Gianfranco Fini

Fini800Nato e cresciuto nella rossa Bologna, è a cavallo tra gli anni 80 e gli anni 90 che Fini conosce la ribalta politica nazionale: erede di Giorgio Almirante nella guida dei post-fascisti, in lotta nel partito con la corrente guidata da Pino Rauti e con i cosiddetti “fascisti di sinistra”, movimentisti e nostalgici del programma mussoliniano del 1919, assume la segreteria del Movimento Sociale Italiano nel 1987 e, salvo una breve pausa, rimarrà leader della destra post-fascista italiana per un ventennio.

Da quel momento in poi, la carriera di Gianfranco Fini è tutta un crescendo: fondamentali la sua candidatura a sindaco di Roma, il passaggio al secondo turno (poi perso contro il candidato di centrosinistra Francesco Rutelli) e l’appoggio pubblico ottenuto in quell’occasione dall’allora imprenditore Silvio Berlusconi.
Altrettanto fondamentale la svolta di Fiuggi del 1995, in cui il Movimento Sociale Italiano si trasforma ufficialmente, dopo l’esperienza nel primo governo guidato da Berlusconi, in Alleanza Nazionale, nel primo tentativo di rendersi, con convinzione, presentabile agli occhi dell’opinione pubblica moderata e dell’Europa (continua su Xpolitix).

Endorsement – Io voterei il Partito Democratico

Mi sono fatto un’idea sulle elezioni pur sapendo che non andrò a votare: pur vivendo all’estero da più di due anni, non mi sono mai iscritto all’AIRE, un po’ per pigrizia, un po’ per racconti – raccolti dal vivo e on line – su lunghi mesi di attesa e sull’esclusione dall’assistenza sanitaria in Italia – un po’ perché secondo me quella del voto all’estero è una legge scema (ora, se qualche funzionario si trovasse a leggere queste parole, potrebbe iscrivermi d’ufficio); qualche mese fa avevo organizzato vacanze di Pasqua e ritorno in Italia per il voto a cavallo tra marzo ed aprile, ma poi il governo è caduto in anticipo e quindi amen. Tra l’altro, ho pure abolito le vacanze pasquali in patria. Ma vabbè, facciamo finta che voto.

Per dirla breve, voterei il Partito Democratico. Senza allegria, senza passione, senza convinzione, per carità: io, d’altra parte, non mi definirei di sinistra, centrosinistra, progressista o quello che è. Ho avuto la tessera di FI per tre anni (senza pur mai partecipare attivamente) e da quando voto ho sempre ondeggiato tra FI/PdL e i radicali, sempre meno convintamente nel primo caso, fino a ripromettermi, già un anno dopo le ultime elezioni, di non votare mai più un centrodestra con Berlusconi e il gruppo che lo ha accompagnato nell’ultimo decennio. Vidi con un favore la nascita della fronda finiana, non per particolare affinità ideologica con quel gruppo di parlamentari – alcuni dei quali, tra l’altro, mi sembrano politicamente imbarazzanti – ma per la possibilità di aprire un partito, renderlo vero, democratico, contendibile, permeabile alle influenze esterne e adeguato a gestire, elaborare, discutere le critiche interne come si fa in un partito vero. Com’è finita lo sappiamo tutti, e ora FLI è un micro partitino di stampo social-conservatore rappresentato da dei leader piuttosto parolai, mentre il PdL, dopo quella famosa telefonata in questura e la farsa del Rubygate (nei cui confronti non ho un approccio moralistico, ma mi fa rosicare il fatto che se finisco io in questura non c’è nessun potente ad alzare la cornetta per togliermi dai guai), l’immobilismo al governo (salvo che per certe leggine a uso e consumo di sappiamo chi), gli scandali, la commedia delle primarie (povero Angelino, che figura del cavolo che hai fatto) e la disinibita giravolta nel rapporto col governo dei tecnici, è sempre più una sola cosa: il partito di Berlusconi, punto. A questo punto voi mi direte: e perché’ l’hai votato prima, visto che è sempre, sempre, sempre stato il partito di Berlusconi? Eh, bella domanda. In fondo, ho sempre sperato che l’anomalia si riassorbisse: al di là di una stampa amica capace di sostenere tutto e il contrario di tutto nell’interesse del capo e della presenza di certi tipi che ti raccomando, il PdL – così come FI prima – è stato un partito che comunque i congressi comunali e provinciali li faceva, che includeva correnti politiche differenti che una dialettica interna che non fosse concentrata esclusivamente su cariche e finanziamenti doveva – nelle mie speranze! – prima o poi produrla, che rappresentava più di un terzo dell’elettorato e che quindi non poteva stare tutto sotto un capello solo, quello delle parole, degli interessi, degli errori e delle promesse mancate di Silvio Berlusconi. Ed è l’eterno ritorno – o l’eterna presenza, se volete – di Berlusconi alla guida del movimento, così come dei Verdini, dei Ghedini, dei Gasparri, degli Schifani, dei Romani ecc. (tralascio i Razzi e gli Scilipoti per non farmi venire il sangue allo stomaco) il tappo grosso che blocca il tutto, è stata la loro irremovibilità a essere stata una delle cause del disastro della destra di governo, una destra cialtrona e inefficiente, e lo dico con la rabbia e la delusione di uno che, probabilmente scioccamente, alla possibilità di mettere in atto certe riforme in questo paese per un certo periodo ci ha creduto davvero; di disastro, infatti s’è trattato, poiché puoi cercare tutte le scuse che vuoi, ma, per quanto ragionevoli e veritiere queste siano, ritrovarsi in una precarissima situazione economica e di finanza pubblica dopo otto anni di governo su undici dovrebbero consigliare a chiunque una sola cosa, cioè quella di tornare a casa e di non farsi vedere mai più. O almeno, io mi vergognerei come un cane a uscire di casa dopo un fallimento epocale di questo genere. Puoi anche lamentarti dell’architettura costituzionale di questo paese e sono addirittura disposto a darti ragione su un certo numero di punti, ma, ancora, dopo otto anni su undici al governo se non sei stato capace di giocare con le regole del gioco, è improbabile che siano solo le regole a essere sbagliate, ma è possibilissimo che sia tu a non essere adatto al gioco (nota: questa metafora l’ho copiata, ma non mi ricordo dove l’ho letta).

