Album di famiglia?

Il Giornale, 29 dicembre 2009: Fermiamo gli immigrati islamiciMi è ben chiaro che c’è una grossa differenza tra idea e azione, e che i ragionamenti sono spesso molto complessi. Però, di fronte a una montagna di similitudini, mi nasce il dubbio che tra la destra italiana (quella intellettuale e giornalistica ma anche quella politica) e quella europea più estrema (perché le destre europee normali dicono altro) ci siano delle somiglianze di famiglia con le posizioni che troviamo in 2083 – A European Declaration of Indipendence, il testo Andrew Berwick, noto ai più come Anders Behring Breivik, il tizio che un paio di giorni fa ha ammazzato ragazzi norvegesi come fossero formiche.

Il punto è che ho iniziato a leggerlo, e poi ad andare avanti per salti nei primi capitoli, e quasi ad ogni pagina ho avuto sempre l’impressione del tipo “Dove ho già letto questo?”. E non riuscivo a chiarirmi se l’avessi letto da Allam o da Ferrara, da Meotti o dalla Fallaci, da Pera o da chi altri.

Dove leggo più frequentemente, ad esempio, le tirate sul politicamente corretto? Sul Foglio, su Libero, sul Giornale. E Breivik, nel suo testo dedica gran parte dell’introduzione composta da una quarantina di pagine a esaminare cos’è, da dove viene, prendendosela con la cultura di sinistra, col marxismo, con la scuola di Francoforte, con il mondo accademico conformista e col femminismo. Vi risulta nuova? No, neanche a me, e nemmeno le lamentele diffuse contro l’al-Taqiyya.

E le citazioni? Vogliamo prendere le citazioni? Per i più noti all’Italia, ci sono Bernard Lewis, Roger Scruton, Oriana Fallaci (“coraggiosa”). Tutti autori amati dai foglianti, ad esempio.

E di tutte le tirate di Breivik contro la promiscuità sessuale? Leggete qualche pagina del testo, poi leggete questo: “In Europa si approvano leggi che disgregano la famiglia e si mettono con arroganza e protervia al voto popolare i valori della persona e della vita”. Penserete che sia una citazione successiva del testo, e invece no, è Marcello Pera, agosto 2005. Oppure: “Difendere l’Occidente nel nome dell’ideologia del multiculturalismo sarebbe impossibile”. Magdi Allam? No, Breivik, a pagina 129 della sua monumentale opera unica.

Ancora: “La domanda che ora dobbiamo fare a noi stessi è: vogliamo preservare i nostri valori giudaico-cristiani e la nostra civiltà o vogliamo, scegliamo di andare verso la dhimittudine?”. Chi è? E questo: “L’Occidente è a tal punto oggi disorientato che per avere rispetto dei musulmani o ancora di più per amare i musulmani come persone deve obbligatoriamente sposare l’Islam come religione”? E “’E’ un ingenuità imperdonabile mettere a disposizione locali (…). Per gli islamici, infatti, secondo il Corano quello diventa terra islamica da loro conquistata”? E “Mentre noi consentiamo che accanto alle chiese delle nostre parrocchie fioriscano moschee, nella stragrande maggioranza dei paesi musulmani non è concesso costruire una chiesa”? Indovinello per voi.

E si potrebbe andare avanti per tempo coi paragoni con intellettuali maggiori o minori (basta fare un po’ di ricerche random su Google per trovare articoli come questo, dal sito della scuola di formazione politica di Forza Italia diretta dal fu Gianni Baget Bozzo). Un’ultima cosa, però, la vorrei scrivere. Oggi l’articolo di Allam sul Giornale era vergognoso nel sostenere che il razzismo nasce dal multiculturalismo, in relazione ai fatti norvegesi. Il punto è il seguente: il razzista è Bleivik, i multiculturalisti, nella visione sua (ma anche di Allam, sono portato a sospettare) sarebbero anche, tra i tanti, i giovani laburisti che erano al summer camp del partito e che sono stati messi sotto tiro. Stando così le cose – e stanno così –  le vittime sarebbero la causa del proprio carnefice. Che, oltre che illogico e irreale, è anche una idiozia enorme, a dirla tutta. Questa è la destra che abbiamo in Italia. Nel resto d’Europa non è così: le destre moderate, popolari e di governo non sono così, da noi sì ed è un problema enorme, culturale ancor prima che politico.

Update – 25 luglio 2011: questo articolo è stato modificato dopo la sua pubblicazione iniziale.

Sarkowar

Metto insieme un po’ di pensieri sull’attacco alla Libia, alcuni dei quali scritti qua e là sul web: dobbiamo, innanzitutto, tenere in mente un punto di vista generale e uno italiano. In generale: è giusto intervenire – in un contesto in cui i popoli si ribellano i regimi – laddove, per una volta, il regime sta vincendo sul popolo (o sui ribelli, o come vogliamo chiamarli)? Dal punto di vista umanitario quasi sicuramente sì, dal punto di vista “realista” non saprei (anche perché non mi sono mai convertito al cosiddetto realismo, come altri sembrano aver fatto dai tempi dell’intervento in Iraq). I dubbi sul “come” intervenire sono un altro discorso.

