La Padania, aspirante provincia russa

Il riciclarsi da movimento autonomista, se non indipendentista, del nord Italia a soggetto nazionale da parte della Lega è stato uno dei fenomeni politici (ma anche comunicativi e culturali) che più mi hanno incuriosito negli ultimi anni. Non che i partiti siano monoliti ideologici immutabili, per carità, ma ancora oggi lo statuto del soggetto politico guidato da Matteo Salvini prevede come finalità «il conseguimento dell’indipendenza della Padania», pur, allo stesso tempo, essendosi trasformato in partito sovranista e identitario, quasi a scimmiottare il Front national francese.

Appare interessante anche la nuova proposta politica e programmatica della Lega (nome ufficiale: Lega Nord per l’Indipendenza della Padania), movimento che una volta voleva rappresentare le regioni più ricche, più produttive e più europee dell’Italia – e non parliamo solo dei più o meno fastosi anni ’80 o ’90, ma anche degli anni in piena crisi finanziaria. Era solo il 2012, infatti, quando l’allora segretario nazionale lombardo Matteo Salvini (altra caratteristica ancora attuale della Lega è che le cariche che per i non leghisti sono regionali vengono chiamate “nazionali”, mentre quelle che per tutti sono nazionali vengono chiamate “federali”) dichiarava: «La Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia e ha bisogno di un’altra moneta. L’euro non se lo può permettere». Una razza una faccia, insomma, ma solo sotto la linea gotica. Sopra, direttamente catapultati nelle Fiandre.

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Margaret Thatcher: discussa, rispettata, forse amata

Una delle copertine del Time dedicate a Margaret ThatcherDa uno dei miei contatti su Facebook, stamattina, è apparso un aggiornamento di status piuttosto rivelatore: “Il gala dei minatori di quest’anno sarà molto interessante”. Faceva riferimento, oltre che alla morte di Margaret Thatcher, alla festa dei minatori che dalla fine dell’800 ha luogo ogni anno qui a Durham, nel nord-est inglese, zona di sinistra da decenni oltre che, almeno fino a un po’ di tempo fa, terra di operai e minatori. Sono parole rivelatrici perché sintomatiche dell’opposizione, talvolta di vero e proprio odio, che ha lasciato la Thatcher nel Regno Unito. Eppure, si sentono tante altre voci, in patria e all’estero che, invece, si spendono in elogi per la figura di Margaret Thatcher, scomparsa oggi.

La Thatcher è stata la prima e unica donna, finora, a ricoprire la carica di primo ministro di Sua Maestà, ed inoltre è stata la persona per più tempo in tale ruolo nel XX secolo, undici anni e mezzo di fila, prima di venire rimossa nel 1990 da una rivolta nel suo stesso partito dopo l’ondata di impopolarità dovuta all’intenzione di introdurre la poll tax.

Laureata in chimica, figlia di un droghiere, un liberale classico, quasi ottocentesco, che a un certo punto vide nel partito conservatore il movimento che meglio difendeva i propri valori, e afflitta negli ultimi anni della sua vita da demenza senile, la Thatcher è stata una figura controversa in casa e in Europa, amata e odiata, tenace, in parte carente dello humour tipico degli inglesi, rappresentate del cosiddetto neoliberismo, dalla parte del libero mercato, dello small government, contro gli eccessi di regolazione e di spesa pubblica. Famose furono le sue dichiarazioni secondo cui esistono gli individui, esistono le famiglie, ma la società non esiste. Altrettanto famosi i suoi attacchi ad alcuni socialisti che, a suo dire, nella pretesa di diminuire le diseguaglianze avrebbero portato i poveri ad essere più poveri nel tentativo di rendere i ricchi meno ricchi, con l’effetto di diminuire la ricchezza generale della nazione. Eppure, fu sotto il suo governo che il numero di cittadini sotto il 60% del reddito mediano passò dal 13% al 22%, mentre allo stesso tempo il coefficiente di Gini (l’indice solitamente utilizzato dagli economisti per misurare l’ineguaglianza in una società) aumentò dallo 0,253 allo 0,339 – dato su cui ancora oggi il Regno Unito più o meno si attesta. Se la teoria della Thatcher era vera, allora bisogna riconoscere che la Lady di ferro non fu capace di metterla in pratica, come invece fece per l’inflazione, che il governo conservatore da lei guidato riuscì a tenere sotto controllo con successo, portando a una certa riduzione del costo della vita.

Buona parte del mandato di Lady Thatcher fu contrassegnato dalla sua lotta contro i sindacati, in particolare quello dei minatori, che in precedenza aveva addirittura la capacità di portare alla caduta di un governo: un anno di tensioni sindacali e, talvolta, di violenze tra il 1984 e il 1985, seguito alla decisione di chiudere gran parte delle ormai inefficienti miniere del paese, in perdita e tenute aperte solo per via dei dei sussidi statali, assieme ad un ampio piano di privatizzazioni e di deregolamentazioni, segnarono questo periodo e la nascita dell’astio che gran parte della working class britannica provava e ancora prova nei suoi confronti. Senza andare indietro a ricordare la filmografia di Ken Loach o i numerosi artisti che hanno mostrato la loro opposizione nei confronti del primo ministro in diverse canzoni di successo (roba che mi fa lo stesso effetto di un appello di intellettuali o presunti tali su Repubblica), nella giornata odierna si possono notare alcune dichiarazioni non prive di disprezzo tra cui quelle dell’attuale sindaco di Liverpool (città colpita in maniera particolare dalle politiche thatcheriane), del capo di un’importante associazione di minatori o dell’estrema sinistra. E’ controversa la valutazione degli effetti di questa politica: se da un lato c’è chi sostiene, non con tutti i torti probabilmente, che hanno portato effetti positivi nell’economia britannica, eliminando una certa dose di sprechi ed inefficienze e lasciando spazio allo sviluppo di nuovi e più dinamici settori dell’economia, è pur vero che, nel nome del rilancio economico dell’intero paese, in numerose zone del Regno Unito (ad esempio, il Nord dell’Inghilterra, il Galles) la deindustrializzazione e la contestuale carenza di qualificazione professionale di certi settori della società hanno portato un largo numero di persone alla disoccupazione e, praticamente, al calo del tenore di vita se non addirittura alla povertà, nonché alla dismissione di fabbriche ed edifici e quindi ad un paesaggio urbano talvolta desolante.

