Link del 2 agosto 2010

Ddl università: le ultime farsesche novità (Gustavo Piga, Noise From Amerika, 27 luglio 2010)
Granata da legare (Massimo Gramellini, La Stampa, 28 luglio 2010)
La maledizione dei governi Berlusconi (Antonio Polito, Il Riformista, 30 luglio 2010)
Cuba divora i suoi figli (Francesco Agnoli, Il Foglio, 31 luglio 2010)
“Per lui ci vuole il trattamento Boffo” (intervista a Giorgio Stracquadanio, Il Fatto Quotidiano, 31 luglio 2010)
Piccolo test su Fini e il liberismo (Alessandro De Nicola, Il Sole 24 Ore, 1 agosto 2010)

Ce l’ho, non ce l’ho, ce l’ho…

PallottoliereNon l’avrei mai immaginato, ma il tempo di rispolverare il pallottoliere è già arrivato. Le decisioni dell’ufficio di presidenza del PdL possono sembrare un successo personale di Berlusconi, ma in realtà non costituiscono altro che una vittoria di Pirro. Al momento, alla Camera il governo ha poco più di 340 voti a sostegno: se nessuno dei micropartitini ha il mal di pancia, si arriva a 343; i finiani, ora, sembrano essere 34, e senza di loro la maggioranza non è più tale e si riduce a 309. Anche imbarcando il deputato del Movimento Associativo degli Italiani all’Estero e i deputati LibDem, si arriva a 313, che è un numero inferiore a 316, cioè alla maggioranza di Montecitorio.

Bentornati ai tempi del governo Prodi, mentre il grande partito “dei moderati e dei liberali” (cit.) si va sfasciando.

Il PdL si sfascia (ed è colpa di Berlusconi)

lega nord banca Avete presente quello che dicono quei brutti voltagabbana dei finiani (che se non era per il Cav. stavano ancora nelle fogne missine, brutti bastardi), cioè che bisogna stare attenti a non appiattirsi di fronte alle politiche della Lega? Ecco, saranno voltagabbana (se non si capisce, è ironia), ma quando il PdL ha l’occasione di mettere su una poltrona importante un suo uomo, un gran pezzo di forzista delle origini, uno che piglia i voti e allo stesso tempo dice no a dazi, protezionismi, sussidi e divieti antiscientifici, ecco che arriva il diktat della Lega. Come volevasi dimostrare – ma tutto va bene, dicono La Russa e Verdini.

Io non sono leghista – tra qualche tempo questo sarà il mantra da ripetere per tentare di restare vivi. Nel frattempo continuate pure a dare la colpa a Fini, bravissimi; in realtà colui che spesso è sembrato una mezza tacca una cosa in vita sua pare averla capita, e i soliti yesmen invece no.

L’opposizione dentro al centrodestra

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it il 12 maggio 2009. Il titolo potrebbe non essere fedele a quello originale.


 
L’idea che in questo paese non ci sia un’opposizione – o che ci sia, ma sia talmente debole e confusa da risultare inconsistente alla prova dei fatti – non è nuova, né originale. La troviamo da tempo sui giornali e nelle opinioni di politologi e giornalisti in tv. Ed è, diciamo, piuttosto fondata. L’idea che in questo frangente storico sia il Pdl stesso a riassumere in se stesso anche una certa opposizione, un sorta di frangia autonoma da Silvio Berlusconi, di fronda al re, di corrente minoritaria, è meno presente nelle analisi degli esperti, ma è altrettanto fondata della prima. A ben vedere, infatti, troviamo molti nomi – alcuni dei quali di peso – che tendono a portare avanti un altra idea di conservatorismo italiano.

Se n’erano già avute avvisaglie due legislature fa, ma dal congresso del Pdl in poi è chiaro che sia Gianfranco Fini il portabandiera della minoranza interna del Pdl. Il ruolo istituzionale di terza carica dello stato lo aiuta, ma certo la provenienza dalla leadership del partito-socio di minoranza del centrodestra e le sue posizioni riguardo alla bioetica e (testamento biologico, fecondazione assistita, e pare che presto si pronuncerà in maniera importante anche sulle coppie di fatto) e al voto amministrativo per gli immigrati lo pongono di fatto in alternativa alla linea politica di maggioranza del Pdl, che si muove di fatto su due linee: quella economica e sociale del duo Tremonti-Sacconi, e quella valoriale, biopolitica delle Roccella, dei Quagliarello, degli atei devoti ecc. E’ in particolare rispetto alla seconda che Fini si è posto in alternativa, poiché, com’è noto, uno degli obiettivi almeno dichiarati del governo è la tenuta della coesione sociale, e l’attenzione a problematiche di questo tipo sono care a tutta la tradizione della destra italiana, molto sociale e poco tory.

