Politica e linguaggio: per un nuovo discorso di verità in Italia

L’anno solare si conclude con l’approvazione della cosiddetta “Manovra del popolo”, termine propagandistico coi cui il partito di maggioranza relativo, il Movimento Cinque Stelle, chiama la legge di bilancio per l’anno 2019 e per il triennio 2019-2012. Si tratta di un termine, tra l’altro, che si aggiunge a un lessico e una comunicazione che non si possono definire, forse, ideologizzati, ma sicuramente discutibili in relazione a dati di realtà.

Se il termine “Governo del cambiamento” rientra, tutto sommato, in un utilizzo del vocabolario teso a sottolineare aspetti puramenti politici, affermazioni come quella secondo cui l’esecutivo avrebbe “abolito la povertà” fanno, purtroppo, abbastanza ridere. Fa restare più perplessi notare come due dei provvedimenti principali finanziati dalla manovra siano semplicemente etichettati con nomi ingannevoli: il cosiddetto reddito di cittadinanza, infatti, non è altro che un sussidio di disoccupazione condizionato, cioè non è ciò di cui porta il nome, mentre la cosiddetta flat tax, proprio per il suo campo limitato e per il fatto di lasciare in vigore diverse aliquote, è tutto fuorché una “tassa piatta“, e si può tranquillamente ridefinire in linguaggio più asettico come riforma fiscale.

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La lunga opposizione a Matteo Salvini

Un’intervista a luglio al Washington Post e il recente incontro a Milano con Viktor Orbán hanno chiarito, o forse sarebbe meglio dire che hanno puntualizzato, la linea di Matteo Salvini in tema di immigrazione.

I critici del ministro dell’interno spesso fanno leva sull’alleanza politica del segretario della Lega Nord con il primo ministro ungherese e con gli altri capi di governo del cosiddetto gruppo di Visegrad per basare le loro critiche sull’apparente incoerenza tra le continue richieste del governo italiano di redistribuzione dei migranti negli altri paesi dell’Unione Europea e il rifiuto, da parte degli stessi alleati europei del vicepremier, di accettare le richieste di ospitalità. In realtà, l’attività diplomatica del governo Conte negli ultimi mesi, in occasione di qualsiasi arrivo di migranti via mare verso l’Italia, è stata del tutto estemporanea, più simile all’esercizio di tentate prove di forza nei confronti del resto dell’Unione (Francia in primis) che a una linea politica coerentemente volta, come si diceva sopra, a una riforma della gestione dell’immigrazione nel senso di un maggiore sforzo collettivo continentale nel governo degli arrivi, nelle spese e nella redistribuzione tra stati. La linea esplicitata da Salvini, invece, è quella del rifiuto di qualsiasi accoglienza, della costruzione di una policy europea di respingimenti che, qualora non venga perseguita ed eseguita, dovrebbe lasciare spazio alle singole iniziative nazionali di presunta protezione dei confini (e in questo senso, non sostanzialmente, ma solo in seconda battuta, anti-europea o euroscettica).

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Sul referendum costituzionale di dicembre: questione di approcci

Due o tre appunti di metodo, più che di merito, sul referendum costituzionale del 4 dicembre e sulla campagna che lo sta precedendo.

Alcuni degli istituti di sondaggi che nelle ultime settimane si sono occupati di rilevare le intenzioni di voto e le relative motivazioni sono concordi nell’indicare l’avversione al governo Renzi come ragione principale, o più diffusa, o comunque numericamente consistente, che indirizza coloro che votano No. Già a fine settembre, Index Research segnalava che la spinta principale al voto contrario alla revisione costituzionale Renzi-Boschi è far dimettere il capo del governo. Ora, anche Ipr Marketing e Techné mostrano la stessa tendenza: tra gli oppositori della legge, pensa più all’operato del governo che ai temi del referendum tra il 46% (secondo Techné) e il 54% (secondo Ipr Marketing) di coloro che pensano di votare contro, mentre solo tra il 15% e il 27% di coloro che intendono votare Sì indica la medesima motivazione. Sarà pure vero che Matteo Renzi ha commesso l’errore, come minimo tattico, di legare, almeno nei mesi scorsi, la sua esperienza politica all’esito della consultazione referendaria. E’ altresì sicuramente e come minimo vero, però, che le motivazioni che meno si concentrano sul merito e più su questioni di tipo politico sono assai più forti nel fronte del No. A me sembra che questo atteggiamento pregiudiziale sia assai discutibile, nel senso che è legittimo ma sicuramente strumentale. Continue reading “Sul referendum costituzionale di dicembre: questione di approcci”

Il neocentralismo di Matteo Renzi

Il Senato della Repubblica francesePrima cosa: benché non sia ancora nota nei dettagli (soprattutto sulle funzioni), la riforma del Senato e del titolo V della Costituzione proposta da Matteo Renzi sembra reggersi su due punti cardine:
– i senatori sono rappresentanti delle autonomie locali e non vengono eletti direttamente dagli elettori;
– le matere a legislazione concorrente sono destinate a sparire o a essere sostanzialmente ridotte.

