#Elezioni2018 – You need allies, not just votes, to win elections in Italy

The latest electoral contest in Sicily has been widely considered in Italy as a resounding defeat for the Democratic Party, a success for the centre-right forces and, after all, a good result for the anti-establishment Five Star Movement, which, anyway, did not succeed in winning its first regional election. If we look at some numbers and details, however, we might get a more nuanced picture

Sicily has been for almost two decades a centre-right stronghold (at the 2001 general election, 61 constituencies out of 61 were won by the coalition supporting Silvio Berlusconi). Local government is granted a number of special powers. Moreover, a multitude of local lists and regional parties make the political landscape quite fluid and peculiar on the island. In 2012, the surge of Grillo’s party and the internal division of the centre-right (split into two different coalitions, while the Union of the Centre, a Christian-democrat party normally loyal to the centre-right and electorally strong in Sicily, changed side) led to the victory of Rosario Crocetta, the candidate of the Democratic Party-led coalition. which, however, was unable to win a majority of seats at the Sicilian Regional Assembly.

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L’intervento di Roberto Giachetti alla direzione nazionale del Partito Democratico del 30 marzo 2015

Ho passato un paio di ore libere (sono un pazzo, lo so) a sbobinare questo intervento di Roberto Giachetti alla più recente direzione nazionale del Partito Democratico, dove si è discusso – probabilmente per l’ultima volta in quella sede – della nuova legge elettorale, il cosiddetto italicum. Ho avuto modo di seguire in diretta l’intervento di Giachetti su YouDem, l’ho trovato molto appassionato (ma non è detto che sia un bene) e mi pare che colga il punto su alcuni vizi delle minoranze interne al Pd e che esponga, allo stesso tempo, un paio di critiche sensate a Matteo Renzi.


Matteo [Renzi], te lo dico con molta, molta franchezza: io penso che la rappresentazione che tu hai dato e continui a dare, anche del dibattito nel nostro partito, aiuti a falsare i connotati stessi di quello che accade qua dentro, perché il presupposto in base al quale c’è qualcuno che si oppone a una tua proposta e tutto il resto venga coperto semplicemente per il fatto che, a differenza di altri, chi è forse più lontano da quella proposta di quanto non lo sono loro manifesta la lealtà che ha sempre manifestato, anche quando segretari erano gli altri, di dire chiarmente che è lontano dalla tua proposta, ma poi di adeguarsi – non lealtà nei tuoi confronti, lealtà nella nostra comunità – alle decisioni che, oggi, con maggioranze diverse, prendiamo esattamente come prendevamo ieri con maggioranze diverse – questa è la differenza, e tu annulli l’identità di tanti di noi che non sono renziani nè della prima nè della seconda nè della terza ora. Ho 54 anni, faccio politica dal ’79, eri appena nato, ne ho attraversate parecchie, ho fatto minoranza spesso e mi sono sempre adeguato a quello che diceva la maggioranza, senza mai nascondere la mia divergenza – caro Fassina, sei distratto, l’ultima è quella di qualche giorno fa: ho detto espressamente che ritengo un’aberrazione l’allungamento della prescrizione, per esempio. Se vuoi, posso dirti cosa penso della responsabilità civile, cosa penso dell’amnistia, cosa mi divide da questa legge elettorale. Penso di essere uno di quelli che l’ha detto in tutti modi. Ti sfugge il fatto che a differenza di te, però, poi quando collettivamente – non perchè me lo chiede Renzi – prendiamo una decisione, io poi quella decisione la rispetto, tutto qua. La differenza tra noi, anzi, tra me e voi è solo questa, perchè sennò questo ci porta a delle logiche che sono quelle che inevitabilmente poi ci dicono, caro Stefano, che se una decisione è presa in direzione, è una forzatura, se invece è frutto di un rapporto tra la minoranza e il segretario, allora è un elemento di democrazia, o peggio – siccome vedo Boccia, sento oggi un’intervista di Boccia che ci spiega che il voto è inutile perché Renzi ha la maggioranza, e quindi succede che il voto è utile nella direzione soltanto quando la maggioranza ce l’avete voi e non ce l’ha Renzi. Non si può andare avanti – l’hai detto testuale, vatti a prendere l’intervista semmai, ma vado avanti.

