Endorsement – Io voterei il Partito Democratico

Mi sono fatto un’idea sulle elezioni pur sapendo che non andrò a votare: pur vivendo all’estero da più di due anni, non mi sono mai iscritto all’AIRE, un po’ per pigrizia, un po’ per racconti – raccolti dal vivo e on line – su lunghi mesi di attesa e sull’esclusione dall’assistenza sanitaria in Italia – un po’ perché secondo me quella del voto all’estero è una legge scema (ora, se qualche funzionario si trovasse a leggere queste parole, potrebbe iscrivermi d’ufficio); qualche mese fa avevo organizzato vacanze di Pasqua e ritorno in Italia per il voto a cavallo tra marzo ed aprile, ma poi il governo è caduto in anticipo e quindi amen. Tra l’altro, ho pure abolito le vacanze pasquali in patria. Ma vabbè, facciamo finta che voto.

Per dirla breve, voterei il Partito Democratico. Senza allegria, senza passione, senza convinzione, per carità: io, d’altra parte, non mi definirei di sinistra, centrosinistra, progressista o quello che è. Ho avuto la tessera di FI per tre anni (senza pur mai partecipare attivamente) e da quando voto ho sempre ondeggiato tra FI/PdL e i radicali, sempre meno convintamente nel primo caso, fino a ripromettermi, già un anno dopo le ultime elezioni, di non votare mai più un centrodestra con Berlusconi e il gruppo che lo ha accompagnato nell’ultimo decennio. Vidi con un favore la nascita della fronda finiana, non per particolare affinità ideologica con quel gruppo di parlamentari – alcuni dei quali, tra l’altro, mi sembrano politicamente imbarazzanti – ma per la possibilità di aprire un partito, renderlo vero, democratico, contendibile, permeabile alle influenze esterne e adeguato a gestire, elaborare, discutere le critiche interne come si fa in un partito vero. Com’è finita lo sappiamo tutti, e ora FLI è un micro partitino di stampo social-conservatore rappresentato da dei leader piuttosto parolai, mentre il PdL, dopo quella famosa telefonata in questura e la farsa del Rubygate (nei cui confronti non ho un approccio moralistico, ma mi fa rosicare il fatto che se finisco io in questura non c’è nessun potente ad alzare la cornetta per togliermi dai guai), l’immobilismo al governo (salvo che per certe leggine a uso e consumo di sappiamo chi), gli scandali, la commedia delle primarie (povero Angelino, che figura del cavolo che hai fatto) e la disinibita giravolta nel rapporto col governo dei tecnici, è sempre più una sola cosa: il partito di Berlusconi, punto. A questo punto voi mi direte: e perché’ l’hai votato prima, visto che è sempre, sempre, sempre stato il partito di Berlusconi? Eh, bella domanda. In fondo, ho sempre sperato che l’anomalia si riassorbisse: al di là di una stampa amica capace di sostenere tutto e il contrario di tutto nell’interesse del capo e della presenza di certi tipi che ti raccomando, il PdL – così come FI prima – è stato un partito che comunque i congressi comunali e provinciali li faceva, che includeva correnti politiche differenti che una dialettica interna che non fosse concentrata esclusivamente su cariche e finanziamenti doveva – nelle mie speranze! – prima o poi produrla, che rappresentava più di un terzo dell’elettorato e che quindi non poteva stare tutto sotto un capello solo, quello delle parole, degli interessi, degli errori e delle promesse mancate di Silvio Berlusconi. Ed è l’eterno ritorno – o l’eterna presenza, se volete – di Berlusconi alla guida del movimento, così come dei Verdini, dei Ghedini, dei Gasparri, degli Schifani, dei Romani ecc. (tralascio i Razzi e gli Scilipoti per non farmi venire il sangue allo stomaco) il tappo grosso che blocca il tutto, è stata la loro irremovibilità a essere stata una delle cause del disastro della destra di governo, una destra cialtrona e inefficiente, e lo dico con la rabbia e la delusione di uno che, probabilmente scioccamente, alla possibilità di mettere in atto certe riforme in questo paese per un certo periodo ci ha creduto davvero; di disastro, infatti s’è trattato, poiché puoi cercare tutte le scuse che vuoi, ma, per quanto ragionevoli e veritiere queste siano, ritrovarsi in una precarissima situazione economica e di finanza pubblica dopo otto anni di governo su undici dovrebbero consigliare a chiunque una sola cosa, cioè quella di tornare a casa e di non farsi vedere mai più. O almeno, io mi vergognerei come un cane a uscire di casa dopo un fallimento epocale di questo genere. Puoi anche lamentarti dell’architettura costituzionale di questo paese e sono addirittura disposto a darti ragione su un certo numero di punti, ma, ancora, dopo otto anni su undici al governo se non sei stato capace di giocare con le regole del gioco, è improbabile che siano solo le regole a essere sbagliate, ma è possibilissimo che sia tu a non essere adatto al gioco (nota: questa metafora l’ho copiata, ma non mi ricordo dove l’ho letta).

