#Elezioni2018 – You need allies, not just votes, to win elections in Italy

The latest electoral contest in Sicily has been widely considered in Italy as a resounding defeat for the Democratic Party, a success for the centre-right forces and, after all, a good result for the anti-establishment Five Star Movement, which, anyway, did not succeed in winning its first regional election. If we look at some numbers and details, however, we might get a more nuanced picture

Sicily has been for almost two decades a centre-right stronghold (at the 2001 general election, 61 constituencies out of 61 were won by the coalition supporting Silvio Berlusconi). Local government is granted a number of special powers. Moreover, a multitude of local lists and regional parties make the political landscape quite fluid and peculiar on the island. In 2012, the surge of Grillo’s party and the internal division of the centre-right (split into two different coalitions, while the Union of the Centre, a Christian-democrat party normally loyal to the centre-right and electorally strong in Sicily, changed side) led to the victory of Rosario Crocetta, the candidate of the Democratic Party-led coalition. which, however, was unable to win a majority of seats at the Sicilian Regional Assembly.

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L’intervento di Roberto Giachetti alla direzione nazionale del Partito Democratico del 30 marzo 2015

Ho passato un paio di ore libere (sono un pazzo, lo so) a sbobinare questo intervento di Roberto Giachetti alla più recente direzione nazionale del Partito Democratico, dove si è discusso – probabilmente per l’ultima volta in quella sede – della nuova legge elettorale, il cosiddetto italicum. Ho avuto modo di seguire in diretta l’intervento di Giachetti su YouDem, l’ho trovato molto appassionato (ma non è detto che sia un bene) e mi pare che colga il punto su alcuni vizi delle minoranze interne al Pd e che esponga, allo stesso tempo, un paio di critiche sensate a Matteo Renzi.


Matteo [Renzi], te lo dico con molta, molta franchezza: io penso che la rappresentazione che tu hai dato e continui a dare, anche del dibattito nel nostro partito, aiuti a falsare i connotati stessi di quello che accade qua dentro, perché il presupposto in base al quale c’è qualcuno che si oppone a una tua proposta e tutto il resto venga coperto semplicemente per il fatto che, a differenza di altri, chi è forse più lontano da quella proposta di quanto non lo sono loro manifesta la lealtà che ha sempre manifestato, anche quando segretari erano gli altri, di dire chiarmente che è lontano dalla tua proposta, ma poi di adeguarsi – non lealtà nei tuoi confronti, lealtà nella nostra comunità – alle decisioni che, oggi, con maggioranze diverse, prendiamo esattamente come prendevamo ieri con maggioranze diverse – questa è la differenza, e tu annulli l’identità di tanti di noi che non sono renziani nè della prima nè della seconda nè della terza ora. Ho 54 anni, faccio politica dal ’79, eri appena nato, ne ho attraversate parecchie, ho fatto minoranza spesso e mi sono sempre adeguato a quello che diceva la maggioranza, senza mai nascondere la mia divergenza – caro Fassina, sei distratto, l’ultima è quella di qualche giorno fa: ho detto espressamente che ritengo un’aberrazione l’allungamento della prescrizione, per esempio. Se vuoi, posso dirti cosa penso della responsabilità civile, cosa penso dell’amnistia, cosa mi divide da questa legge elettorale. Penso di essere uno di quelli che l’ha detto in tutti modi. Ti sfugge il fatto che a differenza di te, però, poi quando collettivamente – non perchè me lo chiede Renzi – prendiamo una decisione, io poi quella decisione la rispetto, tutto qua. La differenza tra noi, anzi, tra me e voi è solo questa, perchè sennò questo ci porta a delle logiche che sono quelle che inevitabilmente poi ci dicono, caro Stefano, che se una decisione è presa in direzione, è una forzatura, se invece è frutto di un rapporto tra la minoranza e il segretario, allora è un elemento di democrazia, o peggio – siccome vedo Boccia, sento oggi un’intervista di Boccia che ci spiega che il voto è inutile perché Renzi ha la maggioranza, e quindi succede che il voto è utile nella direzione soltanto quando la maggioranza ce l’avete voi e non ce l’ha Renzi. Non si può andare avanti – l’hai detto testuale, vatti a prendere l’intervista semmai, ma vado avanti.

«Deriva autoritaria», «democrazia ad investitura», «autostrada per pulsioni plebiscitarie», «un uomo solo al comando», «rischio per un futuro della democrazia», e da ultimo, Stefano, «democratura», ah, no, «pericoloso della…», sì, vabbé, ci siamo capiti – cosa succede? Sono tutte frasi che vengono sparate nel mucchio e che poi diventano la realtà con cui tutti noi dobbiamo rapportarci, come se quella fosse la verità. È successo lo stesso film sulla legge Delrio! Volete che ve li leggo? «Golpe», «bisogna chiedere a Napolitano di non firmare», «anticostituzionale», poi succede che l’unico organo che ha la facoltà di stabilire se qualcosa è costituzionale o meno, cioè la Corte Costituzionale, tre giorni fa fa una splendida sentenza nella quale rigetta tutti i ricorsi delle regioni, e in quel caso c’erano anche i professori che non mancano mai, c’era Onida con altri quarantaquattro professori che dicevano che è incostituzionale e via dicendo. C’è un organo che stabilisce se è costituzionale, e lo fa a posteriori – e ci arrivo – ed è la Corte Costituzionale.

Poi ci sono quelli che sono poveri di memoria. Ho sentito il compagno D’Alema nei giorni scorsi affermare che «con il referendum finale si chiede ai cittadini se accettano la legge così com’è, il referendum finale sarebbe un plebiscito». E allora io sono andato a pensare: «vabbè, ma vuoi vedere che…». È il 1997, è la commissione bicamerale, che non si occupa solo della riforma di governo, ma della riforma dello stato e del bicameralismo, e del sistema delle garanzie, e che all’articolo 4 “Referendum” recita: «La legge costituzionale approvata con unico voto finale ai sensi dell’articolo 3, comma 4, è sottoposta ad unico referendum»; cioè, quando si tratta dela commissione bicamerale e dei testi che fa D’Alema nella commissione bicamerale, il referendum unico non è un plebisicito, occupandosi peraltro di tutte le materie, quando questo lo si fa noi oggi, accade invece che è un plebisicito.

Mi dispiace che non c’è Rosy Bindi, che non fa parte della direzione, ma anche lei leggo che oggi dice: «Ritengo essenziale restituire il premio di maggioranza alla coalizione e non basterà diminuire i capilista bloccati». Ma Rosy, è legittimo, e lo dico a tutti quelli, e staranno anche qua, che hanno firmato, per esempio, il referendum Guzzetta – Tonini lo faceva rilevare qualche tempo fa. In quel referendum il primo quesito referendario non solo attribuiva alla lista e non più alla coalizione il premio di maggioranza – correggimi Tonini. Portava lo sbarramento non al 3% come l’italicum ma al 4% e in più il premio di maggioranza non era dato con un doppio turno al 40% con una soglia, ma, come accadeva col porcellum, con un voto in più. In quel caso la deriva autoritaria non si è manifestata, non si è palesata nella mente di Rosy Bindi. Accade oggi. Ripeto: cambiare idea è legittimo, però trasportare questa alla deriva autoritaria…

Bersani oggi: «Il mattarellum lo firmerei subito, anche domani». Adesso io faccio fatica a non incazzarmi, perchè ne ho sentiti anche altri di voi. Ce l’avete avuta l’occasione nella quale potevate votare il mattarellum, e avete votato contro e avete imposto, chiamando la gente al telefono, di votare contro, e accade sempre così: quando si può votare una cosa non la si vota e si vota contro, e poi, quando non si può più, perchè non è all’ordine del giorno, «ma io vorrei votare il mattarellum», che ovviamente non è più all’ordine del giorno.