Riassumendo, sono due le questioni che mi impediranno per sempre di votare il centrodestra così com’è: la totale mancanza di democrazia interna del partito come prima ragione e come concausa della seconda ragione (essendo, tra le altre cose, la democrazia un meccanismo che tendenzialmente e almeno nel lungo termine corregge gli errori o almeno sostituisce chi li combina), cioè il disastro economico a cui ci ha condotto l’esperienza berlusconiana di governo. Forse anche prima, ma sicuramente ora il PdL è invotabile, punkt.

Guardandomi intorno, tra l’altro, ne vedo pochi di partiti che rispettino il requisito di democrazia interna, che non è altro che, in altri termini, essere un partito decentemente normale come accade nel resto d’Europa: quello a cui potrei essere più affine, il partito radicale, è nelle mani di Pannella, mentre l’esperienza di Monti è una lista estemporanea colma di conflitti d’interessi e che è guidata da un nome di prestigio internazionale che usa come stampelle Casini e Fini – anche loro leader indiscussi di partiti privi di democrazia interna. Non è solo un problema dei movimenti liberali, conservatori, o genericamente di centrodestra: SEL, ad esempio, non è altro che una costola un pelino riformata della corrente vendoliana già esistente in Rifondazione e che non trovò nulla di meglio da fare, perso il congresso postelettorale, che fare i capricci, andarsene e fondare un altro – l’ennesimo – movimento di sinistra. Il Movimento 5 Stelle, invece, è un marchio di proprietà di un uomo solo che tra l’altro ideologicamente propugna un modello di democrazia diretta, in rete, priva di corpi intermedi e di rappresentanza che, per motivi che non mi metto ora a spiegare in questo già lungo post, non condivido, quindi, per scartarlo, non mi serve nemmeno scendere nel dettaglio delle sue vaghe e/o deliranti e/o irrealizzabili proposte economiche e sociali.

Queste sono considerazioni su cui mi sono fissato da circa un paio di anni, andando a memoria e quindi, anche qui senza entusiasmo e senza impegno e senza gioia nel cuore, a dicembre ho votato alle primarie del PD (tra l’altro all’estero il voto era on line e gratuito, tiè), proprio perché sono un esercizio di democrazia interna di un partito. Ho votato Bersani perché nelle storie della rottamazione non ci credo, perché mi sembra una persona concreta, perché ha fatto parte di un’esperienza di governo che tra tasse e ricchi che devono piangere comunque la barra dell’equilibrio di bilancio e della riduzione del debito pubblico è riuscita sempre a tenerla ferma (e questa è una cosa di cui abbiamo bisogno ora e avremo bisogno in futuro, in questo paese sommerso dal debito pubblico), perché guida un partito europeista e io sono fortemente, quasi ferocemente, ossessivamente, irrazionalmente europeista, perché tra le poche cose liberali fatte in questo paese ci sono le sue liberalizzazioni, che saranno sicuramente incomplete, che hanno toccato solo certi settori e non altri, tutte le critiche che volete, ma sono stati provvedimenti che hanno aperto il mercato e toccato rendite di posizione e a cui, se vogliamo farci piacere le etichette, non vedo quale altra attaccare se non quella di “liberale” – e, a me, le cose liberali piacciono.

Come probabilmente saprete, nel registrarsi alle primarie si prende l’impegno a votare il centrosinistra. Per i motivi detti sopra non voterò, però mi ero messo l’anima in pace e avevo deciso che, se fossi tornato in Italia, avrei votato il PD (siccome non torno in Italia, sto stressando da qualche settimana mia nonna per mandarla al seggio a votare PD). E’ chiaro, io non sono di sinistra, ho davvero tante idee diverse che non mi metto ad elencare, le lascio intuire a voi facilmente, però non sarei d’accordo nel dire che è un voto dato turandosi il naso, o al meno peggio: penso realmente che le pratiche di democrazia interna siano un elemento positivo, che danno un motivo in più per votare il PD (prevengo una critica: prima di dirmi che erano primarie di apparato e bla bla bla, andate a vedervi quali e quanti sono i tipi di primarie negli Stati Uniti, dove non è mai esistita una cosa come il PCI, poi ne riparliamo).

