Il neocentralismo di Matteo Renzi

Il Senato della Repubblica francesePrima cosa: benché non sia ancora nota nei dettagli (soprattutto sulle funzioni), la riforma del Senato e del titolo V della Costituzione proposta da Matteo Renzi sembra reggersi su due punti cardine:
– i senatori sono rappresentanti delle autonomie locali e non vengono eletti direttamente dagli elettori;
– le matere a legislazione concorrente sono destinate a sparire o a essere sostanzialmente ridotte.

Seconda cosa: ho letto da qualche parte che il modello di Renzi sarebbe in qualche modo paragonabile al Bundesrat tedesco – e com’è noto, la Germania è un paese federale. Non ricordo dove l’ho letto e se effettivamente l’ho letto, ma googlando mi sono usciti fuori questo articolo della Stampa, questo articolo di Italia Oggi e anche questo articolo del senatore del PD Giorgio Tonini che propongono il paragone. E, a mio avviso, il paragone non sta in piedi.

Andando a vedere le competenze del Bundesrat, infatti, queste riguardano essenzialmente una (lunga) serie di materie di legislazione concorrente (art. 74 della legge fondamentale tedesca) e su cui – a differenza della legislazione di competenza federale – il Bundestag non ha alcuna clausola di supremazia da far valere, salvo i casi di maggiore efficienza nel trattare una materia a livello federale, di interesse nazionale o di tutela di alcuni Lander rispetto ad altri (art. 72). Nel tempo la sfera di intervento federale nella legislazione è certo aumentata in Germania, ma uno spazio di legislazione che richieda un consenso da parte del Bundestag resta. Per fare un esempio, senza il voto favorevole del Bundesrat la federazione non può modificare la quota di risorse trasferite dal centro ai Lander. Per rendere più completo il quadro, sui presupposti del citato art. 72, la federazione ha il diritto di stabilire leggi di carattere generale che stabiliscano il framework legislativo di riferimento (art. 75) su cui i Lander poi agiscono autonomamente a livello amministrativo e regolamentare. Nella proposta renziana, invece, le materie a legislazione concorrente e il conseguente intervento legislativo di un eventuale Senato riformato in senso tedesco tendono ad assottigliarsi e forse anche a scomparire.

Andando, inoltre, a vedere chi siede nel Bundesrat, questo è composto da rappresentanti scelti dai governi regionali. Nella proposta di Matteo Renzi invece (su cui, ad onor del vero, egli stesso ha detto che la discussione è aperta nel partito e nel parlamento e che trattasi di una sua preferenza di carattere personale come base di partenza per la riforma costituzionale), il Senato – inteso come una sorta di Senato delle autonomie – sarebbe composto da 108 sindaci di città capoluogo, 21 presidenti di regione o di provincia autonoma e 21 senatori nominati dal capo dello stato. Sarebbe, insomma, un’assemblea non più rappresentativa delle regioni – a cui il Titolo V della Costituzione attuale garantirebbe poteri esclusivi, oltre che concorrenti – ma di diverse forme di autonomie la cui componente principale risiederebbe nella rappresentanza di città piuttosto che nella rappresentanza regionale – totalmente diverso dal Bundesrat, dove, tra l’altro, i voti delle regioni si contano in blocco e non per testa.

Cercando un possibile paragone in Europa, quello che più si avvicina al modello renziano è, a mio avviso, quello francese: in Francia il Senato è eletto da sindaci e consiglieri municipali, dipartimentali e regionali e i suoi poteri sono inferiori rispetto a quelli dell’Assemblea Nazionale, nel senso che le materie concorrenti non esistono e nel processo legislativo ordinario l’ultima parola ce l’ha l’Assemblea.

Il punto è che le riforme delle istituzioni e delle autonomie locali devono essere affrontate nel loro complesso, bilanciando i vari poteri e soprattutto avendo in mente un modello complessivo che disegni con precisione un meccanismo ben funzionante. Se Renzi ha un qualche modello in testa, a me sembra che sia un modello di tipo centralista, dove, tra lo Stato che riacquisisce poteri in alto e i comuni e le città metropolitane in basso, scompaiono sostanzialmente le province e le regioni vengono depotenziate. Se Renzi invece un modello non ce l’ha, io ritengo che siamo di fronte alla solita riforma a spizzichi e bocconi, che prende un pezzo di qua e un altro di là, non tocca elementi che dovrebbe toccare, in un’opera di ingegneria istituzionale che rischia (ma aspettiamo a vedere il risultato finale prima di esprimere un giudizio così forte) di produrre un inutile guscio vuoto se non addirittura l’ennesimo mostro di Frankenstein.

La grande sciocchezza: le primarie per la segreteria di un partito

Trova l'intrusoC’è questo mistero tutto italiano, anzi, nel caso specifico tutto piddino, per cui la scelta del segretario di un partito politico debba essere fatta dal popolo – uno dei grossi errori della segreteria di Bersani è stato, tra gli altri, proprio non aver dato seguito l’intenzione di abolire le primarie per la segreteria.