Segnalo, signor segretario, anche a lei, che non è che il mattarellum non si potrebbe modificare garantendo il premio di maggioranza anche col mattarellum, quindi hai fatto una scelta diversa, che io rispetto, non mi piace, ma non dire che il mattarellum non è utilizzabile, perchè si poteva utilizzare tranquillamente anche il mattarellum. Vorrei anche dire, e vado a chiudere, che, però, le modifiche che tu hai fatto non sono quelle che hai detto qui e che abbiamo votato in direzione. Ce ne sono due che hai fatto senza neanche convocare la direzione, nel solito rapporto tra te e la minoranza, e questo non va più bene, perché se… [probabilmente rispondendo a Stefano Fassina] c’arrivo e te lo dico! Perché hai paura che te lo dico? Ti sto per leggere la dichiarazioni di D’Attore, abbi pazienza, così vedi se dico cazzate io o D’Attorre, così magari scopri anche tu che ogni tanto D’Attore dice… D’Attorre, 3 maggio 2014: «Una possibile mediazione che evita pasticci elettorali ed è coerente con il superamento del Senato» – spiega D’Attorre – «È anche una modifica coerente con il messaggio di Renzi e esclude anche i rischi…» insomma si tratta dello stralcio dell’articolo 2. Non l’abbiamo deciso in direzione lo stralcio dell’articolo 2. Non l’abbiamo deciso nei gruppi lo stralcio dell’articolo 2. Sei andato incontro a una richiesta di D’Attorre, poi, diciamo, io ho fatto un tweet dicendo che era una cazzata, ma è quello che faccio sempre – lo stralcio del’articolo 2 era quello che riguardava la legge elettorale anche alla Camera… Sto dicendo una cazzata, Fassina? Era uno dei punti di mediazione? È una cazzata o la verità? Era un punto di mediazione voluto da voi o no? Era così, te lo dico io. Io faccio un tweet dicendo che era una cazzata, poi, a supporto di questa importante innovazione dal punto di vista – diciamo – della legge elettorale, la forza di questa cosa, arriva poco dopo, anzi… poco dopo sì, subito, da Ainis, per esempio, che dice «l’operazione italicum con l’intesa per applicarlo solo alla Camera è incostituzionale», ma si dice: vabbè, questo è il solito Ainis, e via dicendo. E allora arrivano in supporto chi? Quelli che quando servono ci sono e quando non servono non ci sono, e cioè gli ex presidenti della Consulta che sfilano nella commissione affari costituzionali della Camera a parlare dell’italicum, e la prima cosa che dicono – se vuoi, Fassina, ho il pezzo di carta e te lo leggi – è che stralciare l’articolo 2 è una cazzata. E ce n’è una seconda, perchè anche sulle riforme costituzionali hai svolto una grande mediazione che non è passata in direzione, che non è passata da nessuna parte, ma te la sei giocata tu con la minoranza, e cioè quella brillantissima idea del vaglio preventivo della legge elettorale da parte della Corte Costitizionale. È una brillantissima idea che non è che per smentirla si fanno carico degli ex presidenti della Corte Costituzionale. In forma assolutamente inusuale scende in campo il presidente attuale della Corte Costituzionale, che dice: «il giudizio preventivo affida alla Corte Costituzionale un compito che non le spetta perchè la Corte giudica sulle leggi approvate e sarebbe una sorta di consulenza preventiva alle Camere che forse non è proprio opportuna» – il presidente, Agostini, il presidente della corte costituzionale! Se voi ogni tanto chiamate pure quelli che tra un po’ non ci sono più, almeno quelli che sono in questo momento effettivamente presidenti della Corte Costituzionale ascoltateli.

Ho concluso, avevo preparato anche gli schemini per far vedere bene come funziona la differenza tra porcellum – solo liste, solo simboli – e poi c’abbiamo il mattarellum, con solo un simbolo e una riga, e poi quell’altro che era con un simbolo e quattro righe. Non è esattamente la stessa cosa, come spiega anche la Corte Costituzionale.

Ho finito, volevo solo leggervi una cosa che sicuramente vi farà piacere. E’ brevissima e vi farà piacere, perchè la potrete utilizzare: «Quanto a questa ipotesi» – ci si riferisce alle preferenze e si sta parlando del mattarellum, che, come sapete e come ricorderete, aveva sì i collegi uninominali, ma aveva anche delle liste bloccate – «quanto a questa ipotesi, certamente la peggiore» – si parla delle preferenze – «dovrebbe essere sufficiente ricordare quanto di causa ed effetto insieme sia riconducibile al rapporto tra voto di preferenza e corruzione del sistema politico. Vi è chi ha dichiarato che questa lista sarebbe veicolo di salvataggio» – si parla delle liste bloccate – «per le cosiddette vecchie nomenclature o addirittura per gli inquisiti, particolarmente là dove per gli inquisiti vi fossero apparati o radicate clientele, ma questo è proprio ciò che può avvenire con la preferenza o con il ripescaggio dei non eletti. Con liste corte tra quattro e dieci nomi, l’elettore, così come nel collegio uninominale, sceglie e decide. Non voterà una lista i cui nomi non incontrano la sua fiducia. Si è giunti a dire che ci sarebbero 157 deputati scelti dai partiti. I partiti, vecchi o nuovi, organizzati stabilmente o improvvisati per le elezioni, scelgono i candidati nei collegi uninominali, e nella parte proporzionale sono gli elettori a decidere». Questo signore che voi avete tanto evocato – ho visto oggi Bersani che diceva: abbiamo fatto Mattarella, facciamo il mattarellum – ecco, questo signore si chiama Mattarella, ed era il relatore del mattarellum in occasione della legge che poi diventò legge e che spiegava molto brillantemente come la preferenza sia un problema di grandissimo rischio – e ce lo troveremo, caro Renzi, ne riparleremo tra tre anni, tra quattro anni, quando dovremo confrontarci con le preferenze – e che in realtà, invece, le liste bloccate, se sono piccole, non sono bloccate, perchè il problema è di far scegliere gli elettori: se non ci sono i nomi, non possono scegliere, se ci sono i nomi, posono scegliere.

http://www.youdem.tv/v/276580

Occhio, Matteo

Correnti PD

De’ Principati nuovi, che con forze d’altri e per fortuna si acquistano.

Coloro i quali solamente per fortuna diventano di privati Principi, con poca fatica diventano, ma con assai si mantengono: e non hanno difficultà alcuna tra via, perchè vi volano; ma tutte le difficultà nascono dappoi che vi sono posti. E questi tali sono quelli, a chi è concesso alcuno Stato o per danari, o per grazia di chi lo concede, come intervenne a molti in Grecia nelle città di Ionia, e dell’Ellesponto, dove furono fatti Principi da Dario, acciò le tenessero per sua sicurtà e gloria, come erano ancora fatti quelli Imperadori, che di privati per corruzione de’ soldati pervenivano allo Imperio. Questi stanno semplicemente in su la volontà e fortuna di chi gli ha fatti grandi, che sono due cose volubilissime e instabili, e non sanno e non possono tenere quel grado; non sanno, perchè se non è uomo di grande ingegno e virtù, non è ragionevole, che, essendo sempre vissuto in privata fortuna, sappia comandare; non possono, perchè non hanno forze che gli possino essere amiche e fedeli. Dipoi gli Stati che vengono subito, come tutte le altre cose della natura che nascono e crescono presto, non possono avere le radici e corrispondenzie loro in modo che il primo tempo avverso non le spenga; se già quelli, come è detto, che sì in un subito sono diventati Principi, non sono di tanta virtù, che quello che la fortuna ha messo loro in grembo, sappino subito prepararsi a conservare, e quelli fondamenti, che gli altri hanno fatti avanti che diventino Principi, gli faccino poi […].

(Niccolò Machiavelli, Il Principe, Capitolo VII)

La grande sciocchezza: le primarie per la segreteria di un partito

Trova l'intrusoC’è questo mistero tutto italiano, anzi, nel caso specifico tutto piddino, per cui la scelta del segretario di un partito politico debba essere fatta dal popolo – uno dei grossi errori della segreteria di Bersani è stato, tra gli altri, proprio non aver dato seguito l’intenzione di abolire le primarie per la segreteria.