La tenacia, la nettezza nelle posizioni e allo stesso tempo la capacità di dividere della Thatcher si sono mostrate altrettanto ampiamente in politica estera: se da un lato fu tra i campioni della libertà e del mercato che combatterono, fino alla sua caduta, il sistemo sovietico in Europa orientale, dall’altro lato non esitò a bollare il movimento anti-apartheid sudafricano come un’organizzazione terroristica. Il suo momento di splendore fu la guerra delle Falklands nel 1982 contro quella banda di fascisti alla guida della dittatura argentina, questo è assolutamente fuor di ogni di dubbio, così come un suo grande successo diplomatico fu nel 1984 il rebate ottenuto dall’allora Comunità Economica Europea, che da allora ogni anno fa tornare nelle casse britanniche un sostanzioso contributo economico: la Thatcher, infatti, fu sempre coerentemente favorevole ad un’Europa come un libero mercato di merci e servizi, ma contraria ad un superstato europeo, all’”impero belga”, nel solco di una tradizione più europragmatica che euroscettica che in Gran Bretagna e nel partito conservatore ha sempre trovato terreno fertile. Punto dolente fu, invece, la questione nordirlandese, trattata sempre col pugno forte in un’escalation di violenza che a Brighton stava per costarle la vita, in mezzo a trattative non riuscite sottobanco fino alla firma, nel 1985, del trattato anglo-irlandese, che comunque non riuscì a portare la pace come invece avvenne 13 anni dopo con gli accordi del Venerdì Santo.

Infine, dalla Thatcher si sono avute anche prese di posizioni eterodosse, se si guarda alla parte politica di provenienza: nel 1989 – come oggi ha ricordato il portavoce del programma ambientale delle Nazioni Unite – fu una dei primi capi di governo di un certo livello a lanciare un allarme nei confronti dei cambiamenti climatici in corso sul pianeta.

Tra successi (tra cui vale la pena di ricordare i provvedimenti che dopo il 1985 portarono a debellare la piaga degli hooligans negli stadi britannici, mentre da noi ancora oggi vanno di moda coltellate e ambulanze) ed insuccessi, il thatcherismo ha avuto conseguenze per altri due decenni dopo la sua fine, effetti che però, spesso, vengono distorti o sovrastimati. Fu anche la lunga stagione dei Tory al governo (dopo la Thatcher, fu John Major primo ministro), tra le altre cose, a portare alla nascita del cosiddetto New Labour, una sorta di spostamento mercatista a destra del partito laburista sotto Tony Blair – ad esempio, dal manifesto del partito scomparve l’obiettivo, un po’ marxista, della nazionalizzazione di tutti i mezzi di produzione – e il New Labour, a sua volta, fu scopiazzato in Europa continentale, ad esempio dall’esperienza dell’Ulivo in Italia. La distorsione trova qui la sua radice, cioé nel fatto che in Europa la brutta copia di quella che era a sua volta la mutazione genetica di sinistra dovuta al thatcherismo sia comunque ascritta al neoliberismo tout court da parte dei critici di quest’ultimo: in realtà, la trasformazione, in certi casi, di monopoli pubblici in monopoli privati, o la creazione di una moneta unica che certo simboleggia un grande progetto continentale di ampio respiro che però non piaceva né piace ai conservatori inglesi di allora e di oggi, e che alla nascita già, a molti esperti, sembrava zoppicante, non possono certo essere considerate come politiche nelle corde di Lady Thatcher. In Italia, tra l’altro, la Thatcher è stata seguita o idolatrata solo da piccole minoranze di destra che però, spesso, si sono ritrovate ad affiancare se non addirittura appoggiare esperienze politiche che di liberista avevano solo il nome ma che in realtà, spesso, sono state le più degni eredi delle politiche craxiane e pentapartitiche degli anni ‘80 italiani.

Diciamo, quindi, che il thatcherismo, tra i suoi anni di governo, le influenze che ha saputo portare nella sinistra britannica e gli scimmiotamenti (spesso di scarsa efficacia) da parte dei Tory odierni, ha dispiegato i suoi effetti sì nell’arco di un trentennio, ma limitatamente ai territori del regno. Tra l’altro, benché la sua azione di governo sia stata controversa perché anche, dal punto di vista delle conseguenze pratiche, possibile oggetto di discussione, è anche vero che la sua figura, le sue idee e le sue decisioni hanno lasciato un tale impatto nella società britannica che appare molto verosimile ciò che ha scritto oggi il Daily Mash, un giornale satirico britannico: molte persone che non hanno idea di chi la Thatcher fosse sono in estasi all’idea della sua morte.