Riassumendo, sono due le questioni che mi impediranno per sempre di votare il centrodestra così com’è: la totale mancanza di democrazia interna del partito come prima ragione e come concausa della seconda ragione (essendo, tra le altre cose, la democrazia un meccanismo che tendenzialmente e almeno nel lungo termine corregge gli errori o almeno sostituisce chi li combina), cioè il disastro economico a cui ci ha condotto l’esperienza berlusconiana di governo. Forse anche prima, ma sicuramente ora il PdL è invotabile, punkt.

Guardandomi intorno, tra l’altro, ne vedo pochi di partiti che rispettino il requisito di democrazia interna, che non è altro che, in altri termini, essere un partito decentemente normale come accade nel resto d’Europa: quello a cui potrei essere più affine, il partito radicale, è nelle mani di Pannella, mentre l’esperienza di Monti è una lista estemporanea colma di conflitti d’interessi e che è guidata da un nome di prestigio internazionale che usa come stampelle Casini e Fini – anche loro leader indiscussi di partiti privi di democrazia interna. Non è solo un problema dei movimenti liberali, conservatori, o genericamente di centrodestra: SEL, ad esempio, non è altro che una costola un pelino riformata della corrente vendoliana già esistente in Rifondazione e che non trovò nulla di meglio da fare, perso il congresso postelettorale, che fare i capricci, andarsene e fondare un altro – l’ennesimo – movimento di sinistra. Il Movimento 5 Stelle, invece, è un marchio di proprietà di un uomo solo che tra l’altro ideologicamente propugna un modello di democrazia diretta, in rete, priva di corpi intermedi e di rappresentanza che, per motivi che non mi metto ora a spiegare in questo già lungo post, non condivido, quindi, per scartarlo, non mi serve nemmeno scendere nel dettaglio delle sue vaghe e/o deliranti e/o irrealizzabili proposte economiche e sociali.

Queste sono considerazioni su cui mi sono fissato da circa un paio di anni, andando a memoria e quindi, anche qui senza entusiasmo e senza impegno e senza gioia nel cuore, a dicembre ho votato alle primarie del PD (tra l’altro all’estero il voto era on line e gratuito, tiè), proprio perché sono un esercizio di democrazia interna di un partito. Ho votato Bersani perché nelle storie della rottamazione non ci credo, perché mi sembra una persona concreta, perché ha fatto parte di un’esperienza di governo che tra tasse e ricchi che devono piangere comunque la barra dell’equilibrio di bilancio e della riduzione del debito pubblico è riuscita sempre a tenerla ferma (e questa è una cosa di cui abbiamo bisogno ora e avremo bisogno in futuro, in questo paese sommerso dal debito pubblico), perché guida un partito europeista e io sono fortemente, quasi ferocemente, ossessivamente, irrazionalmente europeista, perché tra le poche cose liberali fatte in questo paese ci sono le sue liberalizzazioni, che saranno sicuramente incomplete, che hanno toccato solo certi settori e non altri, tutte le critiche che volete, ma sono stati provvedimenti che hanno aperto il mercato e toccato rendite di posizione e a cui, se vogliamo farci piacere le etichette, non vedo quale altra attaccare se non quella di “liberale” – e, a me, le cose liberali piacciono.

Come probabilmente saprete, nel registrarsi alle primarie si prende l’impegno a votare il centrosinistra. Per i motivi detti sopra non voterò, però mi ero messo l’anima in pace e avevo deciso che, se fossi tornato in Italia, avrei votato il PD (siccome non torno in Italia, sto stressando da qualche settimana mia nonna per mandarla al seggio a votare PD). E’ chiaro, io non sono di sinistra, ho davvero tante idee diverse che non mi metto ad elencare, le lascio intuire a voi facilmente, però non sarei d’accordo nel dire che è un voto dato turandosi il naso, o al meno peggio: penso realmente che le pratiche di democrazia interna siano un elemento positivo, che danno un motivo in più per votare il PD (prevengo una critica: prima di dirmi che erano primarie di apparato e bla bla bla, andate a vedervi quali e quanti sono i tipi di primarie negli Stati Uniti, dove non è mai esistita una cosa come il PCI, poi ne riparliamo).

