La grande sciocchezza: le primarie per la segreteria di un partito

Trova l'intrusoC’è questo mistero tutto italiano, anzi, nel caso specifico tutto piddino, per cui la scelta del segretario di un partito politico debba essere fatta dal popolo – uno dei grossi errori della segreteria di Bersani è stato, tra gli altri, proprio non aver dato seguito l’intenzione di abolire le primarie per la segreteria.

Se andiamo a vedere cosa accade nella patria delle primarie, cioè gli Stati Uniti, vediamo che sì, i candidati alle elezioni (ad esempio alla Casa Bianca o alla guida di uno Stato) vengono scelti tramite primarie, ma i capi dei partiti invece no. Al ruolo di chairman del Partito Repubblicano, ad esempio, c’è tale Reince Priebus, eletto da un comitato di 168 (centosessantotto, altro che partecipazione popolare) delegati. Idem per il medesimo ruolo nel Partito Democratico americano, coperto da tale Debbie Wasserman Schultz, candidata appoggiata da Obama e confermata da un organo interno al partito.

Un altro paese dove le primarie sono state recentemente adottate è la Francia. Lì il Partito Socialista da ormai due tornate elettorali sceglie il candidato all’Eliseo con elezioni primarie, mentre il segretario (carica al momento occupata da tale Harlem Désir) è stato eletto dagli iscritti al partito. Nota: se andiamo indietro nel tempo notiamo che, ad esempio, così come Hollande, né Sarkozy, né Chirac, né Mitterrand sono stati alla guida del loro partito mentre coprivano la carica di presidenti della Repubblica. Altra nota: Stati Uniti e Francia sono entrambi sistemi presidenziali.

Se andiamo, invece, a vedere i sistemi parlamentari europei, notiamo un’altra cosa: i segretari li scelgono gli iscritti o i loro delegati e, in caso di vittoria elettorale, sono loro a guidare il governo, ergo c’è coincidenza tra carica di partito e di governo. Esempi:

– Germania: Angela Merkel è segretaria della CDU e cancelliera
– Spagna: Mariano Rajoy è presidente del PP (sin dal 2004, successore di Aznar, anche lui presidente di partito e capo del governo) e primo ministro
– Regno Unito: a guidare i due partiti di governo sono il primo ministro David Cameron e il vice primo ministro Nick Clegg
– Svezia: Fredrik Reinfeldt è presidente del Partito Moderato e primo ministro
– Canada: Stephen Harper è leader sin dal 2004 del Partito Conservatore e sin dal 2006 primo ministro.

In Italia, invece, a parte figure particolari (carismatiche, lideristiche o padronali che dir si voglia) come Berlusconi o di capi senza armate proprie (come Prodi) la coincidenza tra guida del partito e del governo è stato un fenomeno molto raro.

Riassumendo, quindi:
nei sistemi parlamentari di solito non si fanno primarie aperte: in Italia il PD fa primarie aperte per scegliere il candidato premier;
nei sistemi parlamentari di solito guida di partito e candidatura alla guida del governo coincidono: non solo l’Italia è sempre stata anomala in questo senso e anche ora lo è, ma un anno fa Renzi ha provato a rinnovare questa anomalia e oggi chi lo oppone chiede ancora di sdoppiare i ruoli in chiave anti-Renzi (la coerenza, eh?);
nei grandi paesi democratici di solito non esistono primarie aperte per cariche di partito: in Italia il PD fa primarie aperte per eleggere un segretario.

La mia tesi è che l’Italia è il paese delle anomalie che tutti si preoccupano di eliminare aggiungendo ulteriori anomalie (Grillo, ti fischiano le orecchie? Sì, pensavo anche a te, ma non solo a te, tranquillo) e per quanto riguarda i sistemi di partito e di governo noi amiamo prendere spizzichi e bocconi dei sistemi esteri e innestarli sul nostro senza nessun ripensamento complessivo, facendo funzionare male strumenti democratici, istituzionali e di governo che invece funzionano benissimo in sistemi disegnati in maniera organica e internamente coerente. Non c’è solo, però, uno studio di tipo comparativo a mostrare l’assurdità delle primarie di partito, poiché c’è n’è anche, direi, una di principio.

Se le primarie per la guida di una coalizione o per la candidatura alla premiership o a una carica monocratica hanno comunque senso perché quella candidatura poi si rivolge a tutto l’elettorato (e comunque anche negli USA non tutte le primarie sono “aperte”) e anche perché è un modo di testare l’utilità e la capacità di attrazione nei confronti non solo dei propri fedelissimi ma anche di elettori interssati ma solo potenziali ed elettori indecisi (insomma, una sorta di verifica preliminare sul campo), il ruolo di segretario di partito è un ruolo – appunto – di partito, è un ruolo espressione del partito, di quello che è, di quello che vuole essere, programmare e fare, è un ruolo che poi si dovrà occupare non per forza di guidare il paese, ma di dirigere politicamente e organizzare amministrativamente il partito. E’ come se ad eleggere il presidente della bocciofila intervenissero quelli del circolo bridge, non so se mi spiego: non ha senso che a capo di una specifica organizzazione venga messo uno scelto col voto influente di chi di quella organizzazione non fa parte, non intende affatto fare parte e non si interessa attivamente se non, forse, quando va bene, sotto campagna elettorale.