Ama le scommesse e diffida dell’Europa: David Cameron un (fin troppo) perfetto britannico

David Cameron secondo il GuardianAlla fine il revival euroscettico della Gran Bretagna – revival che ha trovato profonda e non totalmente ingiustificata ispirazione negli ultimi anni dalla crisi dell’eurozona – ha trovato un frutto da cogliere: ieri David Cameron ha promesso una sorta di road map che dovrebbe portare entro il 2017 ad un referendum sulla permanenza del suo paese nell’Unione Europea.

Secondo quanto detto da Cameron, entro la fine della legislatura saranno approvate le norme che renderanno possibile un referendum (ricordo che a Westminster i Tory non hanno la maggioranza assoluta e governano in coalizione con gli eurofili liberaldemocratici): dopo le prossime elezioni, previste per il 2015, se i Conservatori vinceranno apriranno una trattativa col resto d’Europa per rimpatriare alcuni poteri, per poi presentarsi entro due anni e mezzo al voto referendario a cui Cameron ha promesso di fare campagna per rimanere nell’Unione “riformata”.

Messa così, sembra una strada facile la cui unica salita è quella della trattativa. In realtà, i Tory dovranno innanzitutto riuscire a vincere le elezioni: da un anno i laburisti sono in testa a tutti i sondaggi e, probabilmente, la carta del referendum europeo è un modo per segnare una demarcazione tra il proprio partito e i propri avversari. Infatti, Ed Miliband si è già detto contrario all’ipotesi che si tenga un referendum. Dall’altro lato, l’ala più antieuropeista del partito conservatore (che si è talmente spostata su opinioni rigide da far rimanere su posizioni relativamente moderate gli esponenti di lungo corso tradizionalmente euroscettici) e l’UKIP si oppongono anche all’idea di rimanere nel mercato unico e vogliono semplicemente un’uscita dall’UE e un accordo di libero commercio come, ad esempio, la Norvegia o la Svizzera. Non è detto, quindi, che la coperta sia lunga abbastanza per coprire il variegato e numericamente consistente mondo dell’euroscetticismo britannico.

A mio avviso, ci sono spunti interessanti nel discorso di Cameron: ad esempio, vuole rafforzare la libera circolazione nel mercato unico, rendendolo più integrato in settori quali servizi, energia, digitale e meno iper-regolato da Bruxelles e sottoposto alle spinte protezioniste. E’ qui che nasce un altro grosso problema, che è quello della trattativa: il fatto che tra i più felici di un’uscita del Regno Unito dall’Unione ci sia la Francia (lo stesso paese che per due volte con De Gaulle, pose il veto all’ingresso di Londra nell’allora CEE) nel nome della sua lotta contro l’”Europa liberale” e in difesa dei propri interessi, in particolare quelli relativi ai sussidi all’agricoltura, del proprio peso nell’UE e della storica tendenza a considerare l’Unione come il giardino di casa in cui esercitare la propria egemonia, dovrebbe far accendere una lampadina. Ammesso e non concesso che la previsione (o speranza?) di Cameron di una scrittura necessaria di un nuovo trattato per sistematizzare i passi verso l’integrazione dell’Eurozon sia azzeccata, a quel punto tutto sarebbe riaperto, nulla sarebbe fuori dal tavolo e chiunque avrebbe un diritto di veto verso qualsiasi richiesta britannica, fino all’eventuale rottura. Uno scenario di questo genere potrebbe portare ad un referendum in cui l’alternativa sia tra questa UE (non riformata come Cameron sostiene) che non sembra piacere agli inglesi (anche grazie ad un’informazione sul tema di livello quasi infimo) e l’uscita. In altri termini: per chi vuole rafforzare, tra le altre cose, il libero commercio, la libera circolazione e la competizione intra-europea a reale beneficio dei consumatori un’eventuale uscita del Regno Unito non sarebbe affatto una buona notizia.

Dal punto di vista di Cameron questa non sarebbe nemmeno una notizia eccellente: ieri ha indcato settori come le politiche sociali e del lavoro e l’ambiente quelli i cui poteri vuole ricontrattare, facendo un esempio specifico (l’orario di lavoro dei medici) ma senza scendere nel particolare. Cosa vuole ricontrattare Cameron? Qual è la linea che traccia per definire la trattativa – sempre se ci sarà – sufficiente a dirsi soddisfatto? E se tornerà a casa con poco o nulla, continuerà a far campagna per restare nell’UE o si sposterà sul fronte del Brexit? Insomma, sono davvero tante le incognite sul futuro politico del primo ministro britannico e sulla reale possibilità della Gran Bretagna di lasciare l’Unione.

Un terzo punto che vorrei sottolineare è che Cameron ha ben sottolineato la mancanza di accountability democratica dell’Unione: ha ragione, ma a mio avviso la soluzione non è quella da lui proposta – rimettere più poteri in mano ai parlamenti nazionali – è sbagliata. O meglio, dal suo punto di vista ha senso, ma per chi vuole mantenere, a differenza sua, la volontà di procedere verso un’«Unione sempre più stretta tra i popoli d’Europa» l’alternativa è di aumentare i poteri del Parlamento Europeo (come già fatto parzialmente col Trattato di Lisbona del 2007) e portare avanti e sostenere un dibattito politico, di cittadini, istituzioni, stampa e partiti, a livello panaeuropeo.

