Politica e linguaggio: per un nuovo discorso di verità in Italia

L’anno solare si conclude con l’approvazione della cosiddetta “Manovra del popolo”, termine propagandistico coi cui il partito di maggioranza relativo, il Movimento Cinque Stelle, chiama la legge di bilancio per l’anno 2019 e per il triennio 2019-2012. Si tratta di un termine, tra l’altro, che si aggiunge a un lessico e una comunicazione che non si possono definire, forse, ideologizzati, ma sicuramente discutibili in relazione a dati di realtà.

Se il termine “Governo del cambiamento” rientra, tutto sommato, in un utilizzo del vocabolario teso a sottolineare aspetti puramenti politici, affermazioni come quella secondo cui l’esecutivo avrebbe “abolito la povertà” fanno, purtroppo, abbastanza ridere. Fa restare più perplessi notare come due dei provvedimenti principali finanziati dalla manovra siano semplicemente etichettati con nomi ingannevoli: il cosiddetto reddito di cittadinanza, infatti, non è altro che un sussidio di disoccupazione condizionato, cioè non è ciò di cui porta il nome, mentre la cosiddetta flat tax, proprio per il suo campo limitato e per il fatto di lasciare in vigore diverse aliquote, è tutto fuorché una “tassa piatta“, e si può tranquillamente ridefinire in linguaggio più asettico come riforma fiscale.

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Non è finita

Una piccola riforma costituzionale attesa da almeno due o tre decenni è quella che assegna direttamente al capo del governo il potere di nomina e revoca dei ministri. Se n’è parlato molto, ma non se n’è mai fatto nulla. La proposta sottoposta a referendum nel 2006 forniva proprio al capo del governo questo potere, ma, com’è noto, quella riforma (un poco troppo rigida in alcune sue altre parti, come, ad esempio, nella cosiddetta norma “antiribaltone”) fu bocciata da più del 61% dei votanti.

Le cronache politiche di questi giorni, con i dubbi del presidente Mattarella rispetto alla nomina di Paolo Savona quale ministro dell’economia del governo composto e sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega Nord, portano a galla la tensione esistente, almeno in maniera latente, all’interno dell’articolo 92 della Costituzione – quello che regola la composizione dell’esecutivo e la nomina dei suoi membri, per i quali il premier incaricato ha potere di proposta, mentre resta al Quirinale il potere di nomina.

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Sul cosiddetto reddito di cittadinanza a Cinque Stelle

La notizia, vera, falsa o semplicemente ingigantita, di numerose persone che in alcuni uffici pubblici del sud Italia si sono messe in fila per richiedere il cosiddetto reddito di cittadinanza ha portato acqua al mulino di una delle teorie che tentano di spiegare il successo elettorale del Movimento Cinque Stelle in tutto il paese, soprattutto nel mezzogiorno. Questa teoria più o meno interpreta il successo grillino come un trionfo dell’assistenzialismo meridionale, e resta nel filone di quelle intepretazioni dei risultati e delle tendenze elettorali che più o meno tendono a imputare all’elettorato i propri insuccessi, senza sforzarsi di interpretare e di incanalare diversamente, invece, le problematiche presenti nella società, e di andare oltre certi sintomi, anche quelli deteriori. Non c’è bisogno di ricorrere alla figura del calabrese fannullone per spiegare quella che, con parole più elaborate, si può in un certo modo definire come una richiesta di un nuovo e diverso stato sociale.

Che in Italia manchino misure universalistiche di sostegno al reddito è cosa nota, così come sono noti l’elevato tasso di disoccupazione, soprattutto tra i giovani e soprattutto al sud, e la scarsa qualità di parte del lavoro in offerta in Italia, mal pagato e mal contrattualizzato. Nella fase di elaborazione della sconfitta che stanno attraversando i partiti usciti sconfitti dall’ultima consultazione elettorale, cioè il Partito Democratico e le altre forze di sinistra o di centrosinistra, intepretare male sia la proposta grillina di riforma del welfare sia la reazione da parte dell’elettorato potrebbe essere addirittura esiziale rispetto al tentativo di tornare elettoralmente competitivi nei prossimi anni.

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Alternative al declino?

