Sarkowar

Metto insieme un po’ di pensieri sull’attacco alla Libia, alcuni dei quali scritti qua e là sul web: dobbiamo, innanzitutto, tenere in mente un punto di vista generale e uno italiano. In generale: è giusto intervenire – in un contesto in cui i popoli si ribellano i regimi – laddove, per una volta, il regime sta vincendo sul popolo (o sui ribelli, o come vogliamo chiamarli)? Dal punto di vista umanitario quasi sicuramente sì, dal punto di vista “realista” non saprei (anche perché non mi sono mai convertito al cosiddetto realismo, come altri sembrano aver fatto dai tempi dell’intervento in Iraq). I dubbi sul “come” intervenire sono un altro discorso.

Come Italia: o fin dall’inizio, cioè un mese fa, dicevamo che Gheddafi non si tocca, fanculo la libertà, a noi interessa la stabilità, il petrolio e lo stop ai migranti, che sarebbe stato un filino spregevole ma almeno chiaro e coerente con gli ultimi anni (e in linea con i vari Putin, Chavez e compagnia bella, questo bisogna pur dirlo), oppure si mollava subito Gheddafi e magari il ruolo non dico di capofila alla Sarkò, ma di protagonista per una giusta causa agli occhi dell’opinione pubblica l’avremmo avuto anche noi. Io avrei seguito la seconda linea, la prima linea non l’avrei condivisa ma almeno capita, e invece sappiamo tutti che superprudenti come siamo stati non è che abbiamo fatto una gran bella figura (né abbiamo curato i nostri interessi). E per questo non dobbiamo mica prendercela con Sarkozy ma solo col nostro governo.

Detto ciò, i problemi sul come portare avanti questa guerra rimangono intatti: mi sono fatto l’idea che forse si sia intervenuti tardi (Gheddafi è già a Bengasi e, pare, abbia grosso modo il controllo di Misurata – città importante per via della propria posizione nel golfo della Sirte e non lontano da Tripoli) e, conseguentemente, male. C’è però da aggiungere che il tempo di reazione della nuova edizione della coalizione dei volenterosi ha avuto un tempo di reazione di 28 giorni: per fare un paragone, il tempo trascorso tra gli attentati dell’11 settembre e l’invasione dell’Afghanistan è stato di 24 giorni. Ad ogni modo, quello che intendo dire – seppure mai abbia pilotato un aereo da caccia, e penso che mai lo farò – è che come dal cielo si riescano a proteggere gli insorti nell’ambito di una guerriglia urbana non lo capisco proprio – sarà una mia mancanza, chissà. Questo mostra tutta l’inefficacia e, forse, l’ipocrisia, dell’ultima risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu: prevedo che tra un po’ di tempo ci si renderà conto che l’obiettivo politico – palesemente dichiarato da Francia, Stati Uniti e Regno Unito – di rovesciare il regime di Gheddafi e della sua famiglia si possa ottenere militarmente solo via terra, creando il problema, inedito, di grandi potenze occidentali che violano una risoluzione Onu (visto che l’intervento terrestre è l’unica cosa sostanzialmente proibita, mentre tutto il resto, qualsiasi cosa dicano gli oppositori della guerra, è sostanzialmente permesso). Figuriamoci quanto grande potrebbe essere questo problema diplomatico se di mezzo ci fosse la Nato. E’ comunque probabile che stia vaneggiando, il tempo dirà se e quanto.

Un altro appunto: leggevo sul Giornale “Occhio agli estremisti”. Ora provate a immaginare cosa sarebbe successo se gli angloamericani avessero mostrato questa cautela in Italia 68 anni fa pensando ai comunisti filosovietici presenti tra i partigiani.