Infine, è chiaro, c’è l’economia. Per quel che riguarda il PD, penso che il centrosinistra, per quanto abbia lasciato nella sua prima esperienza di governo un paese che, pur con le finanze a posto, cresceva la metà degli altri grandi paesi europei, può essere colpevolizzato solo pro quota: dal 2001 ha governato solo 20 mesi praticamente senza maggioranza, e, vi dico una novità, senza maggioranza non si governa. Colpa o giustificazione? Dal punto di vista della capacità di raccogliere il consenso, la prima, dal punto di vista della pratica di governo, la seconda. Più in generale, l’Italia non sta messa bene e penserete che finora abbia parlato del sesso degli angeli (può darsi che abbiate ragione, ma apertura degli oligopoli e dei monopoli e controllo delle finanze pubbliche a me sembrano cose concretissime e serissime), però, stando al tema, devo ammettere che i candidati con cui sento maggiore vicinanza sono quelli di Fare per Fermare il Declino. Tralascio il recente caso del master di Giannino, soprattutto perché i dubbi sul mio ipotetico voto li ho risolti prima. FID è un partito che mi avrebbe tentato fortemente se fossi andato al voto. D’altra parte, però, c’è che quel voto alle primarie è un po’ come una parola data, dal mio punto di vista. Formalmente non è affatto così, però, provenendo da un’altra cultura politica, aver accettato quella carta d’intenti è come aver fatto una promessa: ok, facciamo a fidarci, io scelgo i vostri candidati, in cambio prometto di votarvi alle prossime elezioni. Non è forse il rispetto della parola data una delle cose che solitamente chiediamo ai politici? Beh, non vedo perché, restando alla politica, questa cosa non debba valere anche per me, elettore, che decido di partecipare attivamente alla scelta di una candidatura alla guida della coalizione. Almeno così io ho vissuto questa cosa, forse non abbastanza laicamente, lo ammetto. In secondo luogo, non credo alle rivoluzioni. Tralasciamo quelle guerreggiate che, a memoria, hanno avuto successo una sola volta negli ultimi secoli, cioè in America. Rimaniamo a quelle pacifiche, e pensate alla delusione della rivoluzione liberale. Le cose cambiano, possono anche cambiare molto, ma molto difficilmente cambiano rapidamente, ancor più difficilmente lo fanno in maniera efficace e indolore allo stesso tempo. Pensate alla rupture di Sarkozy che in tempo cinque anni ha portato al secondo presidente socialista nella storia della Quinta Repubblica francese. Pensiamo, invece, alla capacità di riformare, di parlare al paese che ha avuto un De Gasperi, ad esempio. Di come la destra nella Svezia del welfare state sia stata capace di salire al potere senza minacciare smantellamenti ma portando comunque avanti il proprio punto di vista. Pensiamo alla CDU della Merkel dopo anni di socialdemocrazia. Nessuno ha proposto cambiamenti radicali sventolando bandieroni e minacciando di rivoltare tutto come un calzino, eppure tutti sono al governo ad attuare, pur con difetti e limiti com’è normale, il proprio programma, la propria visione del mondo. Insomma, alla fine di questo post scritto come un flusso di coscienza con in mezzo una pausa caffè, mi limito a dire che non chiedo rivoluzioni, ne ho abbastanza dopo venti anni. Chiedo normalità, un premier normale alla guida di un partito normale composto di persone normali che portano avanti politiche di cambiamento, condivisibili o no, ma normali e su cui si possa cambiare opinione dopo cinque anni come avviene in molti altri paesi. Paesi normali, appunto.

La partita elettorale del delfino di Almirante

Gianfranco FiniUn piccolo episodio accaduto durante l’ultima conferenza stampa di Mario Monti, quella in cui ha presentato le liste in appoggio al suo programma politico: ad un certo punti gli arriva un bigliettino e, dopo averlo letto, afferma di essersi dimenticato di citare Futuro e Libertà e, in particolare, Benedetto Della Vedova. Poiché in realtà aveva già citato l’ex radicale parlando dei presenti all’incontro in cui si è decisa la presentazione di liste elettorali montiane, suppongo che la dimenticanza sia più che altro collegata al partito guidato dal presidente della Camera. Poiché le anticipazioni degli ultimi giorni parlavano della presentazione di una lista dei finiani in coalizione – ma separatamente – rispetto all’UDC e alla lista Monti, credo di aver capito che la terza testa del tridente a supporto del premier sia proprio Futuro e Libertà.

Visti gli scarsi – ma scarsi! – risultati elettorali di FLI (dalla sua nascita, più di due anni fa, spesso non si è nemmeno presentata in numerosi elezioni locali di una certa rilevanza) e dalle basse cifre dei sondaggi, mi è capitato di leggere su Twitter (e non mi meraviglierei di leggerne altre sulla stampa nei prossimi giorni) alcune ironie sul fatto che Gianfranco Fini, dopo tanti anni, si prepari a lasciare il parlamento. Io non è che sia un sostenitore di FLI – ammetto di avere avuto un leggerissimo e discretissimo interesse durato mezz’ora (vabbé, sarò onesto, due o tre mesi, ma non di più) a cavallo tra 2010 e 2011, scemato di fronte a certi personaggi di primo piano del partito e per via del profilo social conservative che il movimento si è dato, eccezioni a parte – ma penso che, visti i meccanismi del porcellum e numeri dei sondaggi alla mano, una certa Schadenfreude non sia molto fondata.