Seconda cosa: ho letto da qualche parte che il modello di Renzi sarebbe in qualche modo paragonabile al Bundesrat tedesco – e com’è noto, la Germania è un paese federale. Non ricordo dove l’ho letto e se effettivamente l’ho letto, ma googlando mi sono usciti fuori questo articolo della Stampa, questo articolo di Italia Oggi e anche questo articolo del senatore del PD Giorgio Tonini che propongono il paragone. E, a mio avviso, il paragone non sta in piedi.

Andando a vedere le competenze del Bundesrat, infatti, queste riguardano essenzialmente una (lunga) serie di materie di legislazione concorrente (art. 74 della legge fondamentale tedesca) e su cui – a differenza della legislazione di competenza federale – il Bundestag non ha alcuna clausola di supremazia da far valere, salvo i casi di maggiore efficienza nel trattare una materia a livello federale, di interesse nazionale o di tutela di alcuni Lander rispetto ad altri (art. 72). Nel tempo la sfera di intervento federale nella legislazione è certo aumentata in Germania, ma uno spazio di legislazione che richieda un consenso da parte del Bundestag resta. Per fare un esempio, senza il voto favorevole del Bundesrat la federazione non può modificare la quota di risorse trasferite dal centro ai Lander. Per rendere più completo il quadro, sui presupposti del citato art. 72, la federazione ha il diritto di stabilire leggi di carattere generale che stabiliscano il framework legislativo di riferimento (art. 75) su cui i Lander poi agiscono autonomamente a livello amministrativo e regolamentare. Nella proposta renziana, invece, le materie a legislazione concorrente e il conseguente intervento legislativo di un eventuale Senato riformato in senso tedesco tendono ad assottigliarsi e forse anche a scomparire.

Andando, inoltre, a vedere chi siede nel Bundesrat, questo è composto da rappresentanti scelti dai governi regionali. Nella proposta di Matteo Renzi invece (su cui, ad onor del vero, egli stesso ha detto che la discussione è aperta nel partito e nel parlamento e che trattasi di una sua preferenza di carattere personale come base di partenza per la riforma costituzionale), il Senato – inteso come una sorta di Senato delle autonomie – sarebbe composto da 108 sindaci di città capoluogo, 21 presidenti di regione o di provincia autonoma e 21 senatori nominati dal capo dello stato. Sarebbe, insomma, un’assemblea non più rappresentativa delle regioni – a cui il Titolo V della Costituzione attuale garantirebbe poteri esclusivi, oltre che concorrenti – ma di diverse forme di autonomie la cui componente principale risiederebbe nella rappresentanza di città piuttosto che nella rappresentanza regionale – totalmente diverso dal Bundesrat, dove, tra l’altro, i voti delle regioni si contano in blocco e non per testa.

Cercando un possibile paragone in Europa, quello che più si avvicina al modello renziano è, a mio avviso, quello francese: in Francia il Senato è eletto da sindaci e consiglieri municipali, dipartimentali e regionali e i suoi poteri sono inferiori rispetto a quelli dell’Assemblea Nazionale, nel senso che le materie concorrenti non esistono e nel processo legislativo ordinario l’ultima parola ce l’ha l’Assemblea.

Il punto è che le riforme delle istituzioni e delle autonomie locali devono essere affrontate nel loro complesso, bilanciando i vari poteri e soprattutto avendo in mente un modello complessivo che disegni con precisione un meccanismo ben funzionante. Se Renzi ha un qualche modello in testa, a me sembra che sia un modello di tipo centralista, dove, tra lo Stato che riacquisisce poteri in alto e i comuni e le città metropolitane in basso, scompaiono sostanzialmente le province e le regioni vengono depotenziate. Se Renzi invece un modello non ce l’ha, io ritengo che siamo di fronte alla solita riforma a spizzichi e bocconi, che prende un pezzo di qua e un altro di là, non tocca elementi che dovrebbe toccare, in un’opera di ingegneria istituzionale che rischia (ma aspettiamo a vedere il risultato finale prima di esprimere un giudizio così forte) di produrre un inutile guscio vuoto se non addirittura l’ennesimo mostro di Frankenstein.