Negli ultimi giorni ho letto due articoli con conclusioni nettamente diverse riguardanti l’Italia e le prossime elezioni, pur partendo da presupposti, almeno alcuni, non molto discordanti tra loro.

La scorsa settimana mi sono capitate sotto gli occhi le riflessioni di Michele Boldrin, dove la critica è prima di tutto culturale, e solo in seconda istanza politica ed economica: solo la Pianura Padana è rimasta attaccata alle zone più dinamiche e avanzate del mondo, e più per vincoli esterni politico-commerciali che per particolari meriti indigeni. In Italia l’istruzione continua a peggiorare, il «furto intergenerazionale» non è stato ancora fermato, larghissime aree del paese campano sulla generosa redistribuzione effettuata dallo stato centrale, eccetera – il declino avviene da decenni e non è arrestabile a breve.

La causa culturale del declino è una sorta di eccezionalità italiana, che vede l’Italia come paese decisamente peculiare rispetto agli altri, culla della civiltà e sede della cristianità, e siamo così speciali che continuiamo a tenerci Alitalia e non vogliamo vendere Italo, però desideriamo sbarazzarci di cinesi, immigrati, tedeschi/Europa, di tutti quelli che non ci danno il posto che ci meritiamo. Continue reading “Alternative al declino?”

#Elezioni2018 – You need allies, not just votes, to win elections in Italy

The latest electoral contest in Sicily has been widely considered in Italy as a resounding defeat for the Democratic Party, a success for the centre-right forces and, after all, a good result for the anti-establishment Five Star Movement, which, anyway, did not succeed in winning its first regional election. If we look at some numbers and details, however, we might get a more nuanced picture

Sicily has been for almost two decades a centre-right stronghold (at the 2001 general election, 61 constituencies out of 61 were won by the coalition supporting Silvio Berlusconi). Local government is granted a number of special powers. Moreover, a multitude of local lists and regional parties make the political landscape quite fluid and peculiar on the island. In 2012, the surge of Grillo’s party and the internal division of the centre-right (split into two different coalitions, while the Union of the Centre, a Christian-democrat party normally loyal to the centre-right and electorally strong in Sicily, changed side) led to the victory of Rosario Crocetta, the candidate of the Democratic Party-led coalition. which, however, was unable to win a majority of seats at the Sicilian Regional Assembly.

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#Elezioni2018 – A potential anti-EU coalition in Italy?

In the current year, many have feared (or hoped for) the rise of anti-EU, anti-establishment or simply radical parties or candidates (which, more than occasionally, turned out to be radical right parties) in countries such as France or the Netherlands. According to some commentators, this would have led, in the long run, to the disgregation of the current ‘liberal’ order, at least in Europe, and to the collapse of the European Union after the Brexit blow in 2016. However, Geert Wilders and Marine Le Pen did not succeed and the European project has not been hit further.

I thought, anyway, that many would have turned closer attention to Italy by now, as it seems the most likely potential target for anti-EU forces, but, apparently, it did not happen – wrongly, in my opinion. There are two factors, indeed, that make Italy a target for anti-EU’s’ appetites. First, after two decisions of the Constitutional Court in 2014 and in 2017, and the referendum held in December, Italy now has a substantially PR voting system both for the lower house and the Senate – remember: both have equal powers. This means that coalitions are almost necessary to rule the country. Second, no natural coalition seems likely to win a majority of seats: both a potential centre-left and a potential centre-right coalition look unable to attract more than 30%-40% of votes, while the Five Star Movement rules out any form of alliance with other parties.

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La parziale illusione dell’ingegneria istituzionale

Le ultime novità che vengono dalla politica italiana riguardano l’accordo raggiunto dalle tre principali forze politiche (Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Forza Italia) rispetto a una nuova legge elettorale ispirata a quella in vigore in Germania ma, in realtà, differente in numerosi e sostanziali dettagli. Le probabilità che questa venga approvata appaiono alte, ma pochi metterebbero la mano sul fuoco, visto che l’intoppo è dietro l’angolo.