«Deriva autoritaria», «democrazia ad investitura», «autostrada per pulsioni plebiscitarie», «un uomo solo al comando», «rischio per un futuro della democrazia», e da ultimo, Stefano, «democratura», ah, no, «pericoloso della…», sì, vabbé, ci siamo capiti – cosa succede? Sono tutte frasi che vengono sparate nel mucchio e che poi diventano la realtà con cui tutti noi dobbiamo rapportarci, come se quella fosse la verità. È successo lo stesso film sulla legge Delrio! Volete che ve li leggo? «Golpe», «bisogna chiedere a Napolitano di non firmare», «anticostituzionale», poi succede che l’unico organo che ha la facoltà di stabilire se qualcosa è costituzionale o meno, cioè la Corte Costituzionale, tre giorni fa fa una splendida sentenza nella quale rigetta tutti i ricorsi delle regioni, e in quel caso c’erano anche i professori che non mancano mai, c’era Onida con altri quarantaquattro professori che dicevano che è incostituzionale e via dicendo. C’è un organo che stabilisce se è costituzionale, e lo fa a posteriori – e ci arrivo – ed è la Corte Costituzionale.

Poi ci sono quelli che sono poveri di memoria. Ho sentito il compagno D’Alema nei giorni scorsi affermare che «con il referendum finale si chiede ai cittadini se accettano la legge così com’è, il referendum finale sarebbe un plebiscito». E allora io sono andato a pensare: «vabbè, ma vuoi vedere che…». È il 1997, è la commissione bicamerale, che non si occupa solo della riforma di governo, ma della riforma dello stato e del bicameralismo, e del sistema delle garanzie, e che all’articolo 4 “Referendum” recita: «La legge costituzionale approvata con unico voto finale ai sensi dell’articolo 3, comma 4, è sottoposta ad unico referendum»; cioè, quando si tratta dela commissione bicamerale e dei testi che fa D’Alema nella commissione bicamerale, il referendum unico non è un plebisicito, occupandosi peraltro di tutte le materie, quando questo lo si fa noi oggi, accade invece che è un plebisicito.

Mi dispiace che non c’è Rosy Bindi, che non fa parte della direzione, ma anche lei leggo che oggi dice: «Ritengo essenziale restituire il premio di maggioranza alla coalizione e non basterà diminuire i capilista bloccati». Ma Rosy, è legittimo, e lo dico a tutti quelli, e staranno anche qua, che hanno firmato, per esempio, il referendum Guzzetta – Tonini lo faceva rilevare qualche tempo fa. In quel referendum il primo quesito referendario non solo attribuiva alla lista e non più alla coalizione il premio di maggioranza – correggimi Tonini. Portava lo sbarramento non al 3% come l’italicum ma al 4% e in più il premio di maggioranza non era dato con un doppio turno al 40% con una soglia, ma, come accadeva col porcellum, con un voto in più. In quel caso la deriva autoritaria non si è manifestata, non si è palesata nella mente di Rosy Bindi. Accade oggi. Ripeto: cambiare idea è legittimo, però trasportare questa alla deriva autoritaria…

Bersani oggi: «Il mattarellum lo firmerei subito, anche domani». Adesso io faccio fatica a non incazzarmi, perchè ne ho sentiti anche altri di voi. Ce l’avete avuta l’occasione nella quale potevate votare il mattarellum, e avete votato contro e avete imposto, chiamando la gente al telefono, di votare contro, e accade sempre così: quando si può votare una cosa non la si vota e si vota contro, e poi, quando non si può più, perchè non è all’ordine del giorno, «ma io vorrei votare il mattarellum», che ovviamente non è più all’ordine del giorno.

