ stata l’occasione per rimettere mano a questo blog, ma anche per scrivere un paio di idee che mi frullavano in testa.

Massimiliano sostiene che il sostegno popolare a Renzi si sia ridotto per via della grande delusione seguita alle grandi aspettative, nonché per la sua narrazione politica tutta tesa a dirci che l’Itaila è un grande paese e le cose stanno migliorando, soprattutto alla luce del fatto che l’Italia non sta cambiando verso come promesso e che la rottamazione è percepita sempre più come la creazione di un’altra élite amica dei soliti noti. Questa è una lettura che coglie una parte di realtà. Sono necessari per Renzi cambiamenti di forma e di sostanza, in effetti – ma di quale sostanza? Sospetto che per alcuni degli oppositori non malevoli di Renzi si tratti solo della necessità di fare marcia indietro e di identificarsi più marcatamente “di sinistra”. Io invece ritengo che Matteo Renzi debba essere più fedele a se stesso.

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Uscire dalla bolla, ovvero consigli non richiesti e non professionali per la campagna elettorale prossima ventura

Ferie d'agosto[Questo post ha una valenza generale, però devo ammettere che mi è venuto in mente pensando principalmente a due personaggi politici: Pierluigi Bersani e Mario Monti]

Andare nelle piazze. Capisco che l’ultima campagna elettorale s’è svolta d’inverno, col freddo, e che i nostri leader politici sono un po’ anzianotti, però, ecco, basta coi palazzetti, gli auditorium, i teatri, sti posti chiusi che bisogna fare la fila per entrarci (e tanto quella davanti la riempiono sempre i soliti noti). Ogni tanto va bene, però lì spesso ci trovi militanti e gente già abbastanza convinta. E’ fieno già in cascina, insomma. E poiché c’è quella storia di Maometto e della montagna, l’elettore incerto e poco interessato te lo vai a cercare. E dov’è che lo trovi? In piazza, appunto (consideriamo pure che la prossima campagna elettorale si dovrebbe svolgere con temperature un po’ più miti di quelle dei mesi di gennaio e febbraio). Pure gli incontri con rappresentanti di parti sociali, sindacati, comitati locali eccetera: per carità, va bene tutto, c’è la crisi e ci sono imprenditori che vogliono parlarti, ma tu sei uno che rappresenta un partito che incontra uno che rappresenta un’associazione per avere i voti per rappresentare il popolo. Va benissimo difendere la cara vecchia democrazia rappresentativa dei partiti contro sta moda della democrazia diretta del web, però almeno per le elezioni va bene pure che capiti che qualcuno ti mandi a quel paese mentre vai a chiedergli il voto in faccia, non tra quattro mura o incontrando uno che in teoria lo rappresenta ma nell’urna conta uno. E non dimentichiamoci dei tanti, tantissimi che non sono rappresentati da nessun gruppo od organizzazione. Sorpresa, anche loro votano, sottopagati, a casa con mammà, senza tessera della CGIL (chi diamine ha una tessera del sindacato sotto i 35 anni oggi?) e attaccati per ore a Facebook.

Socialcosi con moderazione. L’internet non è la realtà. C’è un 20% di popolazione che su internet non ci va, in primo luogo, e se pensate che Grillo abbia preso il 25% con la rete, non c’avete ancora capito una mazza (ricollegandomi al primo punto: Grillo andava in piazza anche sotto la neve, e la piazza rimaneva piena, perciò prendete esempio, andate in trincea e copritevi bene, stolti). Secondo, tanti di quelli che lo usano ci vanno per lavoro, per controllare la posta elettronica, per leggersi due notizie, trovare un bel porno e poi ciao, al bar a fare l’aperitivo. Su YouTube si finisce tra complottisti vari, su Facebook tra micini e foto alcoliche e su Twitter (un po’ più elitario e sostanzialmente già abbastanza piddino di suo) tra quattro gatti. Inoltre, gli smanettoni che commentano, condividono, laicano e ritwittano sono spesso gente già convinta. Insomma, più che video di giaguari da smacchiare e spartani vari, piuttosto che perdersi in mode e hashtag che piacciono al solito circolo, meglio produrre contenuti convincenti. Così, giusto per lasciare a noialtri qualcosa di serio da spiattellare al grillino di turno. Per il resto, c’è un mondo là fuori.