La grande sciocchezza: le primarie per la segreteria di un partito

Trova l'intrusoC’è questo mistero tutto italiano, anzi, nel caso specifico tutto piddino, per cui la scelta del segretario di un partito politico debba essere fatta dal popolo – uno dei grossi errori della segreteria di Bersani è stato, tra gli altri, proprio non aver dato seguito l’intenzione di abolire le primarie per la segreteria.

Se andiamo a vedere cosa accade nella patria delle primarie, cioè gli Stati Uniti, vediamo che sì, i candidati alle elezioni (ad esempio alla Casa Bianca o alla guida di uno Stato) vengono scelti tramite primarie, ma i capi dei partiti invece no. Al ruolo di chairman del Partito Repubblicano, ad esempio, c’è tale Reince Priebus, eletto da un comitato di 168 (centosessantotto, altro che partecipazione popolare) delegati. Idem per il medesimo ruolo nel Partito Democratico americano, coperto da tale Debbie Wasserman Schultz, candidata appoggiata da Obama e confermata da un organo interno al partito.

Un altro paese dove le primarie sono state recentemente adottate è la Francia. Lì il Partito Socialista da ormai due tornate elettorali sceglie il candidato all’Eliseo con elezioni primarie, mentre il segretario (carica al momento occupata da tale Harlem Désir) è stato eletto dagli iscritti al partito. Nota: se andiamo indietro nel tempo notiamo che, ad esempio, così come Hollande, né Sarkozy, né Chirac, né Mitterrand sono stati alla guida del loro partito mentre coprivano la carica di presidenti della Repubblica. Altra nota: Stati Uniti e Francia sono entrambi sistemi presidenziali.

Se andiamo, invece, a vedere i sistemi parlamentari europei, notiamo un’altra cosa: i segretari li scelgono gli iscritti o i loro delegati e, in caso di vittoria elettorale, sono loro a guidare il governo, ergo c’è coincidenza tra carica di partito e di governo. Esempi:

– Germania: Angela Merkel è segretaria della CDU e cancelliera
– Spagna: Mariano Rajoy è presidente del PP (sin dal 2004, successore di Aznar, anche lui presidente di partito e capo del governo) e primo ministro
– Regno Unito: a guidare i due partiti di governo sono il primo ministro David Cameron e il vice primo ministro Nick Clegg
– Svezia: Fredrik Reinfeldt è presidente del Partito Moderato e primo ministro
– Canada: Stephen Harper è leader sin dal 2004 del Partito Conservatore e sin dal 2006 primo ministro.

In Italia, invece, a parte figure particolari (carismatiche, lideristiche o padronali che dir si voglia) come Berlusconi o di capi senza armate proprie (come Prodi) la coincidenza tra guida del partito e del governo è stato un fenomeno molto raro.

Riassumendo, quindi:
nei sistemi parlamentari di solito non si fanno primarie aperte: in Italia il PD fa primarie aperte per scegliere il candidato premier;
nei sistemi parlamentari di solito guida di partito e candidatura alla guida del governo coincidono: non solo l’Italia è sempre stata anomala in questo senso e anche ora lo è, ma un anno fa Renzi ha provato a rinnovare questa anomalia e oggi chi lo oppone chiede ancora di sdoppiare i ruoli in chiave anti-Renzi (la coerenza, eh?);
nei grandi paesi democratici di solito non esistono primarie aperte per cariche di partito: in Italia il PD fa primarie aperte per eleggere un segretario.

La mia tesi è che l’Italia è il paese delle anomalie che tutti si preoccupano di eliminare aggiungendo ulteriori anomalie (Grillo, ti fischiano le orecchie? Sì, pensavo anche a te, ma non solo a te, tranquillo) e per quanto riguarda i sistemi di partito e di governo noi amiamo prendere spizzichi e bocconi dei sistemi esteri e innestarli sul nostro senza nessun ripensamento complessivo, facendo funzionare male strumenti democratici, istituzionali e di governo che invece funzionano benissimo in sistemi disegnati in maniera organica e internamente coerente. Non c’è solo, però, uno studio di tipo comparativo a mostrare l’assurdità delle primarie di partito, poiché c’è n’è anche, direi, una di principio.

