Tutte le tasse del centrodestra

Meno tasse per tutti

  • Aumento IVA pay tv (2009): dal 10% al 20%;
  • Tassa SIAE (decreto Bondi 2010): si va dai 22 centesimi per ogni ora di registrazione musicale su CD e DVD fino a quasi 40 € per gli hard disk integrati;
  • Accise sulla benzina (finanziamento FUS): +0,19 centesimi € al litro da luglio 2011;
  • Accise sulla benzina (spese per l’immigrazione dal Nord Africa): +4 centesimi € al litro da luglio 2011;
  • Imposte di bollo su deposito titoli (Bot, Btp, obbligazioni ecc.): aumento da 34,20 € l’anno a 120 € l’anno fino al 2013, poi 150 € sotto i 50mila € e 380 € sopra (stangata al piccolo risparmio);
  • Superbollo auto: 10 euro in più per ogni kW sopra i 300 (nel 2008 Berlusconi promise l’abolizione);
  • Aumento Irap banche e compagnie finanziarie: dal 3,9% al 4,65% (e indovinate su chi verrà scaricato l’aumento?);
  • Aumento Irap assicurazioni: dal 3,9% al 5,9% (idem come sopra).

Queste ultime quattro sono tra le proposte nel decreto in esame ora la Quirinale e presto in parlamento. Nel frattempo, ricordatevi di Equitalia, dei regali alle banche, dei 300 milioni buttati per il mancato accorpamento di referendum e amministrative, del miliardo e mezzo non risparmiato per la mancata abolizione delle province (promessa elettorale di destra e di sinistra ancora oggi disattesa, anche dal Pd), delle spese della politica che sono sempre là. Ah, e sono andato a memoria e non mi sono messo a controllare le varie addizionali locali.

Nel giro di dieci anni si è passato dal “meno tasse per tutti” (bugia), al “meno tasse per qualcuno”,  e poi dal “non aumenteremo le tasse” (bugia), al “più tasse per qualcuno”. Il passo al “più tasse per tutti” è breve, con questo andazzo.

Le primarie del PdL. Ok, ma i soldi?

FundraisingA partire dalla sconfitta del centrodestra nelle scorse amministrative è partito un dibattitto sulla democrazia interna del Popoli della Libertà, e in particolare sulla necessità o meno di istituire delle elezioni primarie.

Semplificando le diverse posizioni, e precisando che le primarie con iscritti e più candidati non sono altro che congressi (il che sarebbe già un passo avanti, rispetto alla situazione attuale): da un lato ci sono gli esponenti politici che le rifiutano in toto, oppure che hanno intenzione di proporle – anche attraverso disegni di legge che, se approvati, le renderebbero obbligatorie per tutti i partiti – ma solo per le cariche monocratiche o per i dirigenti locali – quindi di fatto escludendo la possibilità di rimettere in discussione la leadership di Silvio Berlusconi e delle più alte cariche del partito, dove invece sta la ciccia del problema di questo partito. Dall’altro lato ci sono alcuni giornalisti e soprattutto molti simpatizzanti e militanti di centrodestra sul web che chiedono semplici primarie aperte all’americana che rimettano in discussione tutto, Berlusconi compreso.

Come la penso io sulla leadership del PdL l’ho già scritto: prima Berlusconi, e molti ministri ed importanti esponenti, lasciano la guida del paese e del partito, meglio è. Penso che sia condizione necessaria perché molti come me, ormai molto lontani dal centrodestra com’è oggi, tornino ad interessarsene e, se possibile, inizino a parteciparvi. Penso inoltre che la proposta di regolamento del Foglio sia perfetta. Voglio inoltre segnalarvi questo articolo di Simone Bressan, pubblicato anche sul Tempo, su cui ho da fare – e ho fatto – un solo commento, cioè che al ragionamento che viene esposto sulle primarie, bisogna però associarne un altro, cioè quello del finanziamento del partito, perché a mio avviso ci sono due ordini di problemi di cui tenere assolutamente conto: in primo luogo, è necessario sapere qual è grosso modo la quota delle spese del partito o per attività ed eventi collegati al partito pagate direttamente da Silvio Berlusconi, e quale è pagata invece dal tesseramento, dai contributi volontari, dai contributi dei parlamentari, dai rimborsi elettorali, o da altro. In secondo luogo bisogna iniziare a capire cosa pensiamo e vogliamo fare di un’idea “americana” come il fund raising, o di altre questioni come una maggiore detraibilità del contributo politico e il suo limite di valore, il regime speciale di finanziamento ai singoli candidati, e i meccanismi (ora scandalosi) di rimborso elettorale.