Stop ai giornaloni. Arrivare alle 7 e 30 di mattina avendo già letto cronache politiche, editoriali, interviste, retroscena e controretroscena di una dozzina di quotidiani: questo basta. E’ vero già da almeno un decennio, ma le elezioni di febbraio lo hanno dimostrato: è un mondo staccato dalla realtà. Avete qualcuno pagato per farvi la rassegna stampa? Bene, chiedete una rassegna stringata, un solo articolo di cronaca politica fatto bene (ma giusto per esser sicuri di non esservi persi nulla), retroscena nada perché sono fantasia pura, a sto punto megli vecchi classici come Asimov che qualche solido appiglio alla realtà in più almeno ce l’ha, niente editoriali, in particolare se sono quelli che vi spiegano cosa dovete fare col senno di poi. Piuttosto, fatevi dare dati, cifre, riassunti di studi che vi aiutano a capire in maniera sintetica come stanno le persone. Corollario: stop alle tv tutta politica tipo La7. Del cagnolino dalla Bignardi non resterà nulla dopo due giorni, manco il voto del negoziante che c’ha tirato su due soldi. Pure io sono un patito dei talk show politici, ma siamo sempre le stesse persone a vederli e anche qui si crea una bolla da cui poi è difficile uscirne. Piuttosto, una copia di Gente o di Chi, anche se vi fa schifo, vi rimette un po’ a posto con la realtà, soprattutto perché un pezzo grosso di realtà Scalfari e Galli della Loggia non li conosce, ma Signorini, la Fico e zio Misseri sì. Lasciatemelo dire: un mondo con meno Follini e più gnagna&pulp non può che fare bene a tutti. E già che ci siete, l’abolizione del finanziamento alla stampa e dell’Ordine dei giornalisti potreste proporlo pure voi.

Le elezioni si vincono il giorno delle elezioni. Ecco, anche qui, i sondaggi sono importantissimi, per carità, però, come il giuoco del calcio ci insegna, mai giocare pensando già di aver vinto o di aver perso. Il bello (o il brutto) della campagna elettorale è che qualsiasi momento può essere quello in cui todo cambia, tipo il Liverpool che ti rifila tre gol in sei minuti e ciao ciao Champions League. Quindi, stop a discussioni e liti su alleanze post-voto, scenari, chiacchierate riservate su ministri e sottosegretari, formule da alchimisti che non capite manco voi che le state ipotizzando ad alta voce. Un solo imperativo: pancia a terra e lavorare, evitando di parlare del sesso degli angeli. Se qualcuno si lamenta di questo, che si fondi il suo micropartitino dello zerovirgolastocazzo. Anche qui un corollario: dovreste avere imparato che Silvio è imbattibile, invincibile e immortale. Mettetevi questo in testa e vi sarà sufficiente per essere motivati come in una partita contro il Barcellona.

La comunicazione conta. E’ vero che non abbiamo bisogno di venditori di pentole. Giorgio Mastrota non sarà mai un buon premier (se mi leggi, scusami Giorgio). Detto ciò, avere contenuti è condizione necessaria ma non sufficiente per essere un politico. La politica è per tutti, ma il politico lo possono fare bene in pochi. In democrazia si può anche avere eccellenti idee ed essere il miglior premier di tutti i tempi, tutti i luoghi e tutti i laghi, però se non prendi i voti al governo non ci vai mai, e per prendere i voti le cose le devi sapere dire, spiegare, far capire. Ergo, la comunicazione è importante e necessaria per un politico e non c’è nessuno staff e nessun guru americano che riesce a sopperire completamente a questa carenza (in particolare se un candidato cerca di mostrarsi per ciò che non è. La gente sa che dottor Jekyll e mister Hyde è una storia inventata, non è che uno diventa scemo tutto di botto, di solito, e se sì, non gli dai in mano il paese). Quindi, se non sapete spiegarvi, fatevi da parte. Il ciclismo – altra metafora sportiva, lo so – ci insegna che oltre alle droghe anche i gregari sono fondamentali. Voi potreste essere perfetti per il ruolo. Vi ameremmo lo stesso.

