Avoid power or die: the sad life of liberals in Europe

Sign displayed before the 2014 EU elections

The results of the latest general elections held in the United Kingdom seem to confirm – in my opinion – a sort of trend which has been occurring in the largest European countries over the last two years: once the liberals get into government, they are eventually wiped out.

In 2013, Mario Monti’s Civic Choice performed under the expectations at the Italian general elections and won an amount of seats which resulted in being irrelevant in the formation of the new cabinet. This and the subsequent collapse of the parliamentary groups led to the extremely poor results at the latest European elections and in opinion polls. Ironically, perhaps, Monti was assisted by David Axelrod, who also has been advising Ed Miliband during the electoral campaign we have just left behind us – and we have all seen the results; Europe is not America, or, maybe, spin doctors’ influence is overrated – I cannot really say, though.

In Germany, at the 2013 federal elections, after four years in coalition with Angela Merkel’s Christian Democrats, the Liberals (which, previously, had been out of government since 1998) suffered a massive loss of votes, coming fifth as a party and winning zero seats – an astounding defeat.

Now, it is the turn of Nick Clegg’s Liberal Democrats: five years of coalition (yeah, there’s that thing about tuition fees, I know) and, now, 8 mere seats left for them in Westminster.

There are exceptions, of course: in the Netherlands liberal parties did well at the 2012 general elections – but the Netherlands are the stronghold of liberalism in Europe.

Worrying is the fact that this decline occurs at the same time of the rise of populist, extreme and nationalist parties, an event which would strongly need the counterweight of rational policies and anti-nationalism (if not cosmopolitanism). Even more worrying, in my view, is the fact that more than simply electoral defeats, we see whole parties almost wiped out from the scene, making, perhaps, life for liberal ideas and policies even more difficult: they would probably still circulate, but no one would advocate them.

Il governo Letta e la coazione a ripetere

Fabrizio SaccomanniQuesto post lo scrivo a pezzi, in maniera un po’ rapsodica.

– Inizio con un postulato: la politica è un ramo specialistico delle professioni intellettuali, perciò, in quanto tale, non sostituibile dal mero esercizio di competenze e conoscenze riguardanti discipline diverse, economia inclusa.

– In secondo luogo, sottolineo la problematicità dello statuto epistemologico delle scienze sociali: pur nell’esteso utilizzo di modelli matematici, di statistiche e di dati empirici, la presenza di elementi arbitrari e convenzionali nelle definizioni, nelle analisi, nelle osservazioni, nelle teorie nonché la sostanziale irriproducibiltà in eguali condizioni degli esperimenti sociali rendono le scienze sociali delle scienze non propriamente definibili come esatte. In parole più semplici, l’economia non è affatto stregoneria (tutt’altro!) ma non è nemmeno fisica.

– Scorrevo la lista dei ministri dell’Economia e delle Finanze da quando il dicastero fu unificato rendendolo di fatto un superministero, cioé dal 2001: Tremonti, Siniscalco, Tremonti, Padoa Schioppa, Tremonti, Monti, Grilli, da un paio di giorni Saccomanni. Tutti cosiddetti tecnici, salvo uno, Giulio Tremonti, che invece è propriamente definibile politico (dal fatto che il tecnico sia o possa essere comunque politico non deriva necessariamente che tutti i tecnici siano politici proprio per via del postulato di cui sopra).

– L’avventura politica e ministeriale di Giulio Tremonti – tributarista di formazione giuridica, ricordiamolo – negli ultimi tre governi di centrodestra è stata caratterizzata, tra gli altri, da due elementi: stando a quel che si è letto per anni, una certa spigolosità del carattere che, unita alla centralità del suo ministero, lo ha portato ad accentrare le decisioni economiche e finanziarie e a tenere in secondo piano il metodo collegiale che, invece, a Costituzione vigente e per prassi decennale vige in Consiglio dei ministri. Il secondo elemento, parzialmente conseguenza del primo, è che la capacità d’influenza del suo partito e della sua coalizione nei confronti delle sue scelte è stata, quando di discreto successo, conflittuale, laddove in molti altri casi era, di solito, semplicemente inesistente. Prova ne è il fatto che oggi Tremonti si ritrova in parlamento solo grazie a una candidatura nelle liste della Lega Nord, non del PdL, col quale ha rotto.

– Spesso, seppur non sempre, le politiche economiche degli ultimi dodici anni sono sembrate all’insegna della continuità: aumento della pressione fiscale e stretta nei controlli dell’Agenzia delle Entrate, tanto per fare due esempi. In molti casi l’approccio è stato quasi prettamente ragionieristico e caratterizzato dai cosiddetti tagli lineari, sia nell’era Tremonti sia nell’ultima esperienza di governo tecnico, per citare due casi.

– Se esiste un’istituzione politica che ha capacità di influenzare l’economia nazionale, quello è il MEF. Vista l’enorme mole di PIL intermediato dallo Stato in Italia, direi che questa capacità d’influenza è decisamente rilevante, pur in presenza di molteplici altri fattori.

Conclusione: la nomina del direttore generale della Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni, pur in presenza di un primo ministro “economico” come Enrico Letta, è sulla scia delle nomine dei suoi predecessori. Proprio in virtù delle considerazioni epistemologiche di cui sopra, le scelte economiche di un governo sono anche scelte politiche, nel senso che indirizzano risorse e azioni in un senso piuttosto che un altro, secondo anche una visione della società com’è e come dovrebbe essere. In realtà, questo elemento negli ultimi dodici anni, pur non azzerato, è stato grandemente depotenziato dall’esteso utilizzo di figure autorevoli nonché dalla particolarità del lavoro e del personaggio di Giulio Tremonti. In altri termini, i partiti hanno appaltato da più di un decennio la loro elaborazione economica a figure terze, una sorta di outsourcing delle leve del governo la cui gestione, invece, dovrebbe essere uno degli obiettivi principali dell’attività di un partito.

Le conseguenze sono due: un problema di tipo economico e sociale, perché i partiti si sono rifiutati di esprimere una loro personalità che in prima persona e per loro conto portasse avanti il loro proprio progetto di società, con tutte le conseguenze che vediamo oggi a livello di fisco, lavoro, sviluppo eccetera, proprio per la scelta della continuità e l’incapacità di fare una scelta tra opzioni possibili ma diverse – scelta che, perciò, è una scelta principalmente politica, non meramente tecnica. Inoltre, il depotenziamento dell’influenza dei partiti – intesi non tanto come il loro gruppo dirigente, ma anche come elaborazione ed organizzazione di idee, competenze, proposte, militanza, consenso, nonché come mezzo di contatto col territorio e con la periferia – riduce sensibilmente l’eventuale spazio per richieste e spinte volte a cambiare politiche nel caso in cui queste si rivelino a posteriori inefficaci o sbagliate.

Da ciò deriva un problema democratico: dei partiti di governo che, una volta giunti al potere, non influiscono adeguatamente sulle scelte che modellano e gestiscono la società secondo la propria Weltanschauung, sono partiti che abbandonano la propria ragione sociale e tradiscono il proprio motivo d’esistere. Dei partiti inefficaci nel prendere parte ai processi decisionali e nell’elaborazione politica, economica e sociale che loro compete sono partiti falliti che non screditano solo sé stessi agli occhi dell’opinione pubblica, bensì l’intero sistema istituzionale e parlamentare.

