Sul cosiddetto reddito di cittadinanza a Cinque Stelle

La notizia, vera, falsa o semplicemente ingigantita, di numerose persone che in alcuni uffici pubblici del sud Italia si sono messe in fila per richiedere il cosiddetto reddito di cittadinanza ha portato acqua al mulino di una delle teorie che tentano di spiegare il successo elettorale del Movimento Cinque Stelle in tutto il paese, soprattutto nel mezzogiorno. Questa teoria più o meno interpreta il successo grillino come un trionfo dell’assistenzialismo meridionale, e resta nel filone di quelle intepretazioni dei risultati e delle tendenze elettorali che più o meno tendono a imputare all’elettorato i propri insuccessi, senza sforzarsi di interpretare e di incanalare diversamente, invece, le problematiche presenti nella società, e di andare oltre certi sintomi, anche quelli deteriori. Non c’è bisogno di ricorrere alla figura del calabrese fannullone per spiegare quella che, con parole più elaborate, si può in un certo modo definire come una richiesta di un nuovo e diverso stato sociale.

Che in Italia manchino misure universalistiche di sostegno al reddito è cosa nota, così come sono noti l’elevato tasso di disoccupazione, soprattutto tra i giovani e soprattutto al sud, e la scarsa qualità di parte del lavoro in offerta in Italia, mal pagato e mal contrattualizzato. Nella fase di elaborazione della sconfitta che stanno attraversando i partiti usciti sconfitti dall’ultima consultazione elettorale, cioè il Partito Democratico e le altre forze di sinistra o di centrosinistra, intepretare male sia la proposta grillina di riforma del welfare sia la reazione da parte dell’elettorato potrebbe essere addirittura esiziale rispetto al tentativo di tornare elettoralmente competitivi nei prossimi anni.

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La parziale illusione dell’ingegneria istituzionale

Le ultime novità che vengono dalla politica italiana riguardano l’accordo raggiunto dalle tre principali forze politiche (Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Forza Italia) rispetto a una nuova legge elettorale ispirata a quella in vigore in Germania ma, in realtà, differente in numerosi e sostanziali dettagli. Le probabilità che questa venga approvata appaiono alte, ma pochi metterebbero la mano sul fuoco, visto che l’intoppo è dietro l’angolo.

La spinta all’accordo da parte dei vertici dei tre partiti (Renzi, Grillo, Berlusconi) sembra svelare un’attitudine secondo la quale gli interventi di carattere costituzionale e istituzionale siano le chiavi attraverso cui si può modellare il sistema politico e non solo politico. Detto in altri modi: questa è stata un’altra legislatura in cui si è dato molto peso alle riforme elettorali e costituzionali, anche giustamente, dove però la spinta verso cambiamenti economici e sociali ha trovato numerosi ostacoli e tentennamenti. Pensiamo, ad esempio, al Jobs Act del governo Renzi, che doveva essere il testo che avrebbe rilanciato il contratto a tempo indeterminato, con lo sfoltimento delle forme contrattuali e il rinnovo delle politiche attive per il lavoro e dei sussidi. Quelle novità positive riguardanti l’occupazione e la stabilizzazione avute nell’ultimo triennio sono state probabilmente causate soprattutto dalla decontribuzione temporanea dei nuovi contratti e dalla congiuntura economica internazionale. L’ennesima riforma del mercato del lavoro ha invece lasciato tanti e tali spazi alle eccezioni rispetto a quello che doveva essere il nuovo modello prevalente di rapporto di lavoro, cioè il contratto unico a tutele crescenti, da aumentare sì la stabilità del posto di lavoro, ma permettendo altresì parecchie zone grigie (vedi gli interventi fatti in materia di contratto a tempo determinato o l’uso come minimo improprio dei voucher, ad esempio), oltre a non intervenire in maniera efficace rispetto all’occupazione giovanile (ancora in forte crisi) e al rilancio delle politiche per l’impiego (non sembra migliorato molto nei centri per l’impiego e misure come Garanzia Giovani non sono sembrate un esempio di efficacia).