Se andiamo a vedere cosa accade nella patria delle primarie, cioè gli Stati Uniti, vediamo che sì, i candidati alle elezioni (ad esempio alla Casa Bianca o alla guida di uno Stato) vengono scelti tramite primarie, ma i capi dei partiti invece no. Al ruolo di chairman del Partito Repubblicano, ad esempio, c’è tale Reince Priebus, eletto da un comitato di 168 (centosessantotto, altro che partecipazione popolare) delegati. Idem per il medesimo ruolo nel Partito Democratico americano, coperto da tale Debbie Wasserman Schultz, candidata appoggiata da Obama e confermata da un organo interno al partito.

Un altro paese dove le primarie sono state recentemente adottate è la Francia. Lì il Partito Socialista da ormai due tornate elettorali sceglie il candidato all’Eliseo con elezioni primarie, mentre il segretario (carica al momento occupata da tale Harlem Désir) è stato eletto dagli iscritti al partito. Nota: se andiamo indietro nel tempo notiamo che, ad esempio, così come Hollande, né Sarkozy, né Chirac, né Mitterrand sono stati alla guida del loro partito mentre coprivano la carica di presidenti della Repubblica. Altra nota: Stati Uniti e Francia sono entrambi sistemi presidenziali.

Se andiamo, invece, a vedere i sistemi parlamentari europei, notiamo un’altra cosa: i segretari li scelgono gli iscritti o i loro delegati e, in caso di vittoria elettorale, sono loro a guidare il governo, ergo c’è coincidenza tra carica di partito e di governo. Esempi:

– Germania: Angela Merkel è segretaria della CDU e cancelliera
– Spagna: Mariano Rajoy è presidente del PP (sin dal 2004, successore di Aznar, anche lui presidente di partito e capo del governo) e primo ministro
– Regno Unito: a guidare i due partiti di governo sono il primo ministro David Cameron e il vice primo ministro Nick Clegg
– Svezia: Fredrik Reinfeldt è presidente del Partito Moderato e primo ministro
– Canada: Stephen Harper è leader sin dal 2004 del Partito Conservatore e sin dal 2006 primo ministro.

In Italia, invece, a parte figure particolari (carismatiche, lideristiche o padronali che dir si voglia) come Berlusconi o di capi senza armate proprie (come Prodi) la coincidenza tra guida del partito e del governo è stato un fenomeno molto raro.

Riassumendo, quindi:
nei sistemi parlamentari di solito non si fanno primarie aperte: in Italia il PD fa primarie aperte per scegliere il candidato premier;
nei sistemi parlamentari di solito guida di partito e candidatura alla guida del governo coincidono: non solo l’Italia è sempre stata anomala in questo senso e anche ora lo è, ma un anno fa Renzi ha provato a rinnovare questa anomalia e oggi chi lo oppone chiede ancora di sdoppiare i ruoli in chiave anti-Renzi (la coerenza, eh?);
nei grandi paesi democratici di solito non esistono primarie aperte per cariche di partito: in Italia il PD fa primarie aperte per eleggere un segretario.

La mia tesi è che l’Italia è il paese delle anomalie che tutti si preoccupano di eliminare aggiungendo ulteriori anomalie (Grillo, ti fischiano le orecchie? Sì, pensavo anche a te, ma non solo a te, tranquillo) e per quanto riguarda i sistemi di partito e di governo noi amiamo prendere spizzichi e bocconi dei sistemi esteri e innestarli sul nostro senza nessun ripensamento complessivo, facendo funzionare male strumenti democratici, istituzionali e di governo che invece funzionano benissimo in sistemi disegnati in maniera organica e internamente coerente. Non c’è solo, però, uno studio di tipo comparativo a mostrare l’assurdità delle primarie di partito, poiché c’è n’è anche, direi, una di principio.

Se le primarie per la guida di una coalizione o per la candidatura alla premiership o a una carica monocratica hanno comunque senso perché quella candidatura poi si rivolge a tutto l’elettorato (e comunque anche negli USA non tutte le primarie sono “aperte”) e anche perché è un modo di testare l’utilità e la capacità di attrazione nei confronti non solo dei propri fedelissimi ma anche di elettori interssati ma solo potenziali ed elettori indecisi (insomma, una sorta di verifica preliminare sul campo), il ruolo di segretario di partito è un ruolo – appunto – di partito, è un ruolo espressione del partito, di quello che è, di quello che vuole essere, programmare e fare, è un ruolo che poi si dovrà occupare non per forza di guidare il paese, ma di dirigere politicamente e organizzare amministrativamente il partito. E’ come se ad eleggere il presidente della bocciofila intervenissero quelli del circolo bridge, non so se mi spiego: non ha senso che a capo di una specifica organizzazione venga messo uno scelto col voto influente di chi di quella organizzazione non fa parte, non intende affatto fare parte e non si interessa attivamente se non, forse, quando va bene, sotto campagna elettorale.