Io non voglio essere né maligno né pessimista, ma nella mia mente c’è il seguente worst-case scenario: si fanno le primarie, Berlusconi le perde, e per qualsiasi motivo decide di chiudere la borsa e il partito finanziariamente va gambe all’aria. Questo è un problema che bisogna porsi, realisticamente parlando.

Concludo segnalando la risposta di Simone:

Se così fosse (e mi sa tanto di sì) significherebbe che questo partito è diventato proprietà intellettuale e non del Premier. Però abbiamo visto che i movimenti stanno in piedi in molti paesi del mondo senza tycoon disposti a metterci denaro proprio. Partiamo da lì: dal fundraising, dai versamenti per le primarie e da un minimo di competizione. Anche i partiti imparino a stare sul mercato come fanno aziende, associazioni culturali, fondazioni.

Oltre a non poter che essere assolutamente d’accordo, dico che questo metodo – quello di parlare dei soldi con realismo e trasparenza allo stesso tempo – è anche il migliore per combattere i populismi e la demagogia grillina che sempre più spazio stanno prendendo nella vita pubblica di questo paese.

Ancora sulle elezioni a Milano

interno.itDue giorni fa scrivevo come, a mio avviso, la sconfitta provvisoria di Letizia Moratti al primo turno delle comunali di Milano non sia dovuto – come sostengono molti esponenti del centrodestra – ad una mancata partecipazione dell’elettorato di riferimento e al previsto dirottamento di voti verso il Terzo polo, ma piuttosto, facendo riferimento alla precedente consultazione cittadina del 2006, a questi due fattori sommati ad un certo spostamento di voti moderati a sinistra e un piccolo cedimento leghista verso il candidato grillino.

Segnalo, ora, che l’Istituto Cattaneo ha pubblicato la sua analisi di flussi elettorali in un confronto con le regionali 2010, secondo cui l’astensione non ha intaccato il consenso del centrodestra (anche per via dell’aumento della partecipazione rispetto ad un anno fa); l’affluenza ha piuttosto premiato Pd e partiti di sinistra, in un quadro in cui le due coalizioni sono e restano impermeabili, salvo un lieve cedimento del Pdl a favore di alcune liste minori di centrosinistra. Il rapporto segnala inoltre un passaggio del 0,5% dalla Lega Nord al Movimento 5 Stelle.

A me continua a sembrare che la tattica del recupero dell’elettorato più affezionato da parte di PdL e Lega sia sbagliato, perché si tratta in realtà di convincere elettori persi da almeno più di un anno (quindi, elettoralmente parlando, da due anni), e il cui grado di distacco dal centrodestra non è dunque estemporaneo. Le cavolate tipo zingaropoli, quindi, sono utili solo a perdere la faccia. Dal lato del centrosinistra sarà invece sufficiente tenere alta la partecipazione degli elettori del primo turno, mantenendo il profilo della campagna elettorale precedente il primo turno e rubacchiando qualcosa dai candidati minori, per ottenere la poltrona di Palazzo Marino.

Elezioni a Milano e analisi sbagliate

Silvio Berlusconi al Tg1A seguire la campagna elettorale impostata negli ultimi due giorni dal centrodestra, esemplificata nell’intervista multipla di Berlusconi, a me sembra che il PdL rischi di prendere un’altra tranvata al ballottaggio di Milano. Mi spiego, guardando ai dati di cinque anni fa e di lunedì scorso.