Occupandoci della Camera dei deputati, per una lista coalizzata con altre ci sono due modi per acquisire seggi: nel caso in cui la coalizione non superi il 10%, la lista deve raggiungere da sola il 4%, mentre, nel caso la soglia di coalizione sia raggiunta, lo sbarramento è per tutti i partiti che raggiungono il 2% più il “miglior perdente”, cioè la migliore delle liste al di sotto della soglia. Il meccanismo del “miglior perdente” è quello che nel 2006 permise l’ingresso alla Camera di parlamentari della lista Nuova DC-Nuovo PSI per la coalizione di centrodestra e dell’UDEur per la coalizione di centrosinistra, mentre nel 2008 assegnò seggi al Movimento per l’Autonomia, sempre per il centrodestra.

Nel caso della coalizione centrista, tutti i sondaggi la danno, senza precisare l’esistenza di una lista chiamata Agenda Monti, attorno al 10% – sulla soglia, quindi – e dicono che risulterebbe accresciuta da un eventuale intervento diretto di Mario Monti (alcuni dicono fino a farle raddoppiare i consensi in termini percentuali, addirittura). Gli ultimissimi sondaggi (esclusi quelli ultra-ottimisti di cui prima), inoltre, non stanno ancora registrando i primi impatti della «salita» di Monti nell’agone politico, ma, invece, subiscono ancora l’effetto della maratona televisiva di Silvio Berlusconi. Poniamo, quindi, due ipotesi: che il centro raggiunga in maniera più o meno agevole la soglia del 10% e che non ci siano cataclismi per quel che riguarda i dati dei due partiti che presenteranno il proprio simbolo.

L’UDC, per dire, sta ultimamente registrando i suoi peggiori risultati nel consenso nei sondaggi dell’ultimo decennio, sotto il 5%, ma sopra il 2% di coalizione. FLI galleggia sul 2%, in pericolo, mentre la lista Monti, tutta da definire, che imbarcherebbe la fondazione di Montezemolo, pezzi dell’associazionismo e del sindacalismo cattolico, alcuni dei ministri tecnici in carica e transfughi di destra e sinistra, dovrebbe essere il valore aggiunto e quella che raccoglie i consensi di chi più genericamente sostiene l’attuale premier. Quanto le diamo? SWG più di un mese fa le attribuiva l’8,5%, mentre un paio di settimane fa il 15,4% come lista unica di tutto il centro montiano. Diciamo, quindi, una cifra tra il 5% e il 10%. In un contesto del genere, anche in caso di risultato moderatamente deludente dell’UDC, Futuro e Libertà sarebbe comunque nella peggiore delle ipotesi l’unica lista sotto il 2% e quindi avente diritto ad avere, seppure pochi, parlamentari a Montecitorio. Considerando che probabilmente Fini sarà capolista ovunque o in regioni forti, è facile prevedere la sua permanenza nel ruolo da parlamentare. La scommessa, quindi, è tutta lì, nel 10% che ad oggi sembra un obiettivo più probabile piuttosto che no.

Chi pensava che sarebbe stato più proficuo presentare un unico simbolo sulla scheda, forse non ricorda l’esempio fallimentare della sinistra radicale del 2008, dei radicali e socialisti nel 2006 e di tanti altri casi nella storia della Repubblica.

La caduta di Mario Monti e l’azione politica dei partiti europei nei contesti nazionali (2)

EPP logoI recenti fatti che hanno portato all’annuncio di dimissioni da parte del capo del governo hanno mostrato, tra le tante cose, anche il distacco che esiste tra la politica europea e le politiche nazionali. La metto più chiaramente: per come la vedo io, uno degli obiettivi che qualunque sincero federalista europeo dovrebbe avere è quello di avere una efficace politica europea, nel senso della creazione di famiglie politiche, di gruppi, di partiti che agiscano in maniera uniforme a livello continentale, sia nelle istituzioni comunitarie, sia in quelle nazionali.

Nel caso specifico, abbiamo il Partito Popolare Europeo che mostra profondo rammarico nei confronti di un evento – la caduta del governo italiano – causato da un partito che è il suo principale membro tra quelli in Italia. Per fare un esempio in scala ridotta: ricorderete che qualche grattacapo lo creò al Partito Democratico l’appoggio alla giunta di Raffaele Lombardo, ma, ad ogni modo, le peculiarità della politica siciliana e l’occasione di mandare all’opposizione il PdL resero ben accetta questa decisione. Un altro esempio – stavolta ipotetico – ben più calzante sarebbe però un altro: dato che poche settimane fa Mario Monti ha pubblicamente dichiarato la sua affinità con il Partito Popolare Europeo, sarebbe come se il PdL locale avesse fatto cadere una delle sue giunte in Campania, Sardegna o altrove in completo e aperto dissenso con le direttive provenienti da Roma (o Arcore, nel nostro caso). Totalmente schizofrenico, se avvenisse creerebbe almeno una certa tribolazione – e se ci fare caso, è ciò che è accaduto in Sicilia nei vari rimpasti in giunta e con le scissioni e controscissioni nel partito berlusconiano.

Ora, invece, le forti critiche del PPE creano turbamenti a Silvio Berlusconi solo a livello di immagine internazionale (ben più pesanti quelli di capi di governo, invece. O forse no?). Voi direte: ma a Berlusconi non frega una cippa di quello che dicono in Europa, anzi, potrebbe anche recargli vantaggio –  in tal caso non riuscirei a darvi torto. Il punto centrale è che ciò dovrebbe creare problemi ai colleghi popolari di Bruxelles. Nel discorso sull’efficacia dei partiti europei che voglio fare, ciò che intendo è che, se i partiti continentali fossero roba seria, il PdL sarebbe stato sbattuto fuori immediatamente dal gruppo parlamentare europeo e dal PPE stesso. Non è, invece, così, anche perché nell’UE come è oggi i parlamenti nazionali hanno maggiore importanza di quello europeo – che pure da qualche anno ha visto crescere i suoi poteri e probabilmente li vedrà ancora aumentare nei prossimi anni.