Attorno alla figura di Fini se ne intersecano altre: certamente quella di Sofia Ventura, docente di scienza politica presso l’università di Bologna e autrice dell’articolo contro il “velinismo” pubblicato dalla fondazione presieduta proprio dall’ex leader di An, Fare Futuro. Dalla lettura dei retroscena e dei corsivi sui giornali, pare, inoltre, che sia proprio lui uno dei candidati all’accusa di sobillatore di Veronica Lario; la moglie del premier, oltre ad aver acceso qualche speranza a sinistra e aver offerto lo spunto per un attacco anche politico al premier da parte di seconde e terze linee del Pd, da qualche anno ormai, nelle sue rare uscite pubbliche, si pone in contrasto con le scelte del marito. Veronica Lario ha nel tempo mostrato simpatie verso il movimento pacifista contro la guerra in Iraq, ha dichiarato che avrebbe votato a favore dell’abrogazione parziale della legge sulla fecondazione assistita, e per ultimo si è scagliata contro il divertimento dell’imperatore, chiedendosi come il paese faccia a digerire tutto questo.

La separazione annunciata sembra porre la Lario fuori dalla galassia berlusconiana, e forse è esagerato – visto il suo ruolo extrapolitico – includerla nell’opposizione Pdl. Le sue esternazioni anche politiche, e il fatto che, in un modo nell’altro, rimarrà per sempre legata a Silvio Berlusconi (come non farlo, visti i tre figli in comune?) la costringono a non schierarsi tra quelli che operano per distruggere il premier, e di conseguenza il suo impero economico, ma le lasciano lo spazio per bordate di non poco conto. In altre parole: anche lei è forse destinata al ruolo di antiberlusconiana pur rimanendo nel mondo di Silvio.

Un oppositore integrale della linea maggioritaria del Pdl è il deputato ed economista Benedetto Della Vedova. Ex radicale (così come l’altro deputato azzurro Peppino Calderisi, esperto di sistemi elettorali), europarlamentare pannelliamo dal 1994 al 1999, oggi è sempre più ascoltato dagli ambienti finiani e la sua visibilità sta leggermente crescendo sui giornali. Nel tempo si è lamentato del welfare estemporaneo messo in piedi dall’esecutivo, del ddl Calabrò sul testamento biologico, del porcellum, del comportamento del governo sul caso Englaro, del voluto e vantato immobilismo del ministro Sacconi in materia previdenziale, delle rottamazioni auto ecc., senza contare le critiche a tutta la serie di sparate leghiste in Lombardia. Come Fini, anche lui è nella lista dei nomi dei presunti sobillatori del caso-Lario, però la loro vicinanza raccontata dai giornali è probabilmente di convenienza: c’è da dubitare che in materia economica i due abbiano da andare molto d’accordo.

Chi sta sfuggendo all’ortodossia berlusconiana è anche Beppe Pisanu. Il suo caso è particolare perché viene dalla Forza Italia della prima ora e perché è stato due volte ministro durante i governi Berlusconi II e III (per un anno dell’attuazione del programma, e per i successivi quattro anni dell’interno). Si lamenta dell’appiattimento pidiellino alle politiche di sicurezza della Lega e dell’attuale inquilino del Viminale, Roberto Maroni. Da buon cristiano e democristiano di lunga data (quindi meno clericale di tanti entusiasti della fede recentemente scoperta) non aderisce alla battaglia sul ddl Calabrò. Recentemente si è fatto sentire nella sua Sardegna per una serie di critiche, velate ma non troppo, nei confronti del governatore Cappellacci, noto iperberlusconiano. In fondo, nonostante la ricerca di consenso nei confronti della Chiesa, questo governo, per provenienza partitica, è il meno democristiano della storia repubblica: toni, metodo e merito delle questioni oggi sul tavolo possono non piacere ad un moroteo come Pisanu.