Nel 2006 Bruno Ferrante prese gli stessi voti presi adesso da Giuliano Pisapia. Letizia Moratti, invece, all’epoca prese ben 80mila voti in più, passando oggi dal 52% al 41,6%. Sembra quindi, a leggere e sentire le dichiarazioni dei suoi esponenti, che l’analisi del PdL basata su tali dati sia questa: in realtà il centrosinistra è rimasto fermo al palo, siamo noi che tra Terzo Polo ed astensionismo abbiamo perso elettorato. Da qui la strategia di questa settimana: dobbiamo tenere sulla corda chi ci ha votato, far tornare al voto i nostri elettori sfiduciati e riattirare i moderati o presunti moderati del Terzo Polo. E quindi via con roba tipo la zingaropoli, la droga libera, la città islamica e così via.

Il fatto però è che cinque anni fa il duo Moratti-Ferrante non aveva nemici, e il gruppuscolo di candidati minori raccolse un complessivo 1%. Questa volta invece, oltre al già citato Terzo Polo (5,5%), c’era anche un altro avversario a sinistra, cioè il candidato dei grillini che ha raccolto il 3,4%; inoltre la somma dei candidati minori – da tenere presente – fa 1,5%. C’è quindi un 5% circa che balla, costituito in gran parte dal voto di protesta per il M5S.

Il mio punto è questo: se parte di quel voto di protesta viene dall’astensionismo, sospetto che per una certa quota abbia anche origine dalla Lega e dal suo elettorato non militante, non più fidato, ma sicuramente dalla caratterizzazione movimentista, e per altra parte viene dal logoramento a sinistra della coalizione a sostegno di Pisapia. Questo significa che, se Pisapia ha avuto lo stesso consenso di Ferrante, questo è dovuto anche ad un recupero al centro per via di un certo spostamento (non di massa ma, nell’ambito di una corsa sul filo di lana, significativo) di elettorato moderato da destra a sinistra – un elettorato molto difficilmente recuperabile in due settimane di campagna elettorale.

Per questo motivo, i toni alti ed esasperati impressi dal PdL sin da dopo il ballottaggio, potrebbero essere inutili, se non anche controproducenti, nella rincorsa al recupero dell’elettorato moderato.

La mia personalissima lista di quelli da fare fuori nel PdL

Verdini Gasparri La RussaGià prima di queste amministrative, avevo in mente un bel post dal titolo già pronto, “Il fascino del secchione, ovvero elogio di Pierluigi Bersani”, ma non ho mai trovato il tempo per scriverlo. Nel frattempo, ispirato da questo post che chiede di lasciar perdere i due co-fondatori del PdL nell’opera di progettazione del futuro del centrodestra, mi limito a buttare giù una lista di quelli che hanno sfasciato il PdL, trasformandolo da progetto fusionista di culture liberali, conservatrici, cattolici e riformatrici a un drappello di urlatori al seguito di un leader che ormai parla solo di sé e dei suoi nemici, dimenticandosi di quelli che ci sono in mezzo, cioè gli italiani. La lista è questa (eventuali suggerimenti per le aggiunte sono i benvenuti):

– Daniela Santanché
– Ignazio La Russa
– Sandro Bondi
– Maurizio Sacconi
– Michela Brambilla
– Maurizio Gasparri
– Gaetano Quagliariello
– Nicola Cosentino
– Carlo Giovanardi
– Renato Schifani
– Franco Frattini
– Altero Matteoli

Più, ovviamente, il vero responsabile di tutto, cioè Silvio Berlusconi.

