Renzi anno uno / L’opposizione a Matteo

Matteo Renzi - Foto del servizio fotografico di Palazzo Chigi - Licenza Creative Commons Era il 22 febbraio 2014 quando Matteo Renzi scioglieva la cosiddetta riserva e accettava l’incarico da capo del governo datogli da Giorgio Napolitano. Era il 22 febbraio e iniziava, quindi, anche l’era, per molti, dell’opposizione al nuovo uomo forte della politica italiana – un’opposizione che è stata ed è variegata, che si è localizzata da destra a sinistra, fino al cosiddetto “oltre” grillino, e che, è da notare, da allora ha subito alcune batoste elettorali ed è rimasta indietro nei sondaggi (vedi sotto il grafico da Termometro Politico), col culmine del 40,8% democratico alle elezioni europee della primavera 2014.

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Renzi è un paraculo, quindi fidatevi di lui

Matteo RenziQualche giorno fa sul sito del Corriere della Sera è uscito un articolo che mette in relazione l’apparizione di Matteo Renzi ad Amici che, contiene, tra l’altro un passaggio interessante sulla collocazione geografica degli spettatori della tramissione:

Gli share più alti sono raggiunti nell’Italia meridionale, e in particolare in regioni come Calabria, Sardegna, Basilicata, Sicilia e Puglia. Queste ultime non sono due Regioni a caso. Se solo le avesse vinte, il centrosinistra avrebbe numeri decisamente più solidi, al Senato (16 senatori in più: quanto quelli della Lega, tanto per dire): e ora potrebbe tentare la formazione di un governo con l’appoggio dei montiani. Le ha perse (la Puglia, in particolare, a sorpresa): e la situazione è quella che conosciamo. Non solo: Renzi, al Sud, era andato male, alle Primarie. E parlare a chi non lo ha votato sembra ora la sua missione.

Se questi numeri sono noti anche a Renzi e al suo staff (e penso di sì), ne deduco alcune cose (al netto dell’importanza dell’influenza della televisione generalista nella formazione delle intenzioni di voto):

– innanzitutto, che Renzi è tornato in guerra – seppur non direttamente – contro una classe dirigente locale che a febbraio si è mostrata assolutamente capace nel mobilitare consenso;

– che Renzi pensa di continuare la sua battaglia pescando elettorato nel bacino cosiddetto moderato;

– che Renzi è pronto per tornare al voto col porcellum.

Come già segnalò pochi giorni dopo il voto Roberto D’Alimonte, una sostanziale tenuta del centrosinistra e di Scelta Civica alle elezioni avrebbero garantito una maggioranza di governo anche al Senato. Anche andando a vedere le regioni più in bilico, si può vedere come l’attuale situazione di stallo sia anche stato frutto di stretti margini tra le tre principali forze politiche e di una leggera sottoperformance del centro:

– in Calabria il centrosinistra ha perso di meno del 2%, in Abruzzo per meno dell’1,6%, cosa che gli è costata 7 seggi al Senato;

– nel Lazio Scelta civica è rimasta sotto il quorum di meno dello 0,5%, mentre in Sicilia (tradizionalmente serbatoio di voti delle forze centriste) di meno del 2,2%. Secondo i calcoli di D’Alimonte, ciò è costato 4 seggi alla lista montiana.

Piccoli spostamenti di voto, cioè, hanno determinato la perdita di ben 11 seggi; oggi il centrosinistra più Monti ha 144 seggi, con quegli 11 seggi sarebbe arrivato a 155, cioé a un passo da quella quota 160 necessaria per far “partire la legislatura”, come dice Pierluigi Bersani, il cui piano evidentemente è, ormai, quello di arrivare a Palazzo Chigi, farsi votare la fiducia e, una volta lì, ingrossare le fila della maggioranza per presentasi alle elezioni tra un anno o due con alcuni provvedimenti graditi al suo popolo nonché agli elettori delusi che si sono rifugiati nel Movimento 5 stelle (il piano, almeno nella parte di farsi votare inizialmente la fiducia, secondo me sarebbe riuscito, ma poi è arrivato Giorgio Napolitano a mettere i bastoni tra le ruote, motivo per cui il Quirinale ora è doppiamente importante, non solo perché delle cariche in ballo queste settimane è l’unica che ha la quasi certezza di durare a lungo, ma anche perché un presidente “amico” darebbe una chance a Pierluigi).