Una nota sull’appello del Fatto Quotidiano contro il ddl di revisione costituzionale

L'appello del Fatto Quotidiano contro il ddl sulle procedure di revisione costituzionaleIl Fatto Quotidiano e alcuni intellettuali hanno lanciato un appello per fermare il ddl costituzionale che istituisce temporaneamente nuove procedure di approvazione di modifiche della seconda parte della Costituzione.

Mi pare di aver capito che i punti fondamentali dell’appello siano sostanzialmente tre:

– manca un adeguato coinvolgimento dell’opinione pubblica;

– le nuove procedure sarebbero in qualche modo anti-democratiche

– la maggioranza parlamentare dei 2/3 che garantirebbe l’approvazione del ddl costituzionale sarebbe frutto di una legge elettelorale enormemente distorsiva nonché incostituzionale.

Lasciando da parte il tema dell’incostituzionalità, vorrei trattare del terzo punto.

Che il porcellum sia una legge elettorale piena di difetti e che tra questi vi siano gli elementi distorsivi che produce è un dato di fatto. Dato, però, che la maggioranza parlamentare è diversa dalla maggioranza (assoluta alla Camera e relativa al Senato) uscita dalle urne, per giudicare la “democraticità” della maggioranza attuale a livello di riforme costituzionali è a mio avviso bene vedere:

a) quanto sono state normalmente distorsive nella formazione di maggioranze le leggi elettorali nelle ultime consultazioni tenute negli altri grandi paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito e Spagna);

b) quanto effettivamente è distorta in Italia la rappresentanza sia un senso assoluto, sia in rapporto alla soglia del 66,7% dei seggi richiesta per l’approvazione del ddl costituzionale in parlamento.

a) Gli effetti distorsivi delle leggi elettorali nelle più recenti consultazioni in Germania, Francia, Regno Unito e Spagna.

In Germania si vota con una legge elettorale proporzionale con sbarramento e un voto di  collegio che, negli effetti pratici, produce un numero variabile di membri del Bundestag.

Germania 2009 Proporzionale Collegi % Seggi
CDU 27,3% 32,0% 31,2%
FDP 14,6% 9,4% 15,0%
CSU 6,5% 7,4% 7,2%
CDU+CSU+FDP 48,4% 48,8% 53,4%

In Germania, a livello di singoli partiti, la distorsione è stata più o meno rilevante a seconda se usiamo, per il confronto, i voti popolari sulle schede della ripartizione proporzionale o su quelle dei singoli collegi. Nel risultato complessivo, la maggioranza che sostiene il governo in Germania ha goduto di una sovrarappresentazione del 4,6-5%.

In Francia alle elezioni per l’Assemblea Nazionale si vota con un sistema uninominale a doppio turno: tutti i candidati che nel singolo collegio superano una certa soglia accedono al secondo turno in cui il primo vince.

Francia 2012 Primo turno Secondo turno % Seggi
PS 29,3% 40,9% 48,5%
PS+alleati 39,9% 49,9% 57,7%

Gli effetti largamente distorsivi di questo sistema elettorale rispetto al voto, più genuino, del primo turno, sono ben noti. Anche a livello di secondo turno, però, troviamo una distorsione che per quel che riguarda il Partito Socialista è del 7,6% e per la coalizione a suo sostengo (che include, tra gli altri, radicali ed ecologisti) del 7,8%.

Nel Regno Unito vige il cosiddetto sistema first-past-the-post: tutto il paese è diviso in collegi, il candidato (collegato a un partito o indipendente) che prende la maggioranza relativa dei voti vince.

UK 2010 Voti popolari % seggi
Conservative Party 36,1% 49,3%
Liberal Democrats 23,0% 9,1%
Coalition 59,1% 58,4%

In questo caso l’effetto distorsivo a livello di coalizione sembra essere pressoché nullo, addirittura leggermente negativo. Una considerazione del genere, però, è parziale se non si tengono in conto i seguenti dati:
– innanzitutto, a livello di partiti l’effetto è enormemente distorsivo com’è sempre stato (+13,2% per i Tory, –13,9% per i liberaldemocratici);
– un governo di coalizione nel Regno Unito è stato finora un caso estremamente raro, basti considerare le tre precedenti tornate elettorale in cui il Labour vinse la maggioranza assoluta dei seggi con il 43,2% (1997), 40,7% (2001) e 35,2% (2005 – in questo caso lo scarto con la percentuale di seggi fu del 20% circa) dei voti. Tra l’altro, con tali maggioranze parlamentari assolutamente non corrispondenti alla maggioranza popolare, il Labour fu comunque totalmente legittimato a portare avanti importanti riforme istituzionali come la devolution e la creazione di assemblee nazionali in Scozia, Galles e Irlanda del Nord;
– infine, nel Regno Unito non esistono né le coalizioni, implicite o esplicite che siano (come in Italia e in Francia) né i cosiddetti patti di desistenza (come in Italia, Francia e Germania).