Tripoli, bel suol d’amore

Pare ormai praticamente scontato che l’Italia prenderà parte alla coalizione – dei “volenterosi” o Nato si vedrà – che si preoccuperà del rispetto della no fly zone e del cessate il fuoco in Libia e dell’emergenza umanitaria, secondo la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 17 marzo. Da un lato il passato coloniale giustifica, forse, il profilo basso tenuto dal governo nell’ultimo mese, ma è decisamente difficile ritenere che i rapporti personali di Berlusconi con Gheddafi, il trattato di amicizia italo-libico nonché gli interessi energetici e la preoccupazione di nuove ondate di immigrati abbiano portato il governo a non criticare aspramente – pur nell’attuale crisi – il regime libico. Fatto sta che il movimentismo di Francia e Gran Bretagna ci ha fregato, e che per una volta un ruolo da protagonista nello scenario internazionale potevamo avercelo noi. Ancora una volta nella storia, decidiamo all’ultimo di partecipare ad una guerra non per convinzione ma solo per riuscire a sederci, alla fine, al tavolo dei vincitori.

Il punto politico tutto italiano è che, nel giro di una dozzina di anni, l’atteggiamento del centrodestra in parlamento nei confronti della politica estera italiana si è trovato di fronte ad un capovolgimento dei ruoli: alla fine degli anni ‘90 furono i voti di Forza Italia e di Alleanza Nazionale a permettere al governo D’Alema di bombardare la Serbia; nel 2001 e nel 2003 i richiami alla fedeltà atlantica e alla necessità di rovesciare i regimi pericolosi per l’occidente avevano portato il secondo governo Berlusconi a sostenere, politicamente e militarmente, gli interventi americani in Afghanistan e in Iraq; poi è accaduto che durante la scorsa legislatura, per motivi politici interni (il famoso senato ballerino dell’Unione), il centrodestra ha rifiutato di appoggiare il finanziamento della missione in Afghanistan da parte del governo Prodi (comunque poi approvato), e, infine, oggi il PdL riesce a far passare nelle commissioni competenti di Camera e Senato – così come accadrà in Parlamento nei prossimi giorni – la partecipazione italiana alla missione libica grazie ai voti di gran parte dell’opposizione, mentre c’è stata l’astensione della Lega (della quale alcuni membri oggi tirano fuori argomenti in stile Giulietto Chiesa e altri fasciocomunisti) e dei cosiddetti “Responsabili” (in questo caso, probabilmente, per una questione di poltrone). Stiamo parlando della stessa Lega che impedisce il mantenimento delle promesse elettorali sull’abolizione delle province, la stessa Lega che in occasione del 150° dell’unificazione italiana boicotta le celebrazioni (e qui chissà gli ex An cosa hanno da dire), la stessa Lega, per bocca del governatore del Veneto Luca Zaia, che dice sì al nucleare, ma per carità non al nord che energeticamente è autosufficiente (anche se è costume comune col PdL). E qui – lasciando le beghe nostrane – bisogna capire che cultura di politica estera ha il PdL: se è legata alla comunità atlantica (pur con tutti i distinguo, ok), alla realpolitik delle nostre esigenze energetiche, ai legami personali di Silvio Berlusconi, e se è veramente affidabile per noi italiani. Da elettori bisognerà pure chiederselo. E c’è da chiedersi, se in fondo, le vecchie argomentazioni a favore delle guerre in Asia dello scorso decennio – quelle dell’esportazione della democrazia, dell’alleanza atlantica e così via – non siano state solo delle scuse per farsi belli agli occhi degli americani, nel migliore dei casi, o peggio.

