Do you remember Marco Follini?

Marco Follini con Pierluigi Castagnetti«Voglio che sia chiaro a tutti: questa è una minaccia»: correva l’anno 2004 quando fu pronunciata la frase che ha probabilmente segnato l’apice della carriera politica di Marco Follini, democristiano a tutto tondo della Seconda repubblica.

La carriera dell’ex segretario dell’Udc è stata, in realtà, povera di cariche di alto prestigio, eppure per un breve periodo la stabilità di governo dell’Italia è passata per le sue dichiarazioni.
Impegnato sin da giovane nell’attività politica (con annesse varie foto d’annata), fu segretario dei giovani DC sul finire degli anni 70, per poi entrare nella direzione del partito e, infine, nel consiglio d’amministrazione Rai, di cui rimase membro fino al 1993. Un normale tragitto da quadro democristiano della prima repubblica, dunque, di giovane dc che cresce e impara l’arte sotto l’ombra dei grandi. Peccato, però, che quel partito e quel sistema furono spazzati via da Tangentopoli e le seconde e le terze linee del fu pentapartito si ritrovarono ad essere, quasi inaspettatamente, un pezzo di classe dirigente. Accadde per Pier Ferdinando Casini, che si ritrovò a essere segretario di un partito, benché piccolo, a sostegno del primo governo berlusconiano e poi del centrodestra della lunga «traversata nel deserto» (continua su Xpolitix).

Addio larghe intese

28/04/2013 Roma, Quirinale, giuramento del governo Leta, nella foto Enrico Letta, presidente del Consiglio e Angelino Alfano, ministro degli InterniPiù del voto sulla proposta di decadenza di Silvio Berlusconi dal suo seggio da senatore, forse quello appena avvenuto sulla fiducia alla legge di stabilità del governo Letta può rappresentare il segno della nuova fase politica che aspetta l’Italia.

Su 307 presenti al Senato, infatti, 171 hanno votato la fiducia che il governo aveva posto sul provvedimento (+17 sulla maggioranza dei presenti) mentre 135 hanno votato contro, nonostante nei giorni scorsi giornalisti ed esperti di cose di palazzo dichiarassero che questo era un governo che si apprestava a vivere su una maggioranza risicata, aggrappata a pochi voti e ai senatori a vita.

Ora, innanzitutto non ho capito perché i senatori a vita non contino. Non vi piacciono? Lo capisco, ma, finché ci sono, votano anche loro. In secondo luogo, che in una situazione fluida il governo avesse, almeno numericamente (politicamente e programmaticamente è un altro paio di maniche) dei piedi un po’ più consistenti dell’argilla si aveva da un’analisi dei gruppi parlamentari a favore, contrari o incerti rispetto al sostegno all’esecutivo:

Senato novembre 2013

Insomma, vista così può sembrare una maggioranza effettivamente risicata, ma forse è un tantino diverso se andiamo a guardare alcuni precedenti (mi riferisco al numero di senatori a sostegno del governo in rapporto al plenum del Senato nel voto iniziale di fiducia dei primi governi di legislatura durante la cosiddetta seconda repubblica):

– Berlusconi I: 159/326 senatori
– Prodi I: 173/325
– Berlusconi II: 175/324
– Prodi II: 165/322
– Berlusconi IV: 173/322.

Aggiungiamo che stasera è spuntata una decina di senatori in più rispetto alla maggioranza attesa al Senato. Insomma, marginalmente nel mio calcolo di sopra e ancor più sostanzialmente se si guarda al voto di martedì sera, la situazione attuale del governo Letta mi sembra migliore rispetto a quella degli altri governi indicati. Dirò di più: il governo repubblicano più longevo, il Berlusconi II, aveva un margine di 12 voti rispetto alla maggioranza assoluta. Quello Letta, dopo stasera, pure e forse anche di più.