La nomina di Fabrizio Saccomanni mi sembra andare nella stessa, medesima direzione del passato. Nessuna meraviglia, in realtà, visto che a sostenere questo governo sono gli stessi partiti di governo degli ultimi dodici anni.

Moriremo di politicismo

Luigi XVI re di FranciaLa decisione di nominare due commissioni di cosiddetti “saggi” – parola che in realtà Giorgio Napolitano non ha mai usato – che nei prossimi giorni dovrebbero occuparsi di stilare una sorta di programma minimo in materia di riforme istituzionali e di proveddimenti economici urgenti su cui trovare una possibile convergenza di governo, ha provocato una serie di reazioni che ricordano molto quelle che accompagnarono la nascita del governo di Mario Monti nel novembre del 2011.

Ricordiamo che il governo Monti nacque da un crisi politica, benché l’emergenza finanziaria e l’influenza del Quirinale e dell’Unione Europea giocarono un ruolo importante: il governo Berlusconi viveva alla Camera sul filo di lana quasi da un anno, dopo che la fronda finiana divenne forza di opposizione e che il centrodestra vinse il voto di fiducia per soli tre voti (314 contro 311). I numeri risicati e i veti incrociati all’interno della coalizione (da un lato, le esigenze giudiziarie di Silvio Berlusconi, dall’altro i vari niet della Lega Nord su alcune riforme, come quelle delle province e delle pensioni) portarono sostanzialmente all’immobilismo un governo che, nell’estate 2011, per rilanciarsi, concordò con l’UE un patto di rientro ben più rigoroso di quelli firmati da altri paesi europei, un gesto di zelo che, tornati a casa nostra, cozzava con l’impossibilità di approvare alcunché, tant’è vero che l’immobilismo governativo portò addirittura al malcontento e, infine, anche alla defezione di alcuni ultra-berlusconiani della prima ora come Giorgio Stracquadanio, Isabella Bertolini e Gabriella Carlucci. Da qui nacquero le dimissioni del premier di allora, che non furono né un generoso atto di responsabilità (come la vulgata pidiellina cerca di suggerire) né un capolavoro politico di Napolitano (come, invece, gli acritici adulatori del Quirinale, istituzione ormai insopportabilmente incriticabile di per sé, ricordano ogni volta in ignoranza o malafede). Fu, semplicemente, una questione aritmetica dovuta allo sbriciolamento parlamentare di un partito politico di massa nato da un predellino e che, già poco dopo più di un anno dalle elezioni, oltre a essere travolto dagli scandali, aveva perso credibilità, spinta riformatrice (se mai ne ha avuta una), coesione interna. A quel punto, è vero, quella che era la moral suasion del Quirinale divenne, davvero, regia politica. In quel contesto nacque il governo Monti, per amor di verità è giusto ricordarlo.

E’ altrettanto giusto ricordare le reazioni che seguirono quell’operazione politica: Beppe Grillo subito ribattezzò il nuovo premier rigor Montis, il PdL ingoiò il boccone amaro nel nome della responsabilità nazionale pur presentando molte voci critiche, il Pd, sempre nel nome della responsabilità, si accodò all’operazione quirinalizia – Pierluigi Bersani ha ripetuto per un anno e mezzo che non voleva governare sulle macerie. Benché all’epoca a molti sembrava – anche a me – che quella fosse la soluzione migliore, col senno di poi si può azzardare a dire che forse sarebbe stato meglio andare al voto, magari chiedere – ipotizzo – qualche mossa politica alla Germania e alla BCE al fine di coprire l’Italia sul piano finanziario per due o tre mesi, il tempo di andare al voto con Berlusconi all’angolo e Grillo al 5%, al fine di avere un governo legittimato dalle urne, con una maggioranza piuttosto stabile e cinque anni di legislatura davanti.

Ora, mi sembra che si stia seguendo lo stesso copione in piccolo, a prescindere dalle competenze di questi “saggi” e dalla bontà dei progetti che proporranno, e infatti le reazioni sono le medesime di quelle di un anno e mezzo fa: Grillo già disprezza questi esperti, il PdL subisce la manovra (stavolta, benché ringalluzzito dal voto, è comunque minoritario in entrambe le camere), perché tentava nel frattempo di giocare la carta del governo di responsabilità in cui avere il diritto di veto, mentre il Pd si accoda, in preda alle sue nevrosi, non sa cosa fare e aspetta tempi migliori, ad esempio qualche settimana per trovare un accordo in parlamento, o qualche mese per lanciare il nuovo supercandidato Renzi, colui che, se fosse stato in campo a febbraio, avrebbe corso da solo perché gli altri si sarebbero inchinati di fronte alla nuova stella nascente della politica italiana (se non si capisce, sono ironico). A cosa ci ha portato politicamente l’operazione Monti, lo abbiamo visto tutti. Seguire lo stesso copione, può essere solo un momentaneo calmante per un mal di testa che è sintomo di qualcosa di più grave e profondo.

Non siamo una repubblica presidenziale, innanzitutto, c’è bisogno che eruditi ed opinionisti lo scrivano, prima o poi, in un momento di lucidità: la stampa e la politica, oltre a vivere in una bolla, sono ormai paralizzate dai loro totem e tabù e, infatti, il Pd, il partito che questi totem e tabù da sempre si preoccupa di rispettare nel tentativo di piacere alla gente che piace, è ormai sempre più in uno stato nevrotico. In un momento di confusione totale, anche chiedere le dimissioni del Capo dello Stato può diventare, da sgarbo istituzionale, un gesto positivamente rivoluzionario.

In secondo luogo, questo tipo di problemi si risolve in un solo modo: le elezioni. Voi mi dite che c’è il porcellum? Beh, vi svelo un mistero: con i risultati di febbraio l’unico sistema elettorale in grado di garantire una maggioranza sarebbe stato un superporcellum. Non con l’uninominale di tipo inglese, non col proporzionale di tipo spagnolo, non col doppio turno, con nada di nada. Solo con un superpremio di maggioranza artificiosamente costruito in maniera abnorme alla faccia di ogni criterio di proporzione nella rappresentanza degli elettori. E quindi, torniamo a votare, che problema c’è? In un paese che momentaneamente è al riparo da urgentissimi problemi finanziari ma che resta in grave e conclamata crisi economica e sociale, meglio avere un governo che non ci piace che restare in questo pasticcio istituzionale che re Giorgio si sta ostinando a portare avanti.

Roberta Lombardi sul pagamento dei debiti della pubblica amministrazione

[Questo post è stato inizialmente pubblicato su Mondo Grillino, un blog dalla vita molto breve nato dopo le elezioni politiche del 2013]

Roberta Lombardi, deputata, capogruppo del Movimento 5 stelle alla Camera, il 25 marzo 2013 ha pubblicato un video di resoconto dell’attività parlamentare, in cui parla, tra le altre cose, del provvedimento per lo sblocco dei pagamenti della pubblica amministrazione, facendo riferimento al seguente passaggio nella relazione del 21 marzo 2013 firmata dal presidente del Consiglio Mario Monti e dal ministro dell’Economia Vittorio Grilli:

Nel valutare gli effetti sull’economia reale di un simile provvedimento si è tenuto conto che un parte dei pagamenti alle imprese confluirà immediatamente al settore creditizio, in quanto una quota del portafoglio crediti risulta già ceduto (pro solvendo o pro soluto) alle banche. Se da un lato questo aspetto diminuisce l’impatto diretto sul sistema economico, dall’altro contribuisce a ridurre le tensioni all’interno del sistema creditizio e quindi indirettamente si favorisce l’economia; si attende, infatti, una riduzione dei tassi di interesse alla clientela e un’attenuazione delle tensioni sull’offerta di credito.