Sarkowar

Metto insieme un po’ di pensieri sull’attacco alla Libia, alcuni dei quali scritti qua e là sul web: dobbiamo, innanzitutto, tenere in mente un punto di vista generale e uno italiano. In generale: è giusto intervenire – in un contesto in cui i popoli si ribellano i regimi – laddove, per una volta, il regime sta vincendo sul popolo (o sui ribelli, o come vogliamo chiamarli)? Dal punto di vista umanitario quasi sicuramente sì, dal punto di vista “realista” non saprei (anche perché non mi sono mai convertito al cosiddetto realismo, come altri sembrano aver fatto dai tempi dell’intervento in Iraq). I dubbi sul “come” intervenire sono un altro discorso.

Come Italia: o fin dall’inizio, cioè un mese fa, dicevamo che Gheddafi non si tocca, fanculo la libertà, a noi interessa la stabilità, il petrolio e lo stop ai migranti, che sarebbe stato un filino spregevole ma almeno chiaro e coerente con gli ultimi anni (e in linea con i vari Putin, Chavez e compagnia bella, questo bisogna pur dirlo), oppure si mollava subito Gheddafi e magari il ruolo non dico di capofila alla Sarkò, ma di protagonista per una giusta causa agli occhi dell’opinione pubblica l’avremmo avuto anche noi. Io avrei seguito la seconda linea, la prima linea non l’avrei condivisa ma almeno capita, e invece sappiamo tutti che superprudenti come siamo stati non è che abbiamo fatto una gran bella figura (né abbiamo curato i nostri interessi). E per questo non dobbiamo mica prendercela con Sarkozy ma solo col nostro governo.

Detto ciò, i problemi sul come portare avanti questa guerra rimangono intatti: mi sono fatto l’idea che forse si sia intervenuti tardi (Gheddafi è già a Bengasi e, pare, abbia grosso modo il controllo di Misurata – città importante per via della propria posizione nel golfo della Sirte e non lontano da Tripoli) e, conseguentemente, male. C’è però da aggiungere che il tempo di reazione della nuova edizione della coalizione dei volenterosi ha avuto un tempo di reazione di 28 giorni: per fare un paragone, il tempo trascorso tra gli attentati dell’11 settembre e l’invasione dell’Afghanistan è stato di 24 giorni. Ad ogni modo, quello che intendo dire – seppure mai abbia pilotato un aereo da caccia, e penso che mai lo farò – è che come dal cielo si riescano a proteggere gli insorti nell’ambito di una guerriglia urbana non lo capisco proprio – sarà una mia mancanza, chissà. Questo mostra tutta l’inefficacia e, forse, l’ipocrisia, dell’ultima risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu: prevedo che tra un po’ di tempo ci si renderà conto che l’obiettivo politico – palesemente dichiarato da Francia, Stati Uniti e Regno Unito – di rovesciare il regime di Gheddafi e della sua famiglia si possa ottenere militarmente solo via terra, creando il problema, inedito, di grandi potenze occidentali che violano una risoluzione Onu (visto che l’intervento terrestre è l’unica cosa sostanzialmente proibita, mentre tutto il resto, qualsiasi cosa dicano gli oppositori della guerra, è sostanzialmente permesso). Figuriamoci quanto grande potrebbe essere questo problema diplomatico se di mezzo ci fosse la Nato. E’ comunque probabile che stia vaneggiando, il tempo dirà se e quanto.

Un altro appunto: leggevo sul Giornale “Occhio agli estremisti”. Ora provate a immaginare cosa sarebbe successo se gli angloamericani avessero mostrato questa cautela in Italia 68 anni fa pensando ai comunisti filosovietici presenti tra i partigiani.

Infine: l’unico punto che veramente comprendo delle critiche all’intervento alleato in Libia è quello che riguarda le intenzioni francesi. C’è da dire che Parigi nell’ultimo mese è sempre stata in prima linea nelle critiche a Gheddafi, e che in Francia sembra comunque esserci un largo movimento di opinione a favore dell’intervento umanitario. L’intervento umanitario, come criticato da Giuliano Ferrara ieri (sì, lo stesso Giuliano Ferrara che pochi anni fa sul Foglio faceva pubblicare articoli di approfondimento e di elogio sul nuovo fenomeno francese della destra postchiracchiana di Sarkò l’americain), almeno quello svolto senza un piano postbellico, non è – per fare un esempio – come la criticata e criticabilissma dottrina neocon di rovesciamento dei regimi più pericolosi del medio Oriente per creare dei stati democratici e perciò stesso pacifici, e una reazione a catena per spazzare via tutta una serie di regimi al fine di rendere la zona più stabile, più propensa al dialogo e più sicura per gli Stati Uniti (tralasciando l’insignificante particolare delle armi di distruzione di massa). Nel nostro caso si va in Libia perché c’è un popolo che insorge e un tiranno che massacra: e poi? A questo poi bisogna pensarci, oltre a coordinare meglio questo intervento con la Nato, facendo in modo che diventi efficace e che raggiunga il suo obiettivo di appoggiare la vittoria dei ribelli sul regime.

Che poi, alcuni, oggi cerchino di argomentare il retropensiero di una guerra fatta dalla Total, beh, è interessante antropologicamente perché magari qualche anno fa ignoravano bellamente le accuse riguardanti Halliburton o le compagnie petrolifere americane, e soprattutto in quanto retropensiero non fa altro riferimento che a un complotto, e a tal punto ci si ritrova in un baleno nelle braccia di Giulietto Chiesa. Fate attenzione.