Questo ragionamento sembra un po’ da alchimista con tutti questi numeri e tutte queste ipotesi, ma il punto è che, anche in presenza di una performance deludente del centrosinistra e di Scelta Civica, un minimo spostamento di voti avrebbe garantito a Bersani – ex post – una base più solida per il suo progetto di avvio di legislatura.

L’altro lato di questo discorso è che il segretario del Pd è forte nel suo partito nei territori laddove il suo partito, nel complesso, si è invece dimostrato elettoralmente debole. Il piano di Renzi, almeno implicitamente, credo che riguardi anche la necessità, da parte sua, di rendersi forte laddove è debole, in modo da rinforzare anche il partito. Al di là delle strambe formule del porcellum, la realtà si impone – si deve imporre – al Partito Democratico: per un mero fatto generazionale il blocco tradizionale di elettori sta svanendo, i vecchi comunisti muoiono, i giovani non hanno idea del vecchio quadro politico, ed entrambi si aggiungono ai delusi che finalmente hanno trovato un’alternativa in cabina elettorale.

Stavi per vincere le elezioni chiedendo i voti solo a quelli che già te li danno, ma non ci sei riuscito. Bastava fare anche meno del minimo sindacale per andare a Palazzo Chigi, ma neanche quell’obiettivo è stato raggiunto. Ciò significa che il piano ha fallito. Berlusconi sarà inaffidabile, ma i suoi elettori, date retta a me, non hanno la rogna. E tanto, se vi votano, non saranno loro che andranno al governo, ma sarete comunque voi. E fatelo sto sforzo, tocca fidarsi di quella faccia da cazzo di Renzi.

Moriremo di politicismo

Luigi XVI re di FranciaLa decisione di nominare due commissioni di cosiddetti “saggi” – parola che in realtà Giorgio Napolitano non ha mai usato – che nei prossimi giorni dovrebbero occuparsi di stilare una sorta di programma minimo in materia di riforme istituzionali e di proveddimenti economici urgenti su cui trovare una possibile convergenza di governo, ha provocato una serie di reazioni che ricordano molto quelle che accompagnarono la nascita del governo di Mario Monti nel novembre del 2011.

Ricordiamo che il governo Monti nacque da un crisi politica, benché l’emergenza finanziaria e l’influenza del Quirinale e dell’Unione Europea giocarono un ruolo importante: il governo Berlusconi viveva alla Camera sul filo di lana quasi da un anno, dopo che la fronda finiana divenne forza di opposizione e che il centrodestra vinse il voto di fiducia per soli tre voti (314 contro 311). I numeri risicati e i veti incrociati all’interno della coalizione (da un lato, le esigenze giudiziarie di Silvio Berlusconi, dall’altro i vari niet della Lega Nord su alcune riforme, come quelle delle province e delle pensioni) portarono sostanzialmente all’immobilismo un governo che, nell’estate 2011, per rilanciarsi, concordò con l’UE un patto di rientro ben più rigoroso di quelli firmati da altri paesi europei, un gesto di zelo che, tornati a casa nostra, cozzava con l’impossibilità di approvare alcunché, tant’è vero che l’immobilismo governativo portò addirittura al malcontento e, infine, anche alla defezione di alcuni ultra-berlusconiani della prima ora come Giorgio Stracquadanio, Isabella Bertolini e Gabriella Carlucci. Da qui nacquero le dimissioni del premier di allora, che non furono né un generoso atto di responsabilità (come la vulgata pidiellina cerca di suggerire) né un capolavoro politico di Napolitano (come, invece, gli acritici adulatori del Quirinale, istituzione ormai insopportabilmente incriticabile di per sé, ricordano ogni volta in ignoranza o malafede). Fu, semplicemente, una questione aritmetica dovuta allo sbriciolamento parlamentare di un partito politico di massa nato da un predellino e che, già poco dopo più di un anno dalle elezioni, oltre a essere travolto dagli scandali, aveva perso credibilità, spinta riformatrice (se mai ne ha avuta una), coesione interna. A quel punto, è vero, quella che era la moral suasion del Quirinale divenne, davvero, regia politica. In quel contesto nacque il governo Monti, per amor di verità è giusto ricordarlo.