Se le primarie per la guida di una coalizione o per la candidatura alla premiership o a una carica monocratica hanno comunque senso perché quella candidatura poi si rivolge a tutto l’elettorato (e comunque anche negli USA non tutte le primarie sono “aperte”) e anche perché è un modo di testare l’utilità e la capacità di attrazione nei confronti non solo dei propri fedelissimi ma anche di elettori interssati ma solo potenziali ed elettori indecisi (insomma, una sorta di verifica preliminare sul campo), il ruolo di segretario di partito è un ruolo – appunto – di partito, è un ruolo espressione del partito, di quello che è, di quello che vuole essere, programmare e fare, è un ruolo che poi si dovrà occupare non per forza di guidare il paese, ma di dirigere politicamente e organizzare amministrativamente il partito. E’ come se ad eleggere il presidente della bocciofila intervenissero quelli del circolo bridge, non so se mi spiego: non ha senso che a capo di una specifica organizzazione venga messo uno scelto col voto influente di chi di quella organizzazione non fa parte, non intende affatto fare parte e non si interessa attivamente se non, forse, quando va bene, sotto campagna elettorale.

Una nota sull’appello del Fatto Quotidiano contro il ddl di revisione costituzionale

L'appello del Fatto Quotidiano contro il ddl sulle procedure di revisione costituzionaleIl Fatto Quotidiano e alcuni intellettuali hanno lanciato un appello per fermare il ddl costituzionale che istituisce temporaneamente nuove procedure di approvazione di modifiche della seconda parte della Costituzione.

Mi pare di aver capito che i punti fondamentali dell’appello siano sostanzialmente tre:

– manca un adeguato coinvolgimento dell’opinione pubblica;

– le nuove procedure sarebbero in qualche modo anti-democratiche

– la maggioranza parlamentare dei 2/3 che garantirebbe l’approvazione del ddl costituzionale sarebbe frutto di una legge elettelorale enormemente distorsiva nonché incostituzionale.

Lasciando da parte il tema dell’incostituzionalità, vorrei trattare del terzo punto.

Che il porcellum sia una legge elettorale piena di difetti e che tra questi vi siano gli elementi distorsivi che produce è un dato di fatto. Dato, però, che la maggioranza parlamentare è diversa dalla maggioranza (assoluta alla Camera e relativa al Senato) uscita dalle urne, per giudicare la “democraticità” della maggioranza attuale a livello di riforme costituzionali è a mio avviso bene vedere:

a) quanto sono state normalmente distorsive nella formazione di maggioranze le leggi elettorali nelle ultime consultazioni tenute negli altri grandi paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito e Spagna);

b) quanto effettivamente è distorta in Italia la rappresentanza sia un senso assoluto, sia in rapporto alla soglia del 66,7% dei seggi richiesta per l’approvazione del ddl costituzionale in parlamento.

a) Gli effetti distorsivi delle leggi elettorali nelle più recenti consultazioni in Germania, Francia, Regno Unito e Spagna.

In Germania si vota con una legge elettorale proporzionale con sbarramento e un voto di  collegio che, negli effetti pratici, produce un numero variabile di membri del Bundestag.

Germania 2009 Proporzionale Collegi % Seggi
CDU 27,3% 32,0% 31,2%
FDP 14,6% 9,4% 15,0%
CSU 6,5% 7,4% 7,2%
CDU+CSU+FDP 48,4% 48,8% 53,4%

In Germania, a livello di singoli partiti, la distorsione è stata più o meno rilevante a seconda se usiamo, per il confronto, i voti popolari sulle schede della ripartizione proporzionale o su quelle dei singoli collegi. Nel risultato complessivo, la maggioranza che sostiene il governo in Germania ha goduto di una sovrarappresentazione del 4,6-5%.

In Francia alle elezioni per l’Assemblea Nazionale si vota con un sistema uninominale a doppio turno: tutti i candidati che nel singolo collegio superano una certa soglia accedono al secondo turno in cui il primo vince.

Francia 2012 Primo turno Secondo turno % Seggi
PS 29,3% 40,9% 48,5%
PS+alleati 39,9% 49,9% 57,7%

Gli effetti largamente distorsivi di questo sistema elettorale rispetto al voto, più genuino, del primo turno, sono ben noti. Anche a livello di secondo turno, però, troviamo una distorsione che per quel che riguarda il Partito Socialista è del 7,6% e per la coalizione a suo sostengo (che include, tra gli altri, radicali ed ecologisti) del 7,8%.

Nel Regno Unito vige il cosiddetto sistema first-past-the-post: tutto il paese è diviso in collegi, il candidato (collegato a un partito o indipendente) che prende la maggioranza relativa dei voti vince.