Infine, è chiaro, c’è l’economia. Per quel che riguarda il PD, penso che il centrosinistra, per quanto abbia lasciato nella sua prima esperienza di governo un paese che, pur con le finanze a posto, cresceva la metà degli altri grandi paesi europei, può essere colpevolizzato solo pro quota: dal 2001 ha governato solo 20 mesi praticamente senza maggioranza, e, vi dico una novità, senza maggioranza non si governa. Colpa o giustificazione? Dal punto di vista della capacità di raccogliere il consenso, la prima, dal punto di vista della pratica di governo, la seconda. Più in generale, l’Italia non sta messa bene e penserete che finora abbia parlato del sesso degli angeli (può darsi che abbiate ragione, ma apertura degli oligopoli e dei monopoli e controllo delle finanze pubbliche a me sembrano cose concretissime e serissime), però, stando al tema, devo ammettere che i candidati con cui sento maggiore vicinanza sono quelli di Fare per Fermare il Declino. Tralascio il recente caso del master di Giannino, soprattutto perché i dubbi sul mio ipotetico voto li ho risolti prima. FID è un partito che mi avrebbe tentato fortemente se fossi andato al voto. D’altra parte, però, c’è che quel voto alle primarie è un po’ come una parola data, dal mio punto di vista. Formalmente non è affatto così, però, provenendo da un’altra cultura politica, aver accettato quella carta d’intenti è come aver fatto una promessa: ok, facciamo a fidarci, io scelgo i vostri candidati, in cambio prometto di votarvi alle prossime elezioni. Non è forse il rispetto della parola data una delle cose che solitamente chiediamo ai politici? Beh, non vedo perché, restando alla politica, questa cosa non debba valere anche per me, elettore, che decido di partecipare attivamente alla scelta di una candidatura alla guida della coalizione. Almeno così io ho vissuto questa cosa, forse non abbastanza laicamente, lo ammetto. In secondo luogo, non credo alle rivoluzioni. Tralasciamo quelle guerreggiate che, a memoria, hanno avuto successo una sola volta negli ultimi secoli, cioè in America. Rimaniamo a quelle pacifiche, e pensate alla delusione della rivoluzione liberale. Le cose cambiano, possono anche cambiare molto, ma molto difficilmente cambiano rapidamente, ancor più difficilmente lo fanno in maniera efficace e indolore allo stesso tempo. Pensate alla rupture di Sarkozy che in tempo cinque anni ha portato al secondo presidente socialista nella storia della Quinta Repubblica francese. Pensiamo, invece, alla capacità di riformare, di parlare al paese che ha avuto un De Gasperi, ad esempio. Di come la destra nella Svezia del welfare state sia stata capace di salire al potere senza minacciare smantellamenti ma portando comunque avanti il proprio punto di vista. Pensiamo alla CDU della Merkel dopo anni di socialdemocrazia. Nessuno ha proposto cambiamenti radicali sventolando bandieroni e minacciando di rivoltare tutto come un calzino, eppure tutti sono al governo ad attuare, pur con difetti e limiti com’è normale, il proprio programma, la propria visione del mondo. Insomma, alla fine di questo post scritto come un flusso di coscienza con in mezzo una pausa caffè, mi limito a dire che non chiedo rivoluzioni, ne ho abbastanza dopo venti anni. Chiedo normalità, un premier normale alla guida di un partito normale composto di persone normali che portano avanti politiche di cambiamento, condivisibili o no, ma normali e su cui si possa cambiare opinione dopo cinque anni come avviene in molti altri paesi. Paesi normali, appunto.

La partita elettorale del delfino di Almirante

Gianfranco FiniUn piccolo episodio accaduto durante l’ultima conferenza stampa di Mario Monti, quella in cui ha presentato le liste in appoggio al suo programma politico: ad un certo punti gli arriva un bigliettino e, dopo averlo letto, afferma di essersi dimenticato di citare Futuro e Libertà e, in particolare, Benedetto Della Vedova. Poiché in realtà aveva già citato l’ex radicale parlando dei presenti all’incontro in cui si è decisa la presentazione di liste elettorali montiane, suppongo che la dimenticanza sia più che altro collegata al partito guidato dal presidente della Camera. Poiché le anticipazioni degli ultimi giorni parlavano della presentazione di una lista dei finiani in coalizione – ma separatamente – rispetto all’UDC e alla lista Monti, credo di aver capito che la terza testa del tridente a supporto del premier sia proprio Futuro e Libertà.

Visti gli scarsi – ma scarsi! – risultati elettorali di FLI (dalla sua nascita, più di due anni fa, spesso non si è nemmeno presentata in numerosi elezioni locali di una certa rilevanza) e dalle basse cifre dei sondaggi, mi è capitato di leggere su Twitter (e non mi meraviglierei di leggerne altre sulla stampa nei prossimi giorni) alcune ironie sul fatto che Gianfranco Fini, dopo tanti anni, si prepari a lasciare il parlamento. Io non è che sia un sostenitore di FLI – ammetto di avere avuto un leggerissimo e discretissimo interesse durato mezz’ora (vabbé, sarò onesto, due o tre mesi, ma non di più) a cavallo tra 2010 e 2011, scemato di fronte a certi personaggi di primo piano del partito e per via del profilo social conservative che il movimento si è dato, eccezioni a parte – ma penso che, visti i meccanismi del porcellum e numeri dei sondaggi alla mano, una certa Schadenfreude non sia molto fondata.

Occupandoci della Camera dei deputati, per una lista coalizzata con altre ci sono due modi per acquisire seggi: nel caso in cui la coalizione non superi il 10%, la lista deve raggiungere da sola il 4%, mentre, nel caso la soglia di coalizione sia raggiunta, lo sbarramento è per tutti i partiti che raggiungono il 2% più il “miglior perdente”, cioè la migliore delle liste al di sotto della soglia. Il meccanismo del “miglior perdente” è quello che nel 2006 permise l’ingresso alla Camera di parlamentari della lista Nuova DC-Nuovo PSI per la coalizione di centrodestra e dell’UDEur per la coalizione di centrosinistra, mentre nel 2008 assegnò seggi al Movimento per l’Autonomia, sempre per il centrodestra.

