Avoid power or die: the sad life of liberals in Europe

Sign displayed before the 2014 EU elections

The results of the latest general elections held in the United Kingdom seem to confirm – in my opinion – a sort of trend which has been occurring in the largest European countries over the last two years: once the liberals get into government, they are eventually wiped out.

In 2013, Mario Monti’s Civic Choice performed under the expectations at the Italian general elections and won an amount of seats which resulted in being irrelevant in the formation of the new cabinet. This and the subsequent collapse of the parliamentary groups led to the extremely poor results at the latest European elections and in opinion polls. Ironically, perhaps, Monti was assisted by David Axelrod, who also has been advising Ed Miliband during the electoral campaign we have just left behind us – and we have all seen the results; Europe is not America, or, maybe, spin doctors’ influence is overrated – I cannot really say, though.

In Germany, at the 2013 federal elections, after four years in coalition with Angela Merkel’s Christian Democrats, the Liberals (which, previously, had been out of government since 1998) suffered a massive loss of votes, coming fifth as a party and winning zero seats – an astounding defeat.

Now, it is the turn of Nick Clegg’s Liberal Democrats: five years of coalition (yeah, there’s that thing about tuition fees, I know) and, now, 8 mere seats left for them in Westminster.

There are exceptions, of course: in the Netherlands liberal parties did well at the 2012 general elections – but the Netherlands are the stronghold of liberalism in Europe.

Worrying is the fact that this decline occurs at the same time of the rise of populist, extreme and nationalist parties, an event which would strongly need the counterweight of rational policies and anti-nationalism (if not cosmopolitanism). Even more worrying, in my view, is the fact that more than simply electoral defeats, we see whole parties almost wiped out from the scene, making, perhaps, life for liberal ideas and policies even more difficult: they would probably still circulate, but no one would advocate them.

Niente Ue, siamo inglesi

David CameronEra il 2006 quando David Cameron (oggi primo ministro e all’epoca capo dell’opposizione conservatrice) descrisse lo UKIP – il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito – pressoché letteralmente come un mucchio di pazzi svitati e sotto sotto razzisti.
Oggi, nel 2014, sono i temi posti proprio dallo UKIP di Nigel Farage a farla da padrona nel dibattito politico britannico ed è il partito conservatore di David Cameron a rincorrere lo UKIP sul suo terreno, per frenare l’emorragia di elettori verso destra e per contrastare l’ala sempre più euroscettica del suo partito.

Se pensate che siano Grillo o la Lega o Berlusconi ad avercela in maniera particolare con l’Unione Europea, allora dovreste dare un’occhiata a quello che accade dall’altra parte della Manica.
Tra gli impegni presi negli ultimi anni da Cameron con l’elettorato – poi recepiti nel programma di coalizione con i LibDem e trasformati in legge – c’è quella di rinegoziare i trattati UE, rimpatriare alcuni poteri e, dopo le prossime elezioni politiche, sottoporre l’appartenenza del Regno Unito all’UE a un referendum popolare.
Sostanzialmente Cameron immagina di presentarsi all’elettorato britannico con dei trattati modificati e fare campagna elettorale a favore della permanenza (continua su Xpolitix).

La grande sciocchezza: le primarie per la segreteria di un partito

Trova l'intrusoC’è questo mistero tutto italiano, anzi, nel caso specifico tutto piddino, per cui la scelta del segretario di un partito politico debba essere fatta dal popolo – uno dei grossi errori della segreteria di Bersani è stato, tra gli altri, proprio non aver dato seguito l’intenzione di abolire le primarie per la segreteria.

Se andiamo a vedere cosa accade nella patria delle primarie, cioè gli Stati Uniti, vediamo che sì, i candidati alle elezioni (ad esempio alla Casa Bianca o alla guida di uno Stato) vengono scelti tramite primarie, ma i capi dei partiti invece no. Al ruolo di chairman del Partito Repubblicano, ad esempio, c’è tale Reince Priebus, eletto da un comitato di 168 (centosessantotto, altro che partecipazione popolare) delegati. Idem per il medesimo ruolo nel Partito Democratico americano, coperto da tale Debbie Wasserman Schultz, candidata appoggiata da Obama e confermata da un organo interno al partito.

Un altro paese dove le primarie sono state recentemente adottate è la Francia. Lì il Partito Socialista da ormai due tornate elettorali sceglie il candidato all’Eliseo con elezioni primarie, mentre il segretario (carica al momento occupata da tale Harlem Désir) è stato eletto dagli iscritti al partito. Nota: se andiamo indietro nel tempo notiamo che, ad esempio, così come Hollande, né Sarkozy, né Chirac, né Mitterrand sono stati alla guida del loro partito mentre coprivano la carica di presidenti della Repubblica. Altra nota: Stati Uniti e Francia sono entrambi sistemi presidenziali.