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“Dove ho sbagliato?”, chiese Matteo

Mi è capitato sotto gli occhi un post di Massimiliano Di Giorgio che tenta di analizzare l’appannamento, almeno apparente, dell’immagine di Matteo Renzi e del calo della sua popolarità. E’ stata l’occasione per rimettere mano a questo blog, ma anche per scrivere un paio di idee che mi frullavano in testa.

Massimiliano sostiene che il sostegno popolare a Renzi si sia ridotto per via della grande delusione seguita alle grandi aspettative, nonché per la sua narrazione politica tutta tesa a dirci che l’Itaila è un grande paese e le cose stanno migliorando, soprattutto alla luce del fatto che l’Italia non sta cambiando verso come promesso e che la rottamazione è percepita sempre più come la creazione di un’altra élite amica dei soliti noti. Questa è una lettura che coglie una parte di realtà. Sono necessari per Renzi cambiamenti di forma e di sostanza, in effetti – ma di quale sostanza? Sospetto che per alcuni degli oppositori non malevoli di Renzi si tratti solo della necessità di fare marcia indietro e di identificarsi più marcatamente “di sinistra”. Io invece ritengo che Matteo Renzi debba essere più fedele a se stesso.

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Un governo che fa marketing

Mario Monti ed Elsa ForneroSe uno ricapitola la politica economica del governo Monti in pochi punti, esce fuori quanto segue: prima di tutto, c’è il cosiddetto “Cresci-Italia”, tutto fatto di tasse più riforma delle pensioni, poi ci sono gli interventi sulle liberalizzazioni e su semplificazione e sviluppo, e in questi giorni sta alla fine venendo alla luce la proposta di riforma del mercato del lavoro.

Il primo intervento è stato fatto nell’emergenza dei conti pubblici dello scorso novembre (e non ancora finita) e quindi è comprensibile se non addirittura giustificabile, così come la riforma delle pensioni che, a parte alcuni aspetti pur discutibili, nella sostanza ha finalmente definito il passaggio totale (a  mio avviso sacrosanto) al sistema contributivo.

Per quel che riguarda gli altri due provvedimenti, penso che già al momento della loro presentazione si fossero rivelati inferiori alle attese; è poi successo che nel passaggio parlamentare siano stati decisamente depotenziati (vedi tassisti, vedi Rc auto, vedi avvocati e vedi altre cose che ora non sto a ricordare).

Infine, c’è la riforma del mercato del lavoro (di cui abbiamo solo la presentazione in conferenza stampa da parte del premier e del ministro del Lavoro e una bozza) che, a quanto pare, non semplifica le tipologie contrattuali esistenti, non passa a un sistema di sostegno economico al lavoratore veramente universale, mantiene in vita il dualismo del mercato, aumenta il cuneo fiscale e tocca l’articolo 18 in una maniera che farà felici soprattutto gli avvocati del lavoro. A me sembra che in realtà i punti centrali di questa futura riforma siano soprattutto politici: l’abbattimento del tabù dell’articolo 18, non più intangibile, e la rottura con la Cgil. In altre parole, quello che voglio dire è che il governo sembra stia offrendo ai mercati – alle cui turbolenze siamo esposti – la testa della Camusso in cambio di una maggiore benevolenza, come segno della possibilità di cambiamento dell’Italia e come operazione utile al restyling dell’immagine del paese in corso da novembre, pur in presenza di una riforma che – ripeto: per quel che ne sappiamo finora – in realtà tocca tanti aspetti senza intaccare e corrodere i problemi del lavoro (almeno di quelli pubblicamente identificati dal ministro Fornero e dal presidente Monti). Allo stesso tempo, la rottura della Cgil è stata pagata con il cedimento alle richieste degli altri sindacati (vedi cassa integrazione, vedi il balbettio sull’applicabilità al pubblico impiego e la promessa della Fornero – secondo quanto riferito da Bonanni – di non toccare la disciplina del licenziamento individuale dei dipendenti pubblici) che pare stiano rendendo la riforma inefficace, o non rispettosa dei principi che la vogliono ispirare.