UK 2010 Voti popolari % seggi
Conservative Party 36,1% 49,3%
Liberal Democrats 23,0% 9,1%
Coalition 59,1% 58,4%

In questo caso l’effetto distorsivo a livello di coalizione sembra essere pressoché nullo, addirittura leggermente negativo. Una considerazione del genere, però, è parziale se non si tengono in conto i seguenti dati:
– innanzitutto, a livello di partiti l’effetto è enormemente distorsivo com’è sempre stato (+13,2% per i Tory, –13,9% per i liberaldemocratici);
– un governo di coalizione nel Regno Unito è stato finora un caso estremamente raro, basti considerare le tre precedenti tornate elettorale in cui il Labour vinse la maggioranza assoluta dei seggi con il 43,2% (1997), 40,7% (2001) e 35,2% (2005 – in questo caso lo scarto con la percentuale di seggi fu del 20% circa) dei voti. Tra l’altro, con tali maggioranze parlamentari assolutamente non corrispondenti alla maggioranza popolare, il Labour fu comunque totalmente legittimato a portare avanti importanti riforme istituzionali come la devolution e la creazione di assemblee nazionali in Scozia, Galles e Irlanda del Nord;
– infine, nel Regno Unito non esistono né le coalizioni, implicite o esplicite che siano (come in Italia e in Francia) né i cosiddetti patti di desistenza (come in Italia, Francia e Germania).

In Spagna è tutto molto più semplice da considerare, poiché la legge elettorale è un sistema proporzionale che si applica su collegi di grandezza provinciale/regionale.

Spagna 2011 Voti popolari % seggi
PP 44,6% 53,1%
PP+alleati 44,8% 53,4%

Qui si vede chiaramente come la maggioranza che attualmente sostiene il governo Rajoy abbia goduto di un vantaggio dell’8-9% nell’assegnazione dei seggi.

b) La distorsione della rappresentanza parlamentare oggi in Italia rispetto alle elezioni del febbraio 2013

Ora veniamo all’Italia del porcellum. Considero, ovviamente, la coalizione che sostiene il governo Letta che si presentò separatamente alle elezioni dello scorso febbraio.

Italia 2013 Voti popolari % seggi
coalizione governo Letta / Camera 59,0% 71,9%
coalizione governo Letta / Senato 60,4% 73,5%

Per comodità non ho utilizzato i voti della circoscrizione Estero e  per determinare i seggi a disposizione della maggioranza ho considerato i voti ottenuti alla fiducia successiva alla nomina del governo da parte del presidente della Repubblica.  In questo caso notiamo come lo scostamento sia dell’ordine del 12-13%. Effettivamente, è un numero più alto di quello che incontriamo in Spagna, Germania e Francia ma in linea con quello che di solito avviene nel Regno Unito, quindi è ragionevole dire che questa maggioranza è grosso modo sovrarappresentata a confronto con molti (ma non tutti) grandi paesi europei. In particolare, è il Partito Democratico ad essere sovrarappresentato. Detto ciò, nel contesto del nostro discorso quel che è rilevante non è il concetto di maggioranza tout court e quello di rappresentanza rispetto al voto popolare, bensì quello di maggioranza qualificata dell 66,67% necessario per modificare la Costituzione o, nella fattispecie, approvare il ddl riguardante le procedure straordinarie di revisione costituzionale.

Il punto è che lo scarto tra l’effettiva rappresentanza popolare e la soglia di maggioranza qualificata è perfettamente in linea con gli scarti prodotti da tutti i sistemi elettorali nei casi presi in esame. La grave distorsione – come si dice nell’appello del Fatto Quotidiano – nella rappresentanza popolare sì, forse esiste (pur assolutamente in linea con i numeri tradizionali di un paese dalla solida storia di democrazia rappresentativa come il Regno Unito), ma invece diventa una distorsione assolutamente ragionevole e ordinaria (infatti tutti i sistemi elettorali contengono elementi distorsivi, altrimenti non potrebbe affatto essere) nella considerazione della soglia del 66,67% necessaria alle modifiche costituzionali – cioè del 6,5-7%.

Conclusioni

Sappiamo che i risultati elettorali dipendono, oltre che dai voti e dalle leggi elettorali, dal modo in cui avviene l’offerta elettorale, cioé dal numero di partiti presenti, dall’esistenza o meno di coalizioni esplicite o implicite e così via; è però ragionevole pensare che un voto popolare di circa il 60% possa in gran parte dei casi garantire una maggioranza di due terzi in tutti i grandi paesi europei. Per questo motivo uno dei tre motivi di preoccupazione democratica dell’appello mi pare largamente infondato, a meno che qualcuno non voglia assurdamente arrivare a sostenere che tutti i metodi di ripartizione dei seggi in vigore nei grandi paesi europei siano fondamentalmente antidemocratici.