Voglio sostenere, insomma, che questa non è una maggioranza risicata e per giunta segna l’uscita dal governo delle larghe intese e la nascita di una maggioranza politica: è un governo del PD spostato un po’ più a destra di quello che si poteva immaginare fino a febbraio, cioè senza gli alleati più di sinistra e allargato, oltre che a Monti, anche a un pezzo di centrodestra.

Certo, se fossi un militante del PD non mi farei illusioni, se fossi un moderato liberale (di quei pochi che ce ne sono) nemmeno, poiché questo sarà un governo politico sostenuto da Formigoni, Giovanardi, Binetti, Casini, nonché dallo stesso Alfano che nella scora legislatura si rese protagonista di iniziative corporative a difesa dell’ordine professionale degli avvocati. Tralascio certi riflessi condizionati del PD per cui – ad esempio – si alzano gli scudi a modeste proposte di coinvolgere enti privati (con obiettivi stabiliti ex ante e finanziamenti pubblici legati ai risultati) in un’eventuale riforma del collocamento. Allo stesso tempo, però, senza i ricatti di Brunetta e dell’ala urlatrice del centrodestra forse – forse – i prossimi provvedimenti potranno finalmente andare in una direzione, una qualsiasi, cosa che sarebbe già un passo avanti rispetto al gioco delle tre carte e all’immobilismo della legge di stabilità firmata Letta e Saccomanni, con la speranza che l’esecutivo, almeno un po’, si liberi anche di quella coazione a ripetere che caratterizza i governi italiani da più di un decennio.

La caduta di Mario Monti e l’azione politica dei partiti europei nei contesti nazionali (2)

EPP logoI recenti fatti che hanno portato all’annuncio di dimissioni da parte del capo del governo hanno mostrato, tra le tante cose, anche il distacco che esiste tra la politica europea e le politiche nazionali. La metto più chiaramente: per come la vedo io, uno degli obiettivi che qualunque sincero federalista europeo dovrebbe avere è quello di avere una efficace politica europea, nel senso della creazione di famiglie politiche, di gruppi, di partiti che agiscano in maniera uniforme a livello continentale, sia nelle istituzioni comunitarie, sia in quelle nazionali.

Nel caso specifico, abbiamo il Partito Popolare Europeo che mostra profondo rammarico nei confronti di un evento – la caduta del governo italiano – causato da un partito che è il suo principale membro tra quelli in Italia. Per fare un esempio in scala ridotta: ricorderete che qualche grattacapo lo creò al Partito Democratico l’appoggio alla giunta di Raffaele Lombardo, ma, ad ogni modo, le peculiarità della politica siciliana e l’occasione di mandare all’opposizione il PdL resero ben accetta questa decisione. Un altro esempio – stavolta ipotetico – ben più calzante sarebbe però un altro: dato che poche settimane fa Mario Monti ha pubblicamente dichiarato la sua affinità con il Partito Popolare Europeo, sarebbe come se il PdL locale avesse fatto cadere una delle sue giunte in Campania, Sardegna o altrove in completo e aperto dissenso con le direttive provenienti da Roma (o Arcore, nel nostro caso). Totalmente schizofrenico, se avvenisse creerebbe almeno una certa tribolazione – e se ci fare caso, è ciò che è accaduto in Sicilia nei vari rimpasti in giunta e con le scissioni e controscissioni nel partito berlusconiano.

Ora, invece, le forti critiche del PPE creano turbamenti a Silvio Berlusconi solo a livello di immagine internazionale (ben più pesanti quelli di capi di governo, invece. O forse no?). Voi direte: ma a Berlusconi non frega una cippa di quello che dicono in Europa, anzi, potrebbe anche recargli vantaggio –  in tal caso non riuscirei a darvi torto. Il punto centrale è che ciò dovrebbe creare problemi ai colleghi popolari di Bruxelles. Nel discorso sull’efficacia dei partiti europei che voglio fare, ciò che intendo è che, se i partiti continentali fossero roba seria, il PdL sarebbe stato sbattuto fuori immediatamente dal gruppo parlamentare europeo e dal PPE stesso. Non è, invece, così, anche perché nell’UE come è oggi i parlamenti nazionali hanno maggiore importanza di quello europeo – che pure da qualche anno ha visto crescere i suoi poteri e probabilmente li vedrà ancora aumentare nei prossimi anni.

