Il governo Letta e la coazione a ripetere

Fabrizio SaccomanniQuesto post lo scrivo a pezzi, in maniera un po’ rapsodica.

– Inizio con un postulato: la politica è un ramo specialistico delle professioni intellettuali, perciò, in quanto tale, non sostituibile dal mero esercizio di competenze e conoscenze riguardanti discipline diverse, economia inclusa.

– In secondo luogo, sottolineo la problematicità dello statuto epistemologico delle scienze sociali: pur nell’esteso utilizzo di modelli matematici, di statistiche e di dati empirici, la presenza di elementi arbitrari e convenzionali nelle definizioni, nelle analisi, nelle osservazioni, nelle teorie nonché la sostanziale irriproducibiltà in eguali condizioni degli esperimenti sociali rendono le scienze sociali delle scienze non propriamente definibili come esatte. In parole più semplici, l’economia non è affatto stregoneria (tutt’altro!) ma non è nemmeno fisica.

– Scorrevo la lista dei ministri dell’Economia e delle Finanze da quando il dicastero fu unificato rendendolo di fatto un superministero, cioé dal 2001: Tremonti, Siniscalco, Tremonti, Padoa Schioppa, Tremonti, Monti, Grilli, da un paio di giorni Saccomanni. Tutti cosiddetti tecnici, salvo uno, Giulio Tremonti, che invece è propriamente definibile politico (dal fatto che il tecnico sia o possa essere comunque politico non deriva necessariamente che tutti i tecnici siano politici proprio per via del postulato di cui sopra).

– L’avventura politica e ministeriale di Giulio Tremonti – tributarista di formazione giuridica, ricordiamolo – negli ultimi tre governi di centrodestra è stata caratterizzata, tra gli altri, da due elementi: stando a quel che si è letto per anni, una certa spigolosità del carattere che, unita alla centralità del suo ministero, lo ha portato ad accentrare le decisioni economiche e finanziarie e a tenere in secondo piano il metodo collegiale che, invece, a Costituzione vigente e per prassi decennale vige in Consiglio dei ministri. Il secondo elemento, parzialmente conseguenza del primo, è che la capacità d’influenza del suo partito e della sua coalizione nei confronti delle sue scelte è stata, quando di discreto successo, conflittuale, laddove in molti altri casi era, di solito, semplicemente inesistente. Prova ne è il fatto che oggi Tremonti si ritrova in parlamento solo grazie a una candidatura nelle liste della Lega Nord, non del PdL, col quale ha rotto.

– Spesso, seppur non sempre, le politiche economiche degli ultimi dodici anni sono sembrate all’insegna della continuità: aumento della pressione fiscale e stretta nei controlli dell’Agenzia delle Entrate, tanto per fare due esempi. In molti casi l’approccio è stato quasi prettamente ragionieristico e caratterizzato dai cosiddetti tagli lineari, sia nell’era Tremonti sia nell’ultima esperienza di governo tecnico, per citare due casi.

– Se esiste un’istituzione politica che ha capacità di influenzare l’economia nazionale, quello è il MEF. Vista l’enorme mole di PIL intermediato dallo Stato in Italia, direi che questa capacità d’influenza è decisamente rilevante, pur in presenza di molteplici altri fattori.

Conclusione: la nomina del direttore generale della Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni, pur in presenza di un primo ministro “economico” come Enrico Letta, è sulla scia delle nomine dei suoi predecessori. Proprio in virtù delle considerazioni epistemologiche di cui sopra, le scelte economiche di un governo sono anche scelte politiche, nel senso che indirizzano risorse e azioni in un senso piuttosto che un altro, secondo anche una visione della società com’è e come dovrebbe essere. In realtà, questo elemento negli ultimi dodici anni, pur non azzerato, è stato grandemente depotenziato dall’esteso utilizzo di figure autorevoli nonché dalla particolarità del lavoro e del personaggio di Giulio Tremonti. In altri termini, i partiti hanno appaltato da più di un decennio la loro elaborazione economica a figure terze, una sorta di outsourcing delle leve del governo la cui gestione, invece, dovrebbe essere uno degli obiettivi principali dell’attività di un partito.

Le conseguenze sono due: un problema di tipo economico e sociale, perché i partiti si sono rifiutati di esprimere una loro personalità che in prima persona e per loro conto portasse avanti il loro proprio progetto di società, con tutte le conseguenze che vediamo oggi a livello di fisco, lavoro, sviluppo eccetera, proprio per la scelta della continuità e l’incapacità di fare una scelta tra opzioni possibili ma diverse – scelta che, perciò, è una scelta principalmente politica, non meramente tecnica. Inoltre, il depotenziamento dell’influenza dei partiti – intesi non tanto come il loro gruppo dirigente, ma anche come elaborazione ed organizzazione di idee, competenze, proposte, militanza, consenso, nonché come mezzo di contatto col territorio e con la periferia – riduce sensibilmente l’eventuale spazio per richieste e spinte volte a cambiare politiche nel caso in cui queste si rivelino a posteriori inefficaci o sbagliate.

Da ciò deriva un problema democratico: dei partiti di governo che, una volta giunti al potere, non influiscono adeguatamente sulle scelte che modellano e gestiscono la società secondo la propria Weltanschauung, sono partiti che abbandonano la propria ragione sociale e tradiscono il proprio motivo d’esistere. Dei partiti inefficaci nel prendere parte ai processi decisionali e nell’elaborazione politica, economica e sociale che loro compete sono partiti falliti che non screditano solo sé stessi agli occhi dell’opinione pubblica, bensì l’intero sistema istituzionale e parlamentare.

La nomina di Fabrizio Saccomanni mi sembra andare nella stessa, medesima direzione del passato. Nessuna meraviglia, in realtà, visto che a sostenere questo governo sono gli stessi partiti di governo degli ultimi dodici anni.

Moriremo di politicismo

Luigi XVI re di FranciaLa decisione di nominare due commissioni di cosiddetti “saggi” – parola che in realtà Giorgio Napolitano non ha mai usato – che nei prossimi giorni dovrebbero occuparsi di stilare una sorta di programma minimo in materia di riforme istituzionali e di proveddimenti economici urgenti su cui trovare una possibile convergenza di governo, ha provocato una serie di reazioni che ricordano molto quelle che accompagnarono la nascita del governo di Mario Monti nel novembre del 2011.