Se andiamo, invece, a vedere i sistemi parlamentari europei, notiamo un’altra cosa: i segretari li scelgono gli iscritti o i loro delegati e, in caso di vittoria elettorale, sono loro a guidare il governo, ergo c’è coincidenza tra carica di partito e di governo. Esempi:

– Germania: Angela Merkel è segretaria della CDU e cancelliera
– Spagna: Mariano Rajoy è presidente del PP (sin dal 2004, successore di Aznar, anche lui presidente di partito e capo del governo) e primo ministro
– Regno Unito: a guidare i due partiti di governo sono il primo ministro David Cameron e il vice primo ministro Nick Clegg
– Svezia: Fredrik Reinfeldt è presidente del Partito Moderato e primo ministro
– Canada: Stephen Harper è leader sin dal 2004 del Partito Conservatore e sin dal 2006 primo ministro.

In Italia, invece, a parte figure particolari (carismatiche, lideristiche o padronali che dir si voglia) come Berlusconi o di capi senza armate proprie (come Prodi) la coincidenza tra guida del partito e del governo è stato un fenomeno molto raro.

Riassumendo, quindi:
nei sistemi parlamentari di solito non si fanno primarie aperte: in Italia il PD fa primarie aperte per scegliere il candidato premier;
nei sistemi parlamentari di solito guida di partito e candidatura alla guida del governo coincidono: non solo l’Italia è sempre stata anomala in questo senso e anche ora lo è, ma un anno fa Renzi ha provato a rinnovare questa anomalia e oggi chi lo oppone chiede ancora di sdoppiare i ruoli in chiave anti-Renzi (la coerenza, eh?);
nei grandi paesi democratici di solito non esistono primarie aperte per cariche di partito: in Italia il PD fa primarie aperte per eleggere un segretario.

La mia tesi è che l’Italia è il paese delle anomalie che tutti si preoccupano di eliminare aggiungendo ulteriori anomalie (Grillo, ti fischiano le orecchie? Sì, pensavo anche a te, ma non solo a te, tranquillo) e per quanto riguarda i sistemi di partito e di governo noi amiamo prendere spizzichi e bocconi dei sistemi esteri e innestarli sul nostro senza nessun ripensamento complessivo, facendo funzionare male strumenti democratici, istituzionali e di governo che invece funzionano benissimo in sistemi disegnati in maniera organica e internamente coerente. Non c’è solo, però, uno studio di tipo comparativo a mostrare l’assurdità delle primarie di partito, poiché c’è n’è anche, direi, una di principio.

Se le primarie per la guida di una coalizione o per la candidatura alla premiership o a una carica monocratica hanno comunque senso perché quella candidatura poi si rivolge a tutto l’elettorato (e comunque anche negli USA non tutte le primarie sono “aperte”) e anche perché è un modo di testare l’utilità e la capacità di attrazione nei confronti non solo dei propri fedelissimi ma anche di elettori interssati ma solo potenziali ed elettori indecisi (insomma, una sorta di verifica preliminare sul campo), il ruolo di segretario di partito è un ruolo – appunto – di partito, è un ruolo espressione del partito, di quello che è, di quello che vuole essere, programmare e fare, è un ruolo che poi si dovrà occupare non per forza di guidare il paese, ma di dirigere politicamente e organizzare amministrativamente il partito. E’ come se ad eleggere il presidente della bocciofila intervenissero quelli del circolo bridge, non so se mi spiego: non ha senso che a capo di una specifica organizzazione venga messo uno scelto col voto influente di chi di quella organizzazione non fa parte, non intende affatto fare parte e non si interessa attivamente se non, forse, quando va bene, sotto campagna elettorale.

Alcune cose sulle elezioni amministrative nel Regno Unito

Ed Miliband in un evento del partito laburistaA differenza delle elezioni amministrative dell’anno scorso, che ho seguito distrattamente, quest’anno, almeno negli ultimi giorni e soprattutto durante l’election night, mi sono interessato un po’ di questa tornata elettorale.

Negli ultimi mesi la coalizione al governo ha avuto alcuni problemi di immagine e di risultati, come tra l’altro confermato da alcuni suoi membri: l’economia non cresce, i dati della disoccupazione, soprattutto quella giovanile, non sono positivi, ci sono problemi di bilancio nonostante una politica di tasse e tagli, oltre a episodi che vanno dall’assalto alle stazioni di servizio dopo gli annunci un po’ allarmistici del governo a proposito di un annunciato sciopero, fino ai rapporti dei Tories con Rupert Murdoch e il suo impero editoriale.