E’ altrettanto giusto ricordare le reazioni che seguirono quell’operazione politica: Beppe Grillo subito ribattezzò il nuovo premier rigor Montis, il PdL ingoiò il boccone amaro nel nome della responsabilità nazionale pur presentando molte voci critiche, il Pd, sempre nel nome della responsabilità, si accodò all’operazione quirinalizia – Pierluigi Bersani ha ripetuto per un anno e mezzo che non voleva governare sulle macerie. Benché all’epoca a molti sembrava – anche a me – che quella fosse la soluzione migliore, col senno di poi si può azzardare a dire che forse sarebbe stato meglio andare al voto, magari chiedere – ipotizzo – qualche mossa politica alla Germania e alla BCE al fine di coprire l’Italia sul piano finanziario per due o tre mesi, il tempo di andare al voto con Berlusconi all’angolo e Grillo al 5%, al fine di avere un governo legittimato dalle urne, con una maggioranza piuttosto stabile e cinque anni di legislatura davanti.

Ora, mi sembra che si stia seguendo lo stesso copione in piccolo, a prescindere dalle competenze di questi “saggi” e dalla bontà dei progetti che proporranno, e infatti le reazioni sono le medesime di quelle di un anno e mezzo fa: Grillo già disprezza questi esperti, il PdL subisce la manovra (stavolta, benché ringalluzzito dal voto, è comunque minoritario in entrambe le camere), perché tentava nel frattempo di giocare la carta del governo di responsabilità in cui avere il diritto di veto, mentre il Pd si accoda, in preda alle sue nevrosi, non sa cosa fare e aspetta tempi migliori, ad esempio qualche settimana per trovare un accordo in parlamento, o qualche mese per lanciare il nuovo supercandidato Renzi, colui che, se fosse stato in campo a febbraio, avrebbe corso da solo perché gli altri si sarebbero inchinati di fronte alla nuova stella nascente della politica italiana (se non si capisce, sono ironico). A cosa ci ha portato politicamente l’operazione Monti, lo abbiamo visto tutti. Seguire lo stesso copione, può essere solo un momentaneo calmante per un mal di testa che è sintomo di qualcosa di più grave e profondo.

Non siamo una repubblica presidenziale, innanzitutto, c’è bisogno che eruditi ed opinionisti lo scrivano, prima o poi, in un momento di lucidità: la stampa e la politica, oltre a vivere in una bolla, sono ormai paralizzate dai loro totem e tabù e, infatti, il Pd, il partito che questi totem e tabù da sempre si preoccupa di rispettare nel tentativo di piacere alla gente che piace, è ormai sempre più in uno stato nevrotico. In un momento di confusione totale, anche chiedere le dimissioni del Capo dello Stato può diventare, da sgarbo istituzionale, un gesto positivamente rivoluzionario.

In secondo luogo, questo tipo di problemi si risolve in un solo modo: le elezioni. Voi mi dite che c’è il porcellum? Beh, vi svelo un mistero: con i risultati di febbraio l’unico sistema elettorale in grado di garantire una maggioranza sarebbe stato un superporcellum. Non con l’uninominale di tipo inglese, non col proporzionale di tipo spagnolo, non col doppio turno, con nada di nada. Solo con un superpremio di maggioranza artificiosamente costruito in maniera abnorme alla faccia di ogni criterio di proporzione nella rappresentanza degli elettori. E quindi, torniamo a votare, che problema c’è? In un paese che momentaneamente è al riparo da urgentissimi problemi finanziari ma che resta in grave e conclamata crisi economica e sociale, meglio avere un governo che non ci piace che restare in questo pasticcio istituzionale che re Giorgio si sta ostinando a portare avanti.

Gli «urgenti provvedimenti» e l’eccessivo attivismo di re Giorgio

Re GiorgioDa alcune settimane il professor Paolo Becchi, filosofo del diritto all’Università di Genova e noto sostenitore del Movimento 5 stelle, è andato sostenendo la tesi della cosiddetta prorogatio, cioé quel caso in cui il parlamento, in mancanza di una maggioranza disposta a votare alcuna fiducia a un nuovo esecutivo, continua la sua attività legislativa senza nulla fosse, mentre il governo dimissionario (come nel nostro caso) o sfiduciato potrebbe tranquillamente rimanere in carica per i cosiddetti affari correnti. Prendendo alla lettera la Costituzione, in effetti, non c’è scritto da nessuna parte che un nuovo parlamento debba implicare per forza un nuovo governo, lasciando al vecchio governo, quindi, limitati spazi operativi, ma è altresì vero che di prorogatio, istituto peraltro previsto esplicitamente per le Camere e per il Capo dello Stato, non c’è menzione rispetto all’esecutivo e alle sue attività.