Ricordiamo che il governo Monti nacque da un crisi politica, benché l’emergenza finanziaria e l’influenza del Quirinale e dell’Unione Europea giocarono un ruolo importante: il governo Berlusconi viveva alla Camera sul filo di lana quasi da un anno, dopo che la fronda finiana divenne forza di opposizione e che il centrodestra vinse il voto di fiducia per soli tre voti (314 contro 311). I numeri risicati e i veti incrociati all’interno della coalizione (da un lato, le esigenze giudiziarie di Silvio Berlusconi, dall’altro i vari niet della Lega Nord su alcune riforme, come quelle delle province e delle pensioni) portarono sostanzialmente all’immobilismo un governo che, nell’estate 2011, per rilanciarsi, concordò con l’UE un patto di rientro ben più rigoroso di quelli firmati da altri paesi europei, un gesto di zelo che, tornati a casa nostra, cozzava con l’impossibilità di approvare alcunché, tant’è vero che l’immobilismo governativo portò addirittura al malcontento e, infine, anche alla defezione di alcuni ultra-berlusconiani della prima ora come Giorgio Stracquadanio, Isabella Bertolini e Gabriella Carlucci. Da qui nacquero le dimissioni del premier di allora, che non furono né un generoso atto di responsabilità (come la vulgata pidiellina cerca di suggerire) né un capolavoro politico di Napolitano (come, invece, gli acritici adulatori del Quirinale, istituzione ormai insopportabilmente incriticabile di per sé, ricordano ogni volta in ignoranza o malafede). Fu, semplicemente, una questione aritmetica dovuta allo sbriciolamento parlamentare di un partito politico di massa nato da un predellino e che, già poco dopo più di un anno dalle elezioni, oltre a essere travolto dagli scandali, aveva perso credibilità, spinta riformatrice (se mai ne ha avuta una), coesione interna. A quel punto, è vero, quella che era la moral suasion del Quirinale divenne, davvero, regia politica. In quel contesto nacque il governo Monti, per amor di verità è giusto ricordarlo.

E’ altrettanto giusto ricordare le reazioni che seguirono quell’operazione politica: Beppe Grillo subito ribattezzò il nuovo premier rigor Montis, il PdL ingoiò il boccone amaro nel nome della responsabilità nazionale pur presentando molte voci critiche, il Pd, sempre nel nome della responsabilità, si accodò all’operazione quirinalizia – Pierluigi Bersani ha ripetuto per un anno e mezzo che non voleva governare sulle macerie. Benché all’epoca a molti sembrava – anche a me – che quella fosse la soluzione migliore, col senno di poi si può azzardare a dire che forse sarebbe stato meglio andare al voto, magari chiedere – ipotizzo – qualche mossa politica alla Germania e alla BCE al fine di coprire l’Italia sul piano finanziario per due o tre mesi, il tempo di andare al voto con Berlusconi all’angolo e Grillo al 5%, al fine di avere un governo legittimato dalle urne, con una maggioranza piuttosto stabile e cinque anni di legislatura davanti.

Ora, mi sembra che si stia seguendo lo stesso copione in piccolo, a prescindere dalle competenze di questi “saggi” e dalla bontà dei progetti che proporranno, e infatti le reazioni sono le medesime di quelle di un anno e mezzo fa: Grillo già disprezza questi esperti, il PdL subisce la manovra (stavolta, benché ringalluzzito dal voto, è comunque minoritario in entrambe le camere), perché tentava nel frattempo di giocare la carta del governo di responsabilità in cui avere il diritto di veto, mentre il Pd si accoda, in preda alle sue nevrosi, non sa cosa fare e aspetta tempi migliori, ad esempio qualche settimana per trovare un accordo in parlamento, o qualche mese per lanciare il nuovo supercandidato Renzi, colui che, se fosse stato in campo a febbraio, avrebbe corso da solo perché gli altri si sarebbero inchinati di fronte alla nuova stella nascente della politica italiana (se non si capisce, sono ironico). A cosa ci ha portato politicamente l’operazione Monti, lo abbiamo visto tutti. Seguire lo stesso copione, può essere solo un momentaneo calmante per un mal di testa che è sintomo di qualcosa di più grave e profondo.

Non siamo una repubblica presidenziale, innanzitutto, c’è bisogno che eruditi ed opinionisti lo scrivano, prima o poi, in un momento di lucidità: la stampa e la politica, oltre a vivere in una bolla, sono ormai paralizzate dai loro totem e tabù e, infatti, il Pd, il partito che questi totem e tabù da sempre si preoccupa di rispettare nel tentativo di piacere alla gente che piace, è ormai sempre più in uno stato nevrotico. In un momento di confusione totale, anche chiedere le dimissioni del Capo dello Stato può diventare, da sgarbo istituzionale, un gesto positivamente rivoluzionario.

In secondo luogo, questo tipo di problemi si risolve in un solo modo: le elezioni. Voi mi dite che c’è il porcellum? Beh, vi svelo un mistero: con i risultati di febbraio l’unico sistema elettorale in grado di garantire una maggioranza sarebbe stato un superporcellum. Non con l’uninominale di tipo inglese, non col proporzionale di tipo spagnolo, non col doppio turno, con nada di nada. Solo con un superpremio di maggioranza artificiosamente costruito in maniera abnorme alla faccia di ogni criterio di proporzione nella rappresentanza degli elettori. E quindi, torniamo a votare, che problema c’è? In un paese che momentaneamente è al riparo da urgentissimi problemi finanziari ma che resta in grave e conclamata crisi economica e sociale, meglio avere un governo che non ci piace che restare in questo pasticcio istituzionale che re Giorgio si sta ostinando a portare avanti.

Endorsement – Io voterei il Partito Democratico

Mi sono fatto un’idea sulle elezioni pur sapendo che non andrò a votare: pur vivendo all’estero da più di due anni, non mi sono mai iscritto all’AIRE, un po’ per pigrizia, un po’ per racconti – raccolti dal vivo e on line – su lunghi mesi di attesa e sull’esclusione dall’assistenza sanitaria in Italia – un po’ perché secondo me quella del voto all’estero è una legge scema (ora, se qualche funzionario si trovasse a leggere queste parole, potrebbe iscrivermi d’ufficio); qualche mese fa avevo organizzato vacanze di Pasqua e ritorno in Italia per il voto a cavallo tra marzo ed aprile, ma poi il governo è caduto in anticipo e quindi amen. Tra l’altro, ho pure abolito le vacanze pasquali in patria. Ma vabbè, facciamo finta che voto.