Due anni fa: lo spettacolo desolante di uno stato etico

Berlusconi al Family DayA volte le cose vanno così: due anni prima ti ritrovi a pontificare sulle possibilità ricreative di una donna in stata vegetativo permanente, e due anni dopo ti ritrovi ad innalzare lo scudo della privacy per difendere il proprio stile di vita e, soprattutto, alcuni eventi ritenuti da alcuni pubblici ministeri ipotesi di reato. Questo è quello che è capitato a Silvio Berlusconi, che due anni fa mise in moto la macchina governativa dei decreti legge, e poi quella parlamentare di una maggioranza all’epoca schiacciante, e iniziò a pontificare non solo sulla possibile gravidanza di Eluana Englaro, ma anche su quali fossero le cure mediche a lei adatte; oggi, invece, di fronte alle accuse di prostituzione minorile e di concussione, c’è la difesa del domicilio privato e del fatto che ognuno a casa propria fa quello che gli pare. Il letto di morte di una ragazza attaccata ad una macchina è affare politico e pubblico, le ipotesi di reato e le discutibili frequentazioni di un primo ministro no: questo è solo un esempio di quella contraddizione che il PdL e il centrodestra in generale covano in sé ormai da anni, senza riuscire a risolverla. Da un lato si invoca sempre la necessità di comprendere i fatti personali e di tutelare il garantismo dovuto sì a tutti, ma evocato solo quando la giustizia tocca ministri e parlamentari, o quando c’è bisogno di cambiare l’agenda della politica e dell’informazione, dietro l’invocazione del liberalismo e della tutela dell’individuo; dall’altro lato c’è una pratica di governo e di legislazione quotidiana che si occupa solo di stabilire principi predeterminati che con la libera pratica dell’individuo hanno poco a che fare: si pensi non solo alle tematiche di fine vita, ma anche alla ricerca scientifica (staminali), al fisco (inversione dell’onere della prova del cittadino nei confronti dell’Agenzia delle entrate, pagamento della cartella esattoriale prima della fine del contenzioso), dalle riforme istituzionali (riforma federale che federale non è, ma è solo una ridefinizione tutta centralista e statalista dei criteri di ripartizione della spesa locale), all’economia (rafforzamento di alcuni ordini e corporazioni, come avvocati e tassisti)*.

Tutto quello che è avvenuto due anni fa è stato frutto di un’analisi giudiziaria, durata anni, della volontà di un individuo di non voler vivere in certe condizioni perché per questo individuo (e solo per questo individuo, ecco ciò che conta) era assolutamente non dignitoso per sé (e solo per sé); si è svolto non solo nel rispetto della legge, ma anche della volontà della persona maggiormente coinvolta da quella sospensione di cure mediche, cioè Eluana Englaro. Perché opporsi a questo? Chi viene ferito da una decisione di questo tipo?

Nessuno, viene solo soddisfatto uno stile di vita individuale che non coinvolge quello altrui, e il rispetto delle norme vigenti; o meglio, viene ferito solo chi pensa che la propria concezione della vita (che questa derivi da una religione, da una morale o da una botta in testa, poco o nulla importa in questo discorso) sia quella giusta e che quindi valga per tutti.

Viene ferito chi pensa – con tutti i ritrovati della scienza e della tecnica oggi a nostra disposizione – che la fine della propria vita vada gestita così e non cosà, e vada al diamine la libera ricerca della felicità (nel rispetto degli altri, ovviamente) che ognuno persegue, anche in punto di morte.

Viene ferito chi, poi, su tutto quello che accade prima della morte, in particolare in una certa villa brianzola e in una certa questura lombarda, è pronto a qualunque giustificazione e distinguo invocando la privacy e le libere scelte di vita di chiunque.

Viene ferito, quindi, uno stato etico, che come quasi sempre nella storia non è altro che la maschera degli abusi di potere; viene ferito, dunque, un moralismo che nasconde la mancanza di qualsiasi morale.

* Aggiornamento: ho scritto questo post prima dell’ultima puntata di Ballarò, che ha mostrato l’esempio eclatante del corporativismo illiberale del governo, cioè il ministro Sacconi, soprattutto nel suo intervento successivo ad un servizio sullo stato delle liberalizzazioni messo in onda nella seconda parte della trasmissione. Andatevelo a vedere, e ascoltatelo: troverete cose tipo «la parafarmacia è una cosa strana» e tutto il corporativismo di corollario.