Se andiamo a vedere cosa accade nella patria delle primarie, cioè gli Stati Uniti, vediamo che sì, i candidati alle elezioni (ad esempio alla Casa Bianca o alla guida di uno Stato) vengono scelti tramite primarie, ma i capi dei partiti invece no. Al ruolo di chairman del Partito Repubblicano, ad esempio, c’è tale Reince Priebus, eletto da un comitato di 168 (centosessantotto, altro che partecipazione popolare) delegati. Idem per il medesimo ruolo nel Partito Democratico americano, coperto da tale Debbie Wasserman Schultz, candidata appoggiata da Obama e confermata da un organo interno al partito.

Un altro paese dove le primarie sono state recentemente adottate è la Francia. Lì il Partito Socialista da ormai due tornate elettorali sceglie il candidato all’Eliseo con elezioni primarie, mentre il segretario (carica al momento occupata da tale Harlem Désir) è stato eletto dagli iscritti al partito. Nota: se andiamo indietro nel tempo notiamo che, ad esempio, così come Hollande, né Sarkozy, né Chirac, né Mitterrand sono stati alla guida del loro partito mentre coprivano la carica di presidenti della Repubblica. Altra nota: Stati Uniti e Francia sono entrambi sistemi presidenziali.

Se andiamo, invece, a vedere i sistemi parlamentari europei, notiamo un’altra cosa: i segretari li scelgono gli iscritti o i loro delegati e, in caso di vittoria elettorale, sono loro a guidare il governo, ergo c’è coincidenza tra carica di partito e di governo. Esempi:

– Germania: Angela Merkel è segretaria della CDU e cancelliera
– Spagna: Mariano Rajoy è presidente del PP (sin dal 2004, successore di Aznar, anche lui presidente di partito e capo del governo) e primo ministro
– Regno Unito: a guidare i due partiti di governo sono il primo ministro David Cameron e il vice primo ministro Nick Clegg
– Svezia: Fredrik Reinfeldt è presidente del Partito Moderato e primo ministro
– Canada: Stephen Harper è leader sin dal 2004 del Partito Conservatore e sin dal 2006 primo ministro.

In Italia, invece, a parte figure particolari (carismatiche, lideristiche o padronali che dir si voglia) come Berlusconi o di capi senza armate proprie (come Prodi) la coincidenza tra guida del partito e del governo è stato un fenomeno molto raro.

Riassumendo, quindi:
nei sistemi parlamentari di solito non si fanno primarie aperte: in Italia il PD fa primarie aperte per scegliere il candidato premier;
nei sistemi parlamentari di solito guida di partito e candidatura alla guida del governo coincidono: non solo l’Italia è sempre stata anomala in questo senso e anche ora lo è, ma un anno fa Renzi ha provato a rinnovare questa anomalia e oggi chi lo oppone chiede ancora di sdoppiare i ruoli in chiave anti-Renzi (la coerenza, eh?);
nei grandi paesi democratici di solito non esistono primarie aperte per cariche di partito: in Italia il PD fa primarie aperte per eleggere un segretario.

La mia tesi è che l’Italia è il paese delle anomalie che tutti si preoccupano di eliminare aggiungendo ulteriori anomalie (Grillo, ti fischiano le orecchie? Sì, pensavo anche a te, ma non solo a te, tranquillo) e per quanto riguarda i sistemi di partito e di governo noi amiamo prendere spizzichi e bocconi dei sistemi esteri e innestarli sul nostro senza nessun ripensamento complessivo, facendo funzionare male strumenti democratici, istituzionali e di governo che invece funzionano benissimo in sistemi disegnati in maniera organica e internamente coerente. Non c’è solo, però, uno studio di tipo comparativo a mostrare l’assurdità delle primarie di partito, poiché c’è n’è anche, direi, una di principio.

Se le primarie per la guida di una coalizione o per la candidatura alla premiership o a una carica monocratica hanno comunque senso perché quella candidatura poi si rivolge a tutto l’elettorato (e comunque anche negli USA non tutte le primarie sono “aperte”) e anche perché è un modo di testare l’utilità e la capacità di attrazione nei confronti non solo dei propri fedelissimi ma anche di elettori interssati ma solo potenziali ed elettori indecisi (insomma, una sorta di verifica preliminare sul campo), il ruolo di segretario di partito è un ruolo – appunto – di partito, è un ruolo espressione del partito, di quello che è, di quello che vuole essere, programmare e fare, è un ruolo che poi si dovrà occupare non per forza di guidare il paese, ma di dirigere politicamente e organizzare amministrativamente il partito. E’ come se ad eleggere il presidente della bocciofila intervenissero quelli del circolo bridge, non so se mi spiego: non ha senso che a capo di una specifica organizzazione venga messo uno scelto col voto influente di chi di quella organizzazione non fa parte, non intende affatto fare parte e non si interessa attivamente se non, forse, quando va bene, sotto campagna elettorale.

Renzi è un paraculo, quindi fidatevi di lui

Matteo RenziQualche giorno fa sul sito del Corriere della Sera è uscito un articolo che mette in relazione l’apparizione di Matteo Renzi ad Amici che, contiene, tra l’altro un passaggio interessante sulla collocazione geografica degli spettatori della tramissione:

Gli share più alti sono raggiunti nell’Italia meridionale, e in particolare in regioni come Calabria, Sardegna, Basilicata, Sicilia e Puglia. Queste ultime non sono due Regioni a caso. Se solo le avesse vinte, il centrosinistra avrebbe numeri decisamente più solidi, al Senato (16 senatori in più: quanto quelli della Lega, tanto per dire): e ora potrebbe tentare la formazione di un governo con l’appoggio dei montiani. Le ha perse (la Puglia, in particolare, a sorpresa): e la situazione è quella che conosciamo. Non solo: Renzi, al Sud, era andato male, alle Primarie. E parlare a chi non lo ha votato sembra ora la sua missione.

Se questi numeri sono noti anche a Renzi e al suo staff (e penso di sì), ne deduco alcune cose (al netto dell’importanza dell’influenza della televisione generalista nella formazione delle intenzioni di voto):

– innanzitutto, che Renzi è tornato in guerra – seppur non direttamente – contro una classe dirigente locale che a febbraio si è mostrata assolutamente capace nel mobilitare consenso;

– che Renzi pensa di continuare la sua battaglia pescando elettorato nel bacino cosiddetto moderato;

– che Renzi è pronto per tornare al voto col porcellum.

Come già segnalò pochi giorni dopo il voto Roberto D’Alimonte, una sostanziale tenuta del centrosinistra e di Scelta Civica alle elezioni avrebbero garantito una maggioranza di governo anche al Senato. Anche andando a vedere le regioni più in bilico, si può vedere come l’attuale situazione di stallo sia anche stato frutto di stretti margini tra le tre principali forze politiche e di una leggera sottoperformance del centro:

– in Calabria il centrosinistra ha perso di meno del 2%, in Abruzzo per meno dell’1,6%, cosa che gli è costata 7 seggi al Senato;

– nel Lazio Scelta civica è rimasta sotto il quorum di meno dello 0,5%, mentre in Sicilia (tradizionalmente serbatoio di voti delle forze centriste) di meno del 2,2%. Secondo i calcoli di D’Alimonte, ciò è costato 4 seggi alla lista montiana.

Piccoli spostamenti di voto, cioè, hanno determinato la perdita di ben 11 seggi; oggi il centrosinistra più Monti ha 144 seggi, con quegli 11 seggi sarebbe arrivato a 155, cioé a un passo da quella quota 160 necessaria per far “partire la legislatura”, come dice Pierluigi Bersani, il cui piano evidentemente è, ormai, quello di arrivare a Palazzo Chigi, farsi votare la fiducia e, una volta lì, ingrossare le fila della maggioranza per presentasi alle elezioni tra un anno o due con alcuni provvedimenti graditi al suo popolo nonché agli elettori delusi che si sono rifugiati nel Movimento 5 stelle (il piano, almeno nella parte di farsi votare inizialmente la fiducia, secondo me sarebbe riuscito, ma poi è arrivato Giorgio Napolitano a mettere i bastoni tra le ruote, motivo per cui il Quirinale ora è doppiamente importante, non solo perché delle cariche in ballo queste settimane è l’unica che ha la quasi certezza di durare a lungo, ma anche perché un presidente “amico” darebbe una chance a Pierluigi).