In conclusione: per quanto Cameron stia pensando di puntare una pistola alla tempia dell’integrazione europea, è tutto da dimostrare che questa pistola sia carica e, anche se lo fosse, potrebbe essere semplicemente caricata a salve. Troppe scommesse in una volta sola possono bastare per un’effimera popolarità, ma forse non sono abbastanza per cambiare il destino di un continente, di un singolo paese, né per vincere elezioni ancora lontane due anni nel mezzo di una serie di problemi sociali che finora hanno creato largo scontento tra i sudditi della regina Elisabetta.

“Live together, die alone”: contro il concetto di sovranità nazionale in Europa (1)

George Washington si rivolge ai membri della Convenzione di Filadelfia nel 1787Nel tardo pomeriggio di domenica mi sono messo al computer, mi sono messo a sbirciare un po’ di siti di informazione e poi Twitter: beh, i primi, sia inglesi che italiani, dedicavano ampio spazio alle elezioni in Francia e in Grecia, e un discreto spazio a quelle amministrative in Germania e (ancora in corso) in Italia; sul secondo, gran parte degli utenti che seguo (di lingua italiana, francese e inglese) si occupava di tutti e quattro questi paesi. Mi rendo conto che queste valutazioni riguardano persone che per mestiere o passione si interessano di politica (sono sicuro che c’è un intero mondo là fuori, probabilmente maggioritario, che di queste cose se n’è fregato altamente), però mi rendo conto anche di un’altra cosa: per le elezioni extra-UE (Stati Uniti a parte, magari) non c’è mai stato questo seguito, perché oggi più che mai le decisioni degli elettori greci, francesi ecc. e dei loro governi influenzano la vita di chi greco o francese o altro non é. Che le elezioni in quattro paesi diversi interessino tutti noi coinvolti nella crisi dell’euro – italiani o tedeschi o greci o spagnoli o irlandesi o sloveni o austriaci o chi altro – sono quindi, a mio avviso, un sintomo e un simbolo del fatto che senza un’unione politica europea non si va da nessuna parte.

Io ritengo un poco contestabile fatto di metodo, prima ancora che di merito, quello secondo cui un’unione politica avrebbe immediatamente sterilizzato, per sua stessa natura, la crisi del debito greco, evitato il successivo contagio e reso la vita più facile a governanti e a cittadini durante il periodo di risoluzione del problema. Possiamo arrivare alle stesse conclusioni per analogia, senza essere economisti: negli Usa ci sono stati casi di default dei singoli stati nei decenni scorsi, e certo non è stato affatto un evento positivo, ma non c’è mai stato mai il rischio di un patatrac economico, finanziario e sociale a livello continentale.

Tornando al punto: c’è gente che domenica pomeriggio è stata a seguire quattro momenti elettorali diversi che più o meno tutti avranno conseguenze sulla nostra vita, e allo stesso tempo noi europei manchiamo di un momento elettorale comune che dia la sensazione di effettivamente dare un segno agli eventi politici – e quindi alla società e all’economia – di tutti noi. E’ vero, c’è il parlamento europeo che è un organo a suffragio universale eletto dai cittadini di tutti e 27 paesi, ma è un organo i cui effettivi poteri istituzionali sono pochi. La commissione, seppur bisognosa della fiducia del suddetto parlamento e seppur composta da politici, è un organo che ha sì dei poteri, ma spesso funge da apparato tecnico che spesso deve mediare tra i vari governi e le prescrizioni dei trattati e delle leggi europee.

Io penso che sia ora che qualcuno in Europa – un politico di spicco, un capo di governo, qualcuno di ascoltato e di autorevole nelle cancellerie – si alzi in piedi e dica, anche con un po’ di retorica: “Signori, qui o si fa l’Europa o si muore”. Qualcuno che dica chiaramente che ci vuole un’entità politica centrale democraticamente eletta che abbia piena ed indiscutibile sovranità su quei cinque sei elementi che fanno di uno stato un’entità unitaria: difesa, politica estera, commercio interno ed estero, regolazione del sistema giudiziario, tasse e moneta, definizione dei criteri essenziali e uguali per tutti di cittadinanza, tutte quelle cose che insomma hanno le costituzioni. Ci vuole un trattato che preveda un processo democratico di approvazione dei costituenti e della successiva costituzione – una costituzione che non sia un librone, ma un testo snello, di poche decine di articoli, come tutte le costituzioni sono e devono essere per loro generalissima natura.

Io, tra l’altro, non sono un giurista né uno storico delle costituzioni, ma su questo processo un’idea scema ce l’avrei: si fa un trattato tra tutti e 27 paesi europei se possibile, quasi tutti altrimenti, che preveda l’istituzione di un’assemblea costituente eletta, le procedure e i tempi – non più di due anni, diciamo – di approvazione della costituzione da parte dei cittadini dei singoli stati, l’indizione di un referendum sul medesimo trattato e contemporaneamente delle elezioni dei costituenti. Mandano all’assemblea costituente gli stati in cui il referendum vince, gli altri sono fuori dal processo costituente e vanno per la loro strada per sempre (qui c’è una piccola dose di paraculismo: voglio vedere come fanno gli stessi partiti a fare campagna elettorale per mandare i propri candidati all’assemblea e allo stesso tempo cercare di non mandarceli contrastando l’idea di un’assemblea). Le procedure del trattato già approvato dai cittadini devono prevedere chiaramente e con grande pubblicità, tra le altre cose, quanto segue: scritta la costituzione, tutti gli stati che hanno membri nell’assemblea la sottopongono a referendum; se il referendum vince nei 2/3 degli stati e ha la maggioranza assoluta degli elettori europei, la costituzione è approvata in tutti gli stati che hanno preso parte al processo costituente, compresi quelli che nel secondo referendum hanno respinto la costituzione (e qui non mi sto inventando niente, sto usando più o meno i criteri di ratifica della carta americana alla fine del ’700 da parte delle singole ex colonie inglesi).