L’IMU, le tasse, la merda. Moralità e lavoro, diceva Bersani. Roba bellissima, dico io. Però, ripensandoci, che roba è? Cioé, io che pretendo di essere un po’ più informato degli altri lo intuisco, ma, sorpresa, la democrazia (a cui siamo affezionatissimi e che ci piace sempre tantissimo) vuole che votino anche gli altri. Prendete l’IMU. Mentre Silvio mandava lettere e Beppe vi sfanculava, voialtri a dire che l’IMU ci ha salvato, però la rimoduliamo, no forse la sostituiamo, sì l’abbiamo voluta noi però è colpa di quelli di prima. Cazzate. L’IMU si può migliorare, si deve dare ai comuni, però è una tassa sacrosanta perché se nel luogo dove abiti tu usi strade, marciapiedi, fogne e vuoi lampioni e spazzini, allora tu, che vivi in quel luogo, i soldi per quelle cose devi metterceli. E’ così in tutto il resto del mondo. Punto. Le tasse sono tante, le tasse devono essere tagliate, ma le tasse da tagliare sono altre. Avessi sentito o letto UNO tra i prinicipali esponenti politici fare questo discorso, una volta sola. Mai successo. Le persone lo fanno già normalmente, ma in tempi di crisi sempre di più fanno il conto della serva, spulciano gli spiccioli in tasca e cercano di tirare a campare. Tra l’altro, a quelli di sinistra sinistra che hanno in mente la supermagnifica Svezia con tante tasse e tanti servizi, farei notare che in Svezia le tasse sono più basse che da noi, anche per quei cazzo di ricchi odiosi che una volta qualche deficiente voleva fare piangere prima di scomparire per sempre dalla scena politica. Meno tasse per tutti sembra berlusconiano, ma non lo è. E’ di buon senso. In altre parole: parlate di cose concrete. Dite: più soldi qua, meno soldi là. Gli otto punti di Bersani (a mio modestissimo parere, eccessivamente bistrattati dagli opinionisti del giorno dopo, ma vabbé, lasciamo perdere) sono già qualcosa, ma si può fare di meglio. Se incappate in qualche problema, tenete duro fino a quando passa la bufera. Sangue negli occhi, lotta dura senza paura, gli avversari non sono tigri di carta. E se avete opinioni impopolari, argomentatele senza essere generici. Infine: stop ai Nichi Vendola in tv, che fa sparate su patrimoniali e cazzi vari senza sapere di cosa parla. La situazione è seria ma restano le parole d’ordine pre-crisi. E infatti, come prima della crisi, c’è chi continua a sbattere contro il muro senza averci capito un cazzo, ma da mo’ (cit.).

Tutte le tasse del centrodestra

Meno tasse per tutti

  • Aumento IVA pay tv (2009): dal 10% al 20%;
  • Tassa SIAE (decreto Bondi 2010): si va dai 22 centesimi per ogni ora di registrazione musicale su CD e DVD fino a quasi 40 € per gli hard disk integrati;
  • Accise sulla benzina (finanziamento FUS): +0,19 centesimi € al litro da luglio 2011;
  • Accise sulla benzina (spese per l’immigrazione dal Nord Africa): +4 centesimi € al litro da luglio 2011;
  • Imposte di bollo su deposito titoli (Bot, Btp, obbligazioni ecc.): aumento da 34,20 € l’anno a 120 € l’anno fino al 2013, poi 150 € sotto i 50mila € e 380 € sopra (stangata al piccolo risparmio);
  • Superbollo auto: 10 euro in più per ogni kW sopra i 300 (nel 2008 Berlusconi promise l’abolizione);
  • Aumento Irap banche e compagnie finanziarie: dal 3,9% al 4,65% (e indovinate su chi verrà scaricato l’aumento?);
  • Aumento Irap assicurazioni: dal 3,9% al 5,9% (idem come sopra).