A me pare, ed è sempre parso, che in realtà questa proposta fosse un po’ zoppicante per tre motivi: innanzitutto, va contro una prassi costituzionale stabilita sin dal 1948, cioè dall’entrata in vigore della nostra carta fondamentale; in secondo luogo, ignora il rapporto fiduciario previsto comunque dalla Costituzione tra parlamento e governo, ed è quindi piuttosto ovvio o almeno ragionevole che un nuovo parlamento richiede un nuovo rapporto fiduciario; in terzo luogo, ho letto (ma non sono un esperto in materia) che, stando ai regolamenti parlamentari, la presenza di un governo nella pienezza dei poteri è fondamentale per il corretto funzionamento del potere legislativo, in particolare delle commissioni parlamentari, per via delle procedure previste dai regolamenti di Camera e Senato e da una certa consuetudine.

Tra gli sperticati elogi a Giorgio Napolitano – infondati, a mio avviso, come vedremo – c’è anche chi ha fatto notare che, in fondo, la sua scelta di non conferire momentaneamente alcun incarico a formare il governo richiami la tesi del professor Becchi. A mio avviso, questa interpretazione è errata e suggerisce un corollario.

L’errore è nel fatto che la teoria della prorogatio di Becchi è nella logica dello spostamento di tutte le scelte politiche verso il parlamento, lasciando in mano al governo i meri affari correnti. Giorgio Napolitano, invece, ha esplicitamente parlato, con riferimento all’«attività di un governo tuttora in carica» – governo «dimissionario, benché non sfiduciato», ha precisato – di «provvedimenti urgenti per l’economia, d’intesa con le istituzioni europee e con l’essenziale contributo del nuovo Parlamento», roba che, per come la capisco io, a parte l’esigenza di tranquillizzare i mercati finanziari in apertura la prossima settimana, oltrepassa di qualche misura, seppur minima, la sfera degli affari correnti. Inoltre la nomina da parte di Napolitano di due commissioni di cosiddetti saggi è un atto politico che, seppur transitorio e di carattere consultivo, segna un forte attivismo presidenziale. In altri termini: si tratta di un po’ più di potere rispetto agli affari correnti per l’esecutivo e ampliamento della sfera di influenza del Presidente rispetto al parlamento, cioé di tutt’altra direzione rispetto alla tesi del professor Becchi.

Tralasciando per un attimo il bizzarro fatto per cui un premier dimissionario potrebbe, in teoria, dover essere costretto a fare il premier per sempre (e se se ne vuole andare, se si è rotto l’anima, che si fa? Lo incateniamo a Palazzo Chigi?), quest’atteggiamento di Napolitano è criticabile da un certo punto di vista – e qui veniamo al nostro corollario.

La richiesta da parte del centrosinistra di nominare capo del governo Pierluigi Bersani –  a prescindere dal giudizio di opportunità politica che ognuno di noi dà rispetto a tale richiesta – in una situazione di maggioranza assoluta alla Camera ma di maggioranza relativa al Senato trovava, comunque, dei precedenti simili: i governi De Gasperi VIII (1953), Fanfani I (1954), Andreotti I (1972) e Fanfani VI (1987) furono nominati e andarono alle Camere a chiedere una fiducia che non ottennero – e che quindi, non essendolo a posteriori, non era garantita nemmeno a priori. Per quanto il Presidente della Repubblica abbia costituzionalmente una serie di libertà nelle valutazioni che lo portano a conferire un incarico a formare un governo, c’è da notare che la richiesta a Bersani di una sorta di fiducia prima della fiducia non solo non ha tenuto conto dei precedenti simili o paragonabili, ma ha inserito una discutibile rigidità nella procedura laddove, come gli studiosi di sistemi istituzionali spiegano, è invece la flessibilità che deve essere una delle virtù principali delle costituzioni al fine del corretto funzionamento delle istituzioni da esse previste. Inoltre, la scelta odierna di Napolitano è un’assoluta prima volta nella storia repubblicana, quindi ancora di più si nota come il Presidente, per via di personali valutazioni politiche che non nego possano essere ragionevoli, abbia ancora di più ignorato la prassi e i precedenti in condizioni simili o paragonabili. A me sembra una chiara innovazione, forse un eccesso di innovazione che, al momento, sembra allargare ancora di più la sfera di potere presidenziale, già largamente accresciuta a partire dalla fine della Prima Repubblica. Tutto ciò, a mio avviso, crea decisamente un precedente discutibile, non esattamente coerente né con la natura parlamentare della nostra Repubblica dal 1948, né con i complimenti che la stampa, i partiti politici e un bel pezzo di opinione pubblica dovrebbero forse dispensare con maggiore cautela.