L’Armageddon mancato

«Silvio Berlusconi è un osso duro. Fini ha perso, Casini ha rotto politicamente e si è fatto contare alle urne, lui ha rotto personalmente e al dunque non ce l’ha fatta. Il Pd è nella palta. I problemi del Paese sono altri, e avremo altri terribili mesi di inedia. Sullo sfondo, elezioni con questa legge elettorale con Berlusconi ancora capo del centrodestra, e auguri al risultato. Per gente seria un nuovo impulso a emigrare perché non si salva praticamente nessuno, e nel pensarlo si prova autoribrezzo all’idea di diventare qualunquisti, qualunque cosa pensiate degli eccessi e delle tragiche promesse liberali mai mantenute da SB (io ne penso male e malissimo, dalle tasse alla spesa pubblica altissime alla riforma della giustizia mai varata pensando solo a sé, ma al dunque non c’è mai chi lo affronti senza scappare e lui resta in piedi ingessando sempre più tutto su se stesso, quanto alla sinistra in questi due anni l’ala liberal riformista mi sembra travolta da posizioni neostataliste e tassaiole che mi fanno orrore, dei giustizialisti non parlo per evitare parole improprie, il neoproporzionalismo mi atterrisce per la spesa pubblica che provocherebbe con le mani libere di ogni partitino in Parlamento). Di fronte a tale scontro a coltello che fa altre macerie e avviene ignorando che tra poche settimane riparte l’euroballo del debito e noi ci finiremo dentro, dico che Dio aiuti l’Italia – e cioè i milioni di italiani che faticano seriamente senza fiatare e vengono assassinati dal fisco».

Quei salti tra i banchi di Montecitorio

Il movimento di responsabilità nazionaleSappiamo tutti che in queste ore tiene banco il fiduciometro, cioè il tentativo di capire quanti e quali deputati voteranno a favore o contro la mozione di sfiducia presentata dai finiani, Udc e compagnia bella nei confronti del governo. La polemica di ieri e di oggi è tutta incentrata sulla presunta “compravendita” di deputati da parte della maggioranza, sulla denuncia (politica) di “calciomercato” da parte di Gianfranco Fini, e su quella (alla magistratura) di Antonio Di Pietro (oltre che al fascicolo che la procura di Roma aveva già aperto d’ufficio contro ignoti e senza alcuna fattispecie di reato).

L’argomento usato – e forse abusato – contro questa accusa è il seguente: perché ogni passaggio da sinistra a destra è visto come figlio di chissà quale mercimonio, mentre il contrario è trattato – dai media e dagli avversari politici del PdL – come un legittimo e ragionato cambio di opinione? Prescindendo dal fatto che lo stesso ragionamento potrebbe essere fatto anche per quel che riguarda le accuse di tradimento che da destra partono verso FLI, questo effettivamente è un buon argomento, almeno in linea di principio. Peccato che non sia da questo fatto che partano le accuse di “acquisto” di voti parlamentari, ma da altri.

In primo luogo, ci sono da ricordare le vecchie dichiariazioni dell’onorevole Antonio Razzi: a settembre, subito dopo la scissione nel PdL, il governo tentava di avere una maggioranza tale da essere autosufficiente nei confronti dei finiani. Razzi in un’intervista a Repubblica parlò di contatti col partito di maggioranza relativa, di promesse di rielezione sicura (e ci sta) più quella che riguardava un’offerta di pagamento di un mutuo appena acceso per l’acquisto di una casa a Pescara. Razzi spiegò il suo rifiuto dicendo «Ho una sola faccia. Come potrei farmi vedere in giro domani?». Probabilmente ora, dopo il suo passaggio dall’Idv per diventare il settimo deputato di Noi Sud, avrà trovato un’altra faccia da mostrare. Ieri, comunque, in conferenza stampa ha dichiarato che quella era una battuta.

Secondo punto: Massimo Calearo, ex Pd ed ex Api ora indipendente non insensibile alle esigenze della maggioranza (è in odore di voto contrario alla sfiducia, pur avendo dichiarato la sua attuale volontà di astenersi), intervistato dal Riformista è stato molto preciso riguardo al prezzo del cambio di casacca a favore del centrodestra: «Dai 350mila al mezzo milione di euro», più tutta una serie di altri particolari ed aneddoti (sui messaggi dei parlamentari Pd, su chi ha il mutuo da pagare eccetera).

