Il governo Letta e la coazione a ripetere

Fabrizio SaccomanniQuesto post lo scrivo a pezzi, in maniera un po’ rapsodica.

– Inizio con un postulato: la politica è un ramo specialistico delle professioni intellettuali, perciò, in quanto tale, non sostituibile dal mero esercizio di competenze e conoscenze riguardanti discipline diverse, economia inclusa.

– In secondo luogo, sottolineo la problematicità dello statuto epistemologico delle scienze sociali: pur nell’esteso utilizzo di modelli matematici, di statistiche e di dati empirici, la presenza di elementi arbitrari e convenzionali nelle definizioni, nelle analisi, nelle osservazioni, nelle teorie nonché la sostanziale irriproducibiltà in eguali condizioni degli esperimenti sociali rendono le scienze sociali delle scienze non propriamente definibili come esatte. In parole più semplici, l’economia non è affatto stregoneria (tutt’altro!) ma non è nemmeno fisica.

– Scorrevo la lista dei ministri dell’Economia e delle Finanze da quando il dicastero fu unificato rendendolo di fatto un superministero, cioé dal 2001: Tremonti, Siniscalco, Tremonti, Padoa Schioppa, Tremonti, Monti, Grilli, da un paio di giorni Saccomanni. Tutti cosiddetti tecnici, salvo uno, Giulio Tremonti, che invece è propriamente definibile politico (dal fatto che il tecnico sia o possa essere comunque politico non deriva necessariamente che tutti i tecnici siano politici proprio per via del postulato di cui sopra).

– L’avventura politica e ministeriale di Giulio Tremonti – tributarista di formazione giuridica, ricordiamolo – negli ultimi tre governi di centrodestra è stata caratterizzata, tra gli altri, da due elementi: stando a quel che si è letto per anni, una certa spigolosità del carattere che, unita alla centralità del suo ministero, lo ha portato ad accentrare le decisioni economiche e finanziarie e a tenere in secondo piano il metodo collegiale che, invece, a Costituzione vigente e per prassi decennale vige in Consiglio dei ministri. Il secondo elemento, parzialmente conseguenza del primo, è che la capacità d’influenza del suo partito e della sua coalizione nei confronti delle sue scelte è stata, quando di discreto successo, conflittuale, laddove in molti altri casi era, di solito, semplicemente inesistente. Prova ne è il fatto che oggi Tremonti si ritrova in parlamento solo grazie a una candidatura nelle liste della Lega Nord, non del PdL, col quale ha rotto.

– Spesso, seppur non sempre, le politiche economiche degli ultimi dodici anni sono sembrate all’insegna della continuità: aumento della pressione fiscale e stretta nei controlli dell’Agenzia delle Entrate, tanto per fare due esempi. In molti casi l’approccio è stato quasi prettamente ragionieristico e caratterizzato dai cosiddetti tagli lineari, sia nell’era Tremonti sia nell’ultima esperienza di governo tecnico, per citare due casi.

– Se esiste un’istituzione politica che ha capacità di influenzare l’economia nazionale, quello è il MEF. Vista l’enorme mole di PIL intermediato dallo Stato in Italia, direi che questa capacità d’influenza è decisamente rilevante, pur in presenza di molteplici altri fattori.

Conclusione: la nomina del direttore generale della Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni, pur in presenza di un primo ministro “economico” come Enrico Letta, è sulla scia delle nomine dei suoi predecessori. Proprio in virtù delle considerazioni epistemologiche di cui sopra, le scelte economiche di un governo sono anche scelte politiche, nel senso che indirizzano risorse e azioni in un senso piuttosto che un altro, secondo anche una visione della società com’è e come dovrebbe essere. In realtà, questo elemento negli ultimi dodici anni, pur non azzerato, è stato grandemente depotenziato dall’esteso utilizzo di figure autorevoli nonché dalla particolarità del lavoro e del personaggio di Giulio Tremonti. In altri termini, i partiti hanno appaltato da più di un decennio la loro elaborazione economica a figure terze, una sorta di outsourcing delle leve del governo la cui gestione, invece, dovrebbe essere uno degli obiettivi principali dell’attività di un partito.