La Lombardi commenta così questo passaggio:

Io sto prendendo come cittadino un impegno per 40 mld di debito pubblico, quota parte  – e non mi dici quanta! – andrà direttamente nelle tasche delle banche ancora una volta, e tu da questa generosa ennesima regalia ti aspetti che crei un circolo virtuoso per cui le banche da domani erogherranno prestiti e finanziamenti alla piccola e media impresa italiana. Ora, penso che l’esperienza di questi anni ci abbia un po’ resi – come dire? – cauti su quelli che sono gli effetti dei finanziamenti erogati con tanta liberalità alle banche e quali siano gli effetti poi nell’economia reale.

Questo il video della dichiarazione:

[youtube=http://youtu.be/z7C4kmR7KsU?t=7m1s]

La Lombardi qui, in realtà, valuta in maniera errata il significato delle considerazioni di Monti e Grilli, poiché si tratta di un riferimento ai casi di cessione alle banche del credito vantato da molte imprese nei confronti della pubblica amministrazione (nota: la cessione del credito  è un istituto regolato principalmente dagli articoli 1260-1267 del Codice Civile). In altri termini: nel corso del tempo, alla ricerca di capitali e probabilmente in una situazione di sofferenza, un certo numero di imprese ha ceduto i propri crediti (attesi ma non ancora riscossi) nei confronti dello Stato alle banche, le quali hanno girato un importo corrispondente al credito alle imprese stesse (che a loro volta, ovviamente, si trovano pagare degli interessi al pagamento del dovuto da parte della pubblica amministrazione). Non è affatto, come la Lombardi ha inteso (e con lei anche Vito Crimi, capogruppo M5s al Senato) un pagamento, o una regalia nel linguaggio della deputata grillina, alle banche, bensì l’effetto che, a cascata, il pagamento alle imprese avrà sul sistema sia economico, sia finanziario: nel momento in cui l’ente debitore pagherà, ad esempio, dei lavori effettuati, la banca incasserà gli anticipi da essa già effettuati in precedenza all’impresa, gli interessi che nel frattempo saranno maturati, quindi verserà la differenza all’impresa creditrice. Non è quindi un pagamento discrezionale né una concessione agli istituti di credito, bensì il saldo di debiti che le aziende hanno maturato nei loro confronti o, in altri termini, di soldi che le imprese hanno già ricevuto al netto degli interessi. La Lombardi, quindi, o non ha capito, oppure ha fatto un discorso che implicitamente presuppone il mancato pagamento dei debiti delle imprese nei confronti delle banche, con tutto quello che ne consegue in termini legali.

A margine, c’è da aggiungere che se per assurdo questo denaro potesse essere in qualche modo essere dirottato dal legislatore solo alle imprese che non hanno ceduto credito alle banche, ciò avrebbe come effetto proprio un colpo per quelle piccole e medie imprese in difficoltà che il Movimento 5 stelle afferma di voler aiutare nei propri 20 punti (punto 2: “Misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa”) – se non fossero in difficoltà, assai difficilmente avrebbero ceduto il proprio credito agli istituti di credito, infatti. Continuando a essere in difficoltà e senza l’intervento previsto dal governo che ridurrebbe la quota del loro debito e dei loro interessi nei confronti della banca, tali imprese avrebbero ancora problemi nel trovare altro credito, e via così in un circolo vizioso che porterebbe molto probabilmente alla loro chiusura.

Uscire dalla bolla, ovvero consigli non richiesti e non professionali per la campagna elettorale prossima ventura

Ferie d'agosto[Questo post ha una valenza generale, però devo ammettere che mi è venuto in mente pensando principalmente a due personaggi politici: Pierluigi Bersani e Mario Monti]

Andare nelle piazze. Capisco che l’ultima campagna elettorale s’è svolta d’inverno, col freddo, e che i nostri leader politici sono un po’ anzianotti, però, ecco, basta coi palazzetti, gli auditorium, i teatri, sti posti chiusi che bisogna fare la fila per entrarci (e tanto quella davanti la riempiono sempre i soliti noti). Ogni tanto va bene, però lì spesso ci trovi militanti e gente già abbastanza convinta. E’ fieno già in cascina, insomma. E poiché c’è quella storia di Maometto e della montagna, l’elettore incerto e poco interessato te lo vai a cercare. E dov’è che lo trovi? In piazza, appunto (consideriamo pure che la prossima campagna elettorale si dovrebbe svolgere con temperature un po’ più miti di quelle dei mesi di gennaio e febbraio). Pure gli incontri con rappresentanti di parti sociali, sindacati, comitati locali eccetera: per carità, va bene tutto, c’è la crisi e ci sono imprenditori che vogliono parlarti, ma tu sei uno che rappresenta un partito che incontra uno che rappresenta un’associazione per avere i voti per rappresentare il popolo. Va benissimo difendere la cara vecchia democrazia rappresentativa dei partiti contro sta moda della democrazia diretta del web, però almeno per le elezioni va bene pure che capiti che qualcuno ti mandi a quel paese mentre vai a chiedergli il voto in faccia, non tra quattro mura o incontrando uno che in teoria lo rappresenta ma nell’urna conta uno. E non dimentichiamoci dei tanti, tantissimi che non sono rappresentati da nessun gruppo od organizzazione. Sorpresa, anche loro votano, sottopagati, a casa con mammà, senza tessera della CGIL (chi diamine ha una tessera del sindacato sotto i 35 anni oggi?) e attaccati per ore a Facebook.

Socialcosi con moderazione. L’internet non è la realtà. C’è un 20% di popolazione che su internet non ci va, in primo luogo, e se pensate che Grillo abbia preso il 25% con la rete, non c’avete ancora capito una mazza (ricollegandomi al primo punto: Grillo andava in piazza anche sotto la neve, e la piazza rimaneva piena, perciò prendete esempio, andate in trincea e copritevi bene, stolti). Secondo, tanti di quelli che lo usano ci vanno per lavoro, per controllare la posta elettronica, per leggersi due notizie, trovare un bel porno e poi ciao, al bar a fare l’aperitivo. Su YouTube si finisce tra complottisti vari, su Facebook tra micini e foto alcoliche e su Twitter (un po’ più elitario e sostanzialmente già abbastanza piddino di suo) tra quattro gatti. Inoltre, gli smanettoni che commentano, condividono, laicano e ritwittano sono spesso gente già convinta. Insomma, più che video di giaguari da smacchiare e spartani vari, piuttosto che perdersi in mode e hashtag che piacciono al solito circolo, meglio produrre contenuti convincenti. Così, giusto per lasciare a noialtri qualcosa di serio da spiattellare al grillino di turno. Per il resto, c’è un mondo là fuori.