Dulcis in fundo, c’è il deputato Domenico Scilipoti, ex Idv ora nello strano gruppetto di Calearo, che ha sette immobili pignorati, tra cui la propria abitazione, e debiti per duecentomila euro. Ed è sempre il deputato Scilipoti che, pur formalmente propenso a votare la sfiducia, è in forte odore di salto a destra con tanto di fiducia al governo Berlusconi.

Tralasciando al momento la storia delle consulenze da centomila euro tirata fuori da Repubblica e quella della promessa fatta alla Svp sul parco dello Stelvio (poi negata), i tre casi qui sopra legittimano a pensare molto male dei movimenti parlamentari degli ultimi tempi. Non sto parlando di eventuali risvolti penali, ma di quelli prettamente politici, e non voglio fare il moralista perché sappiamo tutti da chi è composto il parlamento e come sono state fatte le liste. Come si può rispondere, però, semplicemente “nun ce vonno sta” di fronte a questi indizi che avvalorano sempre più la tesi che, effettivamente, più che il cuore o il cervello, a cambiare i numeri in parlamento siano solo le esigenze del portafoglio di certi anonimi personaggi? E’ questa la nuova moralità portata in politica dal PdL e dal suo leader?

Prepararsi alle elezioni

PallottoliereOggi Termometro Politico ha pubblicato le prime proiezioni alla Camera e al Senato in base ai sondaggi attuali. Il dato è che alla Camera, per 1-2 punti percentuali, la coalizione PdL-Lega-Destra riesce ad ottenere il premio di maggioranza nei confronti del centrosinistra, mentre non riuscirebbe a raggiungere i 158 senatori necessari al controllo di Palazzo Madama. Secondo questa proiezione ad essere battleground regions (passatemi il termine) sarebbero effettivamente la Puglia e la Campania: la prima è la terra di Nichi Vendola, che governa una regione che premia sempre il centrodestra tranne, appunto, nelle occasioni in cui il candidato avversario è proprio lui; la seconda è la regione dell’allarme rifiuti, dello scontro Cosentino-Carfagna ed alleati vari. Queste potrebbero essere due variabili che potrebbero decidere le elezioni: se il PdL vincesse anche queste due regioni, avrebbe una buona maggioranza al Senato.

Io mi permetto ad ogni modo qualche osservazione rispetto a questi dati:
– in primo luogo, bisogna capire se c’è il tradizionale effetto degli elettori PdL di non esprimere la propria preferenza ai sondaggi, come avvenuto, ad esempio, durante le rilevazione del 2006, oppure no;
– in aggiunta al primo punto, c’è da considerare che i sondaggi del 2008 furono sostanzialmente corrispondenti al vero, con una sopravvalutazione delle forze medio-piccole, sopraffatte poi in cabina elettorale dal voto utile per PdL e Pd. Inoltre, anche i sondaggi per le Europee 2009 furono abbastanza precisi, e quelli che si avvicinarono di più al vero furono quelli Ipsos di Pagnoncelli, che ormai da tre settimane dà la coalizione di centro-sinistra in vantaggio sul centrodestra guidato da Berlusconi;
– una regione che potrebbe destare sorprese potrebbe essere la Sicilia, tradizionale feudo di centrodestra che assegna 26 senatori. Oltre alla consistenza elettorale dell’Mpa di Lombardo (7,9% al Senato 2008, 14% alle regionali 2008, 15,6% alle europee 2009) c’è da considerare il variegato quadro di scissioni che ha colpito il PdL (Fli e Forza del Sud), Udc (Popolari per l’Italia di domani di Totò Cuffaro) e lo stesso Mpa (Noi Sud) e il sistema di coalizioni e di spostamento di consensi elettorali “personali” che ne potrebbe uscire. Degno di nota, in questo senso, è l’annuncio di Raffaele Lombardo di stabilizzazione di decine di migliaia di dipendenti pubblici;
– infine, si voterà per molti sindaci di comuni importanti (Milano, Torino, Napoli) e questo potrebbe incidere sull’affluenza: da notare che tradizionalmente l’alta affluenza favorisce il centrodestra, ma ultimamente ad essere più colpito dall’astensionismo è stato, invece, il centrosinistra.