Per dirla breve, voterei il Partito Democratico. Senza allegria, senza passione, senza convinzione, per carità: io, d’altra parte, non mi definirei di sinistra, centrosinistra, progressista o quello che è. Ho avuto la tessera di FI per tre anni (senza pur mai partecipare attivamente) e da quando voto ho sempre ondeggiato tra FI/PdL e i radicali, sempre meno convintamente nel primo caso, fino a ripromettermi, già un anno dopo le ultime elezioni, di non votare mai più un centrodestra con Berlusconi e il gruppo che lo ha accompagnato nell’ultimo decennio. Vidi con un favore la nascita della fronda finiana, non per particolare affinità ideologica con quel gruppo di parlamentari – alcuni dei quali, tra l’altro, mi sembrano politicamente imbarazzanti – ma per la possibilità di aprire un partito, renderlo vero, democratico, contendibile, permeabile alle influenze esterne e adeguato a gestire, elaborare, discutere le critiche interne come si fa in un partito vero. Com’è finita lo sappiamo tutti, e ora FLI è un micro partitino di stampo social-conservatore rappresentato da dei leader piuttosto parolai, mentre il PdL, dopo quella famosa telefonata in questura e la farsa del Rubygate (nei cui confronti non ho un approccio moralistico, ma mi fa rosicare il fatto che se finisco io in questura non c’è nessun potente ad alzare la cornetta per togliermi dai guai), l’immobilismo al governo (salvo che per certe leggine a uso e consumo di sappiamo chi), gli scandali, la commedia delle primarie (povero Angelino, che figura del cavolo che hai fatto) e la disinibita giravolta nel rapporto col governo dei tecnici, è sempre più una sola cosa: il partito di Berlusconi, punto. A questo punto voi mi direte: e perché’ l’hai votato prima, visto che è sempre, sempre, sempre stato il partito di Berlusconi? Eh, bella domanda. In fondo, ho sempre sperato che l’anomalia si riassorbisse: al di là di una stampa amica capace di sostenere tutto e il contrario di tutto nell’interesse del capo e della presenza di certi tipi che ti raccomando, il PdL – così come FI prima – è stato un partito che comunque i congressi comunali e provinciali li faceva, che includeva correnti politiche differenti che una dialettica interna che non fosse concentrata esclusivamente su cariche e finanziamenti doveva – nelle mie speranze! – prima o poi produrla, che rappresentava più di un terzo dell’elettorato e che quindi non poteva stare tutto sotto un capello solo, quello delle parole, degli interessi, degli errori e delle promesse mancate di Silvio Berlusconi. Ed è l’eterno ritorno – o l’eterna presenza, se volete – di Berlusconi alla guida del movimento, così come dei Verdini, dei Ghedini, dei Gasparri, degli Schifani, dei Romani ecc. (tralascio i Razzi e gli Scilipoti per non farmi venire il sangue allo stomaco) il tappo grosso che blocca il tutto, è stata la loro irremovibilità a essere stata una delle cause del disastro della destra di governo, una destra cialtrona e inefficiente, e lo dico con la rabbia e la delusione di uno che, probabilmente scioccamente, alla possibilità di mettere in atto certe riforme in questo paese per un certo periodo ci ha creduto davvero; di disastro, infatti s’è trattato, poiché puoi cercare tutte le scuse che vuoi, ma, per quanto ragionevoli e veritiere queste siano, ritrovarsi in una precarissima situazione economica e di finanza pubblica dopo otto anni di governo su undici dovrebbero consigliare a chiunque una sola cosa, cioè quella di tornare a casa e di non farsi vedere mai più. O almeno, io mi vergognerei come un cane a uscire di casa dopo un fallimento epocale di questo genere. Puoi anche lamentarti dell’architettura costituzionale di questo paese e sono addirittura disposto a darti ragione su un certo numero di punti, ma, ancora, dopo otto anni su undici al governo se non sei stato capace di giocare con le regole del gioco, è improbabile che siano solo le regole a essere sbagliate, ma è possibilissimo che sia tu a non essere adatto al gioco (nota: questa metafora l’ho copiata, ma non mi ricordo dove l’ho letta).

Riassumendo, sono due le questioni che mi impediranno per sempre di votare il centrodestra così com’è: la totale mancanza di democrazia interna del partito come prima ragione e come concausa della seconda ragione (essendo, tra le altre cose, la democrazia un meccanismo che tendenzialmente e almeno nel lungo termine corregge gli errori o almeno sostituisce chi li combina), cioè il disastro economico a cui ci ha condotto l’esperienza berlusconiana di governo. Forse anche prima, ma sicuramente ora il PdL è invotabile, punkt.

Guardandomi intorno, tra l’altro, ne vedo pochi di partiti che rispettino il requisito di democrazia interna, che non è altro che, in altri termini, essere un partito decentemente normale come accade nel resto d’Europa: quello a cui potrei essere più affine, il partito radicale, è nelle mani di Pannella, mentre l’esperienza di Monti è una lista estemporanea colma di conflitti d’interessi e che è guidata da un nome di prestigio internazionale che usa come stampelle Casini e Fini – anche loro leader indiscussi di partiti privi di democrazia interna. Non è solo un problema dei movimenti liberali, conservatori, o genericamente di centrodestra: SEL, ad esempio, non è altro che una costola un pelino riformata della corrente vendoliana già esistente in Rifondazione e che non trovò nulla di meglio da fare, perso il congresso postelettorale, che fare i capricci, andarsene e fondare un altro – l’ennesimo – movimento di sinistra. Il Movimento 5 Stelle, invece, è un marchio di proprietà di un uomo solo che tra l’altro ideologicamente propugna un modello di democrazia diretta, in rete, priva di corpi intermedi e di rappresentanza che, per motivi che non mi metto ora a spiegare in questo già lungo post, non condivido, quindi, per scartarlo, non mi serve nemmeno scendere nel dettaglio delle sue vaghe e/o deliranti e/o irrealizzabili proposte economiche e sociali.

Queste sono considerazioni su cui mi sono fissato da circa un paio di anni, andando a memoria e quindi, anche qui senza entusiasmo e senza impegno e senza gioia nel cuore, a dicembre ho votato alle primarie del PD (tra l’altro all’estero il voto era on line e gratuito, tiè), proprio perché sono un esercizio di democrazia interna di un partito. Ho votato Bersani perché nelle storie della rottamazione non ci credo, perché mi sembra una persona concreta, perché ha fatto parte di un’esperienza di governo che tra tasse e ricchi che devono piangere comunque la barra dell’equilibrio di bilancio e della riduzione del debito pubblico è riuscita sempre a tenerla ferma (e questa è una cosa di cui abbiamo bisogno ora e avremo bisogno in futuro, in questo paese sommerso dal debito pubblico), perché guida un partito europeista e io sono fortemente, quasi ferocemente, ossessivamente, irrazionalmente europeista, perché tra le poche cose liberali fatte in questo paese ci sono le sue liberalizzazioni, che saranno sicuramente incomplete, che hanno toccato solo certi settori e non altri, tutte le critiche che volete, ma sono stati provvedimenti che hanno aperto il mercato e toccato rendite di posizione e a cui, se vogliamo farci piacere le etichette, non vedo quale altra attaccare se non quella di “liberale” – e, a me, le cose liberali piacciono.

Come probabilmente saprete, nel registrarsi alle primarie si prende l’impegno a votare il centrosinistra. Per i motivi detti sopra non voterò, però mi ero messo l’anima in pace e avevo deciso che, se fossi tornato in Italia, avrei votato il PD (siccome non torno in Italia, sto stressando da qualche settimana mia nonna per mandarla al seggio a votare PD). E’ chiaro, io non sono di sinistra, ho davvero tante idee diverse che non mi metto ad elencare, le lascio intuire a voi facilmente, però non sarei d’accordo nel dire che è un voto dato turandosi il naso, o al meno peggio: penso realmente che le pratiche di democrazia interna siano un elemento positivo, che danno un motivo in più per votare il PD (prevengo una critica: prima di dirmi che erano primarie di apparato e bla bla bla, andate a vedervi quali e quanti sono i tipi di primarie negli Stati Uniti, dove non è mai esistita una cosa come il PCI, poi ne riparliamo).