Infine: l’unico punto che veramente comprendo delle critiche all’intervento alleato in Libia è quello che riguarda le intenzioni francesi. C’è da dire che Parigi nell’ultimo mese è sempre stata in prima linea nelle critiche a Gheddafi, e che in Francia sembra comunque esserci un largo movimento di opinione a favore dell’intervento umanitario. L’intervento umanitario, come criticato da Giuliano Ferrara ieri (sì, lo stesso Giuliano Ferrara che pochi anni fa sul Foglio faceva pubblicare articoli di approfondimento e di elogio sul nuovo fenomeno francese della destra postchiracchiana di Sarkò l’americain), almeno quello svolto senza un piano postbellico, non è – per fare un esempio – come la criticata e criticabilissma dottrina neocon di rovesciamento dei regimi più pericolosi del medio Oriente per creare dei stati democratici e perciò stesso pacifici, e una reazione a catena per spazzare via tutta una serie di regimi al fine di rendere la zona più stabile, più propensa al dialogo e più sicura per gli Stati Uniti (tralasciando l’insignificante particolare delle armi di distruzione di massa). Nel nostro caso si va in Libia perché c’è un popolo che insorge e un tiranno che massacra: e poi? A questo poi bisogna pensarci, oltre a coordinare meglio questo intervento con la Nato, facendo in modo che diventi efficace e che raggiunga il suo obiettivo di appoggiare la vittoria dei ribelli sul regime.

Che poi, alcuni, oggi cerchino di argomentare il retropensiero di una guerra fatta dalla Total, beh, è interessante antropologicamente perché magari qualche anno fa ignoravano bellamente le accuse riguardanti Halliburton o le compagnie petrolifere americane, e soprattutto in quanto retropensiero non fa altro riferimento che a un complotto, e a tal punto ci si ritrova in un baleno nelle braccia di Giulietto Chiesa. Fate attenzione.

Tripoli, bel suol d’amore

Pare ormai praticamente scontato che l’Italia prenderà parte alla coalizione – dei “volenterosi” o Nato si vedrà – che si preoccuperà del rispetto della no fly zone e del cessate il fuoco in Libia e dell’emergenza umanitaria, secondo la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 17 marzo. Da un lato il passato coloniale giustifica, forse, il profilo basso tenuto dal governo nell’ultimo mese, ma è decisamente difficile ritenere che i rapporti personali di Berlusconi con Gheddafi, il trattato di amicizia italo-libico nonché gli interessi energetici e la preoccupazione di nuove ondate di immigrati abbiano portato il governo a non criticare aspramente – pur nell’attuale crisi – il regime libico. Fatto sta che il movimentismo di Francia e Gran Bretagna ci ha fregato, e che per una volta un ruolo da protagonista nello scenario internazionale potevamo avercelo noi. Ancora una volta nella storia, decidiamo all’ultimo di partecipare ad una guerra non per convinzione ma solo per riuscire a sederci, alla fine, al tavolo dei vincitori.

Il punto politico tutto italiano è che, nel giro di una dozzina di anni, l’atteggiamento del centrodestra in parlamento nei confronti della politica estera italiana si è trovato di fronte ad un capovolgimento dei ruoli: alla fine degli anni ‘90 furono i voti di Forza Italia e di Alleanza Nazionale a permettere al governo D’Alema di bombardare la Serbia; nel 2001 e nel 2003 i richiami alla fedeltà atlantica e alla necessità di rovesciare i regimi pericolosi per l’occidente avevano portato il secondo governo Berlusconi a sostenere, politicamente e militarmente, gli interventi americani in Afghanistan e in Iraq; poi è accaduto che durante la scorsa legislatura, per motivi politici interni (il famoso senato ballerino dell’Unione), il centrodestra ha rifiutato di appoggiare il finanziamento della missione in Afghanistan da parte del governo Prodi (comunque poi approvato), e, infine, oggi il PdL riesce a far passare nelle commissioni competenti di Camera e Senato – così come accadrà in Parlamento nei prossimi giorni – la partecipazione italiana alla missione libica grazie ai voti di gran parte dell’opposizione, mentre c’è stata l’astensione della Lega (della quale alcuni membri oggi tirano fuori argomenti in stile Giulietto Chiesa e altri fasciocomunisti) e dei cosiddetti “Responsabili” (in questo caso, probabilmente, per una questione di poltrone). Stiamo parlando della stessa Lega che impedisce il mantenimento delle promesse elettorali sull’abolizione delle province, la stessa Lega che in occasione del 150° dell’unificazione italiana boicotta le celebrazioni (e qui chissà gli ex An cosa hanno da dire), la stessa Lega, per bocca del governatore del Veneto Luca Zaia, che dice sì al nucleare, ma per carità non al nord che energeticamente è autosufficiente (anche se è costume comune col PdL). E qui – lasciando le beghe nostrane – bisogna capire che cultura di politica estera ha il PdL: se è legata alla comunità atlantica (pur con tutti i distinguo, ok), alla realpolitik delle nostre esigenze energetiche, ai legami personali di Silvio Berlusconi, e se è veramente affidabile per noi italiani. Da elettori bisognerà pure chiederselo. E c’è da chiedersi, se in fondo, le vecchie argomentazioni a favore delle guerre in Asia dello scorso decennio – quelle dell’esportazione della democrazia, dell’alleanza atlantica e così via – non siano state solo delle scuse per farsi belli agli occhi degli americani, nel migliore dei casi, o peggio.