Stop ai giornaloni. Arrivare alle 7 e 30 di mattina avendo già letto cronache politiche, editoriali, interviste, retroscena e controretroscena di una dozzina di quotidiani: questo basta. E’ vero già da almeno un decennio, ma le elezioni di febbraio lo hanno dimostrato: è un mondo staccato dalla realtà. Avete qualcuno pagato per farvi la rassegna stampa? Bene, chiedete una rassegna stringata, un solo articolo di cronaca politica fatto bene (ma giusto per esser sicuri di non esservi persi nulla), retroscena nada perché sono fantasia pura, a sto punto megli vecchi classici come Asimov che qualche solido appiglio alla realtà in più almeno ce l’ha, niente editoriali, in particolare se sono quelli che vi spiegano cosa dovete fare col senno di poi. Piuttosto, fatevi dare dati, cifre, riassunti di studi che vi aiutano a capire in maniera sintetica come stanno le persone. Corollario: stop alle tv tutta politica tipo La7. Del cagnolino dalla Bignardi non resterà nulla dopo due giorni, manco il voto del negoziante che c’ha tirato su due soldi. Pure io sono un patito dei talk show politici, ma siamo sempre le stesse persone a vederli e anche qui si crea una bolla da cui poi è difficile uscirne. Piuttosto, una copia di Gente o di Chi, anche se vi fa schifo, vi rimette un po’ a posto con la realtà, soprattutto perché un pezzo grosso di realtà Scalfari e Galli della Loggia non li conosce, ma Signorini, la Fico e zio Misseri sì. Lasciatemelo dire: un mondo con meno Follini e più gnagna&pulp non può che fare bene a tutti. E già che ci siete, l’abolizione del finanziamento alla stampa e dell’Ordine dei giornalisti potreste proporlo pure voi.

Le elezioni si vincono il giorno delle elezioni. Ecco, anche qui, i sondaggi sono importantissimi, per carità, però, come il giuoco del calcio ci insegna, mai giocare pensando già di aver vinto o di aver perso. Il bello (o il brutto) della campagna elettorale è che qualsiasi momento può essere quello in cui todo cambia, tipo il Liverpool che ti rifila tre gol in sei minuti e ciao ciao Champions League. Quindi, stop a discussioni e liti su alleanze post-voto, scenari, chiacchierate riservate su ministri e sottosegretari, formule da alchimisti che non capite manco voi che le state ipotizzando ad alta voce. Un solo imperativo: pancia a terra e lavorare, evitando di parlare del sesso degli angeli. Se qualcuno si lamenta di questo, che si fondi il suo micropartitino dello zerovirgolastocazzo. Anche qui un corollario: dovreste avere imparato che Silvio è imbattibile, invincibile e immortale. Mettetevi questo in testa e vi sarà sufficiente per essere motivati come in una partita contro il Barcellona.

La comunicazione conta. E’ vero che non abbiamo bisogno di venditori di pentole. Giorgio Mastrota non sarà mai un buon premier (se mi leggi, scusami Giorgio). Detto ciò, avere contenuti è condizione necessaria ma non sufficiente per essere un politico. La politica è per tutti, ma il politico lo possono fare bene in pochi. In democrazia si può anche avere eccellenti idee ed essere il miglior premier di tutti i tempi, tutti i luoghi e tutti i laghi, però se non prendi i voti al governo non ci vai mai, e per prendere i voti le cose le devi sapere dire, spiegare, far capire. Ergo, la comunicazione è importante e necessaria per un politico e non c’è nessuno staff e nessun guru americano che riesce a sopperire completamente a questa carenza (in particolare se un candidato cerca di mostrarsi per ciò che non è. La gente sa che dottor Jekyll e mister Hyde è una storia inventata, non è che uno diventa scemo tutto di botto, di solito, e se sì, non gli dai in mano il paese). Quindi, se non sapete spiegarvi, fatevi da parte. Il ciclismo – altra metafora sportiva, lo so – ci insegna che oltre alle droghe anche i gregari sono fondamentali. Voi potreste essere perfetti per il ruolo. Vi ameremmo lo stesso.

L’IMU, le tasse, la merda. Moralità e lavoro, diceva Bersani. Roba bellissima, dico io. Però, ripensandoci, che roba è? Cioé, io che pretendo di essere un po’ più informato degli altri lo intuisco, ma, sorpresa, la democrazia (a cui siamo affezionatissimi e che ci piace sempre tantissimo) vuole che votino anche gli altri. Prendete l’IMU. Mentre Silvio mandava lettere e Beppe vi sfanculava, voialtri a dire che l’IMU ci ha salvato, però la rimoduliamo, no forse la sostituiamo, sì l’abbiamo voluta noi però è colpa di quelli di prima. Cazzate. L’IMU si può migliorare, si deve dare ai comuni, però è una tassa sacrosanta perché se nel luogo dove abiti tu usi strade, marciapiedi, fogne e vuoi lampioni e spazzini, allora tu, che vivi in quel luogo, i soldi per quelle cose devi metterceli. E’ così in tutto il resto del mondo. Punto. Le tasse sono tante, le tasse devono essere tagliate, ma le tasse da tagliare sono altre. Avessi sentito o letto UNO tra i prinicipali esponenti politici fare questo discorso, una volta sola. Mai successo. Le persone lo fanno già normalmente, ma in tempi di crisi sempre di più fanno il conto della serva, spulciano gli spiccioli in tasca e cercano di tirare a campare. Tra l’altro, a quelli di sinistra sinistra che hanno in mente la supermagnifica Svezia con tante tasse e tanti servizi, farei notare che in Svezia le tasse sono più basse che da noi, anche per quei cazzo di ricchi odiosi che una volta qualche deficiente voleva fare piangere prima di scomparire per sempre dalla scena politica. Meno tasse per tutti sembra berlusconiano, ma non lo è. E’ di buon senso. In altre parole: parlate di cose concrete. Dite: più soldi qua, meno soldi là. Gli otto punti di Bersani (a mio modestissimo parere, eccessivamente bistrattati dagli opinionisti del giorno dopo, ma vabbé, lasciamo perdere) sono già qualcosa, ma si può fare di meglio. Se incappate in qualche problema, tenete duro fino a quando passa la bufera. Sangue negli occhi, lotta dura senza paura, gli avversari non sono tigri di carta. E se avete opinioni impopolari, argomentatele senza essere generici. Infine: stop ai Nichi Vendola in tv, che fa sparate su patrimoniali e cazzi vari senza sapere di cosa parla. La situazione è seria ma restano le parole d’ordine pre-crisi. E infatti, come prima della crisi, c’è chi continua a sbattere contro il muro senza averci capito un cazzo, ma da mo’ (cit.).

Endorsement – Io voterei il Partito Democratico

Mi sono fatto un’idea sulle elezioni pur sapendo che non andrò a votare: pur vivendo all’estero da più di due anni, non mi sono mai iscritto all’AIRE, un po’ per pigrizia, un po’ per racconti – raccolti dal vivo e on line – su lunghi mesi di attesa e sull’esclusione dall’assistenza sanitaria in Italia – un po’ perché secondo me quella del voto all’estero è una legge scema (ora, se qualche funzionario si trovasse a leggere queste parole, potrebbe iscrivermi d’ufficio); qualche mese fa avevo organizzato vacanze di Pasqua e ritorno in Italia per il voto a cavallo tra marzo ed aprile, ma poi il governo è caduto in anticipo e quindi amen. Tra l’altro, ho pure abolito le vacanze pasquali in patria. Ma vabbè, facciamo finta che voto.