Questo ragionamento sembra un po’ da alchimista con tutti questi numeri e tutte queste ipotesi, ma il punto è che, anche in presenza di una performance deludente del centrosinistra e di Scelta Civica, un minimo spostamento di voti avrebbe garantito a Bersani – ex post – una base più solida per il suo progetto di avvio di legislatura.

L’altro lato di questo discorso è che il segretario del Pd è forte nel suo partito nei territori laddove il suo partito, nel complesso, si è invece dimostrato elettoralmente debole. Il piano di Renzi, almeno implicitamente, credo che riguardi anche la necessità, da parte sua, di rendersi forte laddove è debole, in modo da rinforzare anche il partito. Al di là delle strambe formule del porcellum, la realtà si impone – si deve imporre – al Partito Democratico: per un mero fatto generazionale il blocco tradizionale di elettori sta svanendo, i vecchi comunisti muoiono, i giovani non hanno idea del vecchio quadro politico, ed entrambi si aggiungono ai delusi che finalmente hanno trovato un’alternativa in cabina elettorale.

Stavi per vincere le elezioni chiedendo i voti solo a quelli che già te li danno, ma non ci sei riuscito. Bastava fare anche meno del minimo sindacale per andare a Palazzo Chigi, ma neanche quell’obiettivo è stato raggiunto. Ciò significa che il piano ha fallito. Berlusconi sarà inaffidabile, ma i suoi elettori, date retta a me, non hanno la rogna. E tanto, se vi votano, non saranno loro che andranno al governo, ma sarete comunque voi. E fatelo sto sforzo, tocca fidarsi di quella faccia da cazzo di Renzi.

Moriremo di politicismo

Luigi XVI re di FranciaLa decisione di nominare due commissioni di cosiddetti “saggi” – parola che in realtà Giorgio Napolitano non ha mai usato – che nei prossimi giorni dovrebbero occuparsi di stilare una sorta di programma minimo in materia di riforme istituzionali e di proveddimenti economici urgenti su cui trovare una possibile convergenza di governo, ha provocato una serie di reazioni che ricordano molto quelle che accompagnarono la nascita del governo di Mario Monti nel novembre del 2011.

Ricordiamo che il governo Monti nacque da un crisi politica, benché l’emergenza finanziaria e l’influenza del Quirinale e dell’Unione Europea giocarono un ruolo importante: il governo Berlusconi viveva alla Camera sul filo di lana quasi da un anno, dopo che la fronda finiana divenne forza di opposizione e che il centrodestra vinse il voto di fiducia per soli tre voti (314 contro 311). I numeri risicati e i veti incrociati all’interno della coalizione (da un lato, le esigenze giudiziarie di Silvio Berlusconi, dall’altro i vari niet della Lega Nord su alcune riforme, come quelle delle province e delle pensioni) portarono sostanzialmente all’immobilismo un governo che, nell’estate 2011, per rilanciarsi, concordò con l’UE un patto di rientro ben più rigoroso di quelli firmati da altri paesi europei, un gesto di zelo che, tornati a casa nostra, cozzava con l’impossibilità di approvare alcunché, tant’è vero che l’immobilismo governativo portò addirittura al malcontento e, infine, anche alla defezione di alcuni ultra-berlusconiani della prima ora come Giorgio Stracquadanio, Isabella Bertolini e Gabriella Carlucci. Da qui nacquero le dimissioni del premier di allora, che non furono né un generoso atto di responsabilità (come la vulgata pidiellina cerca di suggerire) né un capolavoro politico di Napolitano (come, invece, gli acritici adulatori del Quirinale, istituzione ormai insopportabilmente incriticabile di per sé, ricordano ogni volta in ignoranza o malafede). Fu, semplicemente, una questione aritmetica dovuta allo sbriciolamento parlamentare di un partito politico di massa nato da un predellino e che, già poco dopo più di un anno dalle elezioni, oltre a essere travolto dagli scandali, aveva perso credibilità, spinta riformatrice (se mai ne ha avuta una), coesione interna. A quel punto, è vero, quella che era la moral suasion del Quirinale divenne, davvero, regia politica. In quel contesto nacque il governo Monti, per amor di verità è giusto ricordarlo.

E’ altrettanto giusto ricordare le reazioni che seguirono quell’operazione politica: Beppe Grillo subito ribattezzò il nuovo premier rigor Montis, il PdL ingoiò il boccone amaro nel nome della responsabilità nazionale pur presentando molte voci critiche, il Pd, sempre nel nome della responsabilità, si accodò all’operazione quirinalizia – Pierluigi Bersani ha ripetuto per un anno e mezzo che non voleva governare sulle macerie. Benché all’epoca a molti sembrava – anche a me – che quella fosse la soluzione migliore, col senno di poi si può azzardare a dire che forse sarebbe stato meglio andare al voto, magari chiedere – ipotizzo – qualche mossa politica alla Germania e alla BCE al fine di coprire l’Italia sul piano finanziario per due o tre mesi, il tempo di andare al voto con Berlusconi all’angolo e Grillo al 5%, al fine di avere un governo legittimato dalle urne, con una maggioranza piuttosto stabile e cinque anni di legislatura davanti.

Ora, mi sembra che si stia seguendo lo stesso copione in piccolo, a prescindere dalle competenze di questi “saggi” e dalla bontà dei progetti che proporranno, e infatti le reazioni sono le medesime di quelle di un anno e mezzo fa: Grillo già disprezza questi esperti, il PdL subisce la manovra (stavolta, benché ringalluzzito dal voto, è comunque minoritario in entrambe le camere), perché tentava nel frattempo di giocare la carta del governo di responsabilità in cui avere il diritto di veto, mentre il Pd si accoda, in preda alle sue nevrosi, non sa cosa fare e aspetta tempi migliori, ad esempio qualche settimana per trovare un accordo in parlamento, o qualche mese per lanciare il nuovo supercandidato Renzi, colui che, se fosse stato in campo a febbraio, avrebbe corso da solo perché gli altri si sarebbero inchinati di fronte alla nuova stella nascente della politica italiana (se non si capisce, sono ironico). A cosa ci ha portato politicamente l’operazione Monti, lo abbiamo visto tutti. Seguire lo stesso copione, può essere solo un momentaneo calmante per un mal di testa che è sintomo di qualcosa di più grave e profondo.

Non siamo una repubblica presidenziale, innanzitutto, c’è bisogno che eruditi ed opinionisti lo scrivano, prima o poi, in un momento di lucidità: la stampa e la politica, oltre a vivere in una bolla, sono ormai paralizzate dai loro totem e tabù e, infatti, il Pd, il partito che questi totem e tabù da sempre si preoccupa di rispettare nel tentativo di piacere alla gente che piace, è ormai sempre più in uno stato nevrotico. In un momento di confusione totale, anche chiedere le dimissioni del Capo dello Stato può diventare, da sgarbo istituzionale, un gesto positivamente rivoluzionario.

In secondo luogo, questo tipo di problemi si risolve in un solo modo: le elezioni. Voi mi dite che c’è il porcellum? Beh, vi svelo un mistero: con i risultati di febbraio l’unico sistema elettorale in grado di garantire una maggioranza sarebbe stato un superporcellum. Non con l’uninominale di tipo inglese, non col proporzionale di tipo spagnolo, non col doppio turno, con nada di nada. Solo con un superpremio di maggioranza artificiosamente costruito in maniera abnorme alla faccia di ogni criterio di proporzione nella rappresentanza degli elettori. E quindi, torniamo a votare, che problema c’è? In un paese che momentaneamente è al riparo da urgentissimi problemi finanziari ma che resta in grave e conclamata crisi economica e sociale, meglio avere un governo che non ci piace che restare in questo pasticcio istituzionale che re Giorgio si sta ostinando a portare avanti.