Queste ultime quattro sono tra le proposte nel decreto in esame ora la Quirinale e presto in parlamento. Nel frattempo, ricordatevi di Equitalia, dei regali alle banche, dei 300 milioni buttati per il mancato accorpamento di referendum e amministrative, del miliardo e mezzo non risparmiato per la mancata abolizione delle province (promessa elettorale di destra e di sinistra ancora oggi disattesa, anche dal Pd), delle spese della politica che sono sempre là. Ah, e sono andato a memoria e non mi sono messo a controllare le varie addizionali locali.

Nel giro di dieci anni si è passato dal “meno tasse per tutti” (bugia), al “meno tasse per qualcuno”,  e poi dal “non aumenteremo le tasse” (bugia), al “più tasse per qualcuno”. Il passo al “più tasse per tutti” è breve, con questo andazzo.

Grazie Silvio, grazie Giulio

Financial disasterDa come l’ho capita io, la faccenda è che dei 47 miliardi di tagli necessari entro il 2014 a non finire nel disastro sociale, economico e finanziario, 40 sono rinviati alla prossima legislatura mentre solo 7 vengono (forse) effettuati entro il 2013; non ci sono, inoltre né alcun consistente taglio né alcuna significativa semplificazione fiscale, ma addirittura si chiede agli italiani qualche entrata in più per le spese che vengono appena toccate. Destra cialtrona è il minimo che mi viene da dire, di fronte a questo spettacolo. Non votarli più? Votare contro, questo mi viene da pensare, e questo è il minimo che capita quando il premier pensa letteralmente ai cazzi suoi, quando il ministro dell’Economia è un commercialista che non fa scelte né economiche né politiche ma si limita a spostare le palline nell’abaco, e quando i loro colleghi di governo sono spendaccioni oltre che economicamente analfabeti e cooptati dall’alto per meriti tutti da chiarire o comunque discutibili. Non è un problema di scandali sessuali, di problemi giudiziari, di promesse non mantenute, di collusioni con la camorra, di diatribe personali o politiche nella maggioranza o altro ancora. O meglio, queste cose influiscono, ma soprattutto io guarderei al fatto che nel frattempo il PIL non cresce, la disoccupazione giovanile sì, di libertà economiche e liberalizzazioni si parla poco o nulla, lo stipendio del lavoro dipendente è fermo, i parasubordinati o precari che di si voglia restano sempre più a casa mentre professionisti e piccoli e medi imprenditori sono perseguitati dalle ganasce di Equitalia. Cretini noi che ci abbiamo creduto a questi qua. Aridatece Visco, che a tanto non era mai giunto.

Già che sono in vena di grafomania isterica: il discorso "gli altri son peggio" non vale. Primo: è da dimostrare. Secondo: il comportamento individuale come quello politico risponde anche a incentivi e disincentivi, premi e punizioni. Se comunque si continua a votare per la propria parte politica per senso di appartenenza e per qualcosa di simile al tifo calcistico ("la Roma non si discute, si ama"), non c’è alcuna spinta a correggere gli errori: "vinciamo, allora continuiamo così". Punire i propri rappresentanti è l’unico modo per farli migliorare. Aggiungo che maggioritario e alternanza una volta erano battaglie riformatrici e liberali. Una volta il nostro punto di riferimento era la grande Germania voi continuate a fare i confronti con la Spagna, e la realtà ci spinge dritti dritti alla Grecia. A casa, di fronte a tutto ciò sono quasi quasi disposto a votare anche le BR.