Dalle mie parti, nel North East – una delle regioni più tradizionalmente rosse del regno – il Labour ha fatto man bassa di seggi nei councils, e ieri notte era interessante (e anche un po’ divertente) leggere su Twitter i messaggi dei simpatizzanti laburisti che dichiaravano Sunderland una Lib Dem free zone. I liberaldemocratici, infatti, da quando sono al governo – cosa che non accadeva dal gabinetto di guerra di Winston Churchill – hanno visto precipitare i loro consensi: hanno dovuto ingoiare l’aumento delle tasse universitarie, la rottura con l’Ue sul fiscal compact, hanno perso il referendum sulla legge elettorale, e più in generale sono stati costretti a scendere continuamente a patti con il partito maggiore della loro coalizione, perdendo – ma questa è una personale interpretazione del sottoscritto – quell’appeal di terza forza alternativa all’ormai spompato Labour del 2010 e al mai troppo convincente partito conservatore degli ultimi anni (venendo sconfitti anche da candidati travestiti da pinguini, tra l’altro).

Più in generale, il Labour si è rafforzato al nord e nelle aree metropolitane, dove è tradizionalmente forte, ha riguadagnato quei consensi che aveva perso al sud, è avanzato anche in Galles,a scapito soprattutto degli autonomisti, e sembra aver tenuto bene in Scozia di fronte ai buoni risultati dello Scottish National Party, che solo lo scarso anno ottenne la maggioranza assoluta nel parlamento di Edimburgo.

Il problema del governo di David Cameron è che sembra sia stata la sua azione un po’ appannata, più che le tematiche politiche ed amministrative locali, ad aver portatoalla sconfitta in queste elezioni che hanno visto il partito conservatore arretrare (come i sondaggi nazionali da un po’ già attestano): infatti, le proiezioni dei dati di ieri su eventuali elezioni politiche generali vedono i Tories perdere le elezioni e tornare all’opposizione dopo una sola legislatura, senza che la leadership di Ed Miliband, dall’autunno 2010 alla guida del partito laburista, sia sembrata finora particolarmente brillante (mia opinione).

I conservatori potrebbero trovare sollievo nella probabile vittoria (il conteggio è in corso) del proprio candidato Boris Johnson a Londra, ma solo apparentemente: i dati della London Assembly mostrano che probabilmente il primo partito sarà il Labour, inoltre (come ho sentito stanotte in tv) i laburisti suggerivano agli elettori che un voto per Johnson sarebbe stato un voto per Cameron – a dimostrazione del fatto che Johnson prende voti laburisti, e che la sua forza nella City è maggiore di quella del suo partito. Quanto questo possa portarlo alla ribalta della politica nazionale, soprattutto considerando le Olimpiadi di quest’estate, è da vedere.

La fine della legislatura è lontana, ma a me sembra che il crollo dei Lib Dem sia irreversibile da qui alle prossime politiche, mentre l’arretramento del partito conservatore può essere momentaneo: in base a dove i voti liberaldemocratici andranno a finire, e dove altre forze rosicchieranno voti (i nazionalisti scozzesi da un lato, le forse di estrema destra dall’altro – con l’UKIP in leggera ascesa e il BNP in profonda crisi, quasi scomparso dai governi locali), visto il sistema elettorale britannico, potrebbe spostarsi l’ago della bilancia della politica britannica. Detto questo, se la colpa di Nick Clegg è –secondo i suoi elettori del 2010 – quella di essere stato troppo “conservatore”, non si vede perché questi debbano buttarsi in massa a destra piuttosto che, come ritengo più probabile, a sinistra.

Un’ultima nota: ieri si sono tenute in alcune città dei referendum per istituire la figura del sindaco eletto. Finora solo 16 città in Inghilterra eleggevano i propri primi cittadini, mentre il resto elegge il consiglio della propria autorità locale (se venite dall’Italia, dove vige il sistema Regioni-Province-Comuni, il sistema di competenze e la gerarchia delle autorità locali in Inghilterra potrebbe sembrarvi un casino, almeno a primo impatto). Pensavo, da italiano che nel corso degli anni ha visto concentrarsi la politica su una crescente personalizzazione, che i favorevoli all’elezione diretta del sindaco avrebbero vinto largamente. Invece, delle undici città in cui s’è votato (tra cui Doncaster, nello Yorkshire meridionale, dove il sindaco già c’é, ed è anche abbastanza discusso), sono molte – al momento sette – dove il no al cambiamento sembra vincere (e in tutte l’affluenza, per i nostri standard, è stata molto bassa).