Gli «urgenti provvedimenti» e l’eccessivo attivismo di re Giorgio

Re GiorgioDa alcune settimane il professor Paolo Becchi, filosofo del diritto all’Università di Genova e noto sostenitore del Movimento 5 stelle, è andato sostenendo la tesi della cosiddetta prorogatio, cioé quel caso in cui il parlamento, in mancanza di una maggioranza disposta a votare alcuna fiducia a un nuovo esecutivo, continua la sua attività legislativa senza nulla fosse, mentre il governo dimissionario (come nel nostro caso) o sfiduciato potrebbe tranquillamente rimanere in carica per i cosiddetti affari correnti. Prendendo alla lettera la Costituzione, in effetti, non c’è scritto da nessuna parte che un nuovo parlamento debba implicare per forza un nuovo governo, lasciando al vecchio governo, quindi, limitati spazi operativi, ma è altresì vero che di prorogatio, istituto peraltro previsto esplicitamente per le Camere e per il Capo dello Stato, non c’è menzione rispetto all’esecutivo e alle sue attività.

A me pare, ed è sempre parso, che in realtà questa proposta fosse un po’ zoppicante per tre motivi: innanzitutto, va contro una prassi costituzionale stabilita sin dal 1948, cioè dall’entrata in vigore della nostra carta fondamentale; in secondo luogo, ignora il rapporto fiduciario previsto comunque dalla Costituzione tra parlamento e governo, ed è quindi piuttosto ovvio o almeno ragionevole che un nuovo parlamento richiede un nuovo rapporto fiduciario; in terzo luogo, ho letto (ma non sono un esperto in materia) che, stando ai regolamenti parlamentari, la presenza di un governo nella pienezza dei poteri è fondamentale per il corretto funzionamento del potere legislativo, in particolare delle commissioni parlamentari, per via delle procedure previste dai regolamenti di Camera e Senato e da una certa consuetudine.

Tra gli sperticati elogi a Giorgio Napolitano – infondati, a mio avviso, come vedremo – c’è anche chi ha fatto notare che, in fondo, la sua scelta di non conferire momentaneamente alcun incarico a formare il governo richiami la tesi del professor Becchi. A mio avviso, questa interpretazione è errata e suggerisce un corollario.

L’errore è nel fatto che la teoria della prorogatio di Becchi è nella logica dello spostamento di tutte le scelte politiche verso il parlamento, lasciando in mano al governo i meri affari correnti. Giorgio Napolitano, invece, ha esplicitamente parlato, con riferimento all’«attività di un governo tuttora in carica» – governo «dimissionario, benché non sfiduciato», ha precisato – di «provvedimenti urgenti per l’economia, d’intesa con le istituzioni europee e con l’essenziale contributo del nuovo Parlamento», roba che, per come la capisco io, a parte l’esigenza di tranquillizzare i mercati finanziari in apertura la prossima settimana, oltrepassa di qualche misura, seppur minima, la sfera degli affari correnti. Inoltre la nomina da parte di Napolitano di due commissioni di cosiddetti saggi è un atto politico che, seppur transitorio e di carattere consultivo, segna un forte attivismo presidenziale. In altri termini: si tratta di un po’ più di potere rispetto agli affari correnti per l’esecutivo e ampliamento della sfera di influenza del Presidente rispetto al parlamento, cioé di tutt’altra direzione rispetto alla tesi del professor Becchi.

Tralasciando per un attimo il bizzarro fatto per cui un premier dimissionario potrebbe, in teoria, dover essere costretto a fare il premier per sempre (e se se ne vuole andare, se si è rotto l’anima, che si fa? Lo incateniamo a Palazzo Chigi?), quest’atteggiamento di Napolitano è criticabile da un certo punto di vista – e qui veniamo al nostro corollario.

La richiesta da parte del centrosinistra di nominare capo del governo Pierluigi Bersani –  a prescindere dal giudizio di opportunità politica che ognuno di noi dà rispetto a tale richiesta – in una situazione di maggioranza assoluta alla Camera ma di maggioranza relativa al Senato trovava, comunque, dei precedenti simili: i governi De Gasperi VIII (1953), Fanfani I (1954), Andreotti I (1972) e Fanfani VI (1987) furono nominati e andarono alle Camere a chiedere una fiducia che non ottennero – e che quindi, non essendolo a posteriori, non era garantita nemmeno a priori. Per quanto il Presidente della Repubblica abbia costituzionalmente una serie di libertà nelle valutazioni che lo portano a conferire un incarico a formare un governo, c’è da notare che la richiesta a Bersani di una sorta di fiducia prima della fiducia non solo non ha tenuto conto dei precedenti simili o paragonabili, ma ha inserito una discutibile rigidità nella procedura laddove, come gli studiosi di sistemi istituzionali spiegano, è invece la flessibilità che deve essere una delle virtù principali delle costituzioni al fine del corretto funzionamento delle istituzioni da esse previste. Inoltre, la scelta odierna di Napolitano è un’assoluta prima volta nella storia repubblicana, quindi ancora di più si nota come il Presidente, per via di personali valutazioni politiche che non nego possano essere ragionevoli, abbia ancora di più ignorato la prassi e i precedenti in condizioni simili o paragonabili. A me sembra una chiara innovazione, forse un eccesso di innovazione che, al momento, sembra allargare ancora di più la sfera di potere presidenziale, già largamente accresciuta a partire dalla fine della Prima Repubblica. Tutto ciò, a mio avviso, crea decisamente un precedente discutibile, non esattamente coerente né con la natura parlamentare della nostra Repubblica dal 1948, né con i complimenti che la stampa, i partiti politici e un bel pezzo di opinione pubblica dovrebbero forse dispensare con maggiore cautela.

Uscire dalla bolla, ovvero consigli non richiesti e non professionali per la campagna elettorale prossima ventura

Ferie d'agosto[Questo post ha una valenza generale, però devo ammettere che mi è venuto in mente pensando principalmente a due personaggi politici: Pierluigi Bersani e Mario Monti]

Andare nelle piazze. Capisco che l’ultima campagna elettorale s’è svolta d’inverno, col freddo, e che i nostri leader politici sono un po’ anzianotti, però, ecco, basta coi palazzetti, gli auditorium, i teatri, sti posti chiusi che bisogna fare la fila per entrarci (e tanto quella davanti la riempiono sempre i soliti noti). Ogni tanto va bene, però lì spesso ci trovi militanti e gente già abbastanza convinta. E’ fieno già in cascina, insomma. E poiché c’è quella storia di Maometto e della montagna, l’elettore incerto e poco interessato te lo vai a cercare. E dov’è che lo trovi? In piazza, appunto (consideriamo pure che la prossima campagna elettorale si dovrebbe svolgere con temperature un po’ più miti di quelle dei mesi di gennaio e febbraio). Pure gli incontri con rappresentanti di parti sociali, sindacati, comitati locali eccetera: per carità, va bene tutto, c’è la crisi e ci sono imprenditori che vogliono parlarti, ma tu sei uno che rappresenta un partito che incontra uno che rappresenta un’associazione per avere i voti per rappresentare il popolo. Va benissimo difendere la cara vecchia democrazia rappresentativa dei partiti contro sta moda della democrazia diretta del web, però almeno per le elezioni va bene pure che capiti che qualcuno ti mandi a quel paese mentre vai a chiedergli il voto in faccia, non tra quattro mura o incontrando uno che in teoria lo rappresenta ma nell’urna conta uno. E non dimentichiamoci dei tanti, tantissimi che non sono rappresentati da nessun gruppo od organizzazione. Sorpresa, anche loro votano, sottopagati, a casa con mammà, senza tessera della CGIL (chi diamine ha una tessera del sindacato sotto i 35 anni oggi?) e attaccati per ore a Facebook.

Socialcosi con moderazione. L’internet non è la realtà. C’è un 20% di popolazione che su internet non ci va, in primo luogo, e se pensate che Grillo abbia preso il 25% con la rete, non c’avete ancora capito una mazza (ricollegandomi al primo punto: Grillo andava in piazza anche sotto la neve, e la piazza rimaneva piena, perciò prendete esempio, andate in trincea e copritevi bene, stolti). Secondo, tanti di quelli che lo usano ci vanno per lavoro, per controllare la posta elettronica, per leggersi due notizie, trovare un bel porno e poi ciao, al bar a fare l’aperitivo. Su YouTube si finisce tra complottisti vari, su Facebook tra micini e foto alcoliche e su Twitter (un po’ più elitario e sostanzialmente già abbastanza piddino di suo) tra quattro gatti. Inoltre, gli smanettoni che commentano, condividono, laicano e ritwittano sono spesso gente già convinta. Insomma, più che video di giaguari da smacchiare e spartani vari, piuttosto che perdersi in mode e hashtag che piacciono al solito circolo, meglio produrre contenuti convincenti. Così, giusto per lasciare a noialtri qualcosa di serio da spiattellare al grillino di turno. Per il resto, c’è un mondo là fuori.