Siamo sempre i numeri uno

"Nel rispetto dei principî della legalità internazionale, l’Italia non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia e la Libia non userà, né permetterà, l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro l’Italia". Trattato di Bengasi, art. 4, comma 2.

Come funziona? Considerando che inglesi e americani stanno spostando forze nel Mediterraneo, se ci chiedono appoggio cosa diciamo? No, grazie?

La politica estera di Silvio Berlusconi

Berlusconi bacia la mano di GheddafiHo sempre pensato che uno degli aspetti più degni di studio e di approfondimento dei governi di Silvio Berlusconi sia quello che riguarda la politica estera. O, almeno, a me incuriosisce, e molto. Non so se esistano già ricerche e analisi serie e approfondite da parte di accademici e studiosi della materia, e a dire il vero nemmeno le ho cercate, però credo che se si vuole capire l’Italia di questo decennio e il lascito di Silvio Berlusconi a questo paese non si può ignorare la sua particolarissima politica estera.

Se in economia gli aspetti da analizzare sono quello ideologico-propagandistici da campagna elettorale e quello pratico che non è altro che il tremontismo (fatto salvo il periodo di assenza di Tremonti dal ministero dell’Economia), se sotto il profilo delle politiche di riforma istituzionale e della giustizia non si può che prescindere dalla sua concezione del rapporto leader-popolo, dalle sue beghe con la magistratura e dai suoi rapporti con la Lega Nord, se dal punto di visto politologico e comunicativo è chiaro come il suo carisma e il suo legame con i mass media siano i punti cardine di qualsiasi riflessione, quello della sua politica estera sembra essere l’aspetto più particolare della sua attività di governo, nonché quello che più differisce dagli altri.

In primo luogo, in Italia Berlusconi è il centro di tutto: è l’imprenditore che scende in politica e spiazza la sinistra post-comunista pronta a salire al potere, é il premier del governo più duraturo della storia repubblicana, é l’obiettivo di quasi tutte le invettive lanciate da intellettuali e giornalisti, così come il leader quasi adorato da un gran pezzo del paese. All’estero no. All’estero il tycoon che scende in politica senza risolvere il proprio conflitto di interessi e i propri problemi giudiziari non è visto molto bene; all’estero è il leader di una media potenza regionale sempre molto “tradizionalista” nei rapporti internazionali e la cui voce a livello globale è nettamente sovrastata da quella di almeno un’altra dozzina di paesi, e così via.

In secondo luogo, un leader così attento ai sondaggi, così pronto a lanciare popolarissime parole d’ordine (“meno tasse per tutti”, “abolirò l’Ici”) e a rappresentare l’italiano medio coi suoi pregi e difetti, è stato capace di prendere una scelta decisamente malvista dall’opinione pubblica nonché dalla burocrazia della Farnesina, cioè l’appoggio agli Stati Uniti nella guerra in Iraq e il successivo contributo militare ed economico alla ricostruzione, al nation building e alla lotta all’insurgency baathista e non.