Da tempo penso che i partiti nazionali della stessa famiglia debbano iniziare a muoversi con maggiore coordinazione. Dirò di più: da tempo spero che i politici di una nazione inizino a interessarsi sempre maggiormente delle campagne elettorali degli altri paesi, tant’è vero che quando Angela Merkel pensò inizialmente di partecipare attivamente con dichiarazioni pubbliche alla campagna elettorale per le presidenziali francesi, pensai che fosse una buona notizia.  Inoltre, la scorsa primavera abbiamo avuto per la prima volta un interesse incrociato dei media per le elezioni che, magari nella stessa giornata o comunque nell’arco di pochissime settimane, si svolgevano in più paesi (politiche in Grecia, presidenziali in Francia, amministrative in Italia e Germania) e il cui combinato disposto avrebbe – e ha – avuto effetti sulle decisioni prese e livello UE.

Tornando a noi: visto che Monti ha apertamente dichiarato di essere, sostanzialmente, vicino al PPE, i responsabili di quest’ultimo dovrebbero dire: “Noi appoggiamo Mario Monti, il suo governo, il suo prestigio internazionale e la sua politica di risanamento del bilancio pubblico dell’Italia. Nell’ottica dell’integrazione europea e dell’interesse per ciò che accade in ogni paese dell’Unione, noi proponiamo Monti come candidato a guidare una lista col nostro simbolo a cui possono partecipare tutti coloro già oggi appartenenti al PPE oltre a tutti i nuovi soggetti politici che oggi si riconoscono nella famiglia dei popolari e dei moderati italiani ed europei”. Praticamente, tutti i nani, nanerottoli e aspiranti tali del centro (che, ad essere rigorosi, è un centrodestra non berlusconiano), cioè i vari Casini, Fini, Montezemolo, Passera, Riccardi, Pezzotta eccetera sarebbero tutti insieme nella lista del Partito Popolare Europeo, con un leader indiscusso e autorevole e un simbolo nuovo, europeista e attraente per l’elettorato di riferimento (moderato e borghese) di questi gruppi.

A prescindere dalla consistenza elettorale, questa dovrebbe essere un’operazione di alto profilo e di lungo respiro, con l’obiettivo proprio di dare stabile e consistente rappresentanza in Italia a un centrodestra normale, destinato, alla lunga, a rimpiazzare quello berlusconiano, in modo da dire: noi siamo il PPE in Italia, Berlusconi è un’altra cosa, è un paria, piacerà agli antieuropeisti, agli estremisti, ai nostalgici della lira, ma a noi che siamo seri e responsabili no. Se fosse, però, solo un’ammucchiata di capetti coi loro privati eserciti, consiglierei a Monti di starsene a casa e ad aspettare la chiamata per il Quirinale o via XX Settembre, poiché con le armi altrui può essere facile conquistare principati, ma assai difficile mantenerli.

[2 / continua]

(1- “Live together, die alone”: contro il concetto di sovranità nazionale in Europa)

Er populismo de Bberlusconi

51IMG2144-63Questi sono tempi in cui si parla poco di politica, e si discute spesso del conflitto tra il premier e la magistratura – non dico chi ha torto o ha ragione, scegliete voi – mentre non c’è ormai nessun programma politico che va avanti, anche perché i numeri in parlamento, senza tutti i membri del governo presenti, rischiano di ballare. E’ un Prodi-bis in salsa azzurra, con l’aggiunta della battaglia delle/nelle/contro le procure e la centralità del duello pro/anti-Cav. che affligge l’Italia da quasi due decenni. Non siamo un popolo, siamo due branchi in lotta. Vabbè. Amen.

Detto questo, poiché mi piacerebbe sentir parlare di politica, poiché tendenzialmente mi definisco moderato e liberale, e poiché c’è un partito in Italia che – a suo dire – ha l’ambizione di costruire la destra dopo Berlusconi, faccio qui un riassunto, anzi un elenco con giudizio semplice a lato, come pro memoria per me – e per tutti – delle proposte politiche di questo partito. Sarò molto poco analitico, che è tardi e ho passato il Venerdì Santo sui libri e al computer e vorrei riuscire a vedere un film prima di andare a dormire.

Abbiamo allora visto, finora:

critica ai tagli lineari di Tremonti (Baldassarri, il partito in generale)Bene, ma manca la proposta elaborata di politica economica;
aumento della tassazione sulle rendite finanziarie dal 12,5% al 24-25% (Fini)Farebbe fuggire i capitali, intaccherebbe il risparmio, e inoltre le tasse sono in generale già abbastanza alte così come sono, vogliamo pure aumentarne alcune? Molto, molto male;
mancata comprensione delle esigenze di aumento della produttività e dei vincoli imposti dalla concorrenza in campo industriale e nel mercato in generale (Fini)Malissimo;
contrarietà all’abolizione dell’obbligatorietà della azione penale (Fini)Male;
linea aperta ad un nuovo tipo di immunità, parlamentare e/o per le alte cariche, ma con ambiguità in parlamento e senza capire di quale tipo di immunità si parli (Fini, il partito in generale)Vorrei capire, diciamo;
favorevole al decreto Ronchi, cioè alla nuova disciplina di gestione della fornitura dei servizi pubblici, in particolare idrici (Ronchi è di Fli, ma vedi Bocchino sul referendum) – Bene, fermo restando il fatto che il decreto Ronchi è molto migliorabile;
nuovo contratto unico nazionale, cioè pdl Raisi-Della Vedova, fuori dall’art. 18, con abolizione dei contratti atipici e maggiori tutele formative ed economiche per i licenziati (a disincentivo del licenziamento non più tutelato dallo Statuto dei lavoratori) – Bene, molto bene, tutto è perfettibile ma il governo anche una cosa così se la sogna, è sempre molto meglio del nulla.