Scusate lo sfogo.

Signor Alessio Rampini da Pavia, se passa da qui sappia che lei è un mito

Giulio TremontiMi prendo una pausa dai temi referendari sul servizio idrico. Segnalato su Twitter, mi sono ritrovato a leggere un post di Claudio Cerasa che mi era sfuggito e che cita un articolo di Marco Fortis sul Messaggero che ricordava come l’Italia, grazie alla politica economica di Giulio Tremonti, sia stato l’unico grande paese industrializzato a ridurre il debito pubblico: stando ai dati della Banca di Francia, dal 2009 al 2010 saremmo passati dal 120,2% al 119,3% debito/Pil. Bene direi, e meritorio. Il fatto è che non è questo risultato che si contesta a Tremonti, ma il modo in cui lo ha raggiunto, cioè oppressione fiscale e nessun intervento per la crescita. A questo punto, entra in scena il signor Rampini del titolo. E’ suo il primo commento pubblicato sul blog di Cerasa, e lo copio ed incollo (con maiuscole, trattini e tutto il resto, compreso il sentimento) qui sotto perché sintetizza incredibilmente qual è il vero problema della politica economica tremontiana:

BASTA, mi sono rotto le BALLE di questi ragionamenti. Stiamo scivolando in una stagnazione/crisi economica permanente ed il mantra è sempre "però abbiamo tenuto i conti a posto", ora mi avete rotto! – L’Agenzia delle entrate è un killer vergognoso e prepotente oltre misura – La burocrazia aumenta e non decresce – Gli aiuti alle imprese sono prosciugati e annullati – Le banche non finanziano più nulla – Liberalizzazioni e privatizzazioni non se ne parla – Tagli ai costi della politica men che meno Una riforma per i giovani, sui contratti di lavoro assurdi, sulle pensioni, sulla politica energetica, sulla semplificazione burocratica, sulle tasse, sulle imprese, sul futuro insomma NON ESISTE. Scusi lo sfogo. Alessio (piccolo imprenditore e padre di 3 figli).

Mito, punto.

Er populismo de Bberlusconi

51IMG2144-63Questi sono tempi in cui si parla poco di politica, e si discute spesso del conflitto tra il premier e la magistratura – non dico chi ha torto o ha ragione, scegliete voi – mentre non c’è ormai nessun programma politico che va avanti, anche perché i numeri in parlamento, senza tutti i membri del governo presenti, rischiano di ballare. E’ un Prodi-bis in salsa azzurra, con l’aggiunta della battaglia delle/nelle/contro le procure e la centralità del duello pro/anti-Cav. che affligge l’Italia da quasi due decenni. Non siamo un popolo, siamo due branchi in lotta. Vabbè. Amen.

Detto questo, poiché mi piacerebbe sentir parlare di politica, poiché tendenzialmente mi definisco moderato e liberale, e poiché c’è un partito in Italia che – a suo dire – ha l’ambizione di costruire la destra dopo Berlusconi, faccio qui un riassunto, anzi un elenco con giudizio semplice a lato, come pro memoria per me – e per tutti – delle proposte politiche di questo partito. Sarò molto poco analitico, che è tardi e ho passato il Venerdì Santo sui libri e al computer e vorrei riuscire a vedere un film prima di andare a dormire.

Abbiamo allora visto, finora:

