Il ritorno della maggioranza naturale

La presentazione e la visualizzazione di numeri e dati sono un fattore importante nella lettura che si dà dei suddetti numeri e dati che, si presume, siano oggettivi. Prendiamo come esempio i sondaggi elettorali in Italia.

Questi sondaggi, spesso, dividono i partiti in tre o quattro grandi blocchi: l’area del sedicente “governo del cambiamento”, quella di centrosinistra, quella di centrodestra, più talvolta un generico gruppo di piccoli partiti definiti come “altri” (come fa, ad esempio, Agorà su Rai Tre con gli studi di EMG). Un altro modo è quello di raggruppare loghi e percentuali rispetto alla posizione dei partiti – di sostegno o di fiducia – in relazione al governo almeno formalmente guidato da Giuseppe Conte (si vedano, ad esempio, le tabelle di Piazza Pulita su La7 che mostrano i sondaggi effettuati da Index). In maniera un poco più neutrale, visto che i partiti e le liste sono elencati ognuno per conto proprio, vengono presentate da parte del Corriere della Sera le rilevazioni di Nando Pagnoncelli.

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Politica e linguaggio: per un nuovo discorso di verità in Italia

L’anno solare si conclude con l’approvazione della cosiddetta “Manovra del popolo”, termine propagandistico coi cui il partito di maggioranza relativo, il Movimento Cinque Stelle, chiama la legge di bilancio per l’anno 2019 e per il triennio 2019-2012. Si tratta di un termine, tra l’altro, che si aggiunge a un lessico e una comunicazione che non si possono definire, forse, ideologizzati, ma sicuramente discutibili in relazione a dati di realtà.

Se il termine “Governo del cambiamento” rientra, tutto sommato, in un utilizzo del vocabolario teso a sottolineare aspetti puramenti politici, affermazioni come quella secondo cui l’esecutivo avrebbe “abolito la povertà” fanno, purtroppo, abbastanza ridere. Fa restare più perplessi notare come due dei provvedimenti principali finanziati dalla manovra siano semplicemente etichettati con nomi ingannevoli: il cosiddetto reddito di cittadinanza, infatti, non è altro che un sussidio di disoccupazione condizionato, cioè non è ciò di cui porta il nome, mentre la cosiddetta flat tax, proprio per il suo campo limitato e per il fatto di lasciare in vigore diverse aliquote, è tutto fuorché una “tassa piatta“, e si può tranquillamente ridefinire in linguaggio più asettico come riforma fiscale.

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La difficoltà del votare

In questo blog raramente aggiornato la politica è l’argomento probabilmente trattato con maggiore frequenza, tra l’altro esponendo opinioni che, col tempo, sono anche andate cambiando. Quest’anno alcune di queste opinioni andranno finalmente soppesate in vista delle elezioni del prossimo 4 marzo.

Cinque anni fa ero in Albione e suggerivo di votare Partito Democratico, pur non potendolo votare io stesso (non ero iscritto all’AIRE, mentre ora lo sono). Fu una scelta fatta un poco per esclusione, un poco per la volontà di non vedere altri personaggi avventurosi al governo. Cinque anni dopo noto che dalle parti dello stesso partito si cerchi di portare avanti l’immagine di “forza tranquilla” (alla François Mitterrand), nonostante nel frattempo i cosiddetti rottamatori abbiano preso in mano il partito e un pezzo della storica classe dirigente abbia deciso, per motivi non solo politici ma anche personali, di andarsene e fare la loro battaglia da fuori – extra ecclesiam nulla salus, a mio avviso, ma, come dicevo, qui alcune battaglie fatte sono state tutto fuorché politiche.

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#Elezioni2018 – You need allies, not just votes, to win elections in Italy

The latest electoral contest in Sicily has been widely considered in Italy as a resounding defeat for the Democratic Party, a success for the centre-right forces and, after all, a good result for the anti-establishment Five Star Movement, which, anyway, did not succeed in winning its first regional election. If we look at some numbers and details, however, we might get a more nuanced picture

Sicily has been for almost two decades a centre-right stronghold (at the 2001 general election, 61 constituencies out of 61 were won by the coalition supporting Silvio Berlusconi). Local government is granted a number of special powers. Moreover, a multitude of local lists and regional parties make the political landscape quite fluid and peculiar on the island. In 2012, the surge of Grillo’s party and the internal division of the centre-right (split into two different coalitions, while the Union of the Centre, a Christian-democrat party normally loyal to the centre-right and electorally strong in Sicily, changed side) led to the victory of Rosario Crocetta, the candidate of the Democratic Party-led coalition. which, however, was unable to win a majority of seats at the Sicilian Regional Assembly.

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#Elezioni2018 – A potential anti-EU coalition in Italy?

In the current year, many have feared (or hoped for) the rise of anti-EU, anti-establishment or simply radical parties or candidates (which, more than occasionally, turned out to be radical right parties) in countries such as France or the Netherlands. According to some commentators, this would have led, in the long run, to the disgregation of the current ‘liberal’ order, at least in Europe, and to the collapse of the European Union after the Brexit blow in 2016. However, Geert Wilders and Marine Le Pen did not succeed and the European project has not been hit further.