Per dirla breve, voterei il Partito Democratico. Senza allegria, senza passione, senza convinzione, per carità: io, d’altra parte, non mi definirei di sinistra, centrosinistra, progressista o quello che è. Ho avuto la tessera di FI per tre anni (senza pur mai partecipare attivamente) e da quando voto ho sempre ondeggiato tra FI/PdL e i radicali, sempre meno convintamente nel primo caso, fino a ripromettermi, già un anno dopo le ultime elezioni, di non votare mai più un centrodestra con Berlusconi e il gruppo che lo ha accompagnato nell’ultimo decennio. Vidi con un favore la nascita della fronda finiana, non per particolare affinità ideologica con quel gruppo di parlamentari – alcuni dei quali, tra l’altro, mi sembrano politicamente imbarazzanti – ma per la possibilità di aprire un partito, renderlo vero, democratico, contendibile, permeabile alle influenze esterne e adeguato a gestire, elaborare, discutere le critiche interne come si fa in un partito vero. Com’è finita lo sappiamo tutti, e ora FLI è un micro partitino di stampo social-conservatore rappresentato da dei leader piuttosto parolai, mentre il PdL, dopo quella famosa telefonata in questura e la farsa del Rubygate (nei cui confronti non ho un approccio moralistico, ma mi fa rosicare il fatto che se finisco io in questura non c’è nessun potente ad alzare la cornetta per togliermi dai guai), l’immobilismo al governo (salvo che per certe leggine a uso e consumo di sappiamo chi), gli scandali, la commedia delle primarie (povero Angelino, che figura del cavolo che hai fatto) e la disinibita giravolta nel rapporto col governo dei tecnici, è sempre più una sola cosa: il partito di Berlusconi, punto. A questo punto voi mi direte: e perché’ l’hai votato prima, visto che è sempre, sempre, sempre stato il partito di Berlusconi? Eh, bella domanda. In fondo, ho sempre sperato che l’anomalia si riassorbisse: al di là di una stampa amica capace di sostenere tutto e il contrario di tutto nell’interesse del capo e della presenza di certi tipi che ti raccomando, il PdL – così come FI prima – è stato un partito che comunque i congressi comunali e provinciali li faceva, che includeva correnti politiche differenti che una dialettica interna che non fosse concentrata esclusivamente su cariche e finanziamenti doveva – nelle mie speranze! – prima o poi produrla, che rappresentava più di un terzo dell’elettorato e che quindi non poteva stare tutto sotto un capello solo, quello delle parole, degli interessi, degli errori e delle promesse mancate di Silvio Berlusconi. Ed è l’eterno ritorno – o l’eterna presenza, se volete – di Berlusconi alla guida del movimento, così come dei Verdini, dei Ghedini, dei Gasparri, degli Schifani, dei Romani ecc. (tralascio i Razzi e gli Scilipoti per non farmi venire il sangue allo stomaco) il tappo grosso che blocca il tutto, è stata la loro irremovibilità a essere stata una delle cause del disastro della destra di governo, una destra cialtrona e inefficiente, e lo dico con la rabbia e la delusione di uno che, probabilmente scioccamente, alla possibilità di mettere in atto certe riforme in questo paese per un certo periodo ci ha creduto davvero; di disastro, infatti s’è trattato, poiché puoi cercare tutte le scuse che vuoi, ma, per quanto ragionevoli e veritiere queste siano, ritrovarsi in una precarissima situazione economica e di finanza pubblica dopo otto anni di governo su undici dovrebbero consigliare a chiunque una sola cosa, cioè quella di tornare a casa e di non farsi vedere mai più. O almeno, io mi vergognerei come un cane a uscire di casa dopo un fallimento epocale di questo genere. Puoi anche lamentarti dell’architettura costituzionale di questo paese e sono addirittura disposto a darti ragione su un certo numero di punti, ma, ancora, dopo otto anni su undici al governo se non sei stato capace di giocare con le regole del gioco, è improbabile che siano solo le regole a essere sbagliate, ma è possibilissimo che sia tu a non essere adatto al gioco (nota: questa metafora l’ho copiata, ma non mi ricordo dove l’ho letta).

Riassumendo, sono due le questioni che mi impediranno per sempre di votare il centrodestra così com’è: la totale mancanza di democrazia interna del partito come prima ragione e come concausa della seconda ragione (essendo, tra le altre cose, la democrazia un meccanismo che tendenzialmente e almeno nel lungo termine corregge gli errori o almeno sostituisce chi li combina), cioè il disastro economico a cui ci ha condotto l’esperienza berlusconiana di governo. Forse anche prima, ma sicuramente ora il PdL è invotabile, punkt.

Guardandomi intorno, tra l’altro, ne vedo pochi di partiti che rispettino il requisito di democrazia interna, che non è altro che, in altri termini, essere un partito decentemente normale come accade nel resto d’Europa: quello a cui potrei essere più affine, il partito radicale, è nelle mani di Pannella, mentre l’esperienza di Monti è una lista estemporanea colma di conflitti d’interessi e che è guidata da un nome di prestigio internazionale che usa come stampelle Casini e Fini – anche loro leader indiscussi di partiti privi di democrazia interna. Non è solo un problema dei movimenti liberali, conservatori, o genericamente di centrodestra: SEL, ad esempio, non è altro che una costola un pelino riformata della corrente vendoliana già esistente in Rifondazione e che non trovò nulla di meglio da fare, perso il congresso postelettorale, che fare i capricci, andarsene e fondare un altro – l’ennesimo – movimento di sinistra. Il Movimento 5 Stelle, invece, è un marchio di proprietà di un uomo solo che tra l’altro ideologicamente propugna un modello di democrazia diretta, in rete, priva di corpi intermedi e di rappresentanza che, per motivi che non mi metto ora a spiegare in questo già lungo post, non condivido, quindi, per scartarlo, non mi serve nemmeno scendere nel dettaglio delle sue vaghe e/o deliranti e/o irrealizzabili proposte economiche e sociali.

Queste sono considerazioni su cui mi sono fissato da circa un paio di anni, andando a memoria e quindi, anche qui senza entusiasmo e senza impegno e senza gioia nel cuore, a dicembre ho votato alle primarie del PD (tra l’altro all’estero il voto era on line e gratuito, tiè), proprio perché sono un esercizio di democrazia interna di un partito. Ho votato Bersani perché nelle storie della rottamazione non ci credo, perché mi sembra una persona concreta, perché ha fatto parte di un’esperienza di governo che tra tasse e ricchi che devono piangere comunque la barra dell’equilibrio di bilancio e della riduzione del debito pubblico è riuscita sempre a tenerla ferma (e questa è una cosa di cui abbiamo bisogno ora e avremo bisogno in futuro, in questo paese sommerso dal debito pubblico), perché guida un partito europeista e io sono fortemente, quasi ferocemente, ossessivamente, irrazionalmente europeista, perché tra le poche cose liberali fatte in questo paese ci sono le sue liberalizzazioni, che saranno sicuramente incomplete, che hanno toccato solo certi settori e non altri, tutte le critiche che volete, ma sono stati provvedimenti che hanno aperto il mercato e toccato rendite di posizione e a cui, se vogliamo farci piacere le etichette, non vedo quale altra attaccare se non quella di “liberale” – e, a me, le cose liberali piacciono.