Come Italia: o fin dall’inizio, cioè un mese fa, dicevamo che Gheddafi non si tocca, fanculo la libertà, a noi interessa la stabilità, il petrolio e lo stop ai migranti, che sarebbe stato un filino spregevole ma almeno chiaro e coerente con gli ultimi anni (e in linea con i vari Putin, Chavez e compagnia bella, questo bisogna pur dirlo), oppure si mollava subito Gheddafi e magari il ruolo non dico di capofila alla Sarkò, ma di protagonista per una giusta causa agli occhi dell’opinione pubblica l’avremmo avuto anche noi. Io avrei seguito la seconda linea, la prima linea non l’avrei condivisa ma almeno capita, e invece sappiamo tutti che superprudenti come siamo stati non è che abbiamo fatto una gran bella figura (né abbiamo curato i nostri interessi). E per questo non dobbiamo mica prendercela con Sarkozy ma solo col nostro governo.

Detto ciò, i problemi sul come portare avanti questa guerra rimangono intatti: mi sono fatto l’idea che forse si sia intervenuti tardi (Gheddafi è già a Bengasi e, pare, abbia grosso modo il controllo di Misurata – città importante per via della propria posizione nel golfo della Sirte e non lontano da Tripoli) e, conseguentemente, male. C’è però da aggiungere che il tempo di reazione della nuova edizione della coalizione dei volenterosi ha avuto un tempo di reazione di 28 giorni: per fare un paragone, il tempo trascorso tra gli attentati dell’11 settembre e l’invasione dell’Afghanistan è stato di 24 giorni. Ad ogni modo, quello che intendo dire – seppure mai abbia pilotato un aereo da caccia, e penso che mai lo farò – è che come dal cielo si riescano a proteggere gli insorti nell’ambito di una guerriglia urbana non lo capisco proprio – sarà una mia mancanza, chissà. Questo mostra tutta l’inefficacia e, forse, l’ipocrisia, dell’ultima risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu: prevedo che tra un po’ di tempo ci si renderà conto che l’obiettivo politico – palesemente dichiarato da Francia, Stati Uniti e Regno Unito – di rovesciare il regime di Gheddafi e della sua famiglia si possa ottenere militarmente solo via terra, creando il problema, inedito, di grandi potenze occidentali che violano una risoluzione Onu (visto che l’intervento terrestre è l’unica cosa sostanzialmente proibita, mentre tutto il resto, qualsiasi cosa dicano gli oppositori della guerra, è sostanzialmente permesso). Figuriamoci quanto grande potrebbe essere questo problema diplomatico se di mezzo ci fosse la Nato. E’ comunque probabile che stia vaneggiando, il tempo dirà se e quanto.

Un altro appunto: leggevo sul Giornale “Occhio agli estremisti”. Ora provate a immaginare cosa sarebbe successo se gli angloamericani avessero mostrato questa cautela in Italia 68 anni fa pensando ai comunisti filosovietici presenti tra i partigiani.

Infine: l’unico punto che veramente comprendo delle critiche all’intervento alleato in Libia è quello che riguarda le intenzioni francesi. C’è da dire che Parigi nell’ultimo mese è sempre stata in prima linea nelle critiche a Gheddafi, e che in Francia sembra comunque esserci un largo movimento di opinione a favore dell’intervento umanitario. L’intervento umanitario, come criticato da Giuliano Ferrara ieri (sì, lo stesso Giuliano Ferrara che pochi anni fa sul Foglio faceva pubblicare articoli di approfondimento e di elogio sul nuovo fenomeno francese della destra postchiracchiana di Sarkò l’americain), almeno quello svolto senza un piano postbellico, non è – per fare un esempio – come la criticata e criticabilissma dottrina neocon di rovesciamento dei regimi più pericolosi del medio Oriente per creare dei stati democratici e perciò stesso pacifici, e una reazione a catena per spazzare via tutta una serie di regimi al fine di rendere la zona più stabile, più propensa al dialogo e più sicura per gli Stati Uniti (tralasciando l’insignificante particolare delle armi di distruzione di massa). Nel nostro caso si va in Libia perché c’è un popolo che insorge e un tiranno che massacra: e poi? A questo poi bisogna pensarci, oltre a coordinare meglio questo intervento con la Nato, facendo in modo che diventi efficace e che raggiunga il suo obiettivo di appoggiare la vittoria dei ribelli sul regime.

Che poi, alcuni, oggi cerchino di argomentare il retropensiero di una guerra fatta dalla Total, beh, è interessante antropologicamente perché magari qualche anno fa ignoravano bellamente le accuse riguardanti Halliburton o le compagnie petrolifere americane, e soprattutto in quanto retropensiero non fa altro riferimento che a un complotto, e a tal punto ci si ritrova in un baleno nelle braccia di Giulietto Chiesa. Fate attenzione.