Non so se così la smetteremmo di scrivere articoli sui greci fannulloni, fare copertine sui tedeschi nazisti, immaginare tecnocrati al soldo della Merkel e creare partiti di veri finlandesi e cose simili. Probabilmente, però, potremmo finalmente iniziare a trovare soluzioni veloci, efficaci, accettate dai cittadini e giuste per tutti.

[1 / continua]

Alcune cose sulle elezioni amministrative nel Regno Unito

Ed Miliband in un evento del partito laburistaA differenza delle elezioni amministrative dell’anno scorso, che ho seguito distrattamente, quest’anno, almeno negli ultimi giorni e soprattutto durante l’election night, mi sono interessato un po’ di questa tornata elettorale.

Negli ultimi mesi la coalizione al governo ha avuto alcuni problemi di immagine e di risultati, come tra l’altro confermato da alcuni suoi membri: l’economia non cresce, i dati della disoccupazione, soprattutto quella giovanile, non sono positivi, ci sono problemi di bilancio nonostante una politica di tasse e tagli, oltre a episodi che vanno dall’assalto alle stazioni di servizio dopo gli annunci un po’ allarmistici del governo a proposito di un annunciato sciopero, fino ai rapporti dei Tories con Rupert Murdoch e il suo impero editoriale.

Dalle mie parti, nel North East – una delle regioni più tradizionalmente rosse del regno – il Labour ha fatto man bassa di seggi nei councils, e ieri notte era interessante (e anche un po’ divertente) leggere su Twitter i messaggi dei simpatizzanti laburisti che dichiaravano Sunderland una Lib Dem free zone. I liberaldemocratici, infatti, da quando sono al governo – cosa che non accadeva dal gabinetto di guerra di Winston Churchill – hanno visto precipitare i loro consensi: hanno dovuto ingoiare l’aumento delle tasse universitarie, la rottura con l’Ue sul fiscal compact, hanno perso il referendum sulla legge elettorale, e più in generale sono stati costretti a scendere continuamente a patti con il partito maggiore della loro coalizione, perdendo – ma questa è una personale interpretazione del sottoscritto – quell’appeal di terza forza alternativa all’ormai spompato Labour del 2010 e al mai troppo convincente partito conservatore degli ultimi anni (venendo sconfitti anche da candidati travestiti da pinguini, tra l’altro).

Più in generale, il Labour si è rafforzato al nord e nelle aree metropolitane, dove è tradizionalmente forte, ha riguadagnato quei consensi che aveva perso al sud, è avanzato anche in Galles,a scapito soprattutto degli autonomisti, e sembra aver tenuto bene in Scozia di fronte ai buoni risultati dello Scottish National Party, che solo lo scarso anno ottenne la maggioranza assoluta nel parlamento di Edimburgo.

Il problema del governo di David Cameron è che sembra sia stata la sua azione un po’ appannata, più che le tematiche politiche ed amministrative locali, ad aver portatoalla sconfitta in queste elezioni che hanno visto il partito conservatore arretrare (come i sondaggi nazionali da un po’ già attestano): infatti, le proiezioni dei dati di ieri su eventuali elezioni politiche generali vedono i Tories perdere le elezioni e tornare all’opposizione dopo una sola legislatura, senza che la leadership di Ed Miliband, dall’autunno 2010 alla guida del partito laburista, sia sembrata finora particolarmente brillante (mia opinione).

I conservatori potrebbero trovare sollievo nella probabile vittoria (il conteggio è in corso) del proprio candidato Boris Johnson a Londra, ma solo apparentemente: i dati della London Assembly mostrano che probabilmente il primo partito sarà il Labour, inoltre (come ho sentito stanotte in tv) i laburisti suggerivano agli elettori che un voto per Johnson sarebbe stato un voto per Cameron – a dimostrazione del fatto che Johnson prende voti laburisti, e che la sua forza nella City è maggiore di quella del suo partito. Quanto questo possa portarlo alla ribalta della politica nazionale, soprattutto considerando le Olimpiadi di quest’estate, è da vedere.

La fine della legislatura è lontana, ma a me sembra che il crollo dei Lib Dem sia irreversibile da qui alle prossime politiche, mentre l’arretramento del partito conservatore può essere momentaneo: in base a dove i voti liberaldemocratici andranno a finire, e dove altre forze rosicchieranno voti (i nazionalisti scozzesi da un lato, le forse di estrema destra dall’altro – con l’UKIP in leggera ascesa e il BNP in profonda crisi, quasi scomparso dai governi locali), visto il sistema elettorale britannico, potrebbe spostarsi l’ago della bilancia della politica britannica. Detto questo, se la colpa di Nick Clegg è –secondo i suoi elettori del 2010 – quella di essere stato troppo “conservatore”, non si vede perché questi debbano buttarsi in massa a destra piuttosto che, come ritengo più probabile, a sinistra.