Come probabilmente saprete, nel registrarsi alle primarie si prende l’impegno a votare il centrosinistra. Per i motivi detti sopra non voterò, però mi ero messo l’anima in pace e avevo deciso che, se fossi tornato in Italia, avrei votato il PD (siccome non torno in Italia, sto stressando da qualche settimana mia nonna per mandarla al seggio a votare PD). E’ chiaro, io non sono di sinistra, ho davvero tante idee diverse che non mi metto ad elencare, le lascio intuire a voi facilmente, però non sarei d’accordo nel dire che è un voto dato turandosi il naso, o al meno peggio: penso realmente che le pratiche di democrazia interna siano un elemento positivo, che danno un motivo in più per votare il PD (prevengo una critica: prima di dirmi che erano primarie di apparato e bla bla bla, andate a vedervi quali e quanti sono i tipi di primarie negli Stati Uniti, dove non è mai esistita una cosa come il PCI, poi ne riparliamo).

Infine, è chiaro, c’è l’economia. Per quel che riguarda il PD, penso che il centrosinistra, per quanto abbia lasciato nella sua prima esperienza di governo un paese che, pur con le finanze a posto, cresceva la metà degli altri grandi paesi europei, può essere colpevolizzato solo pro quota: dal 2001 ha governato solo 20 mesi praticamente senza maggioranza, e, vi dico una novità, senza maggioranza non si governa. Colpa o giustificazione? Dal punto di vista della capacità di raccogliere il consenso, la prima, dal punto di vista della pratica di governo, la seconda. Più in generale, l’Italia non sta messa bene e penserete che finora abbia parlato del sesso degli angeli (può darsi che abbiate ragione, ma apertura degli oligopoli e dei monopoli e controllo delle finanze pubbliche a me sembrano cose concretissime e serissime), però, stando al tema, devo ammettere che i candidati con cui sento maggiore vicinanza sono quelli di Fare per Fermare il Declino. Tralascio il recente caso del master di Giannino, soprattutto perché i dubbi sul mio ipotetico voto li ho risolti prima. FID è un partito che mi avrebbe tentato fortemente se fossi andato al voto. D’altra parte, però, c’è che quel voto alle primarie è un po’ come una parola data, dal mio punto di vista. Formalmente non è affatto così, però, provenendo da un’altra cultura politica, aver accettato quella carta d’intenti è come aver fatto una promessa: ok, facciamo a fidarci, io scelgo i vostri candidati, in cambio prometto di votarvi alle prossime elezioni. Non è forse il rispetto della parola data una delle cose che solitamente chiediamo ai politici? Beh, non vedo perché, restando alla politica, questa cosa non debba valere anche per me, elettore, che decido di partecipare attivamente alla scelta di una candidatura alla guida della coalizione. Almeno così io ho vissuto questa cosa, forse non abbastanza laicamente, lo ammetto. In secondo luogo, non credo alle rivoluzioni. Tralasciamo quelle guerreggiate che, a memoria, hanno avuto successo una sola volta negli ultimi secoli, cioè in America. Rimaniamo a quelle pacifiche, e pensate alla delusione della rivoluzione liberale. Le cose cambiano, possono anche cambiare molto, ma molto difficilmente cambiano rapidamente, ancor più difficilmente lo fanno in maniera efficace e indolore allo stesso tempo. Pensate alla rupture di Sarkozy che in tempo cinque anni ha portato al secondo presidente socialista nella storia della Quinta Repubblica francese. Pensiamo, invece, alla capacità di riformare, di parlare al paese che ha avuto un De Gasperi, ad esempio. Di come la destra nella Svezia del welfare state sia stata capace di salire al potere senza minacciare smantellamenti ma portando comunque avanti il proprio punto di vista. Pensiamo alla CDU della Merkel dopo anni di socialdemocrazia. Nessuno ha proposto cambiamenti radicali sventolando bandieroni e minacciando di rivoltare tutto come un calzino, eppure tutti sono al governo ad attuare, pur con difetti e limiti com’è normale, il proprio programma, la propria visione del mondo. Insomma, alla fine di questo post scritto come un flusso di coscienza con in mezzo una pausa caffè, mi limito a dire che non chiedo rivoluzioni, ne ho abbastanza dopo venti anni. Chiedo normalità, un premier normale alla guida di un partito normale composto di persone normali che portano avanti politiche di cambiamento, condivisibili o no, ma normali e su cui si possa cambiare opinione dopo cinque anni come avviene in molti altri paesi. Paesi normali, appunto.

La partita elettorale del delfino di Almirante

Gianfranco FiniUn piccolo episodio accaduto durante l’ultima conferenza stampa di Mario Monti, quella in cui ha presentato le liste in appoggio al suo programma politico: ad un certo punti gli arriva un bigliettino e, dopo averlo letto, afferma di essersi dimenticato di citare Futuro e Libertà e, in particolare, Benedetto Della Vedova. Poiché in realtà aveva già citato l’ex radicale parlando dei presenti all’incontro in cui si è decisa la presentazione di liste elettorali montiane, suppongo che la dimenticanza sia più che altro collegata al partito guidato dal presidente della Camera. Poiché le anticipazioni degli ultimi giorni parlavano della presentazione di una lista dei finiani in coalizione – ma separatamente – rispetto all’UDC e alla lista Monti, credo di aver capito che la terza testa del tridente a supporto del premier sia proprio Futuro e Libertà.

Visti gli scarsi – ma scarsi! – risultati elettorali di FLI (dalla sua nascita, più di due anni fa, spesso non si è nemmeno presentata in numerosi elezioni locali di una certa rilevanza) e dalle basse cifre dei sondaggi, mi è capitato di leggere su Twitter (e non mi meraviglierei di leggerne altre sulla stampa nei prossimi giorni) alcune ironie sul fatto che Gianfranco Fini, dopo tanti anni, si prepari a lasciare il parlamento. Io non è che sia un sostenitore di FLI – ammetto di avere avuto un leggerissimo e discretissimo interesse durato mezz’ora (vabbé, sarò onesto, due o tre mesi, ma non di più) a cavallo tra 2010 e 2011, scemato di fronte a certi personaggi di primo piano del partito e per via del profilo social conservative che il movimento si è dato, eccezioni a parte – ma penso che, visti i meccanismi del porcellum e numeri dei sondaggi alla mano, una certa Schadenfreude non sia molto fondata.

Occupandoci della Camera dei deputati, per una lista coalizzata con altre ci sono due modi per acquisire seggi: nel caso in cui la coalizione non superi il 10%, la lista deve raggiungere da sola il 4%, mentre, nel caso la soglia di coalizione sia raggiunta, lo sbarramento è per tutti i partiti che raggiungono il 2% più il “miglior perdente”, cioè la migliore delle liste al di sotto della soglia. Il meccanismo del “miglior perdente” è quello che nel 2006 permise l’ingresso alla Camera di parlamentari della lista Nuova DC-Nuovo PSI per la coalizione di centrodestra e dell’UDEur per la coalizione di centrosinistra, mentre nel 2008 assegnò seggi al Movimento per l’Autonomia, sempre per il centrodestra.

Nel caso della coalizione centrista, tutti i sondaggi la danno, senza precisare l’esistenza di una lista chiamata Agenda Monti, attorno al 10% – sulla soglia, quindi – e dicono che risulterebbe accresciuta da un eventuale intervento diretto di Mario Monti (alcuni dicono fino a farle raddoppiare i consensi in termini percentuali, addirittura). Gli ultimissimi sondaggi (esclusi quelli ultra-ottimisti di cui prima), inoltre, non stanno ancora registrando i primi impatti della «salita» di Monti nell’agone politico, ma, invece, subiscono ancora l’effetto della maratona televisiva di Silvio Berlusconi. Poniamo, quindi, due ipotesi: che il centro raggiunga in maniera più o meno agevole la soglia del 10% e che non ci siano cataclismi per quel che riguarda i dati dei due partiti che presenteranno il proprio simbolo.