Le conseguenze sono due: un problema di tipo economico e sociale, perché i partiti si sono rifiutati di esprimere una loro personalità che in prima persona e per loro conto portasse avanti il loro proprio progetto di società, con tutte le conseguenze che vediamo oggi a livello di fisco, lavoro, sviluppo eccetera, proprio per la scelta della continuità e l’incapacità di fare una scelta tra opzioni possibili ma diverse – scelta che, perciò, è una scelta principalmente politica, non meramente tecnica. Inoltre, il depotenziamento dell’influenza dei partiti – intesi non tanto come il loro gruppo dirigente, ma anche come elaborazione ed organizzazione di idee, competenze, proposte, militanza, consenso, nonché come mezzo di contatto col territorio e con la periferia – riduce sensibilmente l’eventuale spazio per richieste e spinte volte a cambiare politiche nel caso in cui queste si rivelino a posteriori inefficaci o sbagliate.

Da ciò deriva un problema democratico: dei partiti di governo che, una volta giunti al potere, non influiscono adeguatamente sulle scelte che modellano e gestiscono la società secondo la propria Weltanschauung, sono partiti che abbandonano la propria ragione sociale e tradiscono il proprio motivo d’esistere. Dei partiti inefficaci nel prendere parte ai processi decisionali e nell’elaborazione politica, economica e sociale che loro compete sono partiti falliti che non screditano solo sé stessi agli occhi dell’opinione pubblica, bensì l’intero sistema istituzionale e parlamentare.

La nomina di Fabrizio Saccomanni mi sembra andare nella stessa, medesima direzione del passato. Nessuna meraviglia, in realtà, visto che a sostenere questo governo sono gli stessi partiti di governo degli ultimi dodici anni.

E non finisce qui

Silvio Berlusconi in auto al QuirinaleCome diceva il mio omonimo: e non finisce qui. Già, perché chi pensa che Berlusconi sia finito, che comunque la sua carriera sia ormai declinante nel breve periodo, temo che si sbagli di grosso. Primo, perché l’uomo è intelligente e tenace. Secondo, perché il PdL, che è riuscito per ora a tenere unito, è ancora il primo partito in entrambi i rami del parlamento, e con i suoi alleati leghisti e sedicenti responsabili può ancora contare (salvo numerose defezioni) della maggioranza assoluta al Senato – e in democrazia, crisi o non crisi, spread o non spread, fiducia o sfiducia dei mercati, all’aritmetica non si sfugge.

Detto questo, vorrei aggiungere che quello che è successo in questi giorni dà ragione a quelli che – per mesi se non addirittura anni – da destra, da un punto di vista moderato o comunque non pregiudizialmente ostile, continuavano a sostenere alcuni concetti chiave: innanzitutto, che governare con la Lega è un problema per una forza che si dice moderata e riformatrice (figuriamoci liberale). La Lega ha bloccato l’abolizione delle province, la Lega ha bloccato la riforma delle pensioni, la Lega vuole tenere in piedi svariati carrozzoni pubblici locali e i suoi amministratori sul territorio si sono nettamente schierati, a giugno, contro una legge sui servizi pubblici fatta dal governo a cui la stessa Lega partecipa, la Lega usa toni e argomenti così estremi che non hanno eguali tra gli alleati dei vari membri del Ppe in Europa, la Lega ha cercato di mettere in piedi il cosiddetto federalismo fiscale che, se un giorno vedrà l’approvazione, metterà in piedi un sistema costoso per le casse dello stato (e quindi per le tasche degli italiani) e quindi a repentaglio il buon nome di tutte le giuste, o almeno ragionevoli, battaglie fatte da decenni da tutti i federalisti d’Italia. Questa è stata l’alleanza con la Lega.