critica ai tagli lineari di Tremonti (Baldassarri, il partito in generale)Bene, ma manca la proposta elaborata di politica economica;
aumento della tassazione sulle rendite finanziarie dal 12,5% al 24-25% (Fini)Farebbe fuggire i capitali, intaccherebbe il risparmio, e inoltre le tasse sono in generale già abbastanza alte così come sono, vogliamo pure aumentarne alcune? Molto, molto male;
mancata comprensione delle esigenze di aumento della produttività e dei vincoli imposti dalla concorrenza in campo industriale e nel mercato in generale (Fini)Malissimo;
contrarietà all’abolizione dell’obbligatorietà della azione penale (Fini)Male;
linea aperta ad un nuovo tipo di immunità, parlamentare e/o per le alte cariche, ma con ambiguità in parlamento e senza capire di quale tipo di immunità si parli (Fini, il partito in generale)Vorrei capire, diciamo;
favorevole al decreto Ronchi, cioè alla nuova disciplina di gestione della fornitura dei servizi pubblici, in particolare idrici (Ronchi è di Fli, ma vedi Bocchino sul referendum) – Bene, fermo restando il fatto che il decreto Ronchi è molto migliorabile;
nuovo contratto unico nazionale, cioè pdl Raisi-Della Vedova, fuori dall’art. 18, con abolizione dei contratti atipici e maggiori tutele formative ed economiche per i licenziati (a disincentivo del licenziamento non più tutelato dallo Statuto dei lavoratori) – Bene, molto bene, tutto è perfettibile ma il governo anche una cosa così se la sogna, è sempre molto meglio del nulla.

Aggiungo che mi sono rotto l’anima della Perina in tv che mi sembra la De Gregorio, delle conferenze stampa ad accompagnare un delirante e comico Pennacchi, e anche di ste liti se appoggiare chi, come, quando. Sti problemi Casini, ad esempio, non se li è posti, e pare che oggi, politicamente ed elettoralmente, goda di maggiore salute e credibilità di FLI. Un motivo ci sarà, e ci sarà anche del fatto che oggi molti, parlando di FLI, passano dal sarcastico perculamento ai tentativi di previsione della data di dichiarazione di decesso.

Di Fini, di Futuro e Libertà e del lodo Alfano (che lodo non è)

Gianfranco FiniGianfranco Fini si rivela quello che è: una mezza tacca. Eppure, avevo visto con interesse la nascita di Futuro e Libertà. No, non sto parlando del voto favorevole alla retroattività dell’immunità per le alte cariche, ma di un paio di dichiarazioni di politica economica che non mostrano nulla di nuovo, ad esempio, rispetto alle usuali proposte del Pd, né di utile per il paese. Il leader della destra moderna e liberale, invece di iniziare a sostenere che la pressione fiscale dovrebbe scendere un tantino, ne propone un inasprimento, cioè l’aumento delle rendite finanziarie così come piacerebbe a Prodi e Bersani (e forse anche a Tremonti, poiché l’importante è il rigore, poi se tratti il contribuente come suddito e tagli quello che ti passa sotto mano, che importanza ha?). Dopo, Fini se l’è presa con Marchionne, invece di tacere, o magari proporre qualcosa di nuovo o, addirittura, liberale. Capita, così, che chi liberale lo è davvero e lo è sempre stato, si ritrovi ad arrampicarsi sugli specchi, oppure a dire semplicemente che Fini ha torto. No, mi dispiace, FLI non sembra in questo momento il partito che fa per me, e tanto varrebbe votare per l’originale. Ma andiamo avanti.

Io sono d’accordo con l’introduzione di forme di immunità per le alte cariche, e anche con quella parlamentare (seppur differente da quella del ‘93). Ritengo, molto banalmente, che nell’ottica di un equilibrio dei poteri i magistrati debbano essere liberi dal controllo dell’esecutivo, e allo stesso tempo lo svolgimento di impieghi pubblici di grande rilevanza debba essere protetto da qualche pazzia di un procuratore fuori di senno – e no, non sto pensando a nessuno in particolare, è solo in linea principio, semplicemente perchè

 

nell’affrontare questi problemi ci si deve liberare da quelle che un grande giurista, Carlo Esposito, chiamava le “ricostruzioni mistiche” degli organi che svolgono funzioni costituzionali. Le visioni per cui l’attribuzione ad un organo della qualifica di imparziale varrebbe di per sé a garantire il titolare dal rischio di commettere abusi o distorsioni. In una visione realistica, qual è quella che le Costituzioni hanno, e debbono avere, tutti gli organi possono abusare del proprio potere, siano essi organi politici (il presidente del Consiglio o la maggioranza parlamentare) o organi in posizione di terzietà (i giudici) o semplicemente di neutralità rispetto all’indirizzo politico di maggioranza (Il Presidente della Repubblica).