A questi nomi possiamo aggiungerne altri: Renata Polverini, ad esempio, segretaria Ugl, da sempre vicina ad An ma sempre autonoma rispetto al mondo del Cav.; Roberto Menia, già oppositore della fusione con FI all’ultimo congresso di An, e che anche pochi giorni fa sul Secolo d’Italia si lamentava dell’assoluta mancanza di luoghi ufficiali e pubblici di dibattito interno e di democraticità all’interno del nuovo partito. Possiamo anche aggiungere nomi di quel mondo vicino per un molto tempo al centrodestra, ma che in un modo o nell’altro, volenti o nolenti, oggi ne stanno fuori: da Paolo Guzzanti (che ha coniato il termine mignottocrazia) a Vittorio Sgarbi, ed altri.

Lasciamo perdere le più o meno fisiologiche differenziazioni politiche in seno ad un governo e ad una maggioranza. Questi personaggi che abbiamo descritto si portano dietro anche una serie di simpatie – e di deputati – che, alla fine dei conti, messi insieme fanno numero.

Il problema per questa fronda interna è l’eterogeneità: una minoranza interna organizzata, pronta, almeno al momento della successione al principe, a dare battaglia, non può prescindere anche da una certa unità dei contenuti. I filoni su cui questa minoranza interna si muove (diritti civili, ruolo della donna, bioetica, economia, welfare) sembrano però solo portare occasionali e contingenti coincidenze di vedute tra persone che globalmente potrebbero non trovare tra loro molta armonia – e comunque non più di quanta se ne potrebbe trovare nel resto del Pdl.

Il problema per Berlusconi, invece, molto più semplicemente potrebbe essere il seguente: il giorno in cui la crisi si renderà ancora più grave e più evidente negli effetti di tutti i giorni, il giorno in cui qualche elezione non sarà così vincente da rendere contenti tutti (amici, collaboratori, uomini di partito, outsider, clientele); il giorno, insomma, in cui le cose non a
ndranno così bene, e in cui chi viene da una tradizione di democrazia interna (ad es. gli ex aennini) chiederà di scoprire qualche carta e di vederne qualcuna nuova, l’espressione “avere problemi in casa” potrebbe non riguardare più, solamente, la sua condizione matrimoniale e famigliare di marito doppiamente – quasi – divorziato e di padre di cinque figli con grandi aspirazioni imprenditoriali.

E dopo Silvio?

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it il 3 febbraio 2009. Il titolo potrebbe non essere fedele a quello originale.


 

Sarà il 27 marzo il giorno in cui nascerà ufficialmente il nuovo partito del centrodestra, il Pdl, che sarà ovviamente guidato da Silvio Berlusconi, il cui vice sarà sicuramente di Alleanza Nazionale (Fini, oppure La Russa?); per i suoi organi, le sue nomine, le sue prossime candidature si rispetteranno le proporzioni utilizzate già da un anno: 60% a Forza Italia, 30% ad An, 10% ai nanetti (che, al momento in cui questo articolo è scritto, sono nove. Un giorno bisognerà trattare dell’esilarante sottobosco partitico e parlamentare berlusconiano). Tutto continuerà come prima, c’è un governo da mandare avanti, che fa le sue quattro leggi e qualche sciatteria, che ha il consenso degli italiani e che al nord gioca con la Lega, al sud con l’Mpa, e che contratta al suo interno le faccende terra terra. Fin qui, ci siamo tutti, business as usual. In questo quadro così preciso, granitico, quasi immobile in cui tutto sembra destinato a non cambiare per almeno altri quattro anni, se non di più (al netto delle aspirazioni quirinalizie di alcuni), non abbiamo potuto evitare di chiederci: cosa può stravolgere il tutto, rovinare il centrodestra ma divertire noi osservatori della politica? Pensa che ti ripensa, l’unica risposta è l’argomento tabù: la fine di Silvio Berlusconi.

Decidete voi di quale tipo, se politica o, peggio, fisica; successivamente, però, continuiamo – chi scrive e voi lettori – con il nostro esperimento mentale: chi sarà il successore del Cavaliere?