Segnalo, signor segretario, anche a lei, che non è che il mattarellum non si potrebbe modificare garantendo il premio di maggioranza anche col mattarellum, quindi hai fatto una scelta diversa, che io rispetto, non mi piace, ma non dire che il mattarellum non è utilizzabile, perchè si poteva utilizzare tranquillamente anche il mattarellum. Vorrei anche dire, e vado a chiudere, che, però, le modifiche che tu hai fatto non sono quelle che hai detto qui e che abbiamo votato in direzione. Ce ne sono due che hai fatto senza neanche convocare la direzione, nel solito rapporto tra te e la minoranza, e questo non va più bene, perché se… [probabilmente rispondendo a Stefano Fassina] c’arrivo e te lo dico! Perché hai paura che te lo dico? Ti sto per leggere la dichiarazioni di D’Attore, abbi pazienza, così vedi se dico cazzate io o D’Attorre, così magari scopri anche tu che ogni tanto D’Attore dice… D’Attorre, 3 maggio 2014: «Una possibile mediazione che evita pasticci elettorali ed è coerente con il superamento del Senato» – spiega D’Attorre – «È anche una modifica coerente con il messaggio di Renzi e esclude anche i rischi…» insomma si tratta dello stralcio dell’articolo 2. Non l’abbiamo deciso in direzione lo stralcio dell’articolo 2. Non l’abbiamo deciso nei gruppi lo stralcio dell’articolo 2. Sei andato incontro a una richiesta di D’Attorre, poi, diciamo, io ho fatto un tweet dicendo che era una cazzata, ma è quello che faccio sempre – lo stralcio del’articolo 2 era quello che riguardava la legge elettorale anche alla Camera… Sto dicendo una cazzata, Fassina? Era uno dei punti di mediazione? È una cazzata o la verità? Era un punto di mediazione voluto da voi o no? Era così, te lo dico io. Io faccio un tweet dicendo che era una cazzata, poi, a supporto di questa importante innovazione dal punto di vista – diciamo – della legge elettorale, la forza di questa cosa, arriva poco dopo, anzi… poco dopo sì, subito, da Ainis, per esempio, che dice «l’operazione italicum con l’intesa per applicarlo solo alla Camera è incostituzionale», ma si dice: vabbè, questo è il solito Ainis, e via dicendo. E allora arrivano in supporto chi? Quelli che quando servono ci sono e quando non servono non ci sono, e cioè gli ex presidenti della Consulta che sfilano nella commissione affari costituzionali della Camera a parlare dell’italicum, e la prima cosa che dicono – se vuoi, Fassina, ho il pezzo di carta e te lo leggi – è che stralciare l’articolo 2 è una cazzata. E ce n’è una seconda, perchè anche sulle riforme costituzionali hai svolto una grande mediazione che non è passata in direzione, che non è passata da nessuna parte, ma te la sei giocata tu con la minoranza, e cioè quella brillantissima idea del vaglio preventivo della legge elettorale da parte della Corte Costitizionale. È una brillantissima idea che non è che per smentirla si fanno carico degli ex presidenti della Corte Costituzionale. In forma assolutamente inusuale scende in campo il presidente attuale della Corte Costituzionale, che dice: «il giudizio preventivo affida alla Corte Costituzionale un compito che non le spetta perchè la Corte giudica sulle leggi approvate e sarebbe una sorta di consulenza preventiva alle Camere che forse non è proprio opportuna» – il presidente, Agostini, il presidente della corte costituzionale! Se voi ogni tanto chiamate pure quelli che tra un po’ non ci sono più, almeno quelli che sono in questo momento effettivamente presidenti della Corte Costituzionale ascoltateli.

Ho concluso, avevo preparato anche gli schemini per far vedere bene come funziona la differenza tra porcellum – solo liste, solo simboli – e poi c’abbiamo il mattarellum, con solo un simbolo e una riga, e poi quell’altro che era con un simbolo e quattro righe. Non è esattamente la stessa cosa, come spiega anche la Corte Costituzionale.