Aggiungo che mi sono rotto l’anima della Perina in tv che mi sembra la De Gregorio, delle conferenze stampa ad accompagnare un delirante e comico Pennacchi, e anche di ste liti se appoggiare chi, come, quando. Sti problemi Casini, ad esempio, non se li è posti, e pare che oggi, politicamente ed elettoralmente, goda di maggiore salute e credibilità di FLI. Un motivo ci sarà, e ci sarà anche del fatto che oggi molti, parlando di FLI, passano dal sarcastico perculamento ai tentativi di previsione della data di dichiarazione di decesso.

Fallimenti reali e fallimenti potenziali

Negli ultimi tre giorni, ho passato del tempo ad ascoltare alcuni interventi che si sono svolti durante l’assemblea costituente di Futuro e Libertà: quello di Fini, quelli di Della Vedova, di Falasca, e, infine, di Baldassarri. Quest’ultimo, sostanzialmente, mi fa risparmiare un bel po’ di tempo perché riassume molto bene quello che intendevo scrivere, e cioè, che al di là delle beghe giudiziarie del presidente del Consiglio, questo governo è da tutti i punti di vista fallimentare perché fallimentare è la sua politica economica, quella firmata da Giulio Tremonti.

Non c’è alcun federalismo, né istituzionale né semplicemente fiscale, perché il federalismo non è altro che l’autonomia decisionale da parte degli enti locali, e cioè competenze esclusive e definite e conseguente totale indipendenza di imposizione e di spesa. Il governo, invece, non ha fatto altro che presentare un nuovo piano di ripartizione della spesa locale decisa comunque a livello centrale, e in parlamento anche quella buona idea che era la ridefinizione della spesa basata sui costi standard è tornata ad essere – per quel che riguarda il federalismo municipale – nuovamente collegata alla spesa storica così com’è ora, con l’introduzione di nuovi balzelli e, sostanzialmente, con un gattopardismo finanziario che non cambia nulla, se non addirittura peggiora.

Le tasse non diminuiscono, anzi aumentano leggermente, e i timori che non si faccia la fine di Grecia e Irlanda (e Portogallo e Spagna) non sono ancora fugati. Come è successo negli ultimi 20 anni, il tasso di crescita del Pil è meno della metà di quello degli altri principali paesi europei. Basterebbe questo per bocciare il governo di Silvio Berlusconi, e anche per bocciare quello futuro ed ipotizzato, di grande coalizione, probabilmente guidato da Giulio Tremonti, perché è lui che fa la politica economica mentre il premier è occupato in conferenze stampa, registrazione di videomessaggi in stile Al Qaeda, festini con le sue amiche e riunioni coi suoi avvocati.

Di fronte a tutto questo, c’è l’obiezione di un mio amico secondo cui, dopo tutto, meglio il Cav. che altri, poiché in questa guerra per bande che avvolge il paese l’unica banda che possiamo sceglierci è quella di Berlusconi, visto che è sottoposta al voto popolare, mentre la altre bande no. Su questo torno un’altra volta, così come sul fatto che in Futuro e Libertà, se è vero che almeno viene concessa cittadinanza ed ascolto ad alcune idee riformatrici, è pur vero che la pars construens della sua proposta politica ed economica è ancora tutta da vedere, e voglio proprio vedere come viene tirata fuori stando abbracciati con l’Udc.

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L’Armageddon mancato

«Silvio Berlusconi è un osso duro. Fini ha perso, Casini ha rotto politicamente e si è fatto contare alle urne, lui ha rotto personalmente e al dunque non ce l’ha fatta. Il Pd è nella palta. I problemi del Paese sono altri, e avremo altri terribili mesi di inedia. Sullo sfondo, elezioni con questa legge elettorale con Berlusconi ancora capo del centrodestra, e auguri al risultato. Per gente seria un nuovo impulso a emigrare perché non si salva praticamente nessuno, e nel pensarlo si prova autoribrezzo all’idea di diventare qualunquisti, qualunque cosa pensiate degli eccessi e delle tragiche promesse liberali mai mantenute da SB (io ne penso male e malissimo, dalle tasse alla spesa pubblica altissime alla riforma della giustizia mai varata pensando solo a sé, ma al dunque non c’è mai chi lo affronti senza scappare e lui resta in piedi ingessando sempre più tutto su se stesso, quanto alla sinistra in questi due anni l’ala liberal riformista mi sembra travolta da posizioni neostataliste e tassaiole che mi fanno orrore, dei giustizialisti non parlo per evitare parole improprie, il neoproporzionalismo mi atterrisce per la spesa pubblica che provocherebbe con le mani libere di ogni partitino in Parlamento). Di fronte a tale scontro a coltello che fa altre macerie e avviene ignorando che tra poche settimane riparte l’euroballo del debito e noi ci finiremo dentro, dico che Dio aiuti l’Italia – e cioè i milioni di italiani che faticano seriamente senza fiatare e vengono assassinati dal fisco».