Stop ai giornaloni. Arrivare alle 7 e 30 di mattina avendo già letto cronache politiche, editoriali, interviste, retroscena e controretroscena di una dozzina di quotidiani: questo basta. E’ vero già da almeno un decennio, ma le elezioni di febbraio lo hanno dimostrato: è un mondo staccato dalla realtà. Avete qualcuno pagato per farvi la rassegna stampa? Bene, chiedete una rassegna stringata, un solo articolo di cronaca politica fatto bene (ma giusto per esser sicuri di non esservi persi nulla), retroscena nada perché sono fantasia pura, a sto punto megli vecchi classici come Asimov che qualche solido appiglio alla realtà in più almeno ce l’ha, niente editoriali, in particolare se sono quelli che vi spiegano cosa dovete fare col senno di poi. Piuttosto, fatevi dare dati, cifre, riassunti di studi che vi aiutano a capire in maniera sintetica come stanno le persone. Corollario: stop alle tv tutta politica tipo La7. Del cagnolino dalla Bignardi non resterà nulla dopo due giorni, manco il voto del negoziante che c’ha tirato su due soldi. Pure io sono un patito dei talk show politici, ma siamo sempre le stesse persone a vederli e anche qui si crea una bolla da cui poi è difficile uscirne. Piuttosto, una copia di Gente o di Chi, anche se vi fa schifo, vi rimette un po’ a posto con la realtà, soprattutto perché un pezzo grosso di realtà Scalfari e Galli della Loggia non li conosce, ma Signorini, la Fico e zio Misseri sì. Lasciatemelo dire: un mondo con meno Follini e più gnagna&pulp non può che fare bene a tutti. E già che ci siete, l’abolizione del finanziamento alla stampa e dell’Ordine dei giornalisti potreste proporlo pure voi.

Le elezioni si vincono il giorno delle elezioni. Ecco, anche qui, i sondaggi sono importantissimi, per carità, però, come il giuoco del calcio ci insegna, mai giocare pensando già di aver vinto o di aver perso. Il bello (o il brutto) della campagna elettorale è che qualsiasi momento può essere quello in cui todo cambia, tipo il Liverpool che ti rifila tre gol in sei minuti e ciao ciao Champions League. Quindi, stop a discussioni e liti su alleanze post-voto, scenari, chiacchierate riservate su ministri e sottosegretari, formule da alchimisti che non capite manco voi che le state ipotizzando ad alta voce. Un solo imperativo: pancia a terra e lavorare, evitando di parlare del sesso degli angeli. Se qualcuno si lamenta di questo, che si fondi il suo micropartitino dello zerovirgolastocazzo. Anche qui un corollario: dovreste avere imparato che Silvio è imbattibile, invincibile e immortale. Mettetevi questo in testa e vi sarà sufficiente per essere motivati come in una partita contro il Barcellona.

La comunicazione conta. E’ vero che non abbiamo bisogno di venditori di pentole. Giorgio Mastrota non sarà mai un buon premier (se mi leggi, scusami Giorgio). Detto ciò, avere contenuti è condizione necessaria ma non sufficiente per essere un politico. La politica è per tutti, ma il politico lo possono fare bene in pochi. In democrazia si può anche avere eccellenti idee ed essere il miglior premier di tutti i tempi, tutti i luoghi e tutti i laghi, però se non prendi i voti al governo non ci vai mai, e per prendere i voti le cose le devi sapere dire, spiegare, far capire. Ergo, la comunicazione è importante e necessaria per un politico e non c’è nessuno staff e nessun guru americano che riesce a sopperire completamente a questa carenza (in particolare se un candidato cerca di mostrarsi per ciò che non è. La gente sa che dottor Jekyll e mister Hyde è una storia inventata, non è che uno diventa scemo tutto di botto, di solito, e se sì, non gli dai in mano il paese). Quindi, se non sapete spiegarvi, fatevi da parte. Il ciclismo – altra metafora sportiva, lo so – ci insegna che oltre alle droghe anche i gregari sono fondamentali. Voi potreste essere perfetti per il ruolo. Vi ameremmo lo stesso.

L’IMU, le tasse, la merda. Moralità e lavoro, diceva Bersani. Roba bellissima, dico io. Però, ripensandoci, che roba è? Cioé, io che pretendo di essere un po’ più informato degli altri lo intuisco, ma, sorpresa, la democrazia (a cui siamo affezionatissimi e che ci piace sempre tantissimo) vuole che votino anche gli altri. Prendete l’IMU. Mentre Silvio mandava lettere e Beppe vi sfanculava, voialtri a dire che l’IMU ci ha salvato, però la rimoduliamo, no forse la sostituiamo, sì l’abbiamo voluta noi però è colpa di quelli di prima. Cazzate. L’IMU si può migliorare, si deve dare ai comuni, però è una tassa sacrosanta perché se nel luogo dove abiti tu usi strade, marciapiedi, fogne e vuoi lampioni e spazzini, allora tu, che vivi in quel luogo, i soldi per quelle cose devi metterceli. E’ così in tutto il resto del mondo. Punto. Le tasse sono tante, le tasse devono essere tagliate, ma le tasse da tagliare sono altre. Avessi sentito o letto UNO tra i prinicipali esponenti politici fare questo discorso, una volta sola. Mai successo. Le persone lo fanno già normalmente, ma in tempi di crisi sempre di più fanno il conto della serva, spulciano gli spiccioli in tasca e cercano di tirare a campare. Tra l’altro, a quelli di sinistra sinistra che hanno in mente la supermagnifica Svezia con tante tasse e tanti servizi, farei notare che in Svezia le tasse sono più basse che da noi, anche per quei cazzo di ricchi odiosi che una volta qualche deficiente voleva fare piangere prima di scomparire per sempre dalla scena politica. Meno tasse per tutti sembra berlusconiano, ma non lo è. E’ di buon senso. In altre parole: parlate di cose concrete. Dite: più soldi qua, meno soldi là. Gli otto punti di Bersani (a mio modestissimo parere, eccessivamente bistrattati dagli opinionisti del giorno dopo, ma vabbé, lasciamo perdere) sono già qualcosa, ma si può fare di meglio. Se incappate in qualche problema, tenete duro fino a quando passa la bufera. Sangue negli occhi, lotta dura senza paura, gli avversari non sono tigri di carta. E se avete opinioni impopolari, argomentatele senza essere generici. Infine: stop ai Nichi Vendola in tv, che fa sparate su patrimoniali e cazzi vari senza sapere di cosa parla. La situazione è seria ma restano le parole d’ordine pre-crisi. E infatti, come prima della crisi, c’è chi continua a sbattere contro il muro senza averci capito un cazzo, ma da mo’ (cit.).

Endorsement – Io voterei il Partito Democratico

Mi sono fatto un’idea sulle elezioni pur sapendo che non andrò a votare: pur vivendo all’estero da più di due anni, non mi sono mai iscritto all’AIRE, un po’ per pigrizia, un po’ per racconti – raccolti dal vivo e on line – su lunghi mesi di attesa e sull’esclusione dall’assistenza sanitaria in Italia – un po’ perché secondo me quella del voto all’estero è una legge scema (ora, se qualche funzionario si trovasse a leggere queste parole, potrebbe iscrivermi d’ufficio); qualche mese fa avevo organizzato vacanze di Pasqua e ritorno in Italia per il voto a cavallo tra marzo ed aprile, ma poi il governo è caduto in anticipo e quindi amen. Tra l’altro, ho pure abolito le vacanze pasquali in patria. Ma vabbè, facciamo finta che voto.