Da tempo penso che i partiti nazionali della stessa famiglia debbano iniziare a muoversi con maggiore coordinazione. Dirò di più: da tempo spero che i politici di una nazione inizino a interessarsi sempre maggiormente delle campagne elettorali degli altri paesi, tant’è vero che quando Angela Merkel pensò inizialmente di partecipare attivamente con dichiarazioni pubbliche alla campagna elettorale per le presidenziali francesi, pensai che fosse una buona notizia.  Inoltre, la scorsa primavera abbiamo avuto per la prima volta un interesse incrociato dei media per le elezioni che, magari nella stessa giornata o comunque nell’arco di pochissime settimane, si svolgevano in più paesi (politiche in Grecia, presidenziali in Francia, amministrative in Italia e Germania) e il cui combinato disposto avrebbe – e ha – avuto effetti sulle decisioni prese e livello UE.

Tornando a noi: visto che Monti ha apertamente dichiarato di essere, sostanzialmente, vicino al PPE, i responsabili di quest’ultimo dovrebbero dire: “Noi appoggiamo Mario Monti, il suo governo, il suo prestigio internazionale e la sua politica di risanamento del bilancio pubblico dell’Italia. Nell’ottica dell’integrazione europea e dell’interesse per ciò che accade in ogni paese dell’Unione, noi proponiamo Monti come candidato a guidare una lista col nostro simbolo a cui possono partecipare tutti coloro già oggi appartenenti al PPE oltre a tutti i nuovi soggetti politici che oggi si riconoscono nella famiglia dei popolari e dei moderati italiani ed europei”. Praticamente, tutti i nani, nanerottoli e aspiranti tali del centro (che, ad essere rigorosi, è un centrodestra non berlusconiano), cioè i vari Casini, Fini, Montezemolo, Passera, Riccardi, Pezzotta eccetera sarebbero tutti insieme nella lista del Partito Popolare Europeo, con un leader indiscusso e autorevole e un simbolo nuovo, europeista e attraente per l’elettorato di riferimento (moderato e borghese) di questi gruppi.

A prescindere dalla consistenza elettorale, questa dovrebbe essere un’operazione di alto profilo e di lungo respiro, con l’obiettivo proprio di dare stabile e consistente rappresentanza in Italia a un centrodestra normale, destinato, alla lunga, a rimpiazzare quello berlusconiano, in modo da dire: noi siamo il PPE in Italia, Berlusconi è un’altra cosa, è un paria, piacerà agli antieuropeisti, agli estremisti, ai nostalgici della lira, ma a noi che siamo seri e responsabili no. Se fosse, però, solo un’ammucchiata di capetti coi loro privati eserciti, consiglierei a Monti di starsene a casa e ad aspettare la chiamata per il Quirinale o via XX Settembre, poiché con le armi altrui può essere facile conquistare principati, ma assai difficile mantenerli.

[2 / continua]

(1- “Live together, die alone”: contro il concetto di sovranità nazionale in Europa)

Una nota sulla proposta di riforma costituzionale ABC

L'Assemblea Costituente al lavoro a MontecitorioOggi nella Commissione Affari Costituzionali del Senato è stato approvato il testo base di quella che dovrà essere (se ci saranno tempo e volontà politica) la riforma costituzionale promossa da Alfano, Bersani e Casini.