Nel caso della coalizione centrista, tutti i sondaggi la danno, senza precisare l’esistenza di una lista chiamata Agenda Monti, attorno al 10% – sulla soglia, quindi – e dicono che risulterebbe accresciuta da un eventuale intervento diretto di Mario Monti (alcuni dicono fino a farle raddoppiare i consensi in termini percentuali, addirittura). Gli ultimissimi sondaggi (esclusi quelli ultra-ottimisti di cui prima), inoltre, non stanno ancora registrando i primi impatti della «salita» di Monti nell’agone politico, ma, invece, subiscono ancora l’effetto della maratona televisiva di Silvio Berlusconi. Poniamo, quindi, due ipotesi: che il centro raggiunga in maniera più o meno agevole la soglia del 10% e che non ci siano cataclismi per quel che riguarda i dati dei due partiti che presenteranno il proprio simbolo.

L’UDC, per dire, sta ultimamente registrando i suoi peggiori risultati nel consenso nei sondaggi dell’ultimo decennio, sotto il 5%, ma sopra il 2% di coalizione. FLI galleggia sul 2%, in pericolo, mentre la lista Monti, tutta da definire, che imbarcherebbe la fondazione di Montezemolo, pezzi dell’associazionismo e del sindacalismo cattolico, alcuni dei ministri tecnici in carica e transfughi di destra e sinistra, dovrebbe essere il valore aggiunto e quella che raccoglie i consensi di chi più genericamente sostiene l’attuale premier. Quanto le diamo? SWG più di un mese fa le attribuiva l’8,5%, mentre un paio di settimane fa il 15,4% come lista unica di tutto il centro montiano. Diciamo, quindi, una cifra tra il 5% e il 10%. In un contesto del genere, anche in caso di risultato moderatamente deludente dell’UDC, Futuro e Libertà sarebbe comunque nella peggiore delle ipotesi l’unica lista sotto il 2% e quindi avente diritto ad avere, seppure pochi, parlamentari a Montecitorio. Considerando che probabilmente Fini sarà capolista ovunque o in regioni forti, è facile prevedere la sua permanenza nel ruolo da parlamentare. La scommessa, quindi, è tutta lì, nel 10% che ad oggi sembra un obiettivo più probabile piuttosto che no.

Chi pensava che sarebbe stato più proficuo presentare un unico simbolo sulla scheda, forse non ricorda l’esempio fallimentare della sinistra radicale del 2008, dei radicali e socialisti nel 2006 e di tanti altri casi nella storia della Repubblica.

L’ombra del Cav. sul novello senatore

Silvio Berlusconi e Mario MontiIo lo so che in giro ci sono precisi geometri che stanno lavorando per puntellare il perimetro del nuovo governo, poiché oltre ai numeri dello spread coi Bund, della crescita del PIL e del debito pubblico, ci sono anche quelli del parlamento, di cui bisogna assolutissimamente tenere conto. Il punto è questo: l’uomo di re Giorgio è Mario Monti, appena nominato senatore a vita, e non gli si può dire di no. C’è, però, in realtà chi si oppone, e sono le ali: la Lega Nord e l’Italia dei Valori vogliono andare alle urne.

A questo punto, chi appoggia il governo Monti? Pd, Terzo Polo tutto, radicali, gli uomini di Micciché (forse), il gruppo di venti deputati che nascerà domani e che si chiamerà Costituente Popolare e riunirà l’Mpa e molti fuoriusciti PdL (ma gente come Versace e Buonfiglio resterà fuori, pare). Ora, se la matematica non è un’opinione e se il foglio Excel che tengo aggiornato da un anno non mi inganna, nella migliore delle ipotesi un governo del genere avrebbe 310-315 voti, che sono assolutamente insufficienti. E lascio stare il Senato dove le cose sono messe anche peggio. A questo punto, ci vorrebbe davvero lo spappolamento del Popolo della Libertà, ad esempio con la fuoriuscita degli scajolani, per avere una maggioranza, che sarebbe comunque inferiore a quella del centrodestra del 2008, con duri provvedimenti da prendere. Oppure – ed è quello che sembra stia accadendo – ci sarebbe bisogno del contributo di Silvio Berlusconi, che dando il suo ok al governo Monti rimarrebbe in gioco nonostante la bocciatura dei mercati e la perdita della maggioranza, e bloccherebbe l’emorragia di deputati dal suo partito, addirittura schierandosi con l’ala più moderata e dialogante. Ed essendo quello del Popolo della Libertà il gruppo più ampio in entrambe le Camere, a me sembra chiaro che il Cav. avrebbe la golden share del governo Monti. Perché?