L’UDC, per dire, sta ultimamente registrando i suoi peggiori risultati nel consenso nei sondaggi dell’ultimo decennio, sotto il 5%, ma sopra il 2% di coalizione. FLI galleggia sul 2%, in pericolo, mentre la lista Monti, tutta da definire, che imbarcherebbe la fondazione di Montezemolo, pezzi dell’associazionismo e del sindacalismo cattolico, alcuni dei ministri tecnici in carica e transfughi di destra e sinistra, dovrebbe essere il valore aggiunto e quella che raccoglie i consensi di chi più genericamente sostiene l’attuale premier. Quanto le diamo? SWG più di un mese fa le attribuiva l’8,5%, mentre un paio di settimane fa il 15,4% come lista unica di tutto il centro montiano. Diciamo, quindi, una cifra tra il 5% e il 10%. In un contesto del genere, anche in caso di risultato moderatamente deludente dell’UDC, Futuro e Libertà sarebbe comunque nella peggiore delle ipotesi l’unica lista sotto il 2% e quindi avente diritto ad avere, seppure pochi, parlamentari a Montecitorio. Considerando che probabilmente Fini sarà capolista ovunque o in regioni forti, è facile prevedere la sua permanenza nel ruolo da parlamentare. La scommessa, quindi, è tutta lì, nel 10% che ad oggi sembra un obiettivo più probabile piuttosto che no.

Chi pensava che sarebbe stato più proficuo presentare un unico simbolo sulla scheda, forse non ricorda l’esempio fallimentare della sinistra radicale del 2008, dei radicali e socialisti nel 2006 e di tanti altri casi nella storia della Repubblica.

La mia sfera di cristallo

Mario MontiBeh, con qualche ora di anticipo ho intravisto quello che è successo oggi: avevo scritto che il Partito Popolare Europeo avrebbe dovuto esprimere apertamente il suo appoggio a Mario Monti candidato premier, e si può dire che ciò oggi sia successo, seppur in maniera un po’ obliqua. Nessuno si aspettava la presenza del Professore al summit, ai quali non aveva mai partecipato da quando è alla guida del governo, a parte quella volta in cui l’incontro si svolse in Italia e si ritrovò a fare gli onori di casa. E’ invece apparso, ha incassato appoggi dal partito, dal Fondo Monetario Internazionale e, smentito, dalla Merkel (ma che la cancelliera apprezzi il premier è cosa nota, stranota e dichiarata nei giorni passati). Il messaggio che è passato dai partner europei è stato: caro Silvio, non ti vogliamo, il nostro uomo è Mario e non tu, seppur tecnicamente tu faccia parte – con una quota consistente di europarlamentari e voti passati, per giunta – del nostro partito.

Le parole di Berlusconi lasciano il tempo che trovano: ad essere cattivi si potrebbe dire che annaspa o è confuso, ma secondo me sta solamente testando qualsiasi soluzione cercando di tenere insieme il suo partito e contemporaneamente trovare almeno un alleato che gli permetta di rimanere politicamente rilevante nello scenario post-elettorale, poiché, a numeri dei sondaggi invariati, basterebbe una vittoria del centrodestra in Lombardia per vanificare o rendere esigua una vittoria del centrosinistra al Senato – in questo scenario, quella che sarebbe la seconda forza parlamentare in grado di dare un appoggio ad un governo di coalizione avrebbe una parola importante da dire, e sarebbe la parola di Silvio.

Non credo però che l’operazione Monti abbia successo: ricordavo il pericolo di conquistare principati con armi altrui, e l’operazione Monti a centro (o nel nuovo centrodestra a-berlusconiano) mi ricorda quella di Prodi nel campo avverso, che nel 1996 fu candidato “indipendente” di partito gestiti da altri, e nel 2006, pur avendo le liste del futuro Partito Democratico alle spalle, si trovò comunque una coalizione talmente variegata e risicata da dipendere da troppi piccoli capetti (e il PD, in fondo, non era sua né mai lo è stato, piuttosto, semplificando, direi che era di Veltroni e della sua vocazione maggioritaria). In altre parole: di quante truppe dispone Mario Monti? Poche, quasi nessuna, direi: pur ipotizzando l’appoggio dei vari Casini, Fini, Montezemolo, pur considerando una scissione del PdL in suo favore oppure l’abbandono del campo da parte del Cavaliere (fantapolitica, a mio avviso), pur incredibilmente presupponendo una vittoria elettorale di questo blocco, Monti non avrebbe nessuna sua forza alle spalle, nessuna forza in cui abbia fatto carriera politica, di cui sia effettivamente membro, in cui si influente non solo per affinità ideologiche ma anche per relazioni personali, non avrebbe voti effettivamente suoi (per quanto la sua figura possa ingrassare le liste di cui sopra).

Io non sono contrario ai professori in politica, non sono nemmeno contrario al loro “utilizzo” come riserve della Repubblica. Credo, però, che se una delle esigenze dell’Italia sia quello di avere un governo sostenuto da una maggioranza politica, coesa e stabile, un governo di Mario Monti non sarebbe nelle condizioni di rispettare tale requisito, perché sarebbero sempre le truppe  (leggi: voti e apparati di partito) di qualcun altro a decidere chi tenere o mettere a Palazzo Chigi.

L’altra opzione possibile sarebbe quella di un governo PD-centro deciso dopo le elezioni. Nella prospettiva che però segnalavo, cioè quella della nascita di un centrodestra presentabile, non vedo come ciò possa aiutare: sarebbe comunque un governo a guida PD, che non capisco perché debba rinunciare alla premiership e alla golden share della coalizione con tutto quel botto di voti che si porta dietro – Monti potrebbe rimanere ministro dell’Economia, ma non sarebbe la faccia dell’Italia nel mondo, inoltre non sarebbe un governo del partito europeo che oggi ha messo in piedi l’odierna operazione di endorsement. Siamo pur sempre una democrazia parlamentare, direi.

La caduta di Mario Monti e l’azione politica dei partiti europei nei contesti nazionali (2)

EPP logoI recenti fatti che hanno portato all’annuncio di dimissioni da parte del capo del governo hanno mostrato, tra le tante cose, anche il distacco che esiste tra la politica europea e le politiche nazionali. La metto più chiaramente: per come la vedo io, uno degli obiettivi che qualunque sincero federalista europeo dovrebbe avere è quello di avere una efficace politica europea, nel senso della creazione di famiglie politiche, di gruppi, di partiti che agiscano in maniera uniforme a livello continentale, sia nelle istituzioni comunitarie, sia in quelle nazionali.

Nel caso specifico, abbiamo il Partito Popolare Europeo che mostra profondo rammarico nei confronti di un evento – la caduta del governo italiano – causato da un partito che è il suo principale membro tra quelli in Italia. Per fare un esempio in scala ridotta: ricorderete che qualche grattacapo lo creò al Partito Democratico l’appoggio alla giunta di Raffaele Lombardo, ma, ad ogni modo, le peculiarità della politica siciliana e l’occasione di mandare all’opposizione il PdL resero ben accetta questa decisione. Un altro esempio – stavolta ipotetico – ben più calzante sarebbe però un altro: dato che poche settimane fa Mario Monti ha pubblicamente dichiarato la sua affinità con il Partito Popolare Europeo, sarebbe come se il PdL locale avesse fatto cadere una delle sue giunte in Campania, Sardegna o altrove in completo e aperto dissenso con le direttive provenienti da Roma (o Arcore, nel nostro caso). Totalmente schizofrenico, se avvenisse creerebbe almeno una certa tribolazione – e se ci fare caso, è ciò che è accaduto in Sicilia nei vari rimpasti in giunta e con le scissioni e controscissioni nel partito berlusconiano.