Infine, è chiaro, c’è l’economia. Per quel che riguarda il PD, penso che il centrosinistra, per quanto abbia lasciato nella sua prima esperienza di governo un paese che, pur con le finanze a posto, cresceva la metà degli altri grandi paesi europei, può essere colpevolizzato solo pro quota: dal 2001 ha governato solo 20 mesi praticamente senza maggioranza, e, vi dico una novità, senza maggioranza non si governa. Colpa o giustificazione? Dal punto di vista della capacità di raccogliere il consenso, la prima, dal punto di vista della pratica di governo, la seconda. Più in generale, l’Italia non sta messa bene e penserete che finora abbia parlato del sesso degli angeli (può darsi che abbiate ragione, ma apertura degli oligopoli e dei monopoli e controllo delle finanze pubbliche a me sembrano cose concretissime e serissime), però, stando al tema, devo ammettere che i candidati con cui sento maggiore vicinanza sono quelli di Fare per Fermare il Declino. Tralascio il recente caso del master di Giannino, soprattutto perché i dubbi sul mio ipotetico voto li ho risolti prima. FID è un partito che mi avrebbe tentato fortemente se fossi andato al voto. D’altra parte, però, c’è che quel voto alle primarie è un po’ come una parola data, dal mio punto di vista. Formalmente non è affatto così, però, provenendo da un’altra cultura politica, aver accettato quella carta d’intenti è come aver fatto una promessa: ok, facciamo a fidarci, io scelgo i vostri candidati, in cambio prometto di votarvi alle prossime elezioni. Non è forse il rispetto della parola data una delle cose che solitamente chiediamo ai politici? Beh, non vedo perché, restando alla politica, questa cosa non debba valere anche per me, elettore, che decido di partecipare attivamente alla scelta di una candidatura alla guida della coalizione. Almeno così io ho vissuto questa cosa, forse non abbastanza laicamente, lo ammetto. In secondo luogo, non credo alle rivoluzioni. Tralasciamo quelle guerreggiate che, a memoria, hanno avuto successo una sola volta negli ultimi secoli, cioè in America. Rimaniamo a quelle pacifiche, e pensate alla delusione della rivoluzione liberale. Le cose cambiano, possono anche cambiare molto, ma molto difficilmente cambiano rapidamente, ancor più difficilmente lo fanno in maniera efficace e indolore allo stesso tempo. Pensate alla rupture di Sarkozy che in tempo cinque anni ha portato al secondo presidente socialista nella storia della Quinta Repubblica francese. Pensiamo, invece, alla capacità di riformare, di parlare al paese che ha avuto un De Gasperi, ad esempio. Di come la destra nella Svezia del welfare state sia stata capace di salire al potere senza minacciare smantellamenti ma portando comunque avanti il proprio punto di vista. Pensiamo alla CDU della Merkel dopo anni di socialdemocrazia. Nessuno ha proposto cambiamenti radicali sventolando bandieroni e minacciando di rivoltare tutto come un calzino, eppure tutti sono al governo ad attuare, pur con difetti e limiti com’è normale, il proprio programma, la propria visione del mondo. Insomma, alla fine di questo post scritto come un flusso di coscienza con in mezzo una pausa caffè, mi limito a dire che non chiedo rivoluzioni, ne ho abbastanza dopo venti anni. Chiedo normalità, un premier normale alla guida di un partito normale composto di persone normali che portano avanti politiche di cambiamento, condivisibili o no, ma normali e su cui si possa cambiare opinione dopo cinque anni come avviene in molti altri paesi. Paesi normali, appunto.

La mia sfera di cristallo

Mario MontiBeh, con qualche ora di anticipo ho intravisto quello che è successo oggi: avevo scritto che il Partito Popolare Europeo avrebbe dovuto esprimere apertamente il suo appoggio a Mario Monti candidato premier, e si può dire che ciò oggi sia successo, seppur in maniera un po’ obliqua. Nessuno si aspettava la presenza del Professore al summit, ai quali non aveva mai partecipato da quando è alla guida del governo, a parte quella volta in cui l’incontro si svolse in Italia e si ritrovò a fare gli onori di casa. E’ invece apparso, ha incassato appoggi dal partito, dal Fondo Monetario Internazionale e, smentito, dalla Merkel (ma che la cancelliera apprezzi il premier è cosa nota, stranota e dichiarata nei giorni passati). Il messaggio che è passato dai partner europei è stato: caro Silvio, non ti vogliamo, il nostro uomo è Mario e non tu, seppur tecnicamente tu faccia parte – con una quota consistente di europarlamentari e voti passati, per giunta – del nostro partito.

Le parole di Berlusconi lasciano il tempo che trovano: ad essere cattivi si potrebbe dire che annaspa o è confuso, ma secondo me sta solamente testando qualsiasi soluzione cercando di tenere insieme il suo partito e contemporaneamente trovare almeno un alleato che gli permetta di rimanere politicamente rilevante nello scenario post-elettorale, poiché, a numeri dei sondaggi invariati, basterebbe una vittoria del centrodestra in Lombardia per vanificare o rendere esigua una vittoria del centrosinistra al Senato – in questo scenario, quella che sarebbe la seconda forza parlamentare in grado di dare un appoggio ad un governo di coalizione avrebbe una parola importante da dire, e sarebbe la parola di Silvio.

Non credo però che l’operazione Monti abbia successo: ricordavo il pericolo di conquistare principati con armi altrui, e l’operazione Monti a centro (o nel nuovo centrodestra a-berlusconiano) mi ricorda quella di Prodi nel campo avverso, che nel 1996 fu candidato “indipendente” di partito gestiti da altri, e nel 2006, pur avendo le liste del futuro Partito Democratico alle spalle, si trovò comunque una coalizione talmente variegata e risicata da dipendere da troppi piccoli capetti (e il PD, in fondo, non era sua né mai lo è stato, piuttosto, semplificando, direi che era di Veltroni e della sua vocazione maggioritaria). In altre parole: di quante truppe dispone Mario Monti? Poche, quasi nessuna, direi: pur ipotizzando l’appoggio dei vari Casini, Fini, Montezemolo, pur considerando una scissione del PdL in suo favore oppure l’abbandono del campo da parte del Cavaliere (fantapolitica, a mio avviso), pur incredibilmente presupponendo una vittoria elettorale di questo blocco, Monti non avrebbe nessuna sua forza alle spalle, nessuna forza in cui abbia fatto carriera politica, di cui sia effettivamente membro, in cui si influente non solo per affinità ideologiche ma anche per relazioni personali, non avrebbe voti effettivamente suoi (per quanto la sua figura possa ingrassare le liste di cui sopra).

Io non sono contrario ai professori in politica, non sono nemmeno contrario al loro “utilizzo” come riserve della Repubblica. Credo, però, che se una delle esigenze dell’Italia sia quello di avere un governo sostenuto da una maggioranza politica, coesa e stabile, un governo di Mario Monti non sarebbe nelle condizioni di rispettare tale requisito, perché sarebbero sempre le truppe  (leggi: voti e apparati di partito) di qualcun altro a decidere chi tenere o mettere a Palazzo Chigi.

L’altra opzione possibile sarebbe quella di un governo PD-centro deciso dopo le elezioni. Nella prospettiva che però segnalavo, cioè quella della nascita di un centrodestra presentabile, non vedo come ciò possa aiutare: sarebbe comunque un governo a guida PD, che non capisco perché debba rinunciare alla premiership e alla golden share della coalizione con tutto quel botto di voti che si porta dietro – Monti potrebbe rimanere ministro dell’Economia, ma non sarebbe la faccia dell’Italia nel mondo, inoltre non sarebbe un governo del partito europeo che oggi ha messo in piedi l’odierna operazione di endorsement. Siamo pur sempre una democrazia parlamentare, direi.