Questa è la mia teoria: a questo punto il giochetto potrebbe essere quello del fu governo Dini – l’astensione sulla fiducia, e il voto su ogni singolo provvedimento se e solo se d’accordo, tra l’altro senza rompere con la Lega a differenza di allora – per rimanere abbastanza defilato da far lavorare il governo, non creare disastri sui mercati e consolidare la tenuta dei gruppi parlamentari e del partito, e abbastanza in gioco da far andare giù il nuovo governo non appena l’aria torna buona. Non dico che funzioni, dico che sto giochetto il Cav. potrebbe provarlo – poi magari domani si sganciano in cinquanta dal PdL tra Camera e Senato e il governo campa per i fatti suoi e il Cav. fa direttamente l’oppositore. Però dobbiamo considerare che nelle Camere Monti una maggioranza deve averla e il PdL è ancora il gruppo più grande di tutti, per ora. E un governo appoggiato dal Cav. è un governo che il Cav. può tirare giù quando vuole, o i cui provvedimenti può bloccare ogni volta che gli garba, secondo me. Via lo champagne, in politica nessuno è mai morto definitivamente (pensate al revival di questi giorni di Paolo Cirino Pomicino: e chi l’avrebbe detto mai venti anni fa?). Peccato che i mercati – giustamente – non apprezzerebbero uno scenario di questo tipo.

Elezioni a Milano e analisi sbagliate

Silvio Berlusconi al Tg1A seguire la campagna elettorale impostata negli ultimi due giorni dal centrodestra, esemplificata nell’intervista multipla di Berlusconi, a me sembra che il PdL rischi di prendere un’altra tranvata al ballottaggio di Milano. Mi spiego, guardando ai dati di cinque anni fa e di lunedì scorso.

Nel 2006 Bruno Ferrante prese gli stessi voti presi adesso da Giuliano Pisapia. Letizia Moratti, invece, all’epoca prese ben 80mila voti in più, passando oggi dal 52% al 41,6%. Sembra quindi, a leggere e sentire le dichiarazioni dei suoi esponenti, che l’analisi del PdL basata su tali dati sia questa: in realtà il centrosinistra è rimasto fermo al palo, siamo noi che tra Terzo Polo ed astensionismo abbiamo perso elettorato. Da qui la strategia di questa settimana: dobbiamo tenere sulla corda chi ci ha votato, far tornare al voto i nostri elettori sfiduciati e riattirare i moderati o presunti moderati del Terzo Polo. E quindi via con roba tipo la zingaropoli, la droga libera, la città islamica e così via.

Il fatto però è che cinque anni fa il duo Moratti-Ferrante non aveva nemici, e il gruppuscolo di candidati minori raccolse un complessivo 1%. Questa volta invece, oltre al già citato Terzo Polo (5,5%), c’era anche un altro avversario a sinistra, cioè il candidato dei grillini che ha raccolto il 3,4%; inoltre la somma dei candidati minori – da tenere presente – fa 1,5%. C’è quindi un 5% circa che balla, costituito in gran parte dal voto di protesta per il M5S.

Il mio punto è questo: se parte di quel voto di protesta viene dall’astensionismo, sospetto che per una certa quota abbia anche origine dalla Lega e dal suo elettorato non militante, non più fidato, ma sicuramente dalla caratterizzazione movimentista, e per altra parte viene dal logoramento a sinistra della coalizione a sostegno di Pisapia. Questo significa che, se Pisapia ha avuto lo stesso consenso di Ferrante, questo è dovuto anche ad un recupero al centro per via di un certo spostamento (non di massa ma, nell’ambito di una corsa sul filo di lana, significativo) di elettorato moderato da destra a sinistra – un elettorato molto difficilmente recuperabile in due settimane di campagna elettorale.

Per questo motivo, i toni alti ed esasperati impressi dal PdL sin da dopo il ballottaggio, potrebbero essere inutili, se non anche controproducenti, nella rincorsa al recupero dell’elettorato moderato.

Er populismo de Bberlusconi

51IMG2144-63Questi sono tempi in cui si parla poco di politica, e si discute spesso del conflitto tra il premier e la magistratura – non dico chi ha torto o ha ragione, scegliete voi – mentre non c’è ormai nessun programma politico che va avanti, anche perché i numeri in parlamento, senza tutti i membri del governo presenti, rischiano di ballare. E’ un Prodi-bis in salsa azzurra, con l’aggiunta della battaglia delle/nelle/contro le procure e la centralità del duello pro/anti-Cav. che affligge l’Italia da quasi due decenni. Non siamo un popolo, siamo due branchi in lotta. Vabbè. Amen.

Detto questo, poiché mi piacerebbe sentir parlare di politica, poiché tendenzialmente mi definisco moderato e liberale, e poiché c’è un partito in Italia che – a suo dire – ha l’ambizione di costruire la destra dopo Berlusconi, faccio qui un riassunto, anzi un elenco con giudizio semplice a lato, come pro memoria per me – e per tutti – delle proposte politiche di questo partito. Sarò molto poco analitico, che è tardi e ho passato il Venerdì Santo sui libri e al computer e vorrei riuscire a vedere un film prima di andare a dormire.