Tra le varie cose (qui una guida ai contenuti scritta da Stefano Ceccanti) c’è il superamento del bicameralismo perfetto separando le funzioni e le competenze di Camera e Senato: in breve e a parte alcune eccezioni, la prima si occuperà di materie la cui competenza è statale mentre la seconda delle materie di legislazione concorrente ex art. 117 della Costituzione. Il testo però non separa i criteri di rappresentanza del Senato che, con tali funzioni, diventerebbe il punto di raccordo con le autonomie locali. Mi spiego con degli esempi.

Laddove esiste una camera alta di carattere federale i criteri di rappresentanza sono diversi da quelli del semplice suffragio universale, in cui ogni voto è uguale all’altro:
– in Austria e in Germania tutti i membri del Bundesrat sono scelti dai diversi parlamenti regionali;
– in Belgio e in Spagna una parte dei membri del Senato è scelta dalle comunità linguistiche nel primo caso, dalle comunità autonome (le nostre regioni) nel secondo caso;
– negli Stati Uniti, invece, i senatori sono sì eletti dai cittadini, ma ad ogni stato è assegnato lo stesso numero di senatori (due) a prescindere dalla propria popolazione o dalla propria dimensione territoriale.

Come capita, ad esempio, in Germania, un corollario di tale criterio “territoriale” di rappresentanza sarebbe quello di assegnare il potere di fiducia solo alla Camera, poiché il Senato potrebbe avere una maggioranza differente e perché si occuperebbe preminentemente di materie regionali e non nazionali, che sono quelle di cui maggiormente si interessa l’attività di governo.

Una nuova legge elettorale?

Foto Roberto Monaldo / LaPresse
18-11-2011 Roma
Interni
VIII° Convegno Nazionale Scienza e Vita
Nella foto Angelino Alfano, Pierluigi Bersani, Pier Ferdinando Casini

Photo Roberto Monaldo / LaPresse
18-11-2011 Rome
8th National Conference Science and Life
In the photo Angelino Alfano, Pierluigi Bersani, Pier Ferdinando CasiniOggi la trojka ABC ha raggiunto un accordo sui principi base e su alcuni meccanismi che la nuova legge elettorale da approvare prima della fine della legislatura dovrebbe avere. I dettagli ve li potete leggere su ogni sito d’informazione, comunque ve li riporto da quello del Corriere della Sera:

Per ciò che attiene la revisione della legge elettorale l’intesa prevede: la restituzione ai cittadini del potere di scelta dei parlamentari, un sistema non più fondato sull’obbligo di coalizione, l’indicazione del candidato premier, una soglia di sbarramento e il diritto di tribuna.

Cerco di toccare alcuni di questi punti, ma prima ci vuole una premessa: io sono sempre stato favorevole ad un sistema maggioritario di collegi uninominali – il modello inglese, per essere chiari – per tutta una serie di motivi: garantisce la governabilità ma non è detto che crei maggioranze fittizie (vedi l’attuale governo britannico sostenuto da Tory e libdem), elimina il rumore di fondo dei partitini del due-tre per cento garantendo però rappresentanza a minoranze etniche, linguistiche o legate ad una certa parte del paese, dà ampie possibilità di alternanza anche a livello di singolo seggio parlamentare (se agli abitanti di Gallipoli D’Alema sta sulle scatole, D’Alema va a casa punto e basta) così come un certo legame col territorio. Sono i primi motivi che mi vengono in mente, ma in realtà quello principale è uno: funziona, infatti nell’Italia repubblicana un sistema così non ce l’abbiamo avuto mai, soprattutto perché è stato confuso col bipartitismo o – ancora peggio – col bipolarismo. Tanto per dirne una, oggi a Westminster siedono i rappresentanti di dieci partiti.