Infine, a differenza del resto dell’attività governativa berlusconiana dove la rottura dalle linee politiche del passato è avvenuta più a parole che ha fatti, la linea internazionale dei governi CdL-PdL è sembrata realmente di smarcamento rispetto alla tradizione Dc e dei governi dell’Ulivo, sia per il filoamericanismo e filoisraelismo spinto dei primi anni del Berlusconi bis, al grido di “proteggiamo, promuoviamo, esportiamo la democrazia”, sia per l’abbraccio con i vari Putin, Gheddafi, Lukashenko e via dicendo della seconda fase di Silvio attorno al mondo. Per fare un esempio: laddove la Dc andreottiana si limitava a fare patti col diavolo, l’Italia del Cav. sembra vendergli direttamente, e senza neanche discutere troppo sui particolari, la propria anima. E nonostante questo – come si evince dalle ultime rivelazioni di Wikileaks -  e nonostante la cattiva opinione sulla politica interna del Cav., gli Usa continuano sostanzialmente ad avere fiducia nell’alleato italiano nello scacchiere internazionale.

Anche nell’Ue, il triangolo dei primi anni con Spagna e Gran Bretagna è stato seguito da una sorta di riallineamento con l’asse franco-tedesco – anche se oggi di asse non si sa se si può parlare ancora. Di tutto questo però bisogna trovare una spiegazione, per capire perché in questi giorni l’Italia è rimasta fino all’ultimo titubante nel chiedere a Mubarak di lasciare il potere in Egitto, e perché solo ieri sera Berlusconi ha avuto parole di preoccupazione per i massacri di civili in Libia, dopo che lui stesso aveva detto che preferiva «non disturbare» e Frattini non trovava di meglio da dire che gli alleati europei dovevano pensare ai fatti loro.

C’è probabilmente un profilo psicologico nella linea tenuta dal Cav. dal 2001, legato alla politica delle pacche sulle spalle, al gigioneggiare di un uomo che forse lo fa per tattica, forse improvvisa, o che forse è solo un anziano spaccone brianzolo non riesce, data l’età e l’abitudine, ad adeguare i propri comportamenti giocosi alla scena internazionale.

C’è, forse, un profilo affaristico: questo è solo un retropensiero, un gossip giornalistico e politico tutto da provare (ci sono degli articoli su Repubblica di cui non ritrovo il link, ad esemepio), ma bisogna capire se la politica – oserei dire – “filotirannica” dell’ultimo Cav. sia o no guidata da interessi personali propri o di persone vicine.

C’è, quindi, da analizzare l’interesse nazionale, quanto (il se non è in discussione) l’Eni, in certi casi l’industria militare, e quella delle costruzioni abbiano influito sulle scelte del governo.

C’è poi da capire il riflesso sulla politica interna, sulla necessità di fermare i clandestini direttamente sulle coste libiche e, più in generale, di accreditarsi presso il proprio elettorato come importante attore della scena internazionale, capace di difendere il prestigio e gli interessi (anche quello meno presentabili) del proprio paese – come tra l’altro il vertice Nato-Russia a Pratica di mare cercava di fare, mentre dei probabili scarsi risultati pratici di quel vertice qualcuno più titolato di me potrà discutere.

C’è da capire, insomma, quanto queste ragioni abbiano influito, quanto uno o alcuni di queste abbiano escluso o messo da parte gli altri, quanto siano intrecciate a livello di scelte politiche generali e particolari. C’è da capire, inoltre, quanto siano riuscite a penetrare nella burocrazia della Farnesina e della rete diplomatica italiana nel mondo. Nel futuro tutto questo forse ci servirà per capire l’Italia di questi anni, e l’influenza di Berlusconi su di essa, che voi la giudichiate fantastica, deprimente o terrificante. E oggi potrebbe aiutarci a capire perché, di fronte a quello che accade a Tripoli e a Bengasi, ci sia un po’ di imbarazzo da parte di chi ci governa.