Quei salti tra i banchi di Montecitorio

Il movimento di responsabilità nazionaleSappiamo tutti che in queste ore tiene banco il fiduciometro, cioè il tentativo di capire quanti e quali deputati voteranno a favore o contro la mozione di sfiducia presentata dai finiani, Udc e compagnia bella nei confronti del governo. La polemica di ieri e di oggi è tutta incentrata sulla presunta “compravendita” di deputati da parte della maggioranza, sulla denuncia (politica) di “calciomercato” da parte di Gianfranco Fini, e su quella (alla magistratura) di Antonio Di Pietro (oltre che al fascicolo che la procura di Roma aveva già aperto d’ufficio contro ignoti e senza alcuna fattispecie di reato).

L’argomento usato – e forse abusato – contro questa accusa è il seguente: perché ogni passaggio da sinistra a destra è visto come figlio di chissà quale mercimonio, mentre il contrario è trattato – dai media e dagli avversari politici del PdL – come un legittimo e ragionato cambio di opinione? Prescindendo dal fatto che lo stesso ragionamento potrebbe essere fatto anche per quel che riguarda le accuse di tradimento che da destra partono verso FLI, questo effettivamente è un buon argomento, almeno in linea di principio. Peccato che non sia da questo fatto che partano le accuse di “acquisto” di voti parlamentari, ma da altri.

In primo luogo, ci sono da ricordare le vecchie dichiariazioni dell’onorevole Antonio Razzi: a settembre, subito dopo la scissione nel PdL, il governo tentava di avere una maggioranza tale da essere autosufficiente nei confronti dei finiani. Razzi in un’intervista a Repubblica parlò di contatti col partito di maggioranza relativa, di promesse di rielezione sicura (e ci sta) più quella che riguardava un’offerta di pagamento di un mutuo appena acceso per l’acquisto di una casa a Pescara. Razzi spiegò il suo rifiuto dicendo «Ho una sola faccia. Come potrei farmi vedere in giro domani?». Probabilmente ora, dopo il suo passaggio dall’Idv per diventare il settimo deputato di Noi Sud, avrà trovato un’altra faccia da mostrare. Ieri, comunque, in conferenza stampa ha dichiarato che quella era una battuta.

Secondo punto: Massimo Calearo, ex Pd ed ex Api ora indipendente non insensibile alle esigenze della maggioranza (è in odore di voto contrario alla sfiducia, pur avendo dichiarato la sua attuale volontà di astenersi), intervistato dal Riformista è stato molto preciso riguardo al prezzo del cambio di casacca a favore del centrodestra: «Dai 350mila al mezzo milione di euro», più tutta una serie di altri particolari ed aneddoti (sui messaggi dei parlamentari Pd, su chi ha il mutuo da pagare eccetera).

Dulcis in fundo, c’è il deputato Domenico Scilipoti, ex Idv ora nello strano gruppetto di Calearo, che ha sette immobili pignorati, tra cui la propria abitazione, e debiti per duecentomila euro. Ed è sempre il deputato Scilipoti che, pur formalmente propenso a votare la sfiducia, è in forte odore di salto a destra con tanto di fiducia al governo Berlusconi.

Tralasciando al momento la storia delle consulenze da centomila euro tirata fuori da Repubblica e quella della promessa fatta alla Svp sul parco dello Stelvio (poi negata), i tre casi qui sopra legittimano a pensare molto male dei movimenti parlamentari degli ultimi tempi. Non sto parlando di eventuali risvolti penali, ma di quelli prettamente politici, e non voglio fare il moralista perché sappiamo tutti da chi è composto il parlamento e come sono state fatte le liste. Come si può rispondere, però, semplicemente “nun ce vonno sta” di fronte a questi indizi che avvalorano sempre più la tesi che, effettivamente, più che il cuore o il cervello, a cambiare i numeri in parlamento siano solo le esigenze del portafoglio di certi anonimi personaggi? E’ questa la nuova moralità portata in politica dal PdL e dal suo leader?

Fini e l’obbligatorietà dell’azione penale

Nuovo viaggio nel mondo di FLI, per tentare di capire qual è la proposta politica del nuovo partito. Oggi, ad esempio, Gianfranco Fini si è espresso contro l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale:

Mi rendo conto è ben saldo sulla carta ma molto poco nella prassi. Tutto ciò però succede anche per molti altri articoli della Costituzione. Di questo passo dovremmo abolire molti principi.

Gianfranco FiniIl punto è che il tentativo di dare seguito ad un principio formale è sempre, nella prassi, lontano dal suo successo e d’ostacolo al rispetto di altri principi quali la certezza della pena e tutta una serie di diritti delle vittime e della società in generale. Sospettando che Fini non sia d’accordo, ad esempio, con la depenalizzazione di tutta una serie di reati (quelli riguardanti gli stupefacenti su tutti), quale potrebbe essere la soluzione proposta se non, semplicemente, quella dell’aumento del finanziamento alla giustizia (questo è quello che si capisce dalle sue ultime dichiarazioni)?