La caduta di Mario Monti e l’azione politica dei partiti europei nei contesti nazionali (2)

EPP logoI recenti fatti che hanno portato all’annuncio di dimissioni da parte del capo del governo hanno mostrato, tra le tante cose, anche il distacco che esiste tra la politica europea e le politiche nazionali. La metto più chiaramente: per come la vedo io, uno degli obiettivi che qualunque sincero federalista europeo dovrebbe avere è quello di avere una efficace politica europea, nel senso della creazione di famiglie politiche, di gruppi, di partiti che agiscano in maniera uniforme a livello continentale, sia nelle istituzioni comunitarie, sia in quelle nazionali.

Nel caso specifico, abbiamo il Partito Popolare Europeo che mostra profondo rammarico nei confronti di un evento – la caduta del governo italiano – causato da un partito che è il suo principale membro tra quelli in Italia. Per fare un esempio in scala ridotta: ricorderete che qualche grattacapo lo creò al Partito Democratico l’appoggio alla giunta di Raffaele Lombardo, ma, ad ogni modo, le peculiarità della politica siciliana e l’occasione di mandare all’opposizione il PdL resero ben accetta questa decisione. Un altro esempio – stavolta ipotetico – ben più calzante sarebbe però un altro: dato che poche settimane fa Mario Monti ha pubblicamente dichiarato la sua affinità con il Partito Popolare Europeo, sarebbe come se il PdL locale avesse fatto cadere una delle sue giunte in Campania, Sardegna o altrove in completo e aperto dissenso con le direttive provenienti da Roma (o Arcore, nel nostro caso). Totalmente schizofrenico, se avvenisse creerebbe almeno una certa tribolazione – e se ci fare caso, è ciò che è accaduto in Sicilia nei vari rimpasti in giunta e con le scissioni e controscissioni nel partito berlusconiano.

Ora, invece, le forti critiche del PPE creano turbamenti a Silvio Berlusconi solo a livello di immagine internazionale (ben più pesanti quelli di capi di governo, invece. O forse no?). Voi direte: ma a Berlusconi non frega una cippa di quello che dicono in Europa, anzi, potrebbe anche recargli vantaggio –  in tal caso non riuscirei a darvi torto. Il punto centrale è che ciò dovrebbe creare problemi ai colleghi popolari di Bruxelles. Nel discorso sull’efficacia dei partiti europei che voglio fare, ciò che intendo è che, se i partiti continentali fossero roba seria, il PdL sarebbe stato sbattuto fuori immediatamente dal gruppo parlamentare europeo e dal PPE stesso. Non è, invece, così, anche perché nell’UE come è oggi i parlamenti nazionali hanno maggiore importanza di quello europeo – che pure da qualche anno ha visto crescere i suoi poteri e probabilmente li vedrà ancora aumentare nei prossimi anni.

Da tempo penso che i partiti nazionali della stessa famiglia debbano iniziare a muoversi con maggiore coordinazione. Dirò di più: da tempo spero che i politici di una nazione inizino a interessarsi sempre maggiormente delle campagne elettorali degli altri paesi, tant’è vero che quando Angela Merkel pensò inizialmente di partecipare attivamente con dichiarazioni pubbliche alla campagna elettorale per le presidenziali francesi, pensai che fosse una buona notizia.  Inoltre, la scorsa primavera abbiamo avuto per la prima volta un interesse incrociato dei media per le elezioni che, magari nella stessa giornata o comunque nell’arco di pochissime settimane, si svolgevano in più paesi (politiche in Grecia, presidenziali in Francia, amministrative in Italia e Germania) e il cui combinato disposto avrebbe – e ha – avuto effetti sulle decisioni prese e livello UE.

Tornando a noi: visto che Monti ha apertamente dichiarato di essere, sostanzialmente, vicino al PPE, i responsabili di quest’ultimo dovrebbero dire: “Noi appoggiamo Mario Monti, il suo governo, il suo prestigio internazionale e la sua politica di risanamento del bilancio pubblico dell’Italia. Nell’ottica dell’integrazione europea e dell’interesse per ciò che accade in ogni paese dell’Unione, noi proponiamo Monti come candidato a guidare una lista col nostro simbolo a cui possono partecipare tutti coloro già oggi appartenenti al PPE oltre a tutti i nuovi soggetti politici che oggi si riconoscono nella famiglia dei popolari e dei moderati italiani ed europei”. Praticamente, tutti i nani, nanerottoli e aspiranti tali del centro (che, ad essere rigorosi, è un centrodestra non berlusconiano), cioè i vari Casini, Fini, Montezemolo, Passera, Riccardi, Pezzotta eccetera sarebbero tutti insieme nella lista del Partito Popolare Europeo, con un leader indiscusso e autorevole e un simbolo nuovo, europeista e attraente per l’elettorato di riferimento (moderato e borghese) di questi gruppi.

A prescindere dalla consistenza elettorale, questa dovrebbe essere un’operazione di alto profilo e di lungo respiro, con l’obiettivo proprio di dare stabile e consistente rappresentanza in Italia a un centrodestra normale, destinato, alla lunga, a rimpiazzare quello berlusconiano, in modo da dire: noi siamo il PPE in Italia, Berlusconi è un’altra cosa, è un paria, piacerà agli antieuropeisti, agli estremisti, ai nostalgici della lira, ma a noi che siamo seri e responsabili no. Se fosse, però, solo un’ammucchiata di capetti coi loro privati eserciti, consiglierei a Monti di starsene a casa e ad aspettare la chiamata per il Quirinale o via XX Settembre, poiché con le armi altrui può essere facile conquistare principati, ma assai difficile mantenerli.

[2 / continua]

(1- “Live together, die alone”: contro il concetto di sovranità nazionale in Europa)

La democrazia dei partiti senza democrazia

LeadershipNelle ultime settimane – diciamo pure negli ultimi mesi – sono andato pensando a come comportarmi in vista delle prossime elezioni. Tendenzialmente, io sono uno che a votare ci va quasi sempre: diserto strategicamente alcune consultazioni referendarie per motivazioni legate al quorum (e questo ad alcuni di voi sembrerà discutibile, ed in effetti lo è: non sono mica così sicuro di aver fatto la scelta giusta in tali casi), ma cerco sempre di scegliere un candidato, una lista, un partito in ogni occasione. Riepilogando, tutta la mia storia elettorale si riassume in un’oscillazione tra FI/PdL (più spesso) e le varie liste radicali (qualche volta); mi ricordo inoltre di aver votato nel mio paese una lista civica di centrosinistra, con candidato sindaco della Margherita – noto preoccupandomi che ho buona memoria per queste cose.