Per dirla breve, voterei il Partito Democratico. Senza allegria, senza passione, senza convinzione, per carità: io, d’altra parte, non mi definirei di sinistra, centrosinistra, progressista o quello che è. Ho avuto la tessera di FI per tre anni (senza pur mai partecipare attivamente) e da quando voto ho sempre ondeggiato tra FI/PdL e i radicali, sempre meno convintamente nel primo caso, fino a ripromettermi, già un anno dopo le ultime elezioni, di non votare mai più un centrodestra con Berlusconi e il gruppo che lo ha accompagnato nell’ultimo decennio. Vidi con un favore la nascita della fronda finiana, non per particolare affinità ideologica con quel gruppo di parlamentari – alcuni dei quali, tra l’altro, mi sembrano politicamente imbarazzanti – ma per la possibilità di aprire un partito, renderlo vero, democratico, contendibile, permeabile alle influenze esterne e adeguato a gestire, elaborare, discutere le critiche interne come si fa in un partito vero. Com’è finita lo sappiamo tutti, e ora FLI è un micro partitino di stampo social-conservatore rappresentato da dei leader piuttosto parolai, mentre il PdL, dopo quella famosa telefonata in questura e la farsa del Rubygate (nei cui confronti non ho un approccio moralistico, ma mi fa rosicare il fatto che se finisco io in questura non c’è nessun potente ad alzare la cornetta per togliermi dai guai), l’immobilismo al governo (salvo che per certe leggine a uso e consumo di sappiamo chi), gli scandali, la commedia delle primarie (povero Angelino, che figura del cavolo che hai fatto) e la disinibita giravolta nel rapporto col governo dei tecnici, è sempre più una sola cosa: il partito di Berlusconi, punto. A questo punto voi mi direte: e perché’ l’hai votato prima, visto che è sempre, sempre, sempre stato il partito di Berlusconi? Eh, bella domanda. In fondo, ho sempre sperato che l’anomalia si riassorbisse: al di là di una stampa amica capace di sostenere tutto e il contrario di tutto nell’interesse del capo e della presenza di certi tipi che ti raccomando, il PdL – così come FI prima – è stato un partito che comunque i congressi comunali e provinciali li faceva, che includeva correnti politiche differenti che una dialettica interna che non fosse concentrata esclusivamente su cariche e finanziamenti doveva – nelle mie speranze! – prima o poi produrla, che rappresentava più di un terzo dell’elettorato e che quindi non poteva stare tutto sotto un capello solo, quello delle parole, degli interessi, degli errori e delle promesse mancate di Silvio Berlusconi. Ed è l’eterno ritorno – o l’eterna presenza, se volete – di Berlusconi alla guida del movimento, così come dei Verdini, dei Ghedini, dei Gasparri, degli Schifani, dei Romani ecc. (tralascio i Razzi e gli Scilipoti per non farmi venire il sangue allo stomaco) il tappo grosso che blocca il tutto, è stata la loro irremovibilità a essere stata una delle cause del disastro della destra di governo, una destra cialtrona e inefficiente, e lo dico con la rabbia e la delusione di uno che, probabilmente scioccamente, alla possibilità di mettere in atto certe riforme in questo paese per un certo periodo ci ha creduto davvero; di disastro, infatti s’è trattato, poiché puoi cercare tutte le scuse che vuoi, ma, per quanto ragionevoli e veritiere queste siano, ritrovarsi in una precarissima situazione economica e di finanza pubblica dopo otto anni di governo su undici dovrebbero consigliare a chiunque una sola cosa, cioè quella di tornare a casa e di non farsi vedere mai più. O almeno, io mi vergognerei come un cane a uscire di casa dopo un fallimento epocale di questo genere. Puoi anche lamentarti dell’architettura costituzionale di questo paese e sono addirittura disposto a darti ragione su un certo numero di punti, ma, ancora, dopo otto anni su undici al governo se non sei stato capace di giocare con le regole del gioco, è improbabile che siano solo le regole a essere sbagliate, ma è possibilissimo che sia tu a non essere adatto al gioco (nota: questa metafora l’ho copiata, ma non mi ricordo dove l’ho letta).

Riassumendo, sono due le questioni che mi impediranno per sempre di votare il centrodestra così com’è: la totale mancanza di democrazia interna del partito come prima ragione e come concausa della seconda ragione (essendo, tra le altre cose, la democrazia un meccanismo che tendenzialmente e almeno nel lungo termine corregge gli errori o almeno sostituisce chi li combina), cioè il disastro economico a cui ci ha condotto l’esperienza berlusconiana di governo. Forse anche prima, ma sicuramente ora il PdL è invotabile, punkt.

Guardandomi intorno, tra l’altro, ne vedo pochi di partiti che rispettino il requisito di democrazia interna, che non è altro che, in altri termini, essere un partito decentemente normale come accade nel resto d’Europa: quello a cui potrei essere più affine, il partito radicale, è nelle mani di Pannella, mentre l’esperienza di Monti è una lista estemporanea colma di conflitti d’interessi e che è guidata da un nome di prestigio internazionale che usa come stampelle Casini e Fini – anche loro leader indiscussi di partiti privi di democrazia interna. Non è solo un problema dei movimenti liberali, conservatori, o genericamente di centrodestra: SEL, ad esempio, non è altro che una costola un pelino riformata della corrente vendoliana già esistente in Rifondazione e che non trovò nulla di meglio da fare, perso il congresso postelettorale, che fare i capricci, andarsene e fondare un altro – l’ennesimo – movimento di sinistra. Il Movimento 5 Stelle, invece, è un marchio di proprietà di un uomo solo che tra l’altro ideologicamente propugna un modello di democrazia diretta, in rete, priva di corpi intermedi e di rappresentanza che, per motivi che non mi metto ora a spiegare in questo già lungo post, non condivido, quindi, per scartarlo, non mi serve nemmeno scendere nel dettaglio delle sue vaghe e/o deliranti e/o irrealizzabili proposte economiche e sociali.

Queste sono considerazioni su cui mi sono fissato da circa un paio di anni, andando a memoria e quindi, anche qui senza entusiasmo e senza impegno e senza gioia nel cuore, a dicembre ho votato alle primarie del PD (tra l’altro all’estero il voto era on line e gratuito, tiè), proprio perché sono un esercizio di democrazia interna di un partito. Ho votato Bersani perché nelle storie della rottamazione non ci credo, perché mi sembra una persona concreta, perché ha fatto parte di un’esperienza di governo che tra tasse e ricchi che devono piangere comunque la barra dell’equilibrio di bilancio e della riduzione del debito pubblico è riuscita sempre a tenerla ferma (e questa è una cosa di cui abbiamo bisogno ora e avremo bisogno in futuro, in questo paese sommerso dal debito pubblico), perché guida un partito europeista e io sono fortemente, quasi ferocemente, ossessivamente, irrazionalmente europeista, perché tra le poche cose liberali fatte in questo paese ci sono le sue liberalizzazioni, che saranno sicuramente incomplete, che hanno toccato solo certi settori e non altri, tutte le critiche che volete, ma sono stati provvedimenti che hanno aperto il mercato e toccato rendite di posizione e a cui, se vogliamo farci piacere le etichette, non vedo quale altra attaccare se non quella di “liberale” – e, a me, le cose liberali piacciono.

Come probabilmente saprete, nel registrarsi alle primarie si prende l’impegno a votare il centrosinistra. Per i motivi detti sopra non voterò, però mi ero messo l’anima in pace e avevo deciso che, se fossi tornato in Italia, avrei votato il PD (siccome non torno in Italia, sto stressando da qualche settimana mia nonna per mandarla al seggio a votare PD). E’ chiaro, io non sono di sinistra, ho davvero tante idee diverse che non mi metto ad elencare, le lascio intuire a voi facilmente, però non sarei d’accordo nel dire che è un voto dato turandosi il naso, o al meno peggio: penso realmente che le pratiche di democrazia interna siano un elemento positivo, che danno un motivo in più per votare il PD (prevengo una critica: prima di dirmi che erano primarie di apparato e bla bla bla, andate a vedervi quali e quanti sono i tipi di primarie negli Stati Uniti, dove non è mai esistita una cosa come il PCI, poi ne riparliamo).