In Spagna è tutto molto più semplice da considerare, poiché la legge elettorale è un sistema proporzionale che si applica su collegi di grandezza provinciale/regionale.

Spagna 2011 Voti popolari % seggi
PP 44,6% 53,1%
PP+alleati 44,8% 53,4%

Qui si vede chiaramente come la maggioranza che attualmente sostiene il governo Rajoy abbia goduto di un vantaggio dell’8-9% nell’assegnazione dei seggi.

b) La distorsione della rappresentanza parlamentare oggi in Italia rispetto alle elezioni del febbraio 2013

Ora veniamo all’Italia del porcellum. Considero, ovviamente, la coalizione che sostiene il governo Letta che si presentò separatamente alle elezioni dello scorso febbraio.

Italia 2013 Voti popolari % seggi
coalizione governo Letta / Camera 59,0% 71,9%
coalizione governo Letta / Senato 60,4% 73,5%

Per comodità non ho utilizzato i voti della circoscrizione Estero e  per determinare i seggi a disposizione della maggioranza ho considerato i voti ottenuti alla fiducia successiva alla nomina del governo da parte del presidente della Repubblica.  In questo caso notiamo come lo scostamento sia dell’ordine del 12-13%. Effettivamente, è un numero più alto di quello che incontriamo in Spagna, Germania e Francia ma in linea con quello che di solito avviene nel Regno Unito, quindi è ragionevole dire che questa maggioranza è grosso modo sovrarappresentata a confronto con molti (ma non tutti) grandi paesi europei. In particolare, è il Partito Democratico ad essere sovrarappresentato. Detto ciò, nel contesto del nostro discorso quel che è rilevante non è il concetto di maggioranza tout court e quello di rappresentanza rispetto al voto popolare, bensì quello di maggioranza qualificata dell 66,67% necessario per modificare la Costituzione o, nella fattispecie, approvare il ddl riguardante le procedure straordinarie di revisione costituzionale.

Il punto è che lo scarto tra l’effettiva rappresentanza popolare e la soglia di maggioranza qualificata è perfettamente in linea con gli scarti prodotti da tutti i sistemi elettorali nei casi presi in esame. La grave distorsione – come si dice nell’appello del Fatto Quotidiano – nella rappresentanza popolare sì, forse esiste (pur assolutamente in linea con i numeri tradizionali di un paese dalla solida storia di democrazia rappresentativa come il Regno Unito), ma invece diventa una distorsione assolutamente ragionevole e ordinaria (infatti tutti i sistemi elettorali contengono elementi distorsivi, altrimenti non potrebbe affatto essere) nella considerazione della soglia del 66,67% necessaria alle modifiche costituzionali – cioè del 6,5-7%.

Conclusioni

Sappiamo che i risultati elettorali dipendono, oltre che dai voti e dalle leggi elettorali, dal modo in cui avviene l’offerta elettorale, cioé dal numero di partiti presenti, dall’esistenza o meno di coalizioni esplicite o implicite e così via; è però ragionevole pensare che un voto popolare di circa il 60% possa in gran parte dei casi garantire una maggioranza di due terzi in tutti i grandi paesi europei. Per questo motivo uno dei tre motivi di preoccupazione democratica dell’appello mi pare largamente infondato, a meno che qualcuno non voglia assurdamente arrivare a sostenere che tutti i metodi di ripartizione dei seggi in vigore nei grandi paesi europei siano fondamentalmente antidemocratici.

Ama le scommesse e diffida dell’Europa: David Cameron un (fin troppo) perfetto britannico

David Cameron secondo il GuardianAlla fine il revival euroscettico della Gran Bretagna – revival che ha trovato profonda e non totalmente ingiustificata ispirazione negli ultimi anni dalla crisi dell’eurozona – ha trovato un frutto da cogliere: ieri David Cameron ha promesso una sorta di road map che dovrebbe portare entro il 2017 ad un referendum sulla permanenza del suo paese nell’Unione Europea.

Secondo quanto detto da Cameron, entro la fine della legislatura saranno approvate le norme che renderanno possibile un referendum (ricordo che a Westminster i Tory non hanno la maggioranza assoluta e governano in coalizione con gli eurofili liberaldemocratici): dopo le prossime elezioni, previste per il 2015, se i Conservatori vinceranno apriranno una trattativa col resto d’Europa per rimpatriare alcuni poteri, per poi presentarsi entro due anni e mezzo al voto referendario a cui Cameron ha promesso di fare campagna per rimanere nell’Unione “riformata”.