Senza fare qui, ora e in poche righe la storia del decennio berlusconiano passato, mi sono messo in mente che uno dei tanti motivi del fallimento del centrodestra nella seconda repubblica è stato il suo tratto costitutivamente padronale e lideristico. Per come la vedo io, la libera discussione è un elemento fondamentale per il benessere di qualsiasi società per via di un fatto essenzialmente epistemico prima ancora che morale: per metterla in breve, nessuno può mai dire di avere ragione su tutto, e un qualsiasi luogo di dibattito, un’arena, un colloquio tra conoscenti implica la forte possibilità che qualcuno dica «Guarda che hai torto!», che si presentino disaccordi lievi oppure forti ed evidenti. Ciò non implica che l’altra persona, l’altra fazione, l’altro gruppo abbia oggettivamente torto, bensì implica l’ovvio riconoscimento che la conoscenza umana è fallibile, che nessuno possiede la risposta giusta a prescindere (benché ciò non escluda il fatto che l’abbia dopo attento studio e scrupolosa analisi), che ogni idea, teoria, decisione ha bisogno di essere testata, di un certo grado di corroborazione per poter mostrare un certo livello di ragionevolezza e adesione alla realtà, e che insomma un certo livello di modestia epistemica, conoscitiva e quindi decisionale è in questa ottica doverosa per ogni individuo o per ogni gruppo di individui che si trovi a dover compiere una scelta e a determinare un criterio. Quanto tutto ciò sia in contraddizione con la prassi di un partito politico in cui alla fine della fiera c’è un punto fermo indiscutibile, un leader mai messo in discussione né che è possibile mettere in discussione, è talmente ovvio che credo non ci sia nulla da spiegare. Insomma, si può pure concedere che una singola, eccezionale decisione possa essere frutto dell’intuizione di un genio, ma un’attività di governo lunga un decennio avrebbe avuto bisogno di qualcosa di più di un soggetto politico che ancora oggi, dopo ben due decenni di esistenza, dà la sensazione di essere solamente la filiazione di un Uno da cui tutto emana e a cui tutto torna.

Questo, quindi è stato per me uno dei problemi fondamentali della politica dell’ultimo decennio. Uno dei criteri che mi pongo, quindi, è il seguente: non voterò più un partito che non dia luogo a livelli accettabili di dibattito libero e razionale, non solo sulle idee, sui programmi e sulle decisioni concrete, ma anche sulle persone che ne occupano ruoli di una certa rilevanza. Insomma, potrei votare solo un partito le cui posizioni di vertice siano contendibili da altri militanti, iscritti o dirigenti di livello inferiore attraverso meccanismi decisionali sostanzialmente democratici, equi, noti e prestabiliti.

Ora, l’errore che si potrebbe fare è quello di pensare che solo il PdL soffra di questo problema: in realtà, con una rapida carrellata, potremmo notare che tutti i partiti e i movimenti principali che si presenteranno alle prossime elezioni soffrono di questo deficit democratico interno, a parte un paio. Uno è Rifondazione Comunista, partito agonizzante in termini numerici rispetto ai fasti di cinque o quindici anni fa, ma che comunque mantiene una sua dialettica interna e ha un segretario eletto in un regolare congresso contro una consistente minoranza (che poi il capo di questa minoranza non abbia resistito alla sconfitta e nel giro di pochi mesi si sia fatto un partito tutto suo è un altro paio di maniche). L’altro, decisamente più votabile dal mio personalissimo punto di vista, è il Partito Democratico. La mia scelta, quindi, a questo punto già sembra molto ristretta, quasi determinata.

Crisi dei partiti? Solo quelli di centrodestra

Oltre a tante dichiarazioni sceme sulle ultime elezioni, ad esempio di La Russa (“Abbiamo sbagliato i candidati”), Cicchitto (“Pdl meglio di quanto non si dica”), Alemanno (“E’ stato referendum contro l’Imu”) e anche Napolitano (“Grillini? Non vedo nessun boom”), ce n’è una che mi a naso mi convinceva avendo io dato un’occhiata ai dati qua e là. E’ quella di Massimo D’Alema, che ha affermato: “Questa non è la caduta dei partiti, ma la caduta dei partiti che hanno governato con Berlusconi”. Per essere proprio sicuro, mi sono preso mezz’ora e ho fatto questa tabella con i risultati nei capoluoghi di provincia (sperando che si legga, altrimenti click sull’immagine per ingrandirla):

 

Clicca per ingrandire

Ho dimenticato di scrivere che il dato di Palermo è di 580 sezioni su 600. Inoltre – spero che si legga, altrimenti cliccate sull’immagine per ingrandirla – la scritta su Palermo ricorda che nel 2007 la lista civica di appoggio al candidato sindaco era per Leoluca Orlando, dell’Italia dei Valori, e che è arrivata all’8,7%, mentre nel 2012 quella in appoggio a Ferrandelli (Pd) è arrivata al 6,2%. Se si tiene conto che all’epoca l’Idv non raggiunse nemmeno il 3% avendo il proprio candidato, si può ragionevolmente sostenere come il tracollo del Pd in città sia anche dovuto, oggi, a) alla presenza di un altro candidato di centrosinistra molto forte (di nuovo Orlando, ma stavolta contro), b) alla presenza di una lista civica che ha drenato i voti del Pd così come all’epoca li drenò all’Idv, c) o meglio ancora corollario del primo punto, la vicinanza passata di Ferrandelli alla giunta Lombardo, non popolarissima tra gli elettori di centrosinistra che quindi avranno preferito, compresi quelli del Pd, dirottare parte dei propri voti altrove. Questo ragionamento invece non spiega completamente il crollo di Genova, il –10,7%, dove la lista di appoggio a un candidato vicino a SEL può aver preso solo parte dei voti del Pd, che nel 2007, in assenza di una lista per Marta Vincenzi, superò abbondantemente il 30%. Un punto a cui dare un’occhiata è quello dei candidati della lista del sindaco: se sono candidati “forti” del Pd, spiegherebbero molto, altrimenti no. Diciamo quindi che in una delle due città c’è un problema: nonostante la teoria di cui sopra, credo che il Pd abbia avuto sì qualche difficoltà sì a Genova (e il M5s sarà quindi andato forte forse perché, oltre a drenare i voti in uscita da destra come ovunque, ha colpito, seppur poco a mio avviso, anche a sinistra), ma soprattutto ne abbia incontrate a Palermo a seguito del travagliato appoggio in regione alla giunta Lombardo e alle discusse primarie di qualche settimana fa.

Per il resto, tolto il singolo problema palermitano, si vede come a livello di percentuali il Pd tenga: guadagna o perde cifre attorno al 5%, con una leggera prevalenza delle città in cui perde. Nel 2007, è vero, si era nel pieno dell’impopolarissimo governo Prodi, ma è anche vero che da lì a un anno si sarebbe avuto quel 33,1% delle politiche 2008 che è ancora oggi uno dei migliori risultati nella breve storia del Pd; oggi, tra crisi economica e dei partiti, si può invece dire che a dispetto dei propri maggiori concorrenti al centro e a destra, il Pd abbia tenuto, e bene. Con questi dati e con l’attuale legge elettorale, la cosiddetta foto di Vasto raggiunge con una certa tranquillità la maggioranza in entrambe le camere, mentre i partiti che nell’ultimo decennio hanno sostenuto i governi di Silvio Berlusconi sono fortemente ridimensionati.

Più che crisi di partiti, direi che è una crisi dei partiti del centrodestra. Nonostante tutti i guai, il centrosinistra tiene e questo potrebbe spingerlo a chiedere le elezioni, anche se sembra per ora che sia dalle parti del PdL che ci sia più voglia di staccare la spina al governo dei tecnici. Io, fossi, in Bersani, continuerei sulla linea sostenuta finora. Forse funziona.


Aggiornamento del 9 maggio 2012: Segnalo l’analisi del prof. D’Alimonte sul sito del Centro Italiano Studi Elettorali, che mostra come lo smottamento dal 2008 ad oggi sia stato quasi tutto a destra. C.v.d.