Ho finito, volevo solo leggervi una cosa che sicuramente vi farà piacere. E’ brevissima e vi farà piacere, perchè la potrete utilizzare: «Quanto a questa ipotesi» – ci si riferisce alle preferenze e si sta parlando del mattarellum, che, come sapete e come ricorderete, aveva sì i collegi uninominali, ma aveva anche delle liste bloccate – «quanto a questa ipotesi, certamente la peggiore» – si parla delle preferenze – «dovrebbe essere sufficiente ricordare quanto di causa ed effetto insieme sia riconducibile al rapporto tra voto di preferenza e corruzione del sistema politico. Vi è chi ha dichiarato che questa lista sarebbe veicolo di salvataggio» – si parla delle liste bloccate – «per le cosiddette vecchie nomenclature o addirittura per gli inquisiti, particolarmente là dove per gli inquisiti vi fossero apparati o radicate clientele, ma questo è proprio ciò che può avvenire con la preferenza o con il ripescaggio dei non eletti. Con liste corte tra quattro e dieci nomi, l’elettore, così come nel collegio uninominale, sceglie e decide. Non voterà una lista i cui nomi non incontrano la sua fiducia. Si è giunti a dire che ci sarebbero 157 deputati scelti dai partiti. I partiti, vecchi o nuovi, organizzati stabilmente o improvvisati per le elezioni, scelgono i candidati nei collegi uninominali, e nella parte proporzionale sono gli elettori a decidere». Questo signore che voi avete tanto evocato – ho visto oggi Bersani che diceva: abbiamo fatto Mattarella, facciamo il mattarellum – ecco, questo signore si chiama Mattarella, ed era il relatore del mattarellum in occasione della legge che poi diventò legge e che spiegava molto brillantemente come la preferenza sia un problema di grandissimo rischio – e ce lo troveremo, caro Renzi, ne riparleremo tra tre anni, tra quattro anni, quando dovremo confrontarci con le preferenze – e che in realtà, invece, le liste bloccate, se sono piccole, non sono bloccate, perchè il problema è di far scegliere gli elettori: se non ci sono i nomi, non possono scegliere, se ci sono i nomi, posono scegliere.

http://www.youdem.tv/v/276580

Crisi dei partiti? Solo quelli di centrodestra

Oltre a tante dichiarazioni sceme sulle ultime elezioni, ad esempio di La Russa (“Abbiamo sbagliato i candidati”), Cicchitto (“Pdl meglio di quanto non si dica”), Alemanno (“E’ stato referendum contro l’Imu”) e anche Napolitano (“Grillini? Non vedo nessun boom”), ce n’è una che mi a naso mi convinceva avendo io dato un’occhiata ai dati qua e là. E’ quella di Massimo D’Alema, che ha affermato: “Questa non è la caduta dei partiti, ma la caduta dei partiti che hanno governato con Berlusconi”. Per essere proprio sicuro, mi sono preso mezz’ora e ho fatto questa tabella con i risultati nei capoluoghi di provincia (sperando che si legga, altrimenti click sull’immagine per ingrandirla):

 

Clicca per ingrandire

Ho dimenticato di scrivere che il dato di Palermo è di 580 sezioni su 600. Inoltre – spero che si legga, altrimenti cliccate sull’immagine per ingrandirla – la scritta su Palermo ricorda che nel 2007 la lista civica di appoggio al candidato sindaco era per Leoluca Orlando, dell’Italia dei Valori, e che è arrivata all’8,7%, mentre nel 2012 quella in appoggio a Ferrandelli (Pd) è arrivata al 6,2%. Se si tiene conto che all’epoca l’Idv non raggiunse nemmeno il 3% avendo il proprio candidato, si può ragionevolmente sostenere come il tracollo del Pd in città sia anche dovuto, oggi, a) alla presenza di un altro candidato di centrosinistra molto forte (di nuovo Orlando, ma stavolta contro), b) alla presenza di una lista civica che ha drenato i voti del Pd così come all’epoca li drenò all’Idv, c) o meglio ancora corollario del primo punto, la vicinanza passata di Ferrandelli alla giunta Lombardo, non popolarissima tra gli elettori di centrosinistra che quindi avranno preferito, compresi quelli del Pd, dirottare parte dei propri voti altrove. Questo ragionamento invece non spiega completamente il crollo di Genova, il –10,7%, dove la lista di appoggio a un candidato vicino a SEL può aver preso solo parte dei voti del Pd, che nel 2007, in assenza di una lista per Marta Vincenzi, superò abbondantemente il 30%. Un punto a cui dare un’occhiata è quello dei candidati della lista del sindaco: se sono candidati “forti” del Pd, spiegherebbero molto, altrimenti no. Diciamo quindi che in una delle due città c’è un problema: nonostante la teoria di cui sopra, credo che il Pd abbia avuto sì qualche difficoltà sì a Genova (e il M5s sarà quindi andato forte forse perché, oltre a drenare i voti in uscita da destra come ovunque, ha colpito, seppur poco a mio avviso, anche a sinistra), ma soprattutto ne abbia incontrate a Palermo a seguito del travagliato appoggio in regione alla giunta Lombardo e alle discusse primarie di qualche settimana fa.