Messa così, sembra una strada facile la cui unica salita è quella della trattativa. In realtà, i Tory dovranno innanzitutto riuscire a vincere le elezioni: da un anno i laburisti sono in testa a tutti i sondaggi e, probabilmente, la carta del referendum europeo è un modo per segnare una demarcazione tra il proprio partito e i propri avversari. Infatti, Ed Miliband si è già detto contrario all’ipotesi che si tenga un referendum. Dall’altro lato, l’ala più antieuropeista del partito conservatore (che si è talmente spostata su opinioni rigide da far rimanere su posizioni relativamente moderate gli esponenti di lungo corso tradizionalmente euroscettici) e l’UKIP si oppongono anche all’idea di rimanere nel mercato unico e vogliono semplicemente un’uscita dall’UE e un accordo di libero commercio come, ad esempio, la Norvegia o la Svizzera. Non è detto, quindi, che la coperta sia lunga abbastanza per coprire il variegato e numericamente consistente mondo dell’euroscetticismo britannico.

A mio avviso, ci sono spunti interessanti nel discorso di Cameron: ad esempio, vuole rafforzare la libera circolazione nel mercato unico, rendendolo più integrato in settori quali servizi, energia, digitale e meno iper-regolato da Bruxelles e sottoposto alle spinte protezioniste. E’ qui che nasce un altro grosso problema, che è quello della trattativa: il fatto che tra i più felici di un’uscita del Regno Unito dall’Unione ci sia la Francia (lo stesso paese che per due volte con De Gaulle, pose il veto all’ingresso di Londra nell’allora CEE) nel nome della sua lotta contro l’”Europa liberale” e in difesa dei propri interessi, in particolare quelli relativi ai sussidi all’agricoltura, del proprio peso nell’UE e della storica tendenza a considerare l’Unione come il giardino di casa in cui esercitare la propria egemonia, dovrebbe far accendere una lampadina. Ammesso e non concesso che la previsione (o speranza?) di Cameron di una scrittura necessaria di un nuovo trattato per sistematizzare i passi verso l’integrazione dell’Eurozon sia azzeccata, a quel punto tutto sarebbe riaperto, nulla sarebbe fuori dal tavolo e chiunque avrebbe un diritto di veto verso qualsiasi richiesta britannica, fino all’eventuale rottura. Uno scenario di questo genere potrebbe portare ad un referendum in cui l’alternativa sia tra questa UE (non riformata come Cameron sostiene) che non sembra piacere agli inglesi (anche grazie ad un’informazione sul tema di livello quasi infimo) e l’uscita. In altri termini: per chi vuole rafforzare, tra le altre cose, il libero commercio, la libera circolazione e la competizione intra-europea a reale beneficio dei consumatori un’eventuale uscita del Regno Unito non sarebbe affatto una buona notizia.

Dal punto di vista di Cameron questa non sarebbe nemmeno una notizia eccellente: ieri ha indcato settori come le politiche sociali e del lavoro e l’ambiente quelli i cui poteri vuole ricontrattare, facendo un esempio specifico (l’orario di lavoro dei medici) ma senza scendere nel particolare. Cosa vuole ricontrattare Cameron? Qual è la linea che traccia per definire la trattativa – sempre se ci sarà – sufficiente a dirsi soddisfatto? E se tornerà a casa con poco o nulla, continuerà a far campagna per restare nell’UE o si sposterà sul fronte del Brexit? Insomma, sono davvero tante le incognite sul futuro politico del primo ministro britannico e sulla reale possibilità della Gran Bretagna di lasciare l’Unione.

Un terzo punto che vorrei sottolineare è che Cameron ha ben sottolineato la mancanza di accountability democratica dell’Unione: ha ragione, ma a mio avviso la soluzione non è quella da lui proposta – rimettere più poteri in mano ai parlamenti nazionali – è sbagliata. O meglio, dal suo punto di vista ha senso, ma per chi vuole mantenere, a differenza sua, la volontà di procedere verso un’«Unione sempre più stretta tra i popoli d’Europa» l’alternativa è di aumentare i poteri del Parlamento Europeo (come già fatto parzialmente col Trattato di Lisbona del 2007) e portare avanti e sostenere un dibattito politico, di cittadini, istituzioni, stampa e partiti, a livello panaeuropeo.

In conclusione: per quanto Cameron stia pensando di puntare una pistola alla tempia dell’integrazione europea, è tutto da dimostrare che questa pistola sia carica e, anche se lo fosse, potrebbe essere semplicemente caricata a salve. Troppe scommesse in una volta sola possono bastare per un’effimera popolarità, ma forse non sono abbastanza per cambiare il destino di un continente, di un singolo paese, né per vincere elezioni ancora lontane due anni nel mezzo di una serie di problemi sociali che finora hanno creato largo scontento tra i sudditi della regina Elisabetta.