La spinta all’accordo da parte dei vertici dei tre partiti (Renzi, Grillo, Berlusconi) sembra svelare un’attitudine secondo la quale gli interventi di carattere costituzionale e istituzionale siano le chiavi attraverso cui si può modellare il sistema politico e non solo politico. Detto in altri modi: questa è stata un’altra legislatura in cui si è dato molto peso alle riforme elettorali e costituzionali, anche giustamente, dove però la spinta verso cambiamenti economici e sociali ha trovato numerosi ostacoli e tentennamenti. Pensiamo, ad esempio, al Jobs Act del governo Renzi, che doveva essere il testo che avrebbe rilanciato il contratto a tempo indeterminato, con lo sfoltimento delle forme contrattuali e il rinnovo delle politiche attive per il lavoro e dei sussidi. Quelle novità positive riguardanti l’occupazione e la stabilizzazione avute nell’ultimo triennio sono state probabilmente causate soprattutto dalla decontribuzione temporanea dei nuovi contratti e dalla congiuntura economica internazionale. L’ennesima riforma del mercato del lavoro ha invece lasciato tanti e tali spazi alle eccezioni rispetto a quello che doveva essere il nuovo modello prevalente di rapporto di lavoro, cioè il contratto unico a tutele crescenti, da aumentare sì la stabilità del posto di lavoro, ma permettendo altresì parecchie zone grigie (vedi gli interventi fatti in materia di contratto a tempo determinato o l’uso come minimo improprio dei voucher, ad esempio), oltre a non intervenire in maniera efficace rispetto all’occupazione giovanile (ancora in forte crisi) e al rilancio delle politiche per l’impiego (non sembra migliorato molto nei centri per l’impiego e misure come Garanzia Giovani non sono sembrate un esempio di efficacia).

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Is Black Mirror already happening?

A couple of days ago I finished watching the third season of Black Mirror on Netflix. I must say that it was pretty good, but, perhaps not as good (and, sometimes, frightening) as the previous seasons. However, as I already experienced with the episodes produced by Channel 4, I sometimes got the sense that what I was watching on my screen was not just a bleak premonition of the near future or, just as many viewers, commentators and even Charlie Brooker itself put it, the logical outcome of the current technological and social developments led to the extreme, but that it was also something that already happened or that is happening right now. Continue reading “Is Black Mirror already happening?”

Mezze verità urlate e distorte, ovvero della politica del Movimento 5 stelle

Mario Michele GiarrussoA tracciare le linee di massima che riguardano l’azione parlamentare e la comunicazione politica del Movimento 5 stelle si riscontrano due fattori ricorrenti: il primo è quello di concentrarsi su questioni o tematiche sacrosanti o comunque ragionevoli, ma assolutamente marginali se non addirittura irrilevanti, mentre il secondo è quello di raccontare o denuciare problemi in maniera assolutamente parziale nei fatti ed esagerata nei toni allarmistici. Per quest’ultimo caso, prendo ad esempio le polemiche riguardati le modifiche dell’articolo 416 ter del codice penale, che punisce lo scambio elettorale politico mafioso.

L’attuale articolo 416 ter punisce lo scambio elettorale politico mafioso («chi ottiene la promessa di voti») solo in cambio di erogazioni di denaro e con una pena dai sette ai dodici anni. La riforma in discussione in parlamento si trova attualmente alla quarta lettura (la seconda al Senato):
in prima lettura alla Camera (16 luglio 2013) si riformulava il reato («Chiunque accetta consapevolmente il procacciamento di voti»), si alleggeriva la pena (quattro-dieci anni) e si allargava l’area di punibilità dello scambio all’erogazione non solo di denaro ma anche di altra utilità, e anche a chi procaccia consapevolmente voti;
in prima lettura al Senato (28 gennaio 2014) si riformulava nuovamente il reato («Chiunque accetta la promessa di recuperare voti») ritornava alla pena di sette-dodici anni, si allargava ulteriormente il reato alla «disponibilità» a soddisfare interessi ed esigenze dell’associazione mafiosa e si sostituiva l’attività di procacciare voti con la promessa di procurare voti;
in seconda lettura alla Camera (3 aprile 2014) si ritornava alla formulazione originaria della pena, cioé quattro-dieci anni, e si eliminava la «disponibilità» a soddisfare interessi ed esigenze dell’associazione mafiosa.