In secondo luogo, ha dato ragione a chi diceva che i tagli lineari di Giulio Tremonti (negli ultimi mesi in cattivi rapporti col resto del governo, ma prima trattato pubblicamente come un genio dallo stesso Silvio Berlusconi) potevano sì tenere momentaneamente i conti sotto controllo, ma non avrebbero mai aiutato la crescita (anzi, l’avrebbero penalizzata), di conseguenza sarebbero stati in poco tempo causa di nuovi buchi nelle casse dello stato, di non previsti benché prevedibili deficit e di nuovo debito pubblico, e così via in una spirale senza fine. Questo dicevano in tanti e questo è accaduto, ma il mantra dei “conti a posto” è andato avanti per tre anni – non solo da parte del governo, ma anche da parte di quegli editorialisti e di quei direttori di giornale che, tanto per fare un esempio, si sono affrettati a nominare l’ormai ex ministro del Tesoro uomo dell’anno.

Infine, ha dato ragione a chi diceva che con pochi numeri nelle camere non si può andare avanti, si possono ottenere fiducie su fiducie grazie a parlamentari del calibro di Razzi, Scilipoti e compagnia bella, ma non si può tenere compatta una maggioranza sui provvedimenti che riguardano il paese, i mal di pancia vengono inevitabilmente fuori su questo o quel provvedimento, e poi alla fine non ci si può meravigliare se dopo un anno di non governo i mercati ringhiano e gli scontenti vengono allo scoperto. Era un castello di carte destinato a venire giù al primo refolo, e dai mercati, dai partner europei e dal Quirinale invece il soffio è stato bello forte.

Questo hanno detto in tanti per uno, due, tre anni, e ogni volta sono stati etichettati come traditori, catastrofisti, senza parlare del complottismo che ormai sembra diventare parte integrante del centrodestra anche ai più alti livelli (gli “attacchi della speculazione”, quando parliamo di migliaia di soggetti prestatori che non hanno intenzione di prestare denaro a poco a chi lo sperpera e a chi ogni giorno perde sempre più credibilità politica e finanziaria). E il disastro di questi giorni – finanziario per il paese, politico per il centrodestra – è colpa di chi si è fatto trascinare dai falchi, di chi non ha saputo dire di no al capo di fronte anche ai fatti più imbarazzanti, di chi non si è reso conto che otto anni su dieci al governo non concedono scuse a nessuno, di chi ha pensato col limite temporale di questa legislatura e non con gli occhi alla situazione del paese di oggi e di domani, tradendo, una volta ancora, le tante promesse fatte agli italiani – che magari, da ora in poi, ogni volta che penseranno alle riforme liberali torneranno purtroppo con la mente alle politiche dei governi Berlusconi che, di riformatore e liberale col passare del tempo hanno avuto sempre meno, se non addirittura proprio nulla.

Quelli che il debito pubblico l’abbiamo ereditato eccetera eccetera

DebtMentre il paese va gambe all’aria per via delle sue scassate finanze pubbliche e della sua asfittica crescita economia, in giro c’è chi ha ancora il coraggio di dire senza nemmeno un po’ di vergogna che il governo non ha responsabilità sul debito pubblico italiano, o comunque di ripetere in modo assolutamente autoassolutorio il solito ritornello del debito che abbiamo ereditato dai passati governi e abbiamo fatto quello che abbiamo potuto e bla bla bla. Addirittura, martedì a Ballarò Maurizio Lupi ad un certo punto ha praticamente detto che tutti i cittadini sono coinvolti nella formazione del debito, e quindi ne sono responsabili proprio come i politici, come se noi non fossimo in un sistema rappresentativo e quindi non eleggessimo parlamenti e maggioranze proprio perché prendano decisioni politiche e portino avanti l’attività legislativa. E vabbè. Di fronte a questo ci sarebbe inoltre da obiettare che chi ha governato per otto degli ultimi dieci anni non può non avere responsabilità se il debito cresce e l’economia no, ma lasciamo perdere anche questo, il buon senso non abita in Italia. Suggerisco altri due argomenti.