“Live together, die alone”: contro il concetto di sovranità nazionale in Europa (1)

George Washington si rivolge ai membri della Convenzione di Filadelfia nel 1787Nel tardo pomeriggio di domenica mi sono messo al computer, mi sono messo a sbirciare un po’ di siti di informazione e poi Twitter: beh, i primi, sia inglesi che italiani, dedicavano ampio spazio alle elezioni in Francia e in Grecia, e un discreto spazio a quelle amministrative in Germania e (ancora in corso) in Italia; sul secondo, gran parte degli utenti che seguo (di lingua italiana, francese e inglese) si occupava di tutti e quattro questi paesi. Mi rendo conto che queste valutazioni riguardano persone che per mestiere o passione si interessano di politica (sono sicuro che c’è un intero mondo là fuori, probabilmente maggioritario, che di queste cose se n’è fregato altamente), però mi rendo conto anche di un’altra cosa: per le elezioni extra-UE (Stati Uniti a parte, magari) non c’è mai stato questo seguito, perché oggi più che mai le decisioni degli elettori greci, francesi ecc. e dei loro governi influenzano la vita di chi greco o francese o altro non é. Che le elezioni in quattro paesi diversi interessino tutti noi coinvolti nella crisi dell’euro – italiani o tedeschi o greci o spagnoli o irlandesi o sloveni o austriaci o chi altro – sono quindi, a mio avviso, un sintomo e un simbolo del fatto che senza un’unione politica europea non si va da nessuna parte.

Io ritengo un poco contestabile fatto di metodo, prima ancora che di merito, quello secondo cui un’unione politica avrebbe immediatamente sterilizzato, per sua stessa natura, la crisi del debito greco, evitato il successivo contagio e reso la vita più facile a governanti e a cittadini durante il periodo di risoluzione del problema. Possiamo arrivare alle stesse conclusioni per analogia, senza essere economisti: negli Usa ci sono stati casi di default dei singoli stati nei decenni scorsi, e certo non è stato affatto un evento positivo, ma non c’è mai stato mai il rischio di un patatrac economico, finanziario e sociale a livello continentale.

Tornando al punto: c’è gente che domenica pomeriggio è stata a seguire quattro momenti elettorali diversi che più o meno tutti avranno conseguenze sulla nostra vita, e allo stesso tempo noi europei manchiamo di un momento elettorale comune che dia la sensazione di effettivamente dare un segno agli eventi politici – e quindi alla società e all’economia – di tutti noi. E’ vero, c’è il parlamento europeo che è un organo a suffragio universale eletto dai cittadini di tutti e 27 paesi, ma è un organo i cui effettivi poteri istituzionali sono pochi. La commissione, seppur bisognosa della fiducia del suddetto parlamento e seppur composta da politici, è un organo che ha sì dei poteri, ma spesso funge da apparato tecnico che spesso deve mediare tra i vari governi e le prescrizioni dei trattati e delle leggi europee.

Io penso che sia ora che qualcuno in Europa – un politico di spicco, un capo di governo, qualcuno di ascoltato e di autorevole nelle cancellerie – si alzi in piedi e dica, anche con un po’ di retorica: “Signori, qui o si fa l’Europa o si muore”. Qualcuno che dica chiaramente che ci vuole un’entità politica centrale democraticamente eletta che abbia piena ed indiscutibile sovranità su quei cinque sei elementi che fanno di uno stato un’entità unitaria: difesa, politica estera, commercio interno ed estero, regolazione del sistema giudiziario, tasse e moneta, definizione dei criteri essenziali e uguali per tutti di cittadinanza, tutte quelle cose che insomma hanno le costituzioni. Ci vuole un trattato che preveda un processo democratico di approvazione dei costituenti e della successiva costituzione – una costituzione che non sia un librone, ma un testo snello, di poche decine di articoli, come tutte le costituzioni sono e devono essere per loro generalissima natura.

Io, tra l’altro, non sono un giurista né uno storico delle costituzioni, ma su questo processo un’idea scema ce l’avrei: si fa un trattato tra tutti e 27 paesi europei se possibile, quasi tutti altrimenti, che preveda l’istituzione di un’assemblea costituente eletta, le procedure e i tempi – non più di due anni, diciamo – di approvazione della costituzione da parte dei cittadini dei singoli stati, l’indizione di un referendum sul medesimo trattato e contemporaneamente delle elezioni dei costituenti. Mandano all’assemblea costituente gli stati in cui il referendum vince, gli altri sono fuori dal processo costituente e vanno per la loro strada per sempre (qui c’è una piccola dose di paraculismo: voglio vedere come fanno gli stessi partiti a fare campagna elettorale per mandare i propri candidati all’assemblea e allo stesso tempo cercare di non mandarceli contrastando l’idea di un’assemblea). Le procedure del trattato già approvato dai cittadini devono prevedere chiaramente e con grande pubblicità, tra le altre cose, quanto segue: scritta la costituzione, tutti gli stati che hanno membri nell’assemblea la sottopongono a referendum; se il referendum vince nei 2/3 degli stati e ha la maggioranza assoluta degli elettori europei, la costituzione è approvata in tutti gli stati che hanno preso parte al processo costituente, compresi quelli che nel secondo referendum hanno respinto la costituzione (e qui non mi sto inventando niente, sto usando più o meno i criteri di ratifica della carta americana alla fine del ’700 da parte delle singole ex colonie inglesi).