Abbiamo allora visto, finora:

critica ai tagli lineari di Tremonti (Baldassarri, il partito in generale)Bene, ma manca la proposta elaborata di politica economica;
aumento della tassazione sulle rendite finanziarie dal 12,5% al 24-25% (Fini)Farebbe fuggire i capitali, intaccherebbe il risparmio, e inoltre le tasse sono in generale già abbastanza alte così come sono, vogliamo pure aumentarne alcune? Molto, molto male;
mancata comprensione delle esigenze di aumento della produttività e dei vincoli imposti dalla concorrenza in campo industriale e nel mercato in generale (Fini)Malissimo;
contrarietà all’abolizione dell’obbligatorietà della azione penale (Fini)Male;
linea aperta ad un nuovo tipo di immunità, parlamentare e/o per le alte cariche, ma con ambiguità in parlamento e senza capire di quale tipo di immunità si parli (Fini, il partito in generale)Vorrei capire, diciamo;
favorevole al decreto Ronchi, cioè alla nuova disciplina di gestione della fornitura dei servizi pubblici, in particolare idrici (Ronchi è di Fli, ma vedi Bocchino sul referendum) – Bene, fermo restando il fatto che il decreto Ronchi è molto migliorabile;
nuovo contratto unico nazionale, cioè pdl Raisi-Della Vedova, fuori dall’art. 18, con abolizione dei contratti atipici e maggiori tutele formative ed economiche per i licenziati (a disincentivo del licenziamento non più tutelato dallo Statuto dei lavoratori) – Bene, molto bene, tutto è perfettibile ma il governo anche una cosa così se la sogna, è sempre molto meglio del nulla.

Aggiungo che mi sono rotto l’anima della Perina in tv che mi sembra la De Gregorio, delle conferenze stampa ad accompagnare un delirante e comico Pennacchi, e anche di ste liti se appoggiare chi, come, quando. Sti problemi Casini, ad esempio, non se li è posti, e pare che oggi, politicamente ed elettoralmente, goda di maggiore salute e credibilità di FLI. Un motivo ci sarà, e ci sarà anche del fatto che oggi molti, parlando di FLI, passano dal sarcastico perculamento ai tentativi di previsione della data di dichiarazione di decesso.

Fallimenti reali e fallimenti potenziali

Negli ultimi tre giorni, ho passato del tempo ad ascoltare alcuni interventi che si sono svolti durante l’assemblea costituente di Futuro e Libertà: quello di Fini, quelli di Della Vedova, di Falasca, e, infine, di Baldassarri. Quest’ultimo, sostanzialmente, mi fa risparmiare un bel po’ di tempo perché riassume molto bene quello che intendevo scrivere, e cioè, che al di là delle beghe giudiziarie del presidente del Consiglio, questo governo è da tutti i punti di vista fallimentare perché fallimentare è la sua politica economica, quella firmata da Giulio Tremonti.

Non c’è alcun federalismo, né istituzionale né semplicemente fiscale, perché il federalismo non è altro che l’autonomia decisionale da parte degli enti locali, e cioè competenze esclusive e definite e conseguente totale indipendenza di imposizione e di spesa. Il governo, invece, non ha fatto altro che presentare un nuovo piano di ripartizione della spesa locale decisa comunque a livello centrale, e in parlamento anche quella buona idea che era la ridefinizione della spesa basata sui costi standard è tornata ad essere – per quel che riguarda il federalismo municipale – nuovamente collegata alla spesa storica così com’è ora, con l’introduzione di nuovi balzelli e, sostanzialmente, con un gattopardismo finanziario che non cambia nulla, se non addirittura peggiora.

Le tasse non diminuiscono, anzi aumentano leggermente, e i timori che non si faccia la fine di Grecia e Irlanda (e Portogallo e Spagna) non sono ancora fugati. Come è successo negli ultimi 20 anni, il tasso di crescita del Pil è meno della metà di quello degli altri principali paesi europei. Basterebbe questo per bocciare il governo di Silvio Berlusconi, e anche per bocciare quello futuro ed ipotizzato, di grande coalizione, probabilmente guidato da Giulio Tremonti, perché è lui che fa la politica economica mentre il premier è occupato in conferenze stampa, registrazione di videomessaggi in stile Al Qaeda, festini con le sue amiche e riunioni coi suoi avvocati.

Di fronte a tutto questo, c’è l’obiezione di un mio amico secondo cui, dopo tutto, meglio il Cav. che altri, poiché in questa guerra per bande che avvolge il paese l’unica banda che possiamo sceglierci è quella di Berlusconi, visto che è sottoposta al voto popolare, mentre la altre bande no. Su questo torno un’altra volta, così come sul fatto che in Futuro e Libertà, se è vero che almeno viene concessa cittadinanza ed ascolto ad alcune idee riformatrici, è pur vero che la pars construens della sua proposta politica ed economica è ancora tutta da vedere, e voglio proprio vedere come viene tirata fuori stando abbracciati con l’Udc.