PRIMO ARGOMENTO – Si basa sul fatto che il debito è esploso col pentapartito, gli anni ‘80, Craxi e Andreotti, le vittorie socialiste e tutto quello che sapete già quindi non vi metto neanche il link, e riguarda la biografia di alcuni ministri di questo governo, in particolare (ma non solo) quelli economici. Copio da Wikipedia:

Giulio Tremonti: candidato nelle liste del PSI alle politiche del 1987 in quanto vicino a Gianni De Michelis, tra il 1979 e il 1990 fu uno stretto collaboratore e consigliere degli ex ministri delle Finanze Franco Reviglio e Rino Formica;

Renato Brunetta: collabora in qualità di consigliere economico con i governi Craxi I, Craxi II, Amato I e Ciampi. A 35 anni è coordinatore della commissione sul lavoro voluta dall’allora ministro Gianni De Michelis. Dal 1983 al 1987 è responsabile, presso il Ministero del Lavoro, di tutte le strategie per l’occupazione e la politica dei redditi;

Maurizio Sacconi: è eletto per la prima volta deputato nelle file del Partito Socialista Italiano, all’età di 29 anni nel 1979. Nel PSI fa parte della corrente di Gianni De Michelis e diviene a metà anni ’80 vicepresidente del gruppo socialista alla Camera. Diviene quindi ininterrottamente membro del governo come sottosegretario al Tesoro dal 28 luglio 1987 al 10 maggio 1994;

Franco Frattini: nel 1990 e 1991 ha lavorato come consigliere giuridico del vicepresidente del consiglio Claudio Martelli (PSI) nel governo Andreotti VI.

Questo per dire che i signori di cui sopra (ma non solo) hanno la loro quota, decidete voi se piccola o grande, nella formazione del debito pubblico attuale.

SECONDO ARGOMENTO – Lo prendo da un intervento di Oscar Giannino (prima parte, seconda parte) ad un convegno di Quaderni Radicali e del Club Ernesto Rossi dello scorso settembre, in cui sono stati esposti i dati riguardanti la media giornaliera di accumulo di debito pubblico per ogni governo della Seconda repubblica fino al 30 giugno 2011. Riporto i numeri in euro, dal governo più spendaccione a quello meno spendaccione:

1. Berlusconi I – 330,1 mln/giorno (record storico dell’Italia repubblicana);
2. Berlusconi IV (al 30 giugno 2011) – 217,8 mln/giorno;
3. Dini – 207,3 mln/giorno;
4. Amato II – 124,5 mln/giorno;
5. Berlusconi II-III 124,3 mln/giorno;
6. Prodi II – 97,5 mln/giorno;
7. Prodi I – 96,2 mln/giorno;
8. D’Alema I-II – 76,3 mln/giorno.

Lo scrivo per amor di verità, perché certe recriminazioni, oggi, non credo che valgano più di tanto, ormai.

Tutte le tasse del centrodestra

Meno tasse per tutti

  • Aumento IVA pay tv (2009): dal 10% al 20%;
  • Tassa SIAE (decreto Bondi 2010): si va dai 22 centesimi per ogni ora di registrazione musicale su CD e DVD fino a quasi 40 € per gli hard disk integrati;
  • Accise sulla benzina (finanziamento FUS): +0,19 centesimi € al litro da luglio 2011;
  • Accise sulla benzina (spese per l’immigrazione dal Nord Africa): +4 centesimi € al litro da luglio 2011;
  • Imposte di bollo su deposito titoli (Bot, Btp, obbligazioni ecc.): aumento da 34,20 € l’anno a 120 € l’anno fino al 2013, poi 150 € sotto i 50mila € e 380 € sopra (stangata al piccolo risparmio);
  • Superbollo auto: 10 euro in più per ogni kW sopra i 300 (nel 2008 Berlusconi promise l’abolizione);
  • Aumento Irap banche e compagnie finanziarie: dal 3,9% al 4,65% (e indovinate su chi verrà scaricato l’aumento?);
  • Aumento Irap assicurazioni: dal 3,9% al 5,9% (idem come sopra).