Non so se così la smetteremmo di scrivere articoli sui greci fannulloni, fare copertine sui tedeschi nazisti, immaginare tecnocrati al soldo della Merkel e creare partiti di veri finlandesi e cose simili. Probabilmente, però, potremmo finalmente iniziare a trovare soluzioni veloci, efficaci, accettate dai cittadini e giuste per tutti.

[1 / continua]

Sarkowar

Metto insieme un po’ di pensieri sull’attacco alla Libia, alcuni dei quali scritti qua e là sul web: dobbiamo, innanzitutto, tenere in mente un punto di vista generale e uno italiano. In generale: è giusto intervenire – in un contesto in cui i popoli si ribellano i regimi – laddove, per una volta, il regime sta vincendo sul popolo (o sui ribelli, o come vogliamo chiamarli)? Dal punto di vista umanitario quasi sicuramente sì, dal punto di vista “realista” non saprei (anche perché non mi sono mai convertito al cosiddetto realismo, come altri sembrano aver fatto dai tempi dell’intervento in Iraq). I dubbi sul “come” intervenire sono un altro discorso.

Come Italia: o fin dall’inizio, cioè un mese fa, dicevamo che Gheddafi non si tocca, fanculo la libertà, a noi interessa la stabilità, il petrolio e lo stop ai migranti, che sarebbe stato un filino spregevole ma almeno chiaro e coerente con gli ultimi anni (e in linea con i vari Putin, Chavez e compagnia bella, questo bisogna pur dirlo), oppure si mollava subito Gheddafi e magari il ruolo non dico di capofila alla Sarkò, ma di protagonista per una giusta causa agli occhi dell’opinione pubblica l’avremmo avuto anche noi. Io avrei seguito la seconda linea, la prima linea non l’avrei condivisa ma almeno capita, e invece sappiamo tutti che superprudenti come siamo stati non è che abbiamo fatto una gran bella figura (né abbiamo curato i nostri interessi). E per questo non dobbiamo mica prendercela con Sarkozy ma solo col nostro governo.

Detto ciò, i problemi sul come portare avanti questa guerra rimangono intatti: mi sono fatto l’idea che forse si sia intervenuti tardi (Gheddafi è già a Bengasi e, pare, abbia grosso modo il controllo di Misurata – città importante per via della propria posizione nel golfo della Sirte e non lontano da Tripoli) e, conseguentemente, male. C’è però da aggiungere che il tempo di reazione della nuova edizione della coalizione dei volenterosi ha avuto un tempo di reazione di 28 giorni: per fare un paragone, il tempo trascorso tra gli attentati dell’11 settembre e l’invasione dell’Afghanistan è stato di 24 giorni. Ad ogni modo, quello che intendo dire – seppure mai abbia pilotato un aereo da caccia, e penso che mai lo farò – è che come dal cielo si riescano a proteggere gli insorti nell’ambito di una guerriglia urbana non lo capisco proprio – sarà una mia mancanza, chissà. Questo mostra tutta l’inefficacia e, forse, l’ipocrisia, dell’ultima risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu: prevedo che tra un po’ di tempo ci si renderà conto che l’obiettivo politico – palesemente dichiarato da Francia, Stati Uniti e Regno Unito – di rovesciare il regime di Gheddafi e della sua famiglia si possa ottenere militarmente solo via terra, creando il problema, inedito, di grandi potenze occidentali che violano una risoluzione Onu (visto che l’intervento terrestre è l’unica cosa sostanzialmente proibita, mentre tutto il resto, qualsiasi cosa dicano gli oppositori della guerra, è sostanzialmente permesso). Figuriamoci quanto grande potrebbe essere questo problema diplomatico se di mezzo ci fosse la Nato. E’ comunque probabile che stia vaneggiando, il tempo dirà se e quanto.

Un altro appunto: leggevo sul Giornale “Occhio agli estremisti”. Ora provate a immaginare cosa sarebbe successo se gli angloamericani avessero mostrato questa cautela in Italia 68 anni fa pensando ai comunisti filosovietici presenti tra i partigiani.