Ci sono e ci sono state già alcuni disegni di legge costituzionale a questo riguardo, provenienti soprattutto da radicali e da ex forzisti. L’idea è, grosso modo, che il parlamento oppure il ministro della giustizia possano dare a scadenze regolari linee generali di politica giudiziaria che ogni procura sarebbe poi costretta a seguire e declinare. Non si guadagnerebbe forse nulla dal punto di vista del numero di crimini perseguiti e realmente puniti, ma sicuramente si avrebbero vantaggi rispetto a:
– diminuzione della discrezionalità delle procure;
– controllo democratico della politica giudiziaria;
– certezza della pena;
– velocità dei processi;
– rispetto di alcuni dei diritti e degli imputati, e delle vittime.

Si potrebbe magari sottoporre la decisione delle linee generali di politica giudiziaria al parlamento, a intervalli di alcuni anni (due, o tre), e obbligatoriamente a maggioranza assoluta se non anche qualificata. Il fatto è che il rispetto di decisioni politiche da parte della magistratura inquirente non è in sé un attacco all’indipendenza del potere giudiziario, e io penso che in questo dovremmo guardare alla Francia, non tanto perché pensi che sia il miglior sistema giudiziario tra i paesi civilizzati (in realtà, non ho idea di quale sia il migliore), ma semplicemente perché è quello dalla cultura giuridica più affine a quella italiana. D’altro canto, le istituzioni dovrebbero essere modellate anche dalle tradizioni, dalla storia, dalle inclinazioni di un popolo, e prevedere un pm sottoposto al governo come nel ventennio fascista è semplicemente inattuabile, improponibile e forse anche pericoloso in Italia. Ma da qui ad ostinarsi a difendere pervicacemente un principio che a) è inattuabile, e b) ostacola il rispetto di altri, differenti ma altrettanto importanti principi, ce ne corre assai.

Detta in modo brutale: dopo aver passato mesi a criticare giustamente ed in maniera sacrosanta la vita partitica e democratica del PdL (e credo che nel PdL molti debbano ammettere che non aveva tutti i torti), ora si accredita veramente come uno che non solo si pone come alternativa a Berlusconi, ma anche ad una certa idea di destra veramente liberale, moderna, democratica. A quel punto – again – meglio l’originale.

Di Fini, di Futuro e Libertà e del lodo Alfano (che lodo non è)

Gianfranco FiniGianfranco Fini si rivela quello che è: una mezza tacca. Eppure, avevo visto con interesse la nascita di Futuro e Libertà. No, non sto parlando del voto favorevole alla retroattività dell’immunità per le alte cariche, ma di un paio di dichiarazioni di politica economica che non mostrano nulla di nuovo, ad esempio, rispetto alle usuali proposte del Pd, né di utile per il paese. Il leader della destra moderna e liberale, invece di iniziare a sostenere che la pressione fiscale dovrebbe scendere un tantino, ne propone un inasprimento, cioè l’aumento delle rendite finanziarie così come piacerebbe a Prodi e Bersani (e forse anche a Tremonti, poiché l’importante è il rigore, poi se tratti il contribuente come suddito e tagli quello che ti passa sotto mano, che importanza ha?). Dopo, Fini se l’è presa con Marchionne, invece di tacere, o magari proporre qualcosa di nuovo o, addirittura, liberale. Capita, così, che chi liberale lo è davvero e lo è sempre stato, si ritrovi ad arrampicarsi sugli specchi, oppure a dire semplicemente che Fini ha torto. No, mi dispiace, FLI non sembra in questo momento il partito che fa per me, e tanto varrebbe votare per l’originale. Ma andiamo avanti.

Io sono d’accordo con l’introduzione di forme di immunità per le alte cariche, e anche con quella parlamentare (seppur differente da quella del ‘93). Ritengo, molto banalmente, che nell’ottica di un equilibrio dei poteri i magistrati debbano essere liberi dal controllo dell’esecutivo, e allo stesso tempo lo svolgimento di impieghi pubblici di grande rilevanza debba essere protetto da qualche pazzia di un procuratore fuori di senno – e no, non sto pensando a nessuno in particolare, è solo in linea principio, semplicemente perchè

 

nell’affrontare questi problemi ci si deve liberare da quelle che un grande giurista, Carlo Esposito, chiamava le “ricostruzioni mistiche” degli organi che svolgono funzioni costituzionali. Le visioni per cui l’attribuzione ad un organo della qualifica di imparziale varrebbe di per sé a garantire il titolare dal rischio di commettere abusi o distorsioni. In una visione realistica, qual è quella che le Costituzioni hanno, e debbono avere, tutti gli organi possono abusare del proprio potere, siano essi organi politici (il presidente del Consiglio o la maggioranza parlamentare) o organi in posizione di terzietà (i giudici) o semplicemente di neutralità rispetto all’indirizzo politico di maggioranza (Il Presidente della Repubblica).

A differenza delle tante leggine e dei tanti strafalcioni giuridici con cui Forza Italia ed il Popolo della Libertà hanno intasato il parlamento negli ultimi anni, il lodo Alfano (che lodo non è, ma pazienza) è una proposta di legge che, nella sua versione costituzionale, si può finalmente difendere e sostenere senza il terrore di mettere nel nostro ordinamento un’altra legge scritta pensando a questo o a quel processo (sì, ok, probabilmente lo è, ma in linea di principio no). E se il principio è giusto – sottolineo: se – non si vede perché depotenziarlo non prevedendo la retroattività dell’immunità. Qui FLI ha fatto molto bene a votare a favore, ma Fini s’è mostrato ondivago o confuso, di nuovo: prima era no, e mo è sì (cit.).