La mia sfera di cristallo

Mario MontiBeh, con qualche ora di anticipo ho intravisto quello che è successo oggi: avevo scritto che il Partito Popolare Europeo avrebbe dovuto esprimere apertamente il suo appoggio a Mario Monti candidato premier, e si può dire che ciò oggi sia successo, seppur in maniera un po’ obliqua. Nessuno si aspettava la presenza del Professore al summit, ai quali non aveva mai partecipato da quando è alla guida del governo, a parte quella volta in cui l’incontro si svolse in Italia e si ritrovò a fare gli onori di casa. E’ invece apparso, ha incassato appoggi dal partito, dal Fondo Monetario Internazionale e, smentito, dalla Merkel (ma che la cancelliera apprezzi il premier è cosa nota, stranota e dichiarata nei giorni passati). Il messaggio che è passato dai partner europei è stato: caro Silvio, non ti vogliamo, il nostro uomo è Mario e non tu, seppur tecnicamente tu faccia parte – con una quota consistente di europarlamentari e voti passati, per giunta – del nostro partito.

Le parole di Berlusconi lasciano il tempo che trovano: ad essere cattivi si potrebbe dire che annaspa o è confuso, ma secondo me sta solamente testando qualsiasi soluzione cercando di tenere insieme il suo partito e contemporaneamente trovare almeno un alleato che gli permetta di rimanere politicamente rilevante nello scenario post-elettorale, poiché, a numeri dei sondaggi invariati, basterebbe una vittoria del centrodestra in Lombardia per vanificare o rendere esigua una vittoria del centrosinistra al Senato – in questo scenario, quella che sarebbe la seconda forza parlamentare in grado di dare un appoggio ad un governo di coalizione avrebbe una parola importante da dire, e sarebbe la parola di Silvio.

Non credo però che l’operazione Monti abbia successo: ricordavo il pericolo di conquistare principati con armi altrui, e l’operazione Monti a centro (o nel nuovo centrodestra a-berlusconiano) mi ricorda quella di Prodi nel campo avverso, che nel 1996 fu candidato “indipendente” di partito gestiti da altri, e nel 2006, pur avendo le liste del futuro Partito Democratico alle spalle, si trovò comunque una coalizione talmente variegata e risicata da dipendere da troppi piccoli capetti (e il PD, in fondo, non era sua né mai lo è stato, piuttosto, semplificando, direi che era di Veltroni e della sua vocazione maggioritaria). In altre parole: di quante truppe dispone Mario Monti? Poche, quasi nessuna, direi: pur ipotizzando l’appoggio dei vari Casini, Fini, Montezemolo, pur considerando una scissione del PdL in suo favore oppure l’abbandono del campo da parte del Cavaliere (fantapolitica, a mio avviso), pur incredibilmente presupponendo una vittoria elettorale di questo blocco, Monti non avrebbe nessuna sua forza alle spalle, nessuna forza in cui abbia fatto carriera politica, di cui sia effettivamente membro, in cui si influente non solo per affinità ideologiche ma anche per relazioni personali, non avrebbe voti effettivamente suoi (per quanto la sua figura possa ingrassare le liste di cui sopra).

Io non sono contrario ai professori in politica, non sono nemmeno contrario al loro “utilizzo” come riserve della Repubblica. Credo, però, che se una delle esigenze dell’Italia sia quello di avere un governo sostenuto da una maggioranza politica, coesa e stabile, un governo di Mario Monti non sarebbe nelle condizioni di rispettare tale requisito, perché sarebbero sempre le truppe  (leggi: voti e apparati di partito) di qualcun altro a decidere chi tenere o mettere a Palazzo Chigi.

L’altra opzione possibile sarebbe quella di un governo PD-centro deciso dopo le elezioni. Nella prospettiva che però segnalavo, cioè quella della nascita di un centrodestra presentabile, non vedo come ciò possa aiutare: sarebbe comunque un governo a guida PD, che non capisco perché debba rinunciare alla premiership e alla golden share della coalizione con tutto quel botto di voti che si porta dietro – Monti potrebbe rimanere ministro dell’Economia, ma non sarebbe la faccia dell’Italia nel mondo, inoltre non sarebbe un governo del partito europeo che oggi ha messo in piedi l’odierna operazione di endorsement. Siamo pur sempre una democrazia parlamentare, direi.

La caduta di Mario Monti e l’azione politica dei partiti europei nei contesti nazionali (2)

EPP logoI recenti fatti che hanno portato all’annuncio di dimissioni da parte del capo del governo hanno mostrato, tra le tante cose, anche il distacco che esiste tra la politica europea e le politiche nazionali. La metto più chiaramente: per come la vedo io, uno degli obiettivi che qualunque sincero federalista europeo dovrebbe avere è quello di avere una efficace politica europea, nel senso della creazione di famiglie politiche, di gruppi, di partiti che agiscano in maniera uniforme a livello continentale, sia nelle istituzioni comunitarie, sia in quelle nazionali.