Queste ultime quattro sono tra le proposte nel decreto in esame ora la Quirinale e presto in parlamento. Nel frattempo, ricordatevi di Equitalia, dei regali alle banche, dei 300 milioni buttati per il mancato accorpamento di referendum e amministrative, del miliardo e mezzo non risparmiato per la mancata abolizione delle province (promessa elettorale di destra e di sinistra ancora oggi disattesa, anche dal Pd), delle spese della politica che sono sempre là. Ah, e sono andato a memoria e non mi sono messo a controllare le varie addizionali locali.

Nel giro di dieci anni si è passato dal “meno tasse per tutti” (bugia), al “meno tasse per qualcuno”,  e poi dal “non aumenteremo le tasse” (bugia), al “più tasse per qualcuno”. Il passo al “più tasse per tutti” è breve, con questo andazzo.

Grazie Silvio, grazie Giulio

Financial disasterDa come l’ho capita io, la faccenda è che dei 47 miliardi di tagli necessari entro il 2014 a non finire nel disastro sociale, economico e finanziario, 40 sono rinviati alla prossima legislatura mentre solo 7 vengono (forse) effettuati entro il 2013; non ci sono, inoltre né alcun consistente taglio né alcuna significativa semplificazione fiscale, ma addirittura si chiede agli italiani qualche entrata in più per le spese che vengono appena toccate. Destra cialtrona è il minimo che mi viene da dire, di fronte a questo spettacolo. Non votarli più? Votare contro, questo mi viene da pensare, e questo è il minimo che capita quando il premier pensa letteralmente ai cazzi suoi, quando il ministro dell’Economia è un commercialista che non fa scelte né economiche né politiche ma si limita a spostare le palline nell’abaco, e quando i loro colleghi di governo sono spendaccioni oltre che economicamente analfabeti e cooptati dall’alto per meriti tutti da chiarire o comunque discutibili. Non è un problema di scandali sessuali, di problemi giudiziari, di promesse non mantenute, di collusioni con la camorra, di diatribe personali o politiche nella maggioranza o altro ancora. O meglio, queste cose influiscono, ma soprattutto io guarderei al fatto che nel frattempo il PIL non cresce, la disoccupazione giovanile sì, di libertà economiche e liberalizzazioni si parla poco o nulla, lo stipendio del lavoro dipendente è fermo, i parasubordinati o precari che di si voglia restano sempre più a casa mentre professionisti e piccoli e medi imprenditori sono perseguitati dalle ganasce di Equitalia. Cretini noi che ci abbiamo creduto a questi qua. Aridatece Visco, che a tanto non era mai giunto.

Già che sono in vena di grafomania isterica: il discorso "gli altri son peggio" non vale. Primo: è da dimostrare. Secondo: il comportamento individuale come quello politico risponde anche a incentivi e disincentivi, premi e punizioni. Se comunque si continua a votare per la propria parte politica per senso di appartenenza e per qualcosa di simile al tifo calcistico ("la Roma non si discute, si ama"), non c’è alcuna spinta a correggere gli errori: "vinciamo, allora continuiamo così". Punire i propri rappresentanti è l’unico modo per farli migliorare. Aggiungo che maggioritario e alternanza una volta erano battaglie riformatrici e liberali. Una volta il nostro punto di riferimento era la grande Germania voi continuate a fare i confronti con la Spagna, e la realtà ci spinge dritti dritti alla Grecia. A casa, di fronte a tutto ciò sono quasi quasi disposto a votare anche le BR.

Scusate lo sfogo.