[Nota: sulla confusione che regna sul bipartitismo/bipolarismo in Italia ci sarebbe molto da dire: in Spagna la partita politica si gioca tra socialisti e popolari, ma il primo governo Zapatero era un governo tecnicamente di minoranza, non avendo la maggioranza assoluta, e di volta in volta si appoggiava su rappresentanti delle Baleari, delle Canarie, di qualche scoglio in mezzo all’Atlantico o di qualche microforza di ultra-sinistra, cosa che in Italia farebbe gridare allo scandalo, e infatti tutti lodano la Spd tedesca che non si allea con la Linke a livello nazionale, ma poi si fanno le grandi coalizioni sia a livello nazionale sia a livello locale, che col concetto di alternanza fanno a botte – e non mi dite che sono una tantum: secondo voi coi liberali in crisi e subbuglio, coi voti di chi la Merkel sta facendo passare i provvedimenti di salvataggio di Grecia, Portogallo ecc. nel Bundestag? Ecco, esatto, dell’Spd. E tralascio l’estrema possibilità di Jamaika Koalition. In Francia il partito di Sarkozy è un’accozzaglia di gollisti, social-conservatori, liberali, libertari, democristiani e chissà cos’altro. Questo per dire che l’alternanza non si dà per forza tra due partiti o poli opposti, ma è un fatto che presenta una certa complessità tale da lasciare – dover lasciare – spazio, manovra e rilevanza politica anche alle terze, quarte, quinte forze estranee al gioco dei maggiori competitori. Fine nota.]

Per quel che riguarda i temi in questione: c’è già chi si lamenta per l’abolizione dell’obbligo di coalizione (vedi Massimo Giannini di Repubblica e Marco Castelnuovo della Stampa), ma queste obiezioni mi fanno rimanere perplesso: l’obbligo di coalizione pre-elettorale è un modo di elaborare la propria proposta di governo a prescindere dal risultato elettorale – e se pensate che stiamo parlando di legge elettorale, è una cosa alquanto buffa. Tra l’altro è lo stesso obbligo che ha messo insieme quelle coalizioni eterogenee che molti commentatori – gli stessi commentatori, talvolta, che oggi richiedono l’obbligo pre-elettorale di coalizione – da anni criticano perché incapaci di esprimere una efficace azione di governo, salvo poi oggi e in ogni dibattito sulla legge elettorale continuare paradossalmente a richiederle e certificarle per legge (c’è da precisare una cosa: l’obbligo esiste dal 2006, ma per le tre precedenti tornate elettorali il sistema misto maggioritario/proporzionale del mattarellum forniva grandi incentivi alle ammucchiate, perché lasciava vita e visibilità a molti partiti minori con cui, quindi, le maggiori forze erano tenute a fare i conti elettoralmente). In secondo luogo, mi sono fatto un giro tra Google e Wikipedia e ho notato che tra i 27 paesi dell’Unione Europea l’obbligo di segnalare in precedenza la coalizione ce l’hanno solo tre paesi: la Svezia, la Polonia e, appunto, l’Italia. Lodi, lodi e lodi alla democrazia svedese, ma siamo sicuri che gli altri 24 siano invece virtuosi degli accordi di governo in maniera tale da non avere bisogno di alcuna coercizione giuridica, e non, invece, più realisti e consci del modo in cui avvengono i processi elettorali? Può anche essere di sì, ma ne dubito. Inoltre, che l’inesistenza di vincoli pre-elettorali di coalizione non agevoli l’alternanza di diverse maggioranze è falso, e ce lo dimostra l’esperienza di tutti i grandi paesi europei. La verità è che in Italia abbiamo avuto per cinquant’anni il più grande partito comunista d’occidente che per certi motivi era conveniente tenere fuori dal governo, e inoltre la Democrazia Cristiana è sempre stata il primo partito del paese dal 1946 al 1992: sarà mica colpa sua se vinceva le elezioni? Spariti il PCI e la DC, socialdemocratizzati i comunisti e berlusconizzato gran parte del resto, è sparito il problema. Infine, come dimostra proprio l’esperienza dell’attuale governo, le maggioranze si fanno sempre e comunque in parlamento, da cui l’inutilità di inserire le coalizioni nella scheda elettorale, così come l’indicazione del candidato premier.