Ora, se io fossi negli amici a 5 stelle ci andrei un po’ cauto nell’accusare, dopo la seconda lettura alla Camera, la maggioranza ed il centrodestra di essere «il governo delle larghe intese sulla mafia» che pratica «sconti di pena ai mafiosi».
Innanzitutto, per restare nel merito, perché a) esiste la proporzionalità delle pene, per cui, a confronto col reato di associazione mafiosa (pena di sette-dodici anni, su cui è al momento tarato il 416 ter) si potrebbe, in linea di principio, argomentare non in maniera irragionevole in favore o di un inasprimento della pena relativa al detto reato di associazione o di un alleggerimento della pena per il mero scambio elettorale politico-mafioso, e b) è tutto da dimostrare che sia l’asprezza di una pena a fornire efficacia concreta al perseguimento di un reato – anzi, legare la forza di una norma alla mera durata della pena che prevede è un po’ rozzo.
In secondo luogo, perché nei confronti del testo votato alla prima lettura alla Camera nel luglio 2013 e che già alleggeriva la pena, non solo l’associazione Libera, la scorsa estate, incitava alla definitiva approvazione in Senato, tutt’al più invitando a modifiche riguardanti la formulazione del reato ma non la pena (per poi, ad onor del vero, esprimere più recenti perplessità sull’alleggerimento della pena a seguito della seconda lettura alla Camera, pur comunque chiedendo un’approvazione definitiva del testo), ma i deputati stessi del Movimento 5 stelle votarono a favore della riduzione della pena per scambio elettorale politico-mafioso a quattro-dieci anni. Riduzione votata all’unanimità, 503 presenti, 503 votanti, 503 favorevoli, tra cui alcuni dei volti più noti del movimento come Alessandro Di Battista e Luigi De Maio, e comunque tutti i presenti in aula del movimento. Anche loro, all’epoca, nelle «larghe intese sulla mafia»?

Per quel che riguarda l’eliminazione, in seconda lettura a Montecitorio, della «disponibilità» a soddisfare interessi ed esigenze dell’associazione mafiosa, segnalerei le parole del procuratore nazionale Antimafia, Franco Roberti, come riportate da RaiNews24:

"Una norma perfetta" quella approvata alla Camera sul voto di scambio politico mafioso. Così commenta Franco Roberti, Procuratore nazionale Antimafia. "Abbiamo una norma perfetta – dice- e veramente utile a contrastare lo scambio tra politica e mafia". Roberti spiega che il testo del Senato, ora corretto dalla Camera, presentava una norma "estensiva che è stata criticata da molti magistrati e giuristi." Limiti che  "sono stati riassunti nel concetto di ‘difetto di tipizzazione’, la norma cioè era troppo estesa e ampia e poteva non essere norma di garanzia per i cittadini proprio per tale ampiezza".

Da segnalare, per completezza, anche l’intervista rilasciata dal presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Rodolfo Maria Sabelli, che chiede l’eliminazione di quella formulazione e che, sulla pena (si era ancora a marzo), alla domanda se sette-dodici anni fossero troppi, risponde che si tratta di un comportamento molto grave e altresì riconosce che una modulazione della pena da parte del giudice nella parte bassa della forbice è comunque possibile.

Cosa voglio dire? Che certe reazioni sono esagerate e certe ricostruzioni dei fatti sono assolutamente parziali, intellettualmente non totalmente oneste e talvolta anche fantasiose. A tirare le fila del ragionamento grillino su questo tema, dovremmo paradossalmente dire (e non lo voglio dire) che i deputati del M5s a luglio furono anch’essi parte delle «larghe intese mafiose» che «calpestano il lavoro di Falcone» (a tal proposito, la norma voluta nel 1992 prevedeva originariamente una pena dai cinque ai dieci anni, poi innalzata nel luglio 2008), così come lo sarebbero oggi giuristi, magistrati ed associazioni antimafia che, in realtà, al massimo esprimono qualche perplessità sulla durata della pena, ma invitano ad approvare definitivamente quello stesso provvedimento che i senatori a 5 stelle stanno, invece, cercando di fermare in tutti i modi al Senato.