Infine: l’unico punto che veramente comprendo delle critiche all’intervento alleato in Libia è quello che riguarda le intenzioni francesi. C’è da dire che Parigi nell’ultimo mese è sempre stata in prima linea nelle critiche a Gheddafi, e che in Francia sembra comunque esserci un largo movimento di opinione a favore dell’intervento umanitario. L’intervento umanitario, come criticato da Giuliano Ferrara ieri (sì, lo stesso Giuliano Ferrara che pochi anni fa sul Foglio faceva pubblicare articoli di approfondimento e di elogio sul nuovo fenomeno francese della destra postchiracchiana di Sarkò l’americain), almeno quello svolto senza un piano postbellico, non è – per fare un esempio – come la criticata e criticabilissma dottrina neocon di rovesciamento dei regimi più pericolosi del medio Oriente per creare dei stati democratici e perciò stesso pacifici, e una reazione a catena per spazzare via tutta una serie di regimi al fine di rendere la zona più stabile, più propensa al dialogo e più sicura per gli Stati Uniti (tralasciando l’insignificante particolare delle armi di distruzione di massa). Nel nostro caso si va in Libia perché c’è un popolo che insorge e un tiranno che massacra: e poi? A questo poi bisogna pensarci, oltre a coordinare meglio questo intervento con la Nato, facendo in modo che diventi efficace e che raggiunga il suo obiettivo di appoggiare la vittoria dei ribelli sul regime.

Che poi, alcuni, oggi cerchino di argomentare il retropensiero di una guerra fatta dalla Total, beh, è interessante antropologicamente perché magari qualche anno fa ignoravano bellamente le accuse riguardanti Halliburton o le compagnie petrolifere americane, e soprattutto in quanto retropensiero non fa altro riferimento che a un complotto, e a tal punto ci si ritrova in un baleno nelle braccia di Giulietto Chiesa. Fate attenzione.

Tripoli, bel suol d’amore

Pare ormai praticamente scontato che l’Italia prenderà parte alla coalizione – dei “volenterosi” o Nato si vedrà – che si preoccuperà del rispetto della no fly zone e del cessate il fuoco in Libia e dell’emergenza umanitaria, secondo la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 17 marzo. Da un lato il passato coloniale giustifica, forse, il profilo basso tenuto dal governo nell’ultimo mese, ma è decisamente difficile ritenere che i rapporti personali di Berlusconi con Gheddafi, il trattato di amicizia italo-libico nonché gli interessi energetici e la preoccupazione di nuove ondate di immigrati abbiano portato il governo a non criticare aspramente – pur nell’attuale crisi – il regime libico. Fatto sta che il movimentismo di Francia e Gran Bretagna ci ha fregato, e che per una volta un ruolo da protagonista nello scenario internazionale potevamo avercelo noi. Ancora una volta nella storia, decidiamo all’ultimo di partecipare ad una guerra non per convinzione ma solo per riuscire a sederci, alla fine, al tavolo dei vincitori.

Il punto politico tutto italiano è che, nel giro di una dozzina di anni, l’atteggiamento del centrodestra in parlamento nei confronti della politica estera italiana si è trovato di fronte ad un capovolgimento dei ruoli: alla fine degli anni ‘90 furono i voti di Forza Italia e di Alleanza Nazionale a permettere al governo D’Alema di bombardare la Serbia; nel 2001 e nel 2003 i richiami alla fedeltà atlantica e alla necessità di rovesciare i regimi pericolosi per l’occidente avevano portato il secondo governo Berlusconi a sostenere, politicamente e militarmente, gli interventi americani in Afghanistan e in Iraq; poi è accaduto che durante la scorsa legislatura, per motivi politici interni (il famoso senato ballerino dell’Unione), il centrodestra ha rifiutato di appoggiare il finanziamento della missione in Afghanistan da parte del governo Prodi (comunque poi approvato), e, infine, oggi il PdL riesce a far passare nelle commissioni competenti di Camera e Senato – così come accadrà in Parlamento nei prossimi giorni – la partecipazione italiana alla missione libica grazie ai voti di gran parte dell’opposizione, mentre c’è stata l’astensione della Lega (della quale alcuni membri oggi tirano fuori argomenti in stile Giulietto Chiesa e altri fasciocomunisti) e dei cosiddetti “Responsabili” (in questo caso, probabilmente, per una questione di poltrone). Stiamo parlando della stessa Lega che impedisce il mantenimento delle promesse elettorali sull’abolizione delle province, la stessa Lega che in occasione del 150° dell’unificazione italiana boicotta le celebrazioni (e qui chissà gli ex An cosa hanno da dire), la stessa Lega, per bocca del governatore del Veneto Luca Zaia, che dice sì al nucleare, ma per carità non al nord che energeticamente è autosufficiente (anche se è costume comune col PdL). E qui – lasciando le beghe nostrane – bisogna capire che cultura di politica estera ha il PdL: se è legata alla comunità atlantica (pur con tutti i distinguo, ok), alla realpolitik delle nostre esigenze energetiche, ai legami personali di Silvio Berlusconi, e se è veramente affidabile per noi italiani. Da elettori bisognerà pure chiederselo. E c’è da chiedersi, se in fondo, le vecchie argomentazioni a favore delle guerre in Asia dello scorso decennio – quelle dell’esportazione della democrazia, dell’alleanza atlantica e così via – non siano state solo delle scuse per farsi belli agli occhi degli americani, nel migliore dei casi, o peggio.