Infine, è chiaro, c’è l’economia. Per quel che riguarda il PD, penso che il centrosinistra, per quanto abbia lasciato nella sua prima esperienza di governo un paese che, pur con le finanze a posto, cresceva la metà degli altri grandi paesi europei, può essere colpevolizzato solo pro quota: dal 2001 ha governato solo 20 mesi praticamente senza maggioranza, e, vi dico una novità, senza maggioranza non si governa. Colpa o giustificazione? Dal punto di vista della capacità di raccogliere il consenso, la prima, dal punto di vista della pratica di governo, la seconda. Più in generale, l’Italia non sta messa bene e penserete che finora abbia parlato del sesso degli angeli (può darsi che abbiate ragione, ma apertura degli oligopoli e dei monopoli e controllo delle finanze pubbliche a me sembrano cose concretissime e serissime), però, stando al tema, devo ammettere che i candidati con cui sento maggiore vicinanza sono quelli di Fare per Fermare il Declino. Tralascio il recente caso del master di Giannino, soprattutto perché i dubbi sul mio ipotetico voto li ho risolti prima. FID è un partito che mi avrebbe tentato fortemente se fossi andato al voto. D’altra parte, però, c’è che quel voto alle primarie è un po’ come una parola data, dal mio punto di vista. Formalmente non è affatto così, però, provenendo da un’altra cultura politica, aver accettato quella carta d’intenti è come aver fatto una promessa: ok, facciamo a fidarci, io scelgo i vostri candidati, in cambio prometto di votarvi alle prossime elezioni. Non è forse il rispetto della parola data una delle cose che solitamente chiediamo ai politici? Beh, non vedo perché, restando alla politica, questa cosa non debba valere anche per me, elettore, che decido di partecipare attivamente alla scelta di una candidatura alla guida della coalizione. Almeno così io ho vissuto questa cosa, forse non abbastanza laicamente, lo ammetto. In secondo luogo, non credo alle rivoluzioni. Tralasciamo quelle guerreggiate che, a memoria, hanno avuto successo una sola volta negli ultimi secoli, cioè in America. Rimaniamo a quelle pacifiche, e pensate alla delusione della rivoluzione liberale. Le cose cambiano, possono anche cambiare molto, ma molto difficilmente cambiano rapidamente, ancor più difficilmente lo fanno in maniera efficace e indolore allo stesso tempo. Pensate alla rupture di Sarkozy che in tempo cinque anni ha portato al secondo presidente socialista nella storia della Quinta Repubblica francese. Pensiamo, invece, alla capacità di riformare, di parlare al paese che ha avuto un De Gasperi, ad esempio. Di come la destra nella Svezia del welfare state sia stata capace di salire al potere senza minacciare smantellamenti ma portando comunque avanti il proprio punto di vista. Pensiamo alla CDU della Merkel dopo anni di socialdemocrazia. Nessuno ha proposto cambiamenti radicali sventolando bandieroni e minacciando di rivoltare tutto come un calzino, eppure tutti sono al governo ad attuare, pur con difetti e limiti com’è normale, il proprio programma, la propria visione del mondo. Insomma, alla fine di questo post scritto come un flusso di coscienza con in mezzo una pausa caffè, mi limito a dire che non chiedo rivoluzioni, ne ho abbastanza dopo venti anni. Chiedo normalità, un premier normale alla guida di un partito normale composto di persone normali che portano avanti politiche di cambiamento, condivisibili o no, ma normali e su cui si possa cambiare opinione dopo cinque anni come avviene in molti altri paesi. Paesi normali, appunto.

Crisi dei partiti? Solo quelli di centrodestra

Oltre a tante dichiarazioni sceme sulle ultime elezioni, ad esempio di La Russa (“Abbiamo sbagliato i candidati”), Cicchitto (“Pdl meglio di quanto non si dica”), Alemanno (“E’ stato referendum contro l’Imu”) e anche Napolitano (“Grillini? Non vedo nessun boom”), ce n’è una che mi a naso mi convinceva avendo io dato un’occhiata ai dati qua e là. E’ quella di Massimo D’Alema, che ha affermato: “Questa non è la caduta dei partiti, ma la caduta dei partiti che hanno governato con Berlusconi”. Per essere proprio sicuro, mi sono preso mezz’ora e ho fatto questa tabella con i risultati nei capoluoghi di provincia (sperando che si legga, altrimenti click sull’immagine per ingrandirla):

 

Clicca per ingrandire

Ho dimenticato di scrivere che il dato di Palermo è di 580 sezioni su 600. Inoltre – spero che si legga, altrimenti cliccate sull’immagine per ingrandirla – la scritta su Palermo ricorda che nel 2007 la lista civica di appoggio al candidato sindaco era per Leoluca Orlando, dell’Italia dei Valori, e che è arrivata all’8,7%, mentre nel 2012 quella in appoggio a Ferrandelli (Pd) è arrivata al 6,2%. Se si tiene conto che all’epoca l’Idv non raggiunse nemmeno il 3% avendo il proprio candidato, si può ragionevolmente sostenere come il tracollo del Pd in città sia anche dovuto, oggi, a) alla presenza di un altro candidato di centrosinistra molto forte (di nuovo Orlando, ma stavolta contro), b) alla presenza di una lista civica che ha drenato i voti del Pd così come all’epoca li drenò all’Idv, c) o meglio ancora corollario del primo punto, la vicinanza passata di Ferrandelli alla giunta Lombardo, non popolarissima tra gli elettori di centrosinistra che quindi avranno preferito, compresi quelli del Pd, dirottare parte dei propri voti altrove. Questo ragionamento invece non spiega completamente il crollo di Genova, il –10,7%, dove la lista di appoggio a un candidato vicino a SEL può aver preso solo parte dei voti del Pd, che nel 2007, in assenza di una lista per Marta Vincenzi, superò abbondantemente il 30%. Un punto a cui dare un’occhiata è quello dei candidati della lista del sindaco: se sono candidati “forti” del Pd, spiegherebbero molto, altrimenti no. Diciamo quindi che in una delle due città c’è un problema: nonostante la teoria di cui sopra, credo che il Pd abbia avuto sì qualche difficoltà sì a Genova (e il M5s sarà quindi andato forte forse perché, oltre a drenare i voti in uscita da destra come ovunque, ha colpito, seppur poco a mio avviso, anche a sinistra), ma soprattutto ne abbia incontrate a Palermo a seguito del travagliato appoggio in regione alla giunta Lombardo e alle discusse primarie di qualche settimana fa.

Per il resto, tolto il singolo problema palermitano, si vede come a livello di percentuali il Pd tenga: guadagna o perde cifre attorno al 5%, con una leggera prevalenza delle città in cui perde. Nel 2007, è vero, si era nel pieno dell’impopolarissimo governo Prodi, ma è anche vero che da lì a un anno si sarebbe avuto quel 33,1% delle politiche 2008 che è ancora oggi uno dei migliori risultati nella breve storia del Pd; oggi, tra crisi economica e dei partiti, si può invece dire che a dispetto dei propri maggiori concorrenti al centro e a destra, il Pd abbia tenuto, e bene. Con questi dati e con l’attuale legge elettorale, la cosiddetta foto di Vasto raggiunge con una certa tranquillità la maggioranza in entrambe le camere, mentre i partiti che nell’ultimo decennio hanno sostenuto i governi di Silvio Berlusconi sono fortemente ridimensionati.

Più che crisi di partiti, direi che è una crisi dei partiti del centrodestra. Nonostante tutti i guai, il centrosinistra tiene e questo potrebbe spingerlo a chiedere le elezioni, anche se sembra per ora che sia dalle parti del PdL che ci sia più voglia di staccare la spina al governo dei tecnici. Io, fossi, in Bersani, continuerei sulla linea sostenuta finora. Forse funziona.


Aggiornamento del 9 maggio 2012: Segnalo l’analisi del prof. D’Alimonte sul sito del Centro Italiano Studi Elettorali, che mostra come lo smottamento dal 2008 ad oggi sia stato quasi tutto a destra. C.v.d.