Sembra una partita a poker, in cui il governo ai mercati e ai partner internazionali fa credere di avere in mano carte (liberalizzazioni, lavoro, welfare) che in realtà non ha. In pratica, un bluff. E tutto questo, come direbbe Stanis La Rochelle, è molto italiano. Pure troppo.

Er populismo de Bberlusconi

51IMG2144-63Questi sono tempi in cui si parla poco di politica, e si discute spesso del conflitto tra il premier e la magistratura – non dico chi ha torto o ha ragione, scegliete voi – mentre non c’è ormai nessun programma politico che va avanti, anche perché i numeri in parlamento, senza tutti i membri del governo presenti, rischiano di ballare. E’ un Prodi-bis in salsa azzurra, con l’aggiunta della battaglia delle/nelle/contro le procure e la centralità del duello pro/anti-Cav. che affligge l’Italia da quasi due decenni. Non siamo un popolo, siamo due branchi in lotta. Vabbè. Amen.

Detto questo, poiché mi piacerebbe sentir parlare di politica, poiché tendenzialmente mi definisco moderato e liberale, e poiché c’è un partito in Italia che – a suo dire – ha l’ambizione di costruire la destra dopo Berlusconi, faccio qui un riassunto, anzi un elenco con giudizio semplice a lato, come pro memoria per me – e per tutti – delle proposte politiche di questo partito. Sarò molto poco analitico, che è tardi e ho passato il Venerdì Santo sui libri e al computer e vorrei riuscire a vedere un film prima di andare a dormire.

Abbiamo allora visto, finora:

critica ai tagli lineari di Tremonti (Baldassarri, il partito in generale)Bene, ma manca la proposta elaborata di politica economica;
aumento della tassazione sulle rendite finanziarie dal 12,5% al 24-25% (Fini)Farebbe fuggire i capitali, intaccherebbe il risparmio, e inoltre le tasse sono in generale già abbastanza alte così come sono, vogliamo pure aumentarne alcune? Molto, molto male;
mancata comprensione delle esigenze di aumento della produttività e dei vincoli imposti dalla concorrenza in campo industriale e nel mercato in generale (Fini)Malissimo;
contrarietà all’abolizione dell’obbligatorietà della azione penale (Fini)Male;
linea aperta ad un nuovo tipo di immunità, parlamentare e/o per le alte cariche, ma con ambiguità in parlamento e senza capire di quale tipo di immunità si parli (Fini, il partito in generale)Vorrei capire, diciamo;
favorevole al decreto Ronchi, cioè alla nuova disciplina di gestione della fornitura dei servizi pubblici, in particolare idrici (Ronchi è di Fli, ma vedi Bocchino sul referendum) – Bene, fermo restando il fatto che il decreto Ronchi è molto migliorabile;
nuovo contratto unico nazionale, cioè pdl Raisi-Della Vedova, fuori dall’art. 18, con abolizione dei contratti atipici e maggiori tutele formative ed economiche per i licenziati (a disincentivo del licenziamento non più tutelato dallo Statuto dei lavoratori) – Bene, molto bene, tutto è perfettibile ma il governo anche una cosa così se la sogna, è sempre molto meglio del nulla.

Aggiungo che mi sono rotto l’anima della Perina in tv che mi sembra la De Gregorio, delle conferenze stampa ad accompagnare un delirante e comico Pennacchi, e anche di ste liti se appoggiare chi, come, quando. Sti problemi Casini, ad esempio, non se li è posti, e pare che oggi, politicamente ed elettoralmente, goda di maggiore salute e credibilità di FLI. Un motivo ci sarà, e ci sarà anche del fatto che oggi molti, parlando di FLI, passano dal sarcastico perculamento ai tentativi di previsione della data di dichiarazione di decesso.