1) L’eterno secondo, Gianfranco Fini: è il primo nome che viene in mente. Belloccio, educato, dialogante, col suo profilo ormai istituzionale si è completamente liberato dal suo passato e dalla sua fiamma. Potrebbe avere aspirazioni quirinalizie, ma Silvio, come sempre, viene prima. Potrebbe guidare un partito, ma ha una palla al piede da cui non si riesce a liberare: i suoi colonnelli. Che gli danno del matto in sua assenza, che non si permettono le sue avventure amorose, che si fanno bellamente imitare in tv, che non fanno altro che affollare il Tg1 come dei semplici portavoce. E poi, c’è la sindrome del numero 2: e se Silvio nominasse il suo erede in terra forzista, come faceva re Artù coi cavalieri?

2) L’ideologo, Giulio Tremonti: antipatico, acido, cattivo, bruttino, con la faccia da secchione, con la erre moscia e la sua inconfondibile vocina. E’ il contrario di Berlusconi, quindi è perfetto per succedergli: non gli farà ombra nella storia, non sarà comparabile a lui, sarebbe il leader che emerge per differenza, in mezzo ad una folla di cloni e mezze tacche. Come Berlusconi, ha un rapporto forte con la Lega, anche quando non sembra. Ha un pregio: ha delle idee. Ha un difetto: ha delle idee, non ha televisioni, perciò è costretto a usare libri e slogan da no global. Correrebbe il rischio di sembrare di sinistra.

3) Il nordista concreto, Roberto Formigoni, oppure Letizia Moratti: questa è l’opzione meno probabile. Entrambi i contendenti litigano con la Lega, e venendo dal nord le ruberebbero voti. Formigoni è troppo democristiano, non può guidare il partito che, seppur pieno di Dc e di ciellini come lui, ha messo in piedi il governo meno democristiano della storia. La Moratti, invece, ha delle sue caratteristiche che la rendono unica nel centrodestra: è donna, è cozza e sa contare. Di solito, se non sei gnocca o se non porti voti, nel Pdl non vai da nessuna parte. Il rischio è che non goda dei favori del Cavaliere.

4) L’erede belloccio, Piersilvio Berlusconi: come poteva mancare l’erede naturale, diretto? Sembra non interessarsi di politica, ogni tanto si fa vedere dietro le quinte dei canali Mediaset, e dice la sua sul Milan. Anche il papà seguiva le riprese di Drive In, e si faceva ben volere con la squadra rossonera senza badare a spese. Deve però guardarsi dalla concorrenza interna.

5) La figlia con la calcolatrice, Marina Berlusconi: è una continua lite col papà. Lei fa i soldi con Mondadori, e si ritrova Galliani in aereo con Ronaldinho; incassa gli utili Mediolanum, e il Milan ingaggia Beckham; insomma, è lei che a casa gestisce portafoglio e pantaloni col sudore della propria fronte, mentre il papi fa mandare a prendere a Londra il figliol prodigo ucraino. Lei sbotta, escono le indiscrezioni sui giornali e ovviamente la famiglia regolarmente smentisce. Questo suo atteggiamente potrebbe indicare che punta in alto, che è ambiziosa. Chissà che non entri nelle grazie del papi più di Piersilvio.

6) Mister X: qui siamo di fronte all’incognita, all’alternativa non calcolata né prevista. Come sarebbe un ideale Silvio Berlusconi 2, la vendetta? Avrebbe certamente grandi capacità comunicative, riuscirebbe allo stesso tempo a trasmettere una ideologia antistatalista assieme alla propria immagine dello statista – o presunto tale – che si occupa dell’Italia come fosse allo stesso tempo un’azienda e una famiglia, con lui nel ruolo del padre premuroso e previdente. Dovrebbe non essere troppo invidiato dai post-fascisti, e tollerante, se non addirittura amante, delle istanze nordiste. Se avesse anche una certa disponibilità economica, sarebbe l’ideale. E poi… non andiamo oltre, però. C’è il rischio che Berlusconi ci legga. Che si accorga che non può darsi l’immortalità predetta da Umberto Scapagnini, medico e parlamentare Pdl. E che, ad un certo punto, decida di farsi clonare. Nei secoli dei secoli.