Nel caso specifico, abbiamo il Partito Popolare Europeo che mostra profondo rammarico nei confronti di un evento – la caduta del governo italiano – causato da un partito che è il suo principale membro tra quelli in Italia. Per fare un esempio in scala ridotta: ricorderete che qualche grattacapo lo creò al Partito Democratico l’appoggio alla giunta di Raffaele Lombardo, ma, ad ogni modo, le peculiarità della politica siciliana e l’occasione di mandare all’opposizione il PdL resero ben accetta questa decisione. Un altro esempio – stavolta ipotetico – ben più calzante sarebbe però un altro: dato che poche settimane fa Mario Monti ha pubblicamente dichiarato la sua affinità con il Partito Popolare Europeo, sarebbe come se il PdL locale avesse fatto cadere una delle sue giunte in Campania, Sardegna o altrove in completo e aperto dissenso con le direttive provenienti da Roma (o Arcore, nel nostro caso). Totalmente schizofrenico, se avvenisse creerebbe almeno una certa tribolazione – e se ci fare caso, è ciò che è accaduto in Sicilia nei vari rimpasti in giunta e con le scissioni e controscissioni nel partito berlusconiano.

Ora, invece, le forti critiche del PPE creano turbamenti a Silvio Berlusconi solo a livello di immagine internazionale (ben più pesanti quelli di capi di governo, invece. O forse no?). Voi direte: ma a Berlusconi non frega una cippa di quello che dicono in Europa, anzi, potrebbe anche recargli vantaggio –  in tal caso non riuscirei a darvi torto. Il punto centrale è che ciò dovrebbe creare problemi ai colleghi popolari di Bruxelles. Nel discorso sull’efficacia dei partiti europei che voglio fare, ciò che intendo è che, se i partiti continentali fossero roba seria, il PdL sarebbe stato sbattuto fuori immediatamente dal gruppo parlamentare europeo e dal PPE stesso. Non è, invece, così, anche perché nell’UE come è oggi i parlamenti nazionali hanno maggiore importanza di quello europeo – che pure da qualche anno ha visto crescere i suoi poteri e probabilmente li vedrà ancora aumentare nei prossimi anni.

Da tempo penso che i partiti nazionali della stessa famiglia debbano iniziare a muoversi con maggiore coordinazione. Dirò di più: da tempo spero che i politici di una nazione inizino a interessarsi sempre maggiormente delle campagne elettorali degli altri paesi, tant’è vero che quando Angela Merkel pensò inizialmente di partecipare attivamente con dichiarazioni pubbliche alla campagna elettorale per le presidenziali francesi, pensai che fosse una buona notizia.  Inoltre, la scorsa primavera abbiamo avuto per la prima volta un interesse incrociato dei media per le elezioni che, magari nella stessa giornata o comunque nell’arco di pochissime settimane, si svolgevano in più paesi (politiche in Grecia, presidenziali in Francia, amministrative in Italia e Germania) e il cui combinato disposto avrebbe – e ha – avuto effetti sulle decisioni prese e livello UE.

Tornando a noi: visto che Monti ha apertamente dichiarato di essere, sostanzialmente, vicino al PPE, i responsabili di quest’ultimo dovrebbero dire: “Noi appoggiamo Mario Monti, il suo governo, il suo prestigio internazionale e la sua politica di risanamento del bilancio pubblico dell’Italia. Nell’ottica dell’integrazione europea e dell’interesse per ciò che accade in ogni paese dell’Unione, noi proponiamo Monti come candidato a guidare una lista col nostro simbolo a cui possono partecipare tutti coloro già oggi appartenenti al PPE oltre a tutti i nuovi soggetti politici che oggi si riconoscono nella famiglia dei popolari e dei moderati italiani ed europei”. Praticamente, tutti i nani, nanerottoli e aspiranti tali del centro (che, ad essere rigorosi, è un centrodestra non berlusconiano), cioè i vari Casini, Fini, Montezemolo, Passera, Riccardi, Pezzotta eccetera sarebbero tutti insieme nella lista del Partito Popolare Europeo, con un leader indiscusso e autorevole e un simbolo nuovo, europeista e attraente per l’elettorato di riferimento (moderato e borghese) di questi gruppi.