A differenza delle tante leggine e dei tanti strafalcioni giuridici con cui Forza Italia ed il Popolo della Libertà hanno intasato il parlamento negli ultimi anni, il lodo Alfano (che lodo non è, ma pazienza) è una proposta di legge che, nella sua versione costituzionale, si può finalmente difendere e sostenere senza il terrore di mettere nel nostro ordinamento un’altra legge scritta pensando a questo o a quel processo (sì, ok, probabilmente lo è, ma in linea di principio no). E se il principio è giusto – sottolineo: se – non si vede perché depotenziarlo non prevedendo la retroattività dell’immunità. Qui FLI ha fatto molto bene a votare a favore, ma Fini s’è mostrato ondivago o confuso, di nuovo: prima era no, e mo è sì (cit.).

Berlusconi e la formica-cicala

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it l’11 dicembre 2008.


 

«Un imprenditore ha il dovere dell’ottimismo», così urlava Silvio Berlusconi – era la campagna elettorale 2006 – durante il famoso convegno di Confindustria, in cui gli imprenditori cercavano, in due giorni, di capire i programmi economici del Cavaliere e del suo sfidante, Romano Prodi. Di fronte a Berlusconi, i grandi industriali rimanevano perplessi, Della Valle era infuriato, mentre i piccoli imprenditori, forzisti fino al midollo per semplice fatto naturale, rendevano ricche le loro estetiste spellandosi le mani dagli applausi.

Spostiamoci al novembre 2008, e il ritornello sembra il medesimo: i giornali e la tv pubblica deprimono il paese, bisogna spendere per tenere in piedi l’economia, ci vuole ottimismo. Per giunta, nel 2001, al primo calciomercato della legislatura, Berlusconi comprò per il Milan Rui Costa e Inzaghi (l’anno dopo Nesta e Rivaldo); quest’anno è arrivato Ronaldinho. Sembra tutto uguale, ma non lo è.

Campagna elettorale 2008, Berlusconi è serio, si sbilancia poco («non metterò le mani nelle tasche degli italiani», promessa che risulta meno esaltante dello storico “Meno tasse per tutti” del 6×3 di sette anni fa), tiene i toni bassi con Veltroni, sa benissimo che i due anni di lieve crescita stanno finendo, e il ciclo tornerà a scendere. Chiamala sfiga, ma il ciclo da lì in poi scenderà parecchio -così come la temperatura dei rapporti con l’opposizione.

Le proposte economiche berlusconiane sono cambiate, e si vede: dalla flat tax di alcuni settori forzisti del ‘94, al taglio Irpef da 11,5 miliardi del quinquennio della Cdl, non c’è paragone con le magre concessioni odierne, siano esse tagli agli straordinari o abolizione totale dell’Ici sulla prima casa.
La Berlusconomics a pochi giorni dal 2009 è striminzita, rattrappita, mostra i segni del tempo: il rigorismo tremontiano assomiglia tanto a quello di Visco e Padoa Schioppa; l’ideologia del partito non è l’entusiasmo del brianzolo rampante, ma i toni bassi di Tremonti; cinque anni fa si tagliava la tassa sul reddito alle fasce più basse della popolazione (e finì tutto in risparmio, e addio effetti positivi sull’economia), oggi si regala la social card da quaranta euro mensili e si fanno convenzioni con banche e supermercati.
Certo, rimangono gli strali contro la Cgil (e al premier si associano numerosi ministri, ma non quello dell’Economia, guarda il caso), le telefonate in tv contro i giustizialisti, e le solite ombre di conflitto d’interessi – e questo porta l’antifiscalista Silvio a tassare il suo maggiore concorrente privato. Abbiamo visto, però, che alle solite parole seguono fatti differenti: quali ipotesi avanzare, a questo proposito?