Signor Alessio Rampini da Pavia, se passa da qui sappia che lei è un mito

Giulio TremontiMi prendo una pausa dai temi referendari sul servizio idrico. Segnalato su Twitter, mi sono ritrovato a leggere un post di Claudio Cerasa che mi era sfuggito e che cita un articolo di Marco Fortis sul Messaggero che ricordava come l’Italia, grazie alla politica economica di Giulio Tremonti, sia stato l’unico grande paese industrializzato a ridurre il debito pubblico: stando ai dati della Banca di Francia, dal 2009 al 2010 saremmo passati dal 120,2% al 119,3% debito/Pil. Bene direi, e meritorio. Il fatto è che non è questo risultato che si contesta a Tremonti, ma il modo in cui lo ha raggiunto, cioè oppressione fiscale e nessun intervento per la crescita. A questo punto, entra in scena il signor Rampini del titolo. E’ suo il primo commento pubblicato sul blog di Cerasa, e lo copio ed incollo (con maiuscole, trattini e tutto il resto, compreso il sentimento) qui sotto perché sintetizza incredibilmente qual è il vero problema della politica economica tremontiana:

BASTA, mi sono rotto le BALLE di questi ragionamenti. Stiamo scivolando in una stagnazione/crisi economica permanente ed il mantra è sempre "però abbiamo tenuto i conti a posto", ora mi avete rotto! – L’Agenzia delle entrate è un killer vergognoso e prepotente oltre misura – La burocrazia aumenta e non decresce – Gli aiuti alle imprese sono prosciugati e annullati – Le banche non finanziano più nulla – Liberalizzazioni e privatizzazioni non se ne parla – Tagli ai costi della politica men che meno Una riforma per i giovani, sui contratti di lavoro assurdi, sulle pensioni, sulla politica energetica, sulla semplificazione burocratica, sulle tasse, sulle imprese, sul futuro insomma NON ESISTE. Scusi lo sfogo. Alessio (piccolo imprenditore e padre di 3 figli).

Mito, punto.

Mario, su Giulio

Quel pericoloso zingaro frociocomunista di Mario Draghi oggi ha detto:

Per ridurre la spesa in modo permanente e credibile non è consigliabile procedere a tagli uniformi in tutte le voci: essi impedirebbero di allocare le risorse dove sono più necessarie; sarebbero difficilmente sostenibili nel medio periodo; penalizzerebbero le amministrazioni più virtuose. Una manovra cosiffatta inciderebbe sulla già debole ripresa dell’economia, fino a sottrarle circa due punti di PIL in tre anni.

Occorre invece un’accorta articolazione della manovra, basata su un esame di fondo del bilancio degli enti pubblici, voce per voce, commisurando gli stanziamenti agli obiettivi di oggi, indipendentemente dalla spesa del passato; affinando gli indicatori di efficienza dei diversi centri di servizio pubblico (uffici, scuole, ospedali, tribunali) al fine di conseguire miglioramenti capillari nell’organizzazione e nel funzionamento delle strutture; proseguendo negli sforzi già avviati per rendere più efficienti le amministrazioni pubbliche; impiegando una parte dei risparmi così ottenuti in investimenti infrastrutturali.

E chi non lo fa, seduto a via XX settembre, è ora che vada a casa.

Fallimenti reali e fallimenti potenziali

Negli ultimi tre giorni, ho passato del tempo ad ascoltare alcuni interventi che si sono svolti durante l’assemblea costituente di Futuro e Libertà: quello di Fini, quelli di Della Vedova, di Falasca, e, infine, di Baldassarri. Quest’ultimo, sostanzialmente, mi fa risparmiare un bel po’ di tempo perché riassume molto bene quello che intendevo scrivere, e cioè, che al di là delle beghe giudiziarie del presidente del Consiglio, questo governo è da tutti i punti di vista fallimentare perché fallimentare è la sua politica economica, quella firmata da Giulio Tremonti.

