Politica e linguaggio: per un nuovo discorso di verità in Italia

L’anno solare si conclude con l’approvazione della cosiddetta “Manovra del popolo”, termine propagandistico coi cui il partito di maggioranza relativo, il Movimento Cinque Stelle, chiama la legge di bilancio per l’anno 2019 e per il triennio 2019-2012. Si tratta di un termine, tra l’altro, che si aggiunge a un lessico e una comunicazione che non si possono definire, forse, ideologizzati, ma sicuramente discutibili in relazione a dati di realtà.

Se il termine “Governo del cambiamento” rientra, tutto sommato, in un utilizzo del vocabolario teso a sottolineare aspetti puramenti politici, affermazioni come quella secondo cui l’esecutivo avrebbe “abolito la povertà” fanno, purtroppo, abbastanza ridere. Fa restare più perplessi notare come due dei provvedimenti principali finanziati dalla manovra siano semplicemente etichettati con nomi ingannevoli: il cosiddetto reddito di cittadinanza, infatti, non è altro che un sussidio di disoccupazione condizionato, cioè non è ciò di cui porta il nome, mentre la cosiddetta flat tax, proprio per il suo campo limitato e per il fatto di lasciare in vigore diverse aliquote, è tutto fuorché una “tassa piatta“, e si può tranquillamente ridefinire in linguaggio più asettico come riforma fiscale.

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La lunga opposizione a Matteo Salvini

Un’intervista a luglio al Washington Post e il recente incontro a Milano con Viktor Orbán hanno chiarito, o forse sarebbe meglio dire che hanno puntualizzato, la linea di Matteo Salvini in tema di immigrazione.

I critici del ministro dell’interno spesso fanno leva sull’alleanza politica del segretario della Lega Nord con il primo ministro ungherese e con gli altri capi di governo del cosiddetto gruppo di Visegrad per basare le loro critiche sull’apparente incoerenza tra le continue richieste del governo italiano di redistribuzione dei migranti negli altri paesi dell’Unione Europea e il rifiuto, da parte degli stessi alleati europei del vicepremier, di accettare le richieste di ospitalità. In realtà, l’attività diplomatica del governo Conte negli ultimi mesi, in occasione di qualsiasi arrivo di migranti via mare verso l’Italia, è stata del tutto estemporanea, più simile all’esercizio di tentate prove di forza nei confronti del resto dell’Unione (Francia in primis) che a una linea politica coerentemente volta, come si diceva sopra, a una riforma della gestione dell’immigrazione nel senso di un maggiore sforzo collettivo continentale nel governo degli arrivi, nelle spese e nella redistribuzione tra stati. La linea esplicitata da Salvini, invece, è quella del rifiuto di qualsiasi accoglienza, della costruzione di una policy europea di respingimenti che, qualora non venga perseguita ed eseguita, dovrebbe lasciare spazio alle singole iniziative nazionali di presunta protezione dei confini (e in questo senso, non sostanzialmente, ma solo in seconda battuta, anti-europea o euroscettica).

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La capziosità di Ferrara su D’Alema

Giuliano Ferrara conduce Radio LondraNell’ultima puntata di Radio Londra Giuliano Ferrara ha attaccato Massimo D’Alema, reo di aver dichiarato – stando alla nota del Pd in mano al conduttore ma diversamente da quanto riportato dalle agenzie di stampa – che nei prossimi 15 anni l’Italia avrà bisogno di 30 milioni di immigrati. Già detta così, la frase sembra talmente inverosimile da sembrare più frutto di un lapsus che di altro. In realtà, è solamente un errore dell’ufficio stampa del Pd: basta andare al secondo minuto del video dell’intervento di D’Alema ad un convegno del suo partito per sentire l’ex premier parlare di Europa e non di Italia. Quindi, a differenza della nota presa erroneamente per buona da Ferrara, stiamo parlando di 30 milioni di immigrati in Europa in 15 anni. E’ così criticabile questa cifra?

Fate conto che l’Unione Europea oggi ha una popolazione di 500 milioni di persone e l’Italia di 60 milioni, cioè il 12% dell’Ue. Ora rapportiamo quei 30 milioni di sopra alla popolazione italiana: stiamo parlando di 2 milioni l’anno in Europa, e il 12% di questa cifra – la quota italiana senza contare variazioni demografiche interne, trend del tasso d’immigrazione ecc. – è di 240mila immigranti l’anno per l’Italia. Vi sembra tanto? Bene, allora andatevi a leggere gli indicatori demografici dell’Istat pubblicati due mesi fa: il saldo migratorio netto con l’estero del 2010 rispetto all’anno precedente è di 365mila nuovi soggetti (nel 2009 il saldo era stato di 362mila, nel 2008 di 454mila, tanto per considerare solo gli anni del leghismo regnante al Viminale), cioè un numero maggiore della terribile, anzi – per ricollegarci al leit motiv della puntata di Giuliano Ferrara di ieri sera – paurosa stima dei 240mila calcolati a partire dalla cifra di D’Alema. Stiamo parlando di quelli registrati, regolari, e a quelli ci dovete aggiungere quelli clandestini, in nero.

Quindi, è probabile che la previsione di D’Alema – in realtà non è sua, ha citato uno studio europeo – sia addirittura al ribasso e niente affatto scandalosa, e si può con tutta tranquillità dire che ieri Ferrara ha dedicato il pistolotto finale della sua ben retribuita puntata di Radio Londra ad una cosa falsa. O ha parlato senza cognizione di causa, oppure ha ingannato i suoi spettatori. E comunque sia, visto che ama chiedere le scuse altrui, che si scusi lui, una volta tanto, di quello che dice in tv.