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L’Armageddon mancato

«Silvio Berlusconi è un osso duro. Fini ha perso, Casini ha rotto politicamente e si è fatto contare alle urne, lui ha rotto personalmente e al dunque non ce l’ha fatta. Il Pd è nella palta. I problemi del Paese sono altri, e avremo altri terribili mesi di inedia. Sullo sfondo, elezioni con questa legge elettorale con Berlusconi ancora capo del centrodestra, e auguri al risultato. Per gente seria un nuovo impulso a emigrare perché non si salva praticamente nessuno, e nel pensarlo si prova autoribrezzo all’idea di diventare qualunquisti, qualunque cosa pensiate degli eccessi e delle tragiche promesse liberali mai mantenute da SB (io ne penso male e malissimo, dalle tasse alla spesa pubblica altissime alla riforma della giustizia mai varata pensando solo a sé, ma al dunque non c’è mai chi lo affronti senza scappare e lui resta in piedi ingessando sempre più tutto su se stesso, quanto alla sinistra in questi due anni l’ala liberal riformista mi sembra travolta da posizioni neostataliste e tassaiole che mi fanno orrore, dei giustizialisti non parlo per evitare parole improprie, il neoproporzionalismo mi atterrisce per la spesa pubblica che provocherebbe con le mani libere di ogni partitino in Parlamento). Di fronte a tale scontro a coltello che fa altre macerie e avviene ignorando che tra poche settimane riparte l’euroballo del debito e noi ci finiremo dentro, dico che Dio aiuti l’Italia – e cioè i milioni di italiani che faticano seriamente senza fiatare e vengono assassinati dal fisco».

Quei salti tra i banchi di Montecitorio

Il movimento di responsabilità nazionaleSappiamo tutti che in queste ore tiene banco il fiduciometro, cioè il tentativo di capire quanti e quali deputati voteranno a favore o contro la mozione di sfiducia presentata dai finiani, Udc e compagnia bella nei confronti del governo. La polemica di ieri e di oggi è tutta incentrata sulla presunta “compravendita” di deputati da parte della maggioranza, sulla denuncia (politica) di “calciomercato” da parte di Gianfranco Fini, e su quella (alla magistratura) di Antonio Di Pietro (oltre che al fascicolo che la procura di Roma aveva già aperto d’ufficio contro ignoti e senza alcuna fattispecie di reato).

L’argomento usato – e forse abusato – contro questa accusa è il seguente: perché ogni passaggio da sinistra a destra è visto come figlio di chissà quale mercimonio, mentre il contrario è trattato – dai media e dagli avversari politici del PdL – come un legittimo e ragionato cambio di opinione? Prescindendo dal fatto che lo stesso ragionamento potrebbe essere fatto anche per quel che riguarda le accuse di tradimento che da destra partono verso FLI, questo effettivamente è un buon argomento, almeno in linea di principio. Peccato che non sia da questo fatto che partano le accuse di “acquisto” di voti parlamentari, ma da altri.

In primo luogo, ci sono da ricordare le vecchie dichiariazioni dell’onorevole Antonio Razzi: a settembre, subito dopo la scissione nel PdL, il governo tentava di avere una maggioranza tale da essere autosufficiente nei confronti dei finiani. Razzi in un’intervista a Repubblica parlò di contatti col partito di maggioranza relativa, di promesse di rielezione sicura (e ci sta) più quella che riguardava un’offerta di pagamento di un mutuo appena acceso per l’acquisto di una casa a Pescara. Razzi spiegò il suo rifiuto dicendo «Ho una sola faccia. Come potrei farmi vedere in giro domani?». Probabilmente ora, dopo il suo passaggio dall’Idv per diventare il settimo deputato di Noi Sud, avrà trovato un’altra faccia da mostrare. Ieri, comunque, in conferenza stampa ha dichiarato che quella era una battuta.

Secondo punto: Massimo Calearo, ex Pd ed ex Api ora indipendente non insensibile alle esigenze della maggioranza (è in odore di voto contrario alla sfiducia, pur avendo dichiarato la sua attuale volontà di astenersi), intervistato dal Riformista è stato molto preciso riguardo al prezzo del cambio di casacca a favore del centrodestra: «Dai 350mila al mezzo milione di euro», più tutta una serie di altri particolari ed aneddoti (sui messaggi dei parlamentari Pd, su chi ha il mutuo da pagare eccetera).

Dulcis in fundo, c’è il deputato Domenico Scilipoti, ex Idv ora nello strano gruppetto di Calearo, che ha sette immobili pignorati, tra cui la propria abitazione, e debiti per duecentomila euro. Ed è sempre il deputato Scilipoti che, pur formalmente propenso a votare la sfiducia, è in forte odore di salto a destra con tanto di fiducia al governo Berlusconi.

Tralasciando al momento la storia delle consulenze da centomila euro tirata fuori da Repubblica e quella della promessa fatta alla Svp sul parco dello Stelvio (poi negata), i tre casi qui sopra legittimano a pensare molto male dei movimenti parlamentari degli ultimi tempi. Non sto parlando di eventuali risvolti penali, ma di quelli prettamente politici, e non voglio fare il moralista perché sappiamo tutti da chi è composto il parlamento e come sono state fatte le liste. Come si può rispondere, però, semplicemente “nun ce vonno sta” di fronte a questi indizi che avvalorano sempre più la tesi che, effettivamente, più che il cuore o il cervello, a cambiare i numeri in parlamento siano solo le esigenze del portafoglio di certi anonimi personaggi? E’ questa la nuova moralità portata in politica dal PdL e dal suo leader?