E non finisce qui

Silvio Berlusconi in auto al QuirinaleCome diceva il mio omonimo: e non finisce qui. Già, perché chi pensa che Berlusconi sia finito, che comunque la sua carriera sia ormai declinante nel breve periodo, temo che si sbagli di grosso. Primo, perché l’uomo è intelligente e tenace. Secondo, perché il PdL, che è riuscito per ora a tenere unito, è ancora il primo partito in entrambi i rami del parlamento, e con i suoi alleati leghisti e sedicenti responsabili può ancora contare (salvo numerose defezioni) della maggioranza assoluta al Senato – e in democrazia, crisi o non crisi, spread o non spread, fiducia o sfiducia dei mercati, all’aritmetica non si sfugge.

Detto questo, vorrei aggiungere che quello che è successo in questi giorni dà ragione a quelli che – per mesi se non addirittura anni – da destra, da un punto di vista moderato o comunque non pregiudizialmente ostile, continuavano a sostenere alcuni concetti chiave: innanzitutto, che governare con la Lega è un problema per una forza che si dice moderata e riformatrice (figuriamoci liberale). La Lega ha bloccato l’abolizione delle province, la Lega ha bloccato la riforma delle pensioni, la Lega vuole tenere in piedi svariati carrozzoni pubblici locali e i suoi amministratori sul territorio si sono nettamente schierati, a giugno, contro una legge sui servizi pubblici fatta dal governo a cui la stessa Lega partecipa, la Lega usa toni e argomenti così estremi che non hanno eguali tra gli alleati dei vari membri del Ppe in Europa, la Lega ha cercato di mettere in piedi il cosiddetto federalismo fiscale che, se un giorno vedrà l’approvazione, metterà in piedi un sistema costoso per le casse dello stato (e quindi per le tasche degli italiani) e quindi a repentaglio il buon nome di tutte le giuste, o almeno ragionevoli, battaglie fatte da decenni da tutti i federalisti d’Italia. Questa è stata l’alleanza con la Lega.

In secondo luogo, ha dato ragione a chi diceva che i tagli lineari di Giulio Tremonti (negli ultimi mesi in cattivi rapporti col resto del governo, ma prima trattato pubblicamente come un genio dallo stesso Silvio Berlusconi) potevano sì tenere momentaneamente i conti sotto controllo, ma non avrebbero mai aiutato la crescita (anzi, l’avrebbero penalizzata), di conseguenza sarebbero stati in poco tempo causa di nuovi buchi nelle casse dello stato, di non previsti benché prevedibili deficit e di nuovo debito pubblico, e così via in una spirale senza fine. Questo dicevano in tanti e questo è accaduto, ma il mantra dei “conti a posto” è andato avanti per tre anni – non solo da parte del governo, ma anche da parte di quegli editorialisti e di quei direttori di giornale che, tanto per fare un esempio, si sono affrettati a nominare l’ormai ex ministro del Tesoro uomo dell’anno.

Infine, ha dato ragione a chi diceva che con pochi numeri nelle camere non si può andare avanti, si possono ottenere fiducie su fiducie grazie a parlamentari del calibro di Razzi, Scilipoti e compagnia bella, ma non si può tenere compatta una maggioranza sui provvedimenti che riguardano il paese, i mal di pancia vengono inevitabilmente fuori su questo o quel provvedimento, e poi alla fine non ci si può meravigliare se dopo un anno di non governo i mercati ringhiano e gli scontenti vengono allo scoperto. Era un castello di carte destinato a venire giù al primo refolo, e dai mercati, dai partner europei e dal Quirinale invece il soffio è stato bello forte.

Questo hanno detto in tanti per uno, due, tre anni, e ogni volta sono stati etichettati come traditori, catastrofisti, senza parlare del complottismo che ormai sembra diventare parte integrante del centrodestra anche ai più alti livelli (gli “attacchi della speculazione”, quando parliamo di migliaia di soggetti prestatori che non hanno intenzione di prestare denaro a poco a chi lo sperpera e a chi ogni giorno perde sempre più credibilità politica e finanziaria). E il disastro di questi giorni – finanziario per il paese, politico per il centrodestra – è colpa di chi si è fatto trascinare dai falchi, di chi non ha saputo dire di no al capo di fronte anche ai fatti più imbarazzanti, di chi non si è reso conto che otto anni su dieci al governo non concedono scuse a nessuno, di chi ha pensato col limite temporale di questa legislatura e non con gli occhi alla situazione del paese di oggi e di domani, tradendo, una volta ancora, le tante promesse fatte agli italiani – che magari, da ora in poi, ogni volta che penseranno alle riforme liberali torneranno purtroppo con la mente alle politiche dei governi Berlusconi che, di riformatore e liberale col passare del tempo hanno avuto sempre meno, se non addirittura proprio nulla.

L’ombra del Cav. sul novello senatore

Silvio Berlusconi e Mario MontiIo lo so che in giro ci sono precisi geometri che stanno lavorando per puntellare il perimetro del nuovo governo, poiché oltre ai numeri dello spread coi Bund, della crescita del PIL e del debito pubblico, ci sono anche quelli del parlamento, di cui bisogna assolutissimamente tenere conto. Il punto è questo: l’uomo di re Giorgio è Mario Monti, appena nominato senatore a vita, e non gli si può dire di no. C’è, però, in realtà chi si oppone, e sono le ali: la Lega Nord e l’Italia dei Valori vogliono andare alle urne.

A questo punto, chi appoggia il governo Monti? Pd, Terzo Polo tutto, radicali, gli uomini di Micciché (forse), il gruppo di venti deputati che nascerà domani e che si chiamerà Costituente Popolare e riunirà l’Mpa e molti fuoriusciti PdL (ma gente come Versace e Buonfiglio resterà fuori, pare). Ora, se la matematica non è un’opinione e se il foglio Excel che tengo aggiornato da un anno non mi inganna, nella migliore delle ipotesi un governo del genere avrebbe 310-315 voti, che sono assolutamente insufficienti. E lascio stare il Senato dove le cose sono messe anche peggio. A questo punto, ci vorrebbe davvero lo spappolamento del Popolo della Libertà, ad esempio con la fuoriuscita degli scajolani, per avere una maggioranza, che sarebbe comunque inferiore a quella del centrodestra del 2008, con duri provvedimenti da prendere. Oppure – ed è quello che sembra stia accadendo – ci sarebbe bisogno del contributo di Silvio Berlusconi, che dando il suo ok al governo Monti rimarrebbe in gioco nonostante la bocciatura dei mercati e la perdita della maggioranza, e bloccherebbe l’emorragia di deputati dal suo partito, addirittura schierandosi con l’ala più moderata e dialogante. Ed essendo quello del Popolo della Libertà il gruppo più ampio in entrambe le Camere, a me sembra chiaro che il Cav. avrebbe la golden share del governo Monti. Perché?