Ora, invece, le forti critiche del PPE creano turbamenti a Silvio Berlusconi solo a livello di immagine internazionale (ben più pesanti quelli di capi di governo, invece. O forse no?). Voi direte: ma a Berlusconi non frega una cippa di quello che dicono in Europa, anzi, potrebbe anche recargli vantaggio –  in tal caso non riuscirei a darvi torto. Il punto centrale è che ciò dovrebbe creare problemi ai colleghi popolari di Bruxelles. Nel discorso sull’efficacia dei partiti europei che voglio fare, ciò che intendo è che, se i partiti continentali fossero roba seria, il PdL sarebbe stato sbattuto fuori immediatamente dal gruppo parlamentare europeo e dal PPE stesso. Non è, invece, così, anche perché nell’UE come è oggi i parlamenti nazionali hanno maggiore importanza di quello europeo – che pure da qualche anno ha visto crescere i suoi poteri e probabilmente li vedrà ancora aumentare nei prossimi anni.

Da tempo penso che i partiti nazionali della stessa famiglia debbano iniziare a muoversi con maggiore coordinazione. Dirò di più: da tempo spero che i politici di una nazione inizino a interessarsi sempre maggiormente delle campagne elettorali degli altri paesi, tant’è vero che quando Angela Merkel pensò inizialmente di partecipare attivamente con dichiarazioni pubbliche alla campagna elettorale per le presidenziali francesi, pensai che fosse una buona notizia.  Inoltre, la scorsa primavera abbiamo avuto per la prima volta un interesse incrociato dei media per le elezioni che, magari nella stessa giornata o comunque nell’arco di pochissime settimane, si svolgevano in più paesi (politiche in Grecia, presidenziali in Francia, amministrative in Italia e Germania) e il cui combinato disposto avrebbe – e ha – avuto effetti sulle decisioni prese e livello UE.

Tornando a noi: visto che Monti ha apertamente dichiarato di essere, sostanzialmente, vicino al PPE, i responsabili di quest’ultimo dovrebbero dire: “Noi appoggiamo Mario Monti, il suo governo, il suo prestigio internazionale e la sua politica di risanamento del bilancio pubblico dell’Italia. Nell’ottica dell’integrazione europea e dell’interesse per ciò che accade in ogni paese dell’Unione, noi proponiamo Monti come candidato a guidare una lista col nostro simbolo a cui possono partecipare tutti coloro già oggi appartenenti al PPE oltre a tutti i nuovi soggetti politici che oggi si riconoscono nella famiglia dei popolari e dei moderati italiani ed europei”. Praticamente, tutti i nani, nanerottoli e aspiranti tali del centro (che, ad essere rigorosi, è un centrodestra non berlusconiano), cioè i vari Casini, Fini, Montezemolo, Passera, Riccardi, Pezzotta eccetera sarebbero tutti insieme nella lista del Partito Popolare Europeo, con un leader indiscusso e autorevole e un simbolo nuovo, europeista e attraente per l’elettorato di riferimento (moderato e borghese) di questi gruppi.

A prescindere dalla consistenza elettorale, questa dovrebbe essere un’operazione di alto profilo e di lungo respiro, con l’obiettivo proprio di dare stabile e consistente rappresentanza in Italia a un centrodestra normale, destinato, alla lunga, a rimpiazzare quello berlusconiano, in modo da dire: noi siamo il PPE in Italia, Berlusconi è un’altra cosa, è un paria, piacerà agli antieuropeisti, agli estremisti, ai nostalgici della lira, ma a noi che siamo seri e responsabili no. Se fosse, però, solo un’ammucchiata di capetti coi loro privati eserciti, consiglierei a Monti di starsene a casa e ad aspettare la chiamata per il Quirinale o via XX Settembre, poiché con le armi altrui può essere facile conquistare principati, ma assai difficile mantenerli.

[2 / continua]

(1- “Live together, die alone”: contro il concetto di sovranità nazionale in Europa)

Un governo che fa marketing

Mario Monti ed Elsa ForneroSe uno ricapitola la politica economica del governo Monti in pochi punti, esce fuori quanto segue: prima di tutto, c’è il cosiddetto “Cresci-Italia”, tutto fatto di tasse più riforma delle pensioni, poi ci sono gli interventi sulle liberalizzazioni e su semplificazione e sviluppo, e in questi giorni sta alla fine venendo alla luce la proposta di riforma del mercato del lavoro.

Il primo intervento è stato fatto nell’emergenza dei conti pubblici dello scorso novembre (e non ancora finita) e quindi è comprensibile se non addirittura giustificabile, così come la riforma delle pensioni che, a parte alcuni aspetti pur discutibili, nella sostanza ha finalmente definito il passaggio totale (a  mio avviso sacrosanto) al sistema contributivo.

Per quel che riguarda gli altri due provvedimenti, penso che già al momento della loro presentazione si fossero rivelati inferiori alle attese; è poi successo che nel passaggio parlamentare siano stati decisamente depotenziati (vedi tassisti, vedi Rc auto, vedi avvocati e vedi altre cose che ora non sto a ricordare).

Infine, c’è la riforma del mercato del lavoro (di cui abbiamo solo la presentazione in conferenza stampa da parte del premier e del ministro del Lavoro e una bozza) che, a quanto pare, non semplifica le tipologie contrattuali esistenti, non passa a un sistema di sostegno economico al lavoratore veramente universale, mantiene in vita il dualismo del mercato, aumenta il cuneo fiscale e tocca l’articolo 18 in una maniera che farà felici soprattutto gli avvocati del lavoro. A me sembra che in realtà i punti centrali di questa futura riforma siano soprattutto politici: l’abbattimento del tabù dell’articolo 18, non più intangibile, e la rottura con la Cgil. In altre parole, quello che voglio dire è che il governo sembra stia offrendo ai mercati – alle cui turbolenze siamo esposti – la testa della Camusso in cambio di una maggiore benevolenza, come segno della possibilità di cambiamento dell’Italia e come operazione utile al restyling dell’immagine del paese in corso da novembre, pur in presenza di una riforma che – ripeto: per quel che ne sappiamo finora – in realtà tocca tanti aspetti senza intaccare e corrodere i problemi del lavoro (almeno di quelli pubblicamente identificati dal ministro Fornero e dal presidente Monti). Allo stesso tempo, la rottura della Cgil è stata pagata con il cedimento alle richieste degli altri sindacati (vedi cassa integrazione, vedi il balbettio sull’applicabilità al pubblico impiego e la promessa della Fornero – secondo quanto riferito da Bonanni – di non toccare la disciplina del licenziamento individuale dei dipendenti pubblici) che pare stiano rendendo la riforma inefficace, o non rispettosa dei principi che la vogliono ispirare.

Sembra una partita a poker, in cui il governo ai mercati e ai partner internazionali fa credere di avere in mano carte (liberalizzazioni, lavoro, welfare) che in realtà non ha. In pratica, un bluff. E tutto questo, come direbbe Stanis La Rochelle, è molto italiano. Pure troppo.