Un’ultima nota: ieri si sono tenute in alcune città dei referendum per istituire la figura del sindaco eletto. Finora solo 16 città in Inghilterra eleggevano i propri primi cittadini, mentre il resto elegge il consiglio della propria autorità locale (se venite dall’Italia, dove vige il sistema Regioni-Province-Comuni, il sistema di competenze e la gerarchia delle autorità locali in Inghilterra potrebbe sembrarvi un casino, almeno a primo impatto). Pensavo, da italiano che nel corso degli anni ha visto concentrarsi la politica su una crescente personalizzazione, che i favorevoli all’elezione diretta del sindaco avrebbero vinto largamente. Invece, delle undici città in cui s’è votato (tra cui Doncaster, nello Yorkshire meridionale, dove il sindaco già c’é, ed è anche abbastanza discusso), sono molte – al momento sette – dove il no al cambiamento sembra vincere (e in tutte l’affluenza, per i nostri standard, è stata molto bassa).

Sarkowar

Metto insieme un po’ di pensieri sull’attacco alla Libia, alcuni dei quali scritti qua e là sul web: dobbiamo, innanzitutto, tenere in mente un punto di vista generale e uno italiano. In generale: è giusto intervenire – in un contesto in cui i popoli si ribellano i regimi – laddove, per una volta, il regime sta vincendo sul popolo (o sui ribelli, o come vogliamo chiamarli)? Dal punto di vista umanitario quasi sicuramente sì, dal punto di vista “realista” non saprei (anche perché non mi sono mai convertito al cosiddetto realismo, come altri sembrano aver fatto dai tempi dell’intervento in Iraq). I dubbi sul “come” intervenire sono un altro discorso.

Come Italia: o fin dall’inizio, cioè un mese fa, dicevamo che Gheddafi non si tocca, fanculo la libertà, a noi interessa la stabilità, il petrolio e lo stop ai migranti, che sarebbe stato un filino spregevole ma almeno chiaro e coerente con gli ultimi anni (e in linea con i vari Putin, Chavez e compagnia bella, questo bisogna pur dirlo), oppure si mollava subito Gheddafi e magari il ruolo non dico di capofila alla Sarkò, ma di protagonista per una giusta causa agli occhi dell’opinione pubblica l’avremmo avuto anche noi. Io avrei seguito la seconda linea, la prima linea non l’avrei condivisa ma almeno capita, e invece sappiamo tutti che superprudenti come siamo stati non è che abbiamo fatto una gran bella figura (né abbiamo curato i nostri interessi). E per questo non dobbiamo mica prendercela con Sarkozy ma solo col nostro governo.

Detto ciò, i problemi sul come portare avanti questa guerra rimangono intatti: mi sono fatto l’idea che forse si sia intervenuti tardi (Gheddafi è già a Bengasi e, pare, abbia grosso modo il controllo di Misurata – città importante per via della propria posizione nel golfo della Sirte e non lontano da Tripoli) e, conseguentemente, male. C’è però da aggiungere che il tempo di reazione della nuova edizione della coalizione dei volenterosi ha avuto un tempo di reazione di 28 giorni: per fare un paragone, il tempo trascorso tra gli attentati dell’11 settembre e l’invasione dell’Afghanistan è stato di 24 giorni. Ad ogni modo, quello che intendo dire – seppure mai abbia pilotato un aereo da caccia, e penso che mai lo farò – è che come dal cielo si riescano a proteggere gli insorti nell’ambito di una guerriglia urbana non lo capisco proprio – sarà una mia mancanza, chissà. Questo mostra tutta l’inefficacia e, forse, l’ipocrisia, dell’ultima risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu: prevedo che tra un po’ di tempo ci si renderà conto che l’obiettivo politico – palesemente dichiarato da Francia, Stati Uniti e Regno Unito – di rovesciare il regime di Gheddafi e della sua famiglia si possa ottenere militarmente solo via terra, creando il problema, inedito, di grandi potenze occidentali che violano una risoluzione Onu (visto che l’intervento terrestre è l’unica cosa sostanzialmente proibita, mentre tutto il resto, qualsiasi cosa dicano gli oppositori della guerra, è sostanzialmente permesso). Figuriamoci quanto grande potrebbe essere questo problema diplomatico se di mezzo ci fosse la Nato. E’ comunque probabile che stia vaneggiando, il tempo dirà se e quanto.

Un altro appunto: leggevo sul Giornale “Occhio agli estremisti”. Ora provate a immaginare cosa sarebbe successo se gli angloamericani avessero mostrato questa cautela in Italia 68 anni fa pensando ai comunisti filosovietici presenti tra i partigiani.

Infine: l’unico punto che veramente comprendo delle critiche all’intervento alleato in Libia è quello che riguarda le intenzioni francesi. C’è da dire che Parigi nell’ultimo mese è sempre stata in prima linea nelle critiche a Gheddafi, e che in Francia sembra comunque esserci un largo movimento di opinione a favore dell’intervento umanitario. L’intervento umanitario, come criticato da Giuliano Ferrara ieri (sì, lo stesso Giuliano Ferrara che pochi anni fa sul Foglio faceva pubblicare articoli di approfondimento e di elogio sul nuovo fenomeno francese della destra postchiracchiana di Sarkò l’americain), almeno quello svolto senza un piano postbellico, non è – per fare un esempio – come la criticata e criticabilissma dottrina neocon di rovesciamento dei regimi più pericolosi del medio Oriente per creare dei stati democratici e perciò stesso pacifici, e una reazione a catena per spazzare via tutta una serie di regimi al fine di rendere la zona più stabile, più propensa al dialogo e più sicura per gli Stati Uniti (tralasciando l’insignificante particolare delle armi di distruzione di massa). Nel nostro caso si va in Libia perché c’è un popolo che insorge e un tiranno che massacra: e poi? A questo poi bisogna pensarci, oltre a coordinare meglio questo intervento con la Nato, facendo in modo che diventi efficace e che raggiunga il suo obiettivo di appoggiare la vittoria dei ribelli sul regime.