A prescindere dalla consistenza elettorale, questa dovrebbe essere un’operazione di alto profilo e di lungo respiro, con l’obiettivo proprio di dare stabile e consistente rappresentanza in Italia a un centrodestra normale, destinato, alla lunga, a rimpiazzare quello berlusconiano, in modo da dire: noi siamo il PPE in Italia, Berlusconi è un’altra cosa, è un paria, piacerà agli antieuropeisti, agli estremisti, ai nostalgici della lira, ma a noi che siamo seri e responsabili no. Se fosse, però, solo un’ammucchiata di capetti coi loro privati eserciti, consiglierei a Monti di starsene a casa e ad aspettare la chiamata per il Quirinale o via XX Settembre, poiché con le armi altrui può essere facile conquistare principati, ma assai difficile mantenerli.

[2 / continua]

(1- “Live together, die alone”: contro il concetto di sovranità nazionale in Europa)

Europei 2012: non è detto che debba andare male

Cesare PrandelliUna cosa a me sembrava evidente da molto prima della figuraccia di ieri contro la Russia: questa è probabilmente la peggiore selezione azzurra che sia mai capitata sotto i miei occhi. Tolti alcuni dei reduci del mondiale di sei anni fa e qualche nuovo innesto, la rosa è composta in gran parte da giocatori di metà classifica o da onesti gregari che nelle migliori nazionali degli anni passati avrebbero appena giocato qualche amichevole, mentre oggi sono punti fermi o prime scelte in panchina.

Tra l’altro, questa scarsità di “risorse umane” va a coincidere con la crisi che la Serie A attraversa ormai da qualche anno, e, a vedere gli ultimi decenni, questo contemporaneo calo di competitività calcistica sembra una novità assoluta. Già in passato i club italiani hanno attraversato periodi di appannamento nelle coppe europee mentre altri paesi brillavano (prendete i dieci anni dal ‘74 all’83: delle venti finaliste di Coppa Campioni, quattordici furono anglo-tedesche, così come alcuni dei club vincitori degli altri trofei europei dell’epoca), eppure la nazionale fu in grado di mantenersi competitiva ad alti livelli: quarto posto ai mondiali del ‘78, quarto posto agli europei dell’80 (con finalina persa ai rigori), vittoria nel Mundial. Al contrario, nel mezzo degli anni ‘90, i club italiani facevano il bello e il cattivo tempo in Europa, mentre l’Italia, tolta la finale di Usa ‘94, collezionò brutte figure (non qualificata ad Euro ‘92, eliminata al primo turno ad Euro ‘96), pur essendo comunque complessivamente un selezione più competitiva di questa nazionale che invece, dal 2008, sta conoscendo, forse per la prima volta parallelamente al suo campionato di riferimento, un certo preoccupante declino.

Se la selezione del Lippi-bis poteva soffrire di discutibili scelte da parte del tecnico (l’esclusione di Antonio Cassano e Mario Balotelli, ad esempio, accompagnata dalla frase “Non vedo fenomeni rimasti a casa”), questa a me sembra oggettivamente la migliore selezione possibile, al di là del singolo nome di questo o quel giocatore che può comunque essere discusso.

Un’altra cosa che pensavo, e penso tuttora, è che c’è la necessità di cambiare modulo: che ci piaccia o no, questa è una selezione che fa del blocco Juve la sua forza, e, allora, passare al 3-5-2 (o 5-3-2, che è la stessa cosa) della squadra torinese potrebbe essere una buona idea: il blocco difensivo Buffon-Bonucci-Barzagli-Chiellini sarebbe identico, e forse metterebbe a suo agio l’elemento debole della catena, cioè quel Bonucci che con Antonio Conte s’è rilanciato dopo la bella stagione di Bari e il disastro della Juve 2010/11.

Anche a centrocampo, due uomini su tre sarebbero dei rodati bianconeri, cioè Pirlo e Marchisio: il terzo della linea sarebbe ovviamente De Rossi, che non ha le caratteristiche di Vidal, ma – permettetemi – è un giocatore molto più forte del cileno, anzi, uno dei pochi giocatori di alto livello rimasti in Italia, direi. Qualche metro più avanti Maggio supererebbe gli imbarazzi della difesa a quattro (eclatanti ieri a Zurigo).

L’attacco è stato il reparto più variabile della Juventus campione d’Italia, e anche in quel caso, con l’eccezione del deludente Matri, si trattava di un reparto leggerino e piuttosto tecnico.

L’esperienza di molti uomini con questo modulo renderebbe meno rilevante il fatto che in nazionale non sia stato mai applicato da Prandelli. In altre parole, con gli uomini a disposizione il c.t. dovrebbe puntare a creare quella struttura di squadra che tante vittorie di misura ha portato a casa nell’ultimo campionato, finendo per vincerlo. Pare che il c.t. ci stia pensando. A questo proposito, sarebbe bene che qualcuno gli ricordasse che fu proprio collezionando vittorie per 1-0 che la Spagna del possesso palla catalano divenne due anni fa campione del mondo.