Prepararsi alle elezioni

PallottoliereOggi Termometro Politico ha pubblicato le prime proiezioni alla Camera e al Senato in base ai sondaggi attuali. Il dato è che alla Camera, per 1-2 punti percentuali, la coalizione PdL-Lega-Destra riesce ad ottenere il premio di maggioranza nei confronti del centrosinistra, mentre non riuscirebbe a raggiungere i 158 senatori necessari al controllo di Palazzo Madama. Secondo questa proiezione ad essere battleground regions (passatemi il termine) sarebbero effettivamente la Puglia e la Campania: la prima è la terra di Nichi Vendola, che governa una regione che premia sempre il centrodestra tranne, appunto, nelle occasioni in cui il candidato avversario è proprio lui; la seconda è la regione dell’allarme rifiuti, dello scontro Cosentino-Carfagna ed alleati vari. Queste potrebbero essere due variabili che potrebbero decidere le elezioni: se il PdL vincesse anche queste due regioni, avrebbe una buona maggioranza al Senato.

Io mi permetto ad ogni modo qualche osservazione rispetto a questi dati:
– in primo luogo, bisogna capire se c’è il tradizionale effetto degli elettori PdL di non esprimere la propria preferenza ai sondaggi, come avvenuto, ad esempio, durante le rilevazione del 2006, oppure no;
– in aggiunta al primo punto, c’è da considerare che i sondaggi del 2008 furono sostanzialmente corrispondenti al vero, con una sopravvalutazione delle forze medio-piccole, sopraffatte poi in cabina elettorale dal voto utile per PdL e Pd. Inoltre, anche i sondaggi per le Europee 2009 furono abbastanza precisi, e quelli che si avvicinarono di più al vero furono quelli Ipsos di Pagnoncelli, che ormai da tre settimane dà la coalizione di centro-sinistra in vantaggio sul centrodestra guidato da Berlusconi;
– una regione che potrebbe destare sorprese potrebbe essere la Sicilia, tradizionale feudo di centrodestra che assegna 26 senatori. Oltre alla consistenza elettorale dell’Mpa di Lombardo (7,9% al Senato 2008, 14% alle regionali 2008, 15,6% alle europee 2009) c’è da considerare il variegato quadro di scissioni che ha colpito il PdL (Fli e Forza del Sud), Udc (Popolari per l’Italia di domani di Totò Cuffaro) e lo stesso Mpa (Noi Sud) e il sistema di coalizioni e di spostamento di consensi elettorali “personali” che ne potrebbe uscire. Degno di nota, in questo senso, è l’annuncio di Raffaele Lombardo di stabilizzazione di decine di migliaia di dipendenti pubblici;
– infine, si voterà per molti sindaci di comuni importanti (Milano, Torino, Napoli) e questo potrebbe incidere sull’affluenza: da notare che tradizionalmente l’alta affluenza favorisce il centrodestra, ma ultimamente ad essere più colpito dall’astensionismo è stato, invece, il centrosinistra.

Tra fallimento del PdL e tenuta del Pd, i sondaggi aiutano Fini

PallottoliereLeggere i sondaggi è sempre interessante. Fa anche capire quali sono i margini di manovra dei leader politici, e anche di chi semplicemente bazzica nel sottobosco parlamentare.

Ad esempio, a guardare la media di Nota Politica (aggiornata al 25 ottobre) e l’ultimo sondaggio Crespi del 26 ottobre, si nota come quel partito pieni di problemi, di mugugni e di liti interne che è il Pd, non sia molto lontano nei prossimi mesi – se il trend attuale viene mantenuto – a diventare il primo partito italiano, essendo a soli 3 punti percentuali dalla macchina da guerra berlusconiana che nel 2010 si è andata lentamente logorando.

Da notare che, a legge elettorale vigente, il dato elettorale secondo Crespi accredita i finiani, fatti i conti, di 43 seggi alla Camera senza bisogno di alleanze, cioè più di quanti ne abbia oggi la pattuglia FLI a Montecitorio.

Ora voi direte: ma c’è anche il Senato, le elezioni polarizzano gli elettori, bisogna vedere le alleanze e la grande capacità di Berlusconi di mobilitare l’elettorato. Vero, tutto vero. Ma è anche vero che questi numeri mostrano:
– che il centrodestra è comunque maggioritario nel paese, ma che l’asse si va spostando sempre di più verso la Lega;
– che, nonostante tutto, il Pd non sprofonda;
– soprattutto, che le migrazioni dal PdL al nuovo partito del centrodestra forse non sono finite – come si preannuncia ormai da giorni – perché elettoralmente, e quindi a livello di poltrone parlamentari disponibili, c’è trippa per gatti. E i movimenti tellurici nella maggioranza, Ruby o non Ruby, potrebbero quindi essere destinati a continuare.