Che poi, alcuni, oggi cerchino di argomentare il retropensiero di una guerra fatta dalla Total, beh, è interessante antropologicamente perché magari qualche anno fa ignoravano bellamente le accuse riguardanti Halliburton o le compagnie petrolifere americane, e soprattutto in quanto retropensiero non fa altro riferimento che a un complotto, e a tal punto ci si ritrova in un baleno nelle braccia di Giulietto Chiesa. Fate attenzione.

Tripoli, bel suol d’amore

Pare ormai praticamente scontato che l’Italia prenderà parte alla coalizione – dei “volenterosi” o Nato si vedrà – che si preoccuperà del rispetto della no fly zone e del cessate il fuoco in Libia e dell’emergenza umanitaria, secondo la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 17 marzo. Da un lato il passato coloniale giustifica, forse, il profilo basso tenuto dal governo nell’ultimo mese, ma è decisamente difficile ritenere che i rapporti personali di Berlusconi con Gheddafi, il trattato di amicizia italo-libico nonché gli interessi energetici e la preoccupazione di nuove ondate di immigrati abbiano portato il governo a non criticare aspramente – pur nell’attuale crisi – il regime libico. Fatto sta che il movimentismo di Francia e Gran Bretagna ci ha fregato, e che per una volta un ruolo da protagonista nello scenario internazionale potevamo avercelo noi. Ancora una volta nella storia, decidiamo all’ultimo di partecipare ad una guerra non per convinzione ma solo per riuscire a sederci, alla fine, al tavolo dei vincitori.

Il punto politico tutto italiano è che, nel giro di una dozzina di anni, l’atteggiamento del centrodestra in parlamento nei confronti della politica estera italiana si è trovato di fronte ad un capovolgimento dei ruoli: alla fine degli anni ‘90 furono i voti di Forza Italia e di Alleanza Nazionale a permettere al governo D’Alema di bombardare la Serbia; nel 2001 e nel 2003 i richiami alla fedeltà atlantica e alla necessità di rovesciare i regimi pericolosi per l’occidente avevano portato il secondo governo Berlusconi a sostenere, politicamente e militarmente, gli interventi americani in Afghanistan e in Iraq; poi è accaduto che durante la scorsa legislatura, per motivi politici interni (il famoso senato ballerino dell’Unione), il centrodestra ha rifiutato di appoggiare il finanziamento della missione in Afghanistan da parte del governo Prodi (comunque poi approvato), e, infine, oggi il PdL riesce a far passare nelle commissioni competenti di Camera e Senato – così come accadrà in Parlamento nei prossimi giorni – la partecipazione italiana alla missione libica grazie ai voti di gran parte dell’opposizione, mentre c’è stata l’astensione della Lega (della quale alcuni membri oggi tirano fuori argomenti in stile Giulietto Chiesa e altri fasciocomunisti) e dei cosiddetti “Responsabili” (in questo caso, probabilmente, per una questione di poltrone). Stiamo parlando della stessa Lega che impedisce il mantenimento delle promesse elettorali sull’abolizione delle province, la stessa Lega che in occasione del 150° dell’unificazione italiana boicotta le celebrazioni (e qui chissà gli ex An cosa hanno da dire), la stessa Lega, per bocca del governatore del Veneto Luca Zaia, che dice sì al nucleare, ma per carità non al nord che energeticamente è autosufficiente (anche se è costume comune col PdL). E qui – lasciando le beghe nostrane – bisogna capire che cultura di politica estera ha il PdL: se è legata alla comunità atlantica (pur con tutti i distinguo, ok), alla realpolitik delle nostre esigenze energetiche, ai legami personali di Silvio Berlusconi, e se è veramente affidabile per noi italiani. Da elettori bisognerà pure chiederselo. E c’è da chiedersi, se in fondo, le vecchie argomentazioni a favore delle guerre in Asia dello scorso decennio – quelle dell’esportazione della democrazia, dell’alleanza atlantica e così via – non siano state solo delle scuse per farsi belli agli occhi degli americani, nel migliore dei casi, o peggio.

Siamo sempre i numeri uno

"Nel rispetto dei principî della legalità internazionale, l’Italia non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia e la Libia non userà, né permetterà, l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro l’Italia". Trattato di Bengasi, art. 4, comma 2.

Come funziona? Considerando che inglesi e americani stanno spostando forze nel Mediterraneo, se ci chiedono appoggio cosa diciamo? No, grazie?

La politica estera di Silvio Berlusconi

Berlusconi bacia la mano di GheddafiHo sempre pensato che uno degli aspetti più degni di studio e di approfondimento dei governi di Silvio Berlusconi sia quello che riguarda la politica estera. O, almeno, a me incuriosisce, e molto. Non so se esistano già ricerche e analisi serie e approfondite da parte di accademici e studiosi della materia, e a dire il vero nemmeno le ho cercate, però credo che se si vuole capire l’Italia di questo decennio e il lascito di Silvio Berlusconi a questo paese non si può ignorare la sua particolarissima politica estera.

Se in economia gli aspetti da analizzare sono quello ideologico-propagandistici da campagna elettorale e quello pratico che non è altro che il tremontismo (fatto salvo il periodo di assenza di Tremonti dal ministero dell’Economia), se sotto il profilo delle politiche di riforma istituzionale e della giustizia non si può che prescindere dalla sua concezione del rapporto leader-popolo, dalle sue beghe con la magistratura e dai suoi rapporti con la Lega Nord, se dal punto di visto politologico e comunicativo è chiaro come il suo carisma e il suo legame con i mass media siano i punti cardine di qualsiasi riflessione, quello della sua politica estera sembra essere l’aspetto più particolare della sua attività di governo, nonché quello che più differisce dagli altri.