Questa è la mia teoria: a questo punto il giochetto potrebbe essere quello del fu governo Dini – l’astensione sulla fiducia, e il voto su ogni singolo provvedimento se e solo se d’accordo, tra l’altro senza rompere con la Lega a differenza di allora – per rimanere abbastanza defilato da far lavorare il governo, non creare disastri sui mercati e consolidare la tenuta dei gruppi parlamentari e del partito, e abbastanza in gioco da far andare giù il nuovo governo non appena l’aria torna buona. Non dico che funzioni, dico che sto giochetto il Cav. potrebbe provarlo – poi magari domani si sganciano in cinquanta dal PdL tra Camera e Senato e il governo campa per i fatti suoi e il Cav. fa direttamente l’oppositore. Però dobbiamo considerare che nelle Camere Monti una maggioranza deve averla e il PdL è ancora il gruppo più grande di tutti, per ora. E un governo appoggiato dal Cav. è un governo che il Cav. può tirare giù quando vuole, o i cui provvedimenti può bloccare ogni volta che gli garba, secondo me. Via lo champagne, in politica nessuno è mai morto definitivamente (pensate al revival di questi giorni di Paolo Cirino Pomicino: e chi l’avrebbe detto mai venti anni fa?). Peccato che i mercati – giustamente – non apprezzerebbero uno scenario di questo tipo.

Un fallimento epocale

Berlusconi sfinge di sabbia, opera di Sislej Xhafa. Immagine tratta da Linkiesta.it.

Il punto, dopo tutto, è semplice: siamo di fronte a un fallimento culturale irreversibile di un blocco politico, di una classe dirigente. Che aveva colto e interpretato delle domande strutturali, aveva vinto la fiducia del paese e avuto diverse occasioni per cambiare davvero il paese. Non è riuscita a fare quel che ha promesso, ciò per cui esisteva. Ed è per questo che, alla fine di questo ventennio, ci troviamo a raccogliere indignazione e rabbia ben aldilà dei confini di chi detestava Berlusconi, di chi era ossessionato dal conflitto d’interessi o, più tardi, da Patrizia d’Addario e da Ruby. No, oggi la rabbia e l’indignazione attraversano le generazioni, i territori e la Rete, e colpiscono un ceto politico ritenuto inadeguato, e di una classe dirigente egemone che non ha dato nessuna risposta.

Questo pezzo è magistrale. Spiega benissimo il punto in cui siamo ora, cioè un’Italia che nel 2011 è tornata ad avere gli stessi problemi del 1992, soprattutto per colpa della classe politica alla guida del paese nell’ultimo decennio. La mia opinione è che tutto ciò che in qualche modo si definisce “destra” o “centrodestra” nel paese sia condannato questa volta a una lunga, e vera, traversata nel deserto: salvo colpi di scena o suicidi da parte democratica, il governo di questo paese è destinato, nel giro di due anni, a passare di mano e a vedere lo sbriciolamento di tutta la sua classe politica. Una classe politica in primo luogo arrogante, che mi ha causato un fastidio via via sempre più crescente in ogni sua dichiarazione, intervista, comparsata televisiva e così via, in cui ogni problema era nascosto dietro la sua negazione o dietro il ricordo di marachelle passate (ma ormai troppo lontane nel tempo) della controparte politica, o nel ricordare “la maggioranza degli italiani è con noi” dimenticando quella cautela e quella modestia dovute alla semplice presa d’atto che, in democrazia, le maggioranze e le cariche sono sempre pro tempore. Quella al governo oggi e negli ultimi dieci anni – salva la parentesi dell’Unione – è stata anche una classe politica inefficiente e bugiarda, che ci ha imbambolato con le promesse di riforme liberalizzatrici, di semplificazione burocratica di tagli fiscali e tutto il resto – cose che, chi scrive, continua ancora a sostenere come necessarie, ma che chi ci governa oramai ripete a pappagallo senza sapere di cosa parla. Perché, poi c’è anche questo punto: l’incompetenza, la sensazione che molti ripetano le solite, stesse ritrite frasi, senza conoscere la reale complessità di ogni problema, accontentandosi nel migliore dei casi di vantarsi di aver approvato questo o quel minuscolo provvedimento legislativo che alla fine della fiera si rivela tuttavia insufficiente e, spesso, inutile o dannoso.

E, poi, c’è questa impressione che dal 2001, mese dopo mese, anno dopo anno, si è fatta sempre più percezione di una concreta realtà, cioè quella di un leader sempre più interessato ai fatti suoi e sempre meno a quelli del paese, pronto a fare fuoco e fiamme in tv, sui giornali, in piazza e in parlamento a causa dei suoi problemi, e assolutamente disinteressato di quelli del resto d’Italia. La persecuzione giudiziaria – ammesso e non concesso che esista – si combatte solo con una seria opera di riforma della giustizia penale. E’ l’unico modo, altrimenti quello che ad alcuni è sembrato veramente un fumus persecutionis non si rivela altro che la scusa per tirare su un velo di Maya di fronte all’opinione pubblica e al proprio elettorato al fine di curare solo ed esclusivamente i propri, particolarissimi, interessi.

Diciamocelo chiaramente: non è un male essere leader controversi che applicano politiche molto discusse e a loro volta controverse. Margaret Thatcher, ad esempio, criticata dai suoi rivali e detrattori all’epoca e anche oggi, qualunque cosa voi ne pensiate, poté presentarsi fuori dalla sede del primo ministro a Downing Street sostenendo di aver lasciato un paese migliore di quello che aveva trovato – ed è indubbio che all’inizio degli anni ‘90 molti dei nodi del Regno Unito di fine anni ‘70 fossero stati finalmente sciolti. In Italia, invece, questa classe politica e il suo leader non possono né potranno dire altrettanto: lasciano un paese sfiancato dalle continue polemiche politiche e dalla delusione per le promesse mancate; lasciano un paese in condizioni finanziarie, sociali, industriali uguali se non peggiori di dieci anni fa; lasciano un paese in cui la corruzione e i privilegi del ceto politico sono rimasti inalterati, se non peggiorati, assieme ai problemi endemici che affliggono il paese; lasciano un paese in cui, chiunque verrà dopo, di qualsiasi colore politico sia, avrà l’obbligo di rimettere mano a questo paese, alla sua economia, alle sue istituzioni, alla sua immagine.

E risulta veramente senza senso se non ridicolo il discorso di chi dice “E ma le opposizioni…” e di chi ricorda questa o quella crisi o l’eredità dei passati governi. Primo, perché nessuno sostiene che queste siano le migliori opposizioni del mondo. Secondo, la crisi ce l’hanno avuta tutti nel mondo e casi così clamorosi di prolungato insuccesso nei grandi paesi non ve ne sono a prima vista. Terzo, perché se hai governato per otto anni su dieci, la colpa dei problemi passati non risolti diventa tua. Tu avevi la responsabilità di risolverli. Tu avevi la responsabilità di non crearne di nuovi. Tu avevi la responsabilità di mettere in piedi le condizioni perché questo paese procedesse verso il meglio. E non l’hai fatto, non l’hai fatto, non l’hai fatto. C’è chi dice nel centrodestra, tra le giovani leve, che c’è ancora tempo, che bisogna rimettersi in cammino. Io penso, da elettore e null’altro quale sono, che sia ora, nello spirito della politica dell’alternanza che è sempre stato un cavallo di battaglia della destra, di cambiare governo (oggi, tra un anno, tra due) e di dare spazio alla sua alternativa di fronte a un fallimento di queste dimensioni. Nei paesi civili – quelli liberali, quelli moderni, quelli anglosassoni che ci piacciono tanto e che puniscono nelle urne i propri governanti e perciò li migliorano – funziona così.