I thought, anyway, that many would have turned closer attention to Italy by now, as it seems the most likely potential target for anti-EU forces, but, apparently, it did not happen – wrongly, in my opinion. There are two factors, indeed, that make Italy a target for anti-EU’s’ appetites. First, after two decisions of the Constitutional Court in 2014 and in 2017, and the referendum held in December, Italy now has a substantially PR voting system both for the lower house and the Senate – remember: both have equal powers. This means that coalitions are almost necessary to rule the country. Second, no natural coalition seems likely to win a majority of seats: both a potential centre-left and a potential centre-right coalition look unable to attract more than 30%-40% of votes, while the Five Star Movement rules out any form of alliance with other parties.

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Sul referendum costituzionale di dicembre: questione di approcci

Due o tre appunti di metodo, più che di merito, sul referendum costituzionale del 4 dicembre e sulla campagna che lo sta precedendo.

Alcuni degli istituti di sondaggi che nelle ultime settimane si sono occupati di rilevare le intenzioni di voto e le relative motivazioni sono concordi nell’indicare l’avversione al governo Renzi come ragione principale, o più diffusa, o comunque numericamente consistente, che indirizza coloro che votano No. Già a fine settembre, Index Research segnalava che la spinta principale al voto contrario alla revisione costituzionale Renzi-Boschi è far dimettere il capo del governo. Ora, anche Ipr Marketing e Techné mostrano la stessa tendenza: tra gli oppositori della legge, pensa più all’operato del governo che ai temi del referendum tra il 46% (secondo Techné) e il 54% (secondo Ipr Marketing) di coloro che pensano di votare contro, mentre solo tra il 15% e il 27% di coloro che intendono votare Sì indica la medesima motivazione. Sarà pure vero che Matteo Renzi ha commesso l’errore, come minimo tattico, di legare, almeno nei mesi scorsi, la sua esperienza politica all’esito della consultazione referendaria. E’ altresì sicuramente e come minimo vero, però, che le motivazioni che meno si concentrano sul merito e più su questioni di tipo politico sono assai più forti nel fronte del No. A me sembra che questo atteggiamento pregiudiziale sia assai discutibile, nel senso che è legittimo ma sicuramente strumentale. Continue reading “Sul referendum costituzionale di dicembre: questione di approcci”

“Dove ho sbagliato?”, chiese Matteo

Mi è capitato sotto gli occhi un post di Massimiliano Di Giorgio che tenta di analizzare l’appannamento, almeno apparente, dell’immagine di Matteo Renzi e del calo della sua popolarità. E’ stata l’occasione per rimettere mano a questo blog, ma anche per scrivere un paio di idee che mi frullavano in testa.

Massimiliano sostiene che il sostegno popolare a Renzi si sia ridotto per via della grande delusione seguita alle grandi aspettative, nonché per la sua narrazione politica tutta tesa a dirci che l’Itaila è un grande paese e le cose stanno migliorando, soprattutto alla luce del fatto che l’Italia non sta cambiando verso come promesso e che la rottamazione è percepita sempre più come la creazione di un’altra élite amica dei soliti noti. Questa è una lettura che coglie una parte di realtà. Sono necessari per Renzi cambiamenti di forma e di sostanza, in effetti – ma di quale sostanza? Sospetto che per alcuni degli oppositori non malevoli di Renzi si tratti solo della necessità di fare marcia indietro e di identificarsi più marcatamente “di sinistra”. Io invece ritengo che Matteo Renzi debba essere più fedele a se stesso.

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Yanis Varoufakis on Wolfgang Schäuble

10 euro banknote
A banknote left from my latest trip to the eurozone

There is a thing I have noticed if I have not misinterpreted what I read.

In an article published today on The Guardian, the former finance minister of Greece Yanis Varoufakis has claimed that the intention of Wolfgang Schäuble, the current finance minister of Germany, is a Grexit. As the eurozone is neither a fixed exchange-rate regime area based on rules and discipline nor a state or a federation issuing its own currency, but a sort of hybrid entity, according to Varoufakis the German minister would see a Grexit as a way to take one of the two paths, that is the path of disciple or the path of an European federation, and, among the two options, Schäuble would favour the “disciplinarian” option rather the federal one (which would be based on mutualization of debt and risk, I suppose, rather than common rules and discipline).
It seems a change of opinion, if you compare what Varoufakis itself said to Die Zeit less than two months ago:

Question: What are the European topics you probably could agree on with Mr Schäuble?

YV: That Europe needs a political union and that, without it, our monetary union is problematic.

Substantially, Varoufakis seemed to think, if we stick to his words, that Schäuble was, in his own way, in favour of a political union, rather than of one simply based on rules established and followed by national governments. Today, Schäuble is included in the camp of those who do not want a federation. Since to me political union and federation are quite synonyms, at least in European Union matters, that seems a shift in opinions.
Furthermore, what Varoufakis wrote today (that a Grexit could have two possible outcomes, one of which would be a federal Europe) leaves room for some interesting reasoning on what a European federalist should wish in order to achieve his/her political target. What if the sacrifice of a member state could lead to the unintended consequence of a European federation, based on the urge to avoid the same scenario in the future? Could be a good idea to sacrifice Greece and ‘upgrade’ the rest?