Per il resto, tolto il singolo problema palermitano, si vede come a livello di percentuali il Pd tenga: guadagna o perde cifre attorno al 5%, con una leggera prevalenza delle città in cui perde. Nel 2007, è vero, si era nel pieno dell’impopolarissimo governo Prodi, ma è anche vero che da lì a un anno si sarebbe avuto quel 33,1% delle politiche 2008 che è ancora oggi uno dei migliori risultati nella breve storia del Pd; oggi, tra crisi economica e dei partiti, si può invece dire che a dispetto dei propri maggiori concorrenti al centro e a destra, il Pd abbia tenuto, e bene. Con questi dati e con l’attuale legge elettorale, la cosiddetta foto di Vasto raggiunge con una certa tranquillità la maggioranza in entrambe le camere, mentre i partiti che nell’ultimo decennio hanno sostenuto i governi di Silvio Berlusconi sono fortemente ridimensionati.

Più che crisi di partiti, direi che è una crisi dei partiti del centrodestra. Nonostante tutti i guai, il centrosinistra tiene e questo potrebbe spingerlo a chiedere le elezioni, anche se sembra per ora che sia dalle parti del PdL che ci sia più voglia di staccare la spina al governo dei tecnici. Io, fossi, in Bersani, continuerei sulla linea sostenuta finora. Forse funziona.


Aggiornamento del 9 maggio 2012: Segnalo l’analisi del prof. D’Alimonte sul sito del Centro Italiano Studi Elettorali, che mostra come lo smottamento dal 2008 ad oggi sia stato quasi tutto a destra. C.v.d.

La capziosità di Ferrara su D’Alema

Giuliano Ferrara conduce Radio LondraNell’ultima puntata di Radio Londra Giuliano Ferrara ha attaccato Massimo D’Alema, reo di aver dichiarato – stando alla nota del Pd in mano al conduttore ma diversamente da quanto riportato dalle agenzie di stampa – che nei prossimi 15 anni l’Italia avrà bisogno di 30 milioni di immigrati. Già detta così, la frase sembra talmente inverosimile da sembrare più frutto di un lapsus che di altro. In realtà, è solamente un errore dell’ufficio stampa del Pd: basta andare al secondo minuto del video dell’intervento di D’Alema ad un convegno del suo partito per sentire l’ex premier parlare di Europa e non di Italia. Quindi, a differenza della nota presa erroneamente per buona da Ferrara, stiamo parlando di 30 milioni di immigrati in Europa in 15 anni. E’ così criticabile questa cifra?

Fate conto che l’Unione Europea oggi ha una popolazione di 500 milioni di persone e l’Italia di 60 milioni, cioè il 12% dell’Ue. Ora rapportiamo quei 30 milioni di sopra alla popolazione italiana: stiamo parlando di 2 milioni l’anno in Europa, e il 12% di questa cifra – la quota italiana senza contare variazioni demografiche interne, trend del tasso d’immigrazione ecc. – è di 240mila immigranti l’anno per l’Italia. Vi sembra tanto? Bene, allora andatevi a leggere gli indicatori demografici dell’Istat pubblicati due mesi fa: il saldo migratorio netto con l’estero del 2010 rispetto all’anno precedente è di 365mila nuovi soggetti (nel 2009 il saldo era stato di 362mila, nel 2008 di 454mila, tanto per considerare solo gli anni del leghismo regnante al Viminale), cioè un numero maggiore della terribile, anzi – per ricollegarci al leit motiv della puntata di Giuliano Ferrara di ieri sera – paurosa stima dei 240mila calcolati a partire dalla cifra di D’Alema. Stiamo parlando di quelli registrati, regolari, e a quelli ci dovete aggiungere quelli clandestini, in nero.

Quindi, è probabile che la previsione di D’Alema – in realtà non è sua, ha citato uno studio europeo – sia addirittura al ribasso e niente affatto scandalosa, e si può con tutta tranquillità dire che ieri Ferrara ha dedicato il pistolotto finale della sua ben retribuita puntata di Radio Londra ad una cosa falsa. O ha parlato senza cognizione di causa, oppure ha ingannato i suoi spettatori. E comunque sia, visto che ama chiedere le scuse altrui, che si scusi lui, una volta tanto, di quello che dice in tv.