In primo luogo, in Italia Berlusconi è il centro di tutto: è l’imprenditore che scende in politica e spiazza la sinistra post-comunista pronta a salire al potere, é il premier del governo più duraturo della storia repubblicana, é l’obiettivo di quasi tutte le invettive lanciate da intellettuali e giornalisti, così come il leader quasi adorato da un gran pezzo del paese. All’estero no. All’estero il tycoon che scende in politica senza risolvere il proprio conflitto di interessi e i propri problemi giudiziari non è visto molto bene; all’estero è il leader di una media potenza regionale sempre molto “tradizionalista” nei rapporti internazionali e la cui voce a livello globale è nettamente sovrastata da quella di almeno un’altra dozzina di paesi, e così via.

In secondo luogo, un leader così attento ai sondaggi, così pronto a lanciare popolarissime parole d’ordine (“meno tasse per tutti”, “abolirò l’Ici”) e a rappresentare l’italiano medio coi suoi pregi e difetti, è stato capace di prendere una scelta decisamente malvista dall’opinione pubblica nonché dalla burocrazia della Farnesina, cioè l’appoggio agli Stati Uniti nella guerra in Iraq e il successivo contributo militare ed economico alla ricostruzione, al nation building e alla lotta all’insurgency baathista e non.

Infine, a differenza del resto dell’attività governativa berlusconiana dove la rottura dalle linee politiche del passato è avvenuta più a parole che ha fatti, la linea internazionale dei governi CdL-PdL è sembrata realmente di smarcamento rispetto alla tradizione Dc e dei governi dell’Ulivo, sia per il filoamericanismo e filoisraelismo spinto dei primi anni del Berlusconi bis, al grido di “proteggiamo, promuoviamo, esportiamo la democrazia”, sia per l’abbraccio con i vari Putin, Gheddafi, Lukashenko e via dicendo della seconda fase di Silvio attorno al mondo. Per fare un esempio: laddove la Dc andreottiana si limitava a fare patti col diavolo, l’Italia del Cav. sembra vendergli direttamente, e senza neanche discutere troppo sui particolari, la propria anima. E nonostante questo – come si evince dalle ultime rivelazioni di Wikileaks -  e nonostante la cattiva opinione sulla politica interna del Cav., gli Usa continuano sostanzialmente ad avere fiducia nell’alleato italiano nello scacchiere internazionale.

Anche nell’Ue, il triangolo dei primi anni con Spagna e Gran Bretagna è stato seguito da una sorta di riallineamento con l’asse franco-tedesco – anche se oggi di asse non si sa se si può parlare ancora. Di tutto questo però bisogna trovare una spiegazione, per capire perché in questi giorni l’Italia è rimasta fino all’ultimo titubante nel chiedere a Mubarak di lasciare il potere in Egitto, e perché solo ieri sera Berlusconi ha avuto parole di preoccupazione per i massacri di civili in Libia, dopo che lui stesso aveva detto che preferiva «non disturbare» e Frattini non trovava di meglio da dire che gli alleati europei dovevano pensare ai fatti loro.

C’è probabilmente un profilo psicologico nella linea tenuta dal Cav. dal 2001, legato alla politica delle pacche sulle spalle, al gigioneggiare di un uomo che forse lo fa per tattica, forse improvvisa, o che forse è solo un anziano spaccone brianzolo non riesce, data l’età e l’abitudine, ad adeguare i propri comportamenti giocosi alla scena internazionale.

C’è, forse, un profilo affaristico: questo è solo un retropensiero, un gossip giornalistico e politico tutto da provare (ci sono degli articoli su Repubblica di cui non ritrovo il link, ad esemepio), ma bisogna capire se la politica – oserei dire – “filotirannica” dell’ultimo Cav. sia o no guidata da interessi personali propri o di persone vicine.

C’è, quindi, da analizzare l’interesse nazionale, quanto (il se non è in discussione) l’Eni, in certi casi l’industria militare, e quella delle costruzioni abbiano influito sulle scelte del governo.

C’è poi da capire il riflesso sulla politica interna, sulla necessità di fermare i clandestini direttamente sulle coste libiche e, più in generale, di accreditarsi presso il proprio elettorato come importante attore della scena internazionale, capace di difendere il prestigio e gli interessi (anche quello meno presentabili) del proprio paese – come tra l’altro il vertice Nato-Russia a Pratica di mare cercava di fare, mentre dei probabili scarsi risultati pratici di quel vertice qualcuno più titolato di me potrà discutere.

C’è da capire, insomma, quanto queste ragioni abbiano influito, quanto uno o alcuni di queste abbiano escluso o messo da parte gli altri, quanto siano intrecciate a livello di scelte politiche generali e particolari. C’è da capire, inoltre, quanto siano riuscite a penetrare nella burocrazia della Farnesina e della rete diplomatica italiana nel mondo. Nel futuro tutto questo forse ci servirà per capire l’Italia di questi anni, e l’influenza di Berlusconi su di essa, che voi la giudichiate fantastica, deprimente o terrificante. E oggi potrebbe aiutarci a capire perché, di fronte a quello che accade a Tripoli e a Bengasi, ci sia un po’ di imbarazzo da parte di chi ci governa.