Berlusconi, in passato, è già stato scottato dai suoi modi spicci (o simil-spicci): liti con Fini, con Follini, con Casini, di nuovo con Fini, e Cofferati che va in piazza, e gli altri sindacati che tornano tra le braccia della Cgil, fino a vedere gli italiani preferire (seppur per soli 25mila voti) il cuneo fiscale al suo indomito istinto anti-tasse, tutte e per tutti.
C’è da considerare l’età, poiché anche il premier, nonostante il parere contrario dell’on. Scapagnini, appartiene al genere umano. Ci sono anche fattori politici di più alto livello: il ruolo di ideologo assunto da Tremonti porta, probabilmente, il superministro ad avere una maggiore autonomia dal Cavaliere nella gestione dei cordoni della borsa (e c’è da considerare che il tributarista di Sondrio ha sempre incarnato una personalità indipendente, in Forza Italia; ora il suo ruolo risulta maggiorato, secondo la nostra ipotesi). Sarà che i rigurgiti socialisti del suo governo sono usciti fuori (Brunetta, Sacconi, Frattini, lo stesso Tremonti), e certe parole d’ordine non possono reggere più di tanto. Sarà anche – e questa è l’ultima ipotesi che azzardiamo – che il capo del governo ha sbattuto la faccia di fronte alla realtà; rimane però, ad ogni modo, una certa ambiguità: l’Italia formica si rialzerà perché risparmia, ma deve farlo spendendo – questo è il Silvio-pensiero espresso in una settimana.

E’ una lettura della realtà, seguita da una dichiarazione di intenti. E’ la ragione empiricamente fondata che sbatte contro l’ottimismo della volontà, non riguarda solo l’annosa lotta di Berlusconi contro le self-fulfilling prophecies, e l’unica vittima di questa dinamica non sono solo il premier ed il suo ideologo.

Si può leggere, ad esempio, Il Foglio, che sta subendo una sorta di avvitamento – o meglio, non il quotidiano, ma il suo direttore Giuliano Ferrara, impantanato nelle sue battaglie culturali, avvitato su alcuni temi che certe volte, al lettore attento degli articoli ferrariani, potranno apparire noiosi anche per chi ne sta scrivendo. In altri termini, per i foglianti l’antistatalismo del Cav. ha fatto il suo tempo. Non serve avere la memoria lunghissima per ricordare l’intervento dell’autunno 2005 di Berlusconi, proprio sul Foglio, quando duellava con gli alleati per il taglio delle tasse: la teoria era una e semplice, cioè deficit spending. Oggi, rigore, rigore, rigore.
Anche Oscar Giannino, su Libero, si è lanciato per mesi nella difesa dell’operazione Cai che, stando al suo credo ultraliberista, dovrebbe risultare fastidiosa, se non altro per l’intervento della mano ben visibile dello stato; solo alla fine dei giochi la campagna del principale giornalista economico di Libero ho mostrato flessioni, perché frenata dal dubbio; prima, nisba.

Per tornare a Berlusconi, non si contano più i telefonini, le lavatrici, le televisioni degli italiani: si è creato uno scontro tra due visioni, il “penso positivo” silviesco e il gelo dell’animo e del portafoglio di questo fine 2008. Non è più la teoria economica il lato attraente del berlusconismo, il fascino della sua ideologia risiede ormai nel cuore, non più nel portafoglio (che, ben riempito, può arrivare a pesare più del cuore stesso).

Tutto questo è colpa della crisi, bellezza. Potrebbe anche influenzare il futuro mega-partito di centrodestra che sta per nascere, e sarebbe importante nel futuro delle dinamiche politiche e politologiche di questo paese. Qualcosa è cambiato, lo abbiamo notato, e ci si può fare ben poco. Anche se ci si chiama Silvio Berlusconi.