Sulla proposta di indicazione del parlamentare da parte del trio ABC, sarebbe sufficiente prendere nota dal modello tedesco, che divide i seggi tra i partiti in base ad un sistema proporzionale con soglia al 5%, ma sceglie i singoli parlamentari da mandare al B
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attraverso un sistema di collegi uninominali – motivo per cui l’elettore tedesco ai seggi compila due schede piuttosto che una.

Però il trio ABC pare abbia un’altra idea (almeno a leggere i giornali): reintrodurre le preferenze come nella Prima Repubblica (singola o multipla, è da capire) e proporre una correzione “spagnola”, cioè, per quello che ne ho capito, spalmare la divisione proporzionale non su un collegio unico nazionale (come capita col porcellum per la Camera dei deputati) o collegi grandi (ad esempio regionali, come col porcellum per il Senato, o come nella legge elettorale per le elezioni europee), bensì su piccole porzioni territoriali, così da a) introdurre un effetto maggioritario (i sistemi proporzionali applicati su piccola scala hanno solitamente l’effetto pratico di avere una soglia di sbarramento alta, ben più di quella prevista dalla lettera della legge); b) mantenere il legame del parlamentare col territorio; c) tutelare le esigenze territoriali (leggi: Lega Nord, così non rompe l’anima più di tanto). In realtà un sistema del genere sarebbe molto più “spagnolo” che “tedesco” (secondo i miei gusti personali, ancora meglio); se al posto delle preferenze ci fosse una seconda scheda per ogni collegio uninominale, si guadagnerebbe invece in “germanicità”, cioè la scelta del candidato sarebbe diretta, ma qui poi ci sarebbe da risolvere il problema dei seggi in sovrannumero: e se un partito vince più collegi di quanti seggi abbia guadagnato con la ripartizione proporzionale?. Inoltre, quale sistema di calcolo, quello utilizzato in Germania o quello usato in Spagna?

Sembrano tecnicismi, ma non lo sono, perché – sembra un luogo comune scriverlo – nessun sistema elettorale è perfetto in sé, ma deve possedere elementi di coerenza al suo interno in maniera tale da massimizzarne i pregi e ridurne i difetti. Ad esempio, il porcellum ha l’impareggiabile caratteristica di amplificare allo stesso tempo i difetti del proporzionale (frammentazione e instabilità) e quelli del maggioritario (dissomiglianza dalla volontà elettorale) senza averne molti dei pregi. Non è detto che si debbano copiare i sistemi elettorali stranieri, ed è perfettamente ragionevole idearne di nuovi o di ibridi: se la piattaforma scelta è quella proporzionale (ognuno per sé, pesiamoci, creiamo un parlamento specchio della volontà politica generale e vediamo dopo come governare), l’introduzione di alcuni correttivi maggioritari (collegi piccoli e/o seconda scheda per scelta uninominale, soglia di sbarramento) può alleviarne i difetti; aggiungerne però uno potentissimo, qual è quello del premio di maggioranza che si andrebbe ad applicare non più alla coalizione (sparpagliando quindi i suoi effetti su più partiti) ma ad un unico partito (!), potrebbe non fare altro che riproporre i difetti del porcellum, soprattutto alla luce del vincolo costituzionale della suddivisione dei seggi del Senato su base nazionale: il combinato disposto di questi due obblighi legislativi potrebbe far sì che le acrobazie aritmetiche per la creazione di due maggioranze uguali in entrambe le camere (salvo modifiche costituzionali per cui il tempo scorre inesorabilmente veloce) senza l’esistenza di vincoli coatti di coalizione (i cui difetti ho già descritto) sarebbero davvero impresa troppo ardua per qualsiasi partito che non riesca ad ottenere una maggioranza bulgara – cosa che, grazie al cielo, nelle democrazie mature capita molto raramente.