Contro i renziani e contro gli anti-renziani

CostituzioneCi sono due punti di vista che, mi pare, trovino vasto riscontro nella platea di coloro che appoggiano oppure contrastano l’operazione politica che molto probabilmente porterà Matteo Renzi a essere il prossimo capo del governo rispetto alla possibilità di nuove elezioni.

Tra coloro che appoggiano un nuovo governo, l’argomento è quello per cui con nuove elezioni uscirebbe un parlamento sostazialmente “bloccato” come quello attuale e, stante il rifiuto del Movimento 5 Stelle ad effettuare qualsiasi alleanza post-elettorale, la maggioranza conseguente a quelle elezioni sarebbe identica a quella attuale, cioè una maggioranza di centro-destra-sinistra. Questo non è vero. L’attuale maggioranza col Pd è, oltre che con i vari spezzoni della lista montiana, anche con il movimento politico guidato da Angelino Alfano, mentre, una nuova maggioranza sarebbe una maggioranza comprendente Silvio Berlusconi – questo è ovvio a chiunque abbia tenuto nota delle capacità politico-comunicative del Cavaliere nell’ultimo ventennio, dello scarso appeal mediatico del suo ex-delfino, nonché dei sondaggi più o meno recenti che mostrano un’enorme scarto nel consenso elettorale tra Forza Italia ed il Nuovo Centrodestra. Quali sarebbero le differenze? Innanzitutto, Angelino Alfano, almeno al momento, non ha le beghe giudiziarie con cui invece è alle prese Silvio Berlusconi. In secondo luogo, il profilo politico di Ncd è, semplificando, assolutamente di tipo governativo, mentre quello forzista – come ci insegnano le esperienze del governo Monti e, fino a novembre, del governo Letta – di governo e di opposizione. In altri termini, Berlusconi potrebbe schierare contro il governo un fuoco amico che invece Alfano non possiede nè, probabilmente, vorrebbe utilizzare anche se potesse.

Tra coloro che contrastano il nuovo governo c’è la critica, piuttosto ingenua a mio avviso, per cui non sarebbe stata consultata la volontà popolare che, invece, dovrebbe essere quella che nomina i governi (è vero, Renzi aveva detto di voler diventare premier dopo nuove elezioni, ma qui nasce una critica relativa alla sincerità del segretario del Pd e all’opportunità della manovra politica in atto, non di legittimità democratica). Ad aver espresso questa posizione sono il Movimento 5 Stelle, la Lega Nord e Fratelli d’Italia. Ora, che in un sistema parlamentare – cioè in cui la sovranità del popolo non si esprime direttamente ma attraverso la rappresentanza in un’assemblea legislativa periodicamente rinnovata – si bolli come antidemocratica questa manovra è decisamente assurdo. Ricordo la Costituzione (la sottolineatura è mia):

Art. 92

Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri.

Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.

E ancora:

Art. 94

Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.

Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.

Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.

Il voto contrario di una o di entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.

La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.

Chiaro? La nomina del governo non è popolare ma presidenziale, e il rapporto fiduciario è con le due Camere che rappresentano il popolo e non direttamente col popolo stesso. Se non vi piace, può darsi che abbiate ragione a protestare, che voi siate veri democratici mentre gli altri degli infami maneggioni, ma a quel punto avreste in testa un modello di organizzazione politica totalmente diverso, estraneo alla carta costituzionale e alla tradizione democratica di più o meno tutta Europa – non che ci sia qualcosa di male, per carità, ma mi piacerebbe che se lo ricordassero anche quelli che salgono sui tetti a difendere la Costituzione o che la definiscono con pomposa retorica “la più bella del mondo”, insomma quelli della Costituzione a giorni alterni. Infatti il capo del governo è nominato dal capo dallo stato in base alla maggioranza parlamentare (e non popolare) in Francia, nel Regno Unito, in Spagna, in Germania e via discorrendo. Ricorderei che questo è un parlamento eletto un anno fa, non decenni fa. Aggiungerei, inoltre, se mi fate notare la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato la legge elettorale usata un anno fa incostituzionale, che quella stessa sentenza ha dichiarato questo parlamento legittimo.