L’ombra del Cav. sul novello senatore

Silvio Berlusconi e Mario MontiIo lo so che in giro ci sono precisi geometri che stanno lavorando per puntellare il perimetro del nuovo governo, poiché oltre ai numeri dello spread coi Bund, della crescita del PIL e del debito pubblico, ci sono anche quelli del parlamento, di cui bisogna assolutissimamente tenere conto. Il punto è questo: l’uomo di re Giorgio è Mario Monti, appena nominato senatore a vita, e non gli si può dire di no. C’è, però, in realtà chi si oppone, e sono le ali: la Lega Nord e l’Italia dei Valori vogliono andare alle urne.

A questo punto, chi appoggia il governo Monti? Pd, Terzo Polo tutto, radicali, gli uomini di Micciché (forse), il gruppo di venti deputati che nascerà domani e che si chiamerà Costituente Popolare e riunirà l’Mpa e molti fuoriusciti PdL (ma gente come Versace e Buonfiglio resterà fuori, pare). Ora, se la matematica non è un’opinione e se il foglio Excel che tengo aggiornato da un anno non mi inganna, nella migliore delle ipotesi un governo del genere avrebbe 310-315 voti, che sono assolutamente insufficienti. E lascio stare il Senato dove le cose sono messe anche peggio. A questo punto, ci vorrebbe davvero lo spappolamento del Popolo della Libertà, ad esempio con la fuoriuscita degli scajolani, per avere una maggioranza, che sarebbe comunque inferiore a quella del centrodestra del 2008, con duri provvedimenti da prendere. Oppure – ed è quello che sembra stia accadendo – ci sarebbe bisogno del contributo di Silvio Berlusconi, che dando il suo ok al governo Monti rimarrebbe in gioco nonostante la bocciatura dei mercati e la perdita della maggioranza, e bloccherebbe l’emorragia di deputati dal suo partito, addirittura schierandosi con l’ala più moderata e dialogante. Ed essendo quello del Popolo della Libertà il gruppo più ampio in entrambe le Camere, a me sembra chiaro che il Cav. avrebbe la golden share del governo Monti. Perché?

Questa è la mia teoria: a questo punto il giochetto potrebbe essere quello del fu governo Dini – l’astensione sulla fiducia, e il voto su ogni singolo provvedimento se e solo se d’accordo, tra l’altro senza rompere con la Lega a differenza di allora – per rimanere abbastanza defilato da far lavorare il governo, non creare disastri sui mercati e consolidare la tenuta dei gruppi parlamentari e del partito, e abbastanza in gioco da far andare giù il nuovo governo non appena l’aria torna buona. Non dico che funzioni, dico che sto giochetto il Cav. potrebbe provarlo – poi magari domani si sganciano in cinquanta dal PdL tra Camera e Senato e il governo campa per i fatti suoi e il Cav. fa direttamente l’oppositore. Però dobbiamo considerare che nelle Camere Monti una maggioranza deve averla e il PdL è ancora il gruppo più grande di tutti, per ora. E un governo appoggiato dal Cav. è un governo che il Cav. può tirare giù quando vuole, o i cui provvedimenti può bloccare ogni volta che gli garba, secondo me. Via lo champagne, in politica nessuno è mai morto definitivamente (pensate al revival di questi giorni di Paolo Cirino Pomicino: e chi l’avrebbe detto mai venti anni fa?). Peccato che i mercati – giustamente – non apprezzerebbero uno scenario di questo tipo.