Non c’è alcun federalismo, né istituzionale né semplicemente fiscale, perché il federalismo non è altro che l’autonomia decisionale da parte degli enti locali, e cioè competenze esclusive e definite e conseguente totale indipendenza di imposizione e di spesa. Il governo, invece, non ha fatto altro che presentare un nuovo piano di ripartizione della spesa locale decisa comunque a livello centrale, e in parlamento anche quella buona idea che era la ridefinizione della spesa basata sui costi standard è tornata ad essere – per quel che riguarda il federalismo municipale – nuovamente collegata alla spesa storica così com’è ora, con l’introduzione di nuovi balzelli e, sostanzialmente, con un gattopardismo finanziario che non cambia nulla, se non addirittura peggiora.

Le tasse non diminuiscono, anzi aumentano leggermente, e i timori che non si faccia la fine di Grecia e Irlanda (e Portogallo e Spagna) non sono ancora fugati. Come è successo negli ultimi 20 anni, il tasso di crescita del Pil è meno della metà di quello degli altri principali paesi europei. Basterebbe questo per bocciare il governo di Silvio Berlusconi, e anche per bocciare quello futuro ed ipotizzato, di grande coalizione, probabilmente guidato da Giulio Tremonti, perché è lui che fa la politica economica mentre il premier è occupato in conferenze stampa, registrazione di videomessaggi in stile Al Qaeda, festini con le sue amiche e riunioni coi suoi avvocati.

Di fronte a tutto questo, c’è l’obiezione di un mio amico secondo cui, dopo tutto, meglio il Cav. che altri, poiché in questa guerra per bande che avvolge il paese l’unica banda che possiamo sceglierci è quella di Berlusconi, visto che è sottoposta al voto popolare, mentre la altre bande no. Su questo torno un’altra volta, così come sul fatto che in Futuro e Libertà, se è vero che almeno viene concessa cittadinanza ed ascolto ad alcune idee riformatrici, è pur vero che la pars construens della sua proposta politica ed economica è ancora tutta da vedere, e voglio proprio vedere come viene tirata fuori stando abbracciati con l’Udc.

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Governo di merda

Berlusconi e TremontiA titolo di pro memoria, un po’ di cose degli ultimi tempi, contro la tesi dell’irresponsabilità razionale di far cadere questo governo in piena crisi economica:
Tremonti sta finalmente per far nascere la banca del Sud, cioè una cassa del Mezzogiorno bis;
– oggi il ministro Romani ha detto che intende rendere obbligatorio il canone Rai per chiunque abbia una fornitura elettrica (salvo mostrare il non possesso della tv, che è decisamente cosa strana, ed altro caso di inversione dell’onere della prova come già con l’Agenzia delle Entrate per opera di Giulio);
– monnezza napoletana reloaded (qui il link è superfluo);
– la riforma Gelmini già così così appena uscita dal consiglio dei ministri e annacquata in parlamento – ben prima dei piccoli assalti finiani;
– una cosiddetta riforma dell’ordine degli avvocati in stile ultracorporativo e in difesa dei grandi studi legali;
– in zona internet (che non manca mai), la proposta di megamulte per chi non fa installare tutto o quasi da un iscritto all’apposito albo;
– aggiungiamo una crescita asfittica (nulla sarebbe più corretto) dell’Italia negli ultimi dieci anni, per sette e mezzo dei quali abbiamo avuto governi Berlusconi.

Io non dico che le alternative siano meglio, ora come ora, da quelle neo-uliviste al neo-centro, passando per nuove elezioni fino al governo tecnico o istituzionale o del presidente o chiamatelo come cavolo vi pare. Allo stesso tempo non voglio essere qualunquista dicendo che sono tutti uguali. Però, ecco, di fronte a questa lista di tasse, caste e pasticci, che questi siano un governo e una maggioranza di merda si può tranquillamente dire senza temere alcuna smentita.