L’intervento di Roberto Giachetti alla direzione nazionale del Partito Democratico del 30 marzo 2015

Ho passato un paio di ore libere (sono un pazzo, lo so) a sbobinare questo intervento di Roberto Giachetti alla più recente direzione nazionale del Partito Democratico, dove si è discusso – probabilmente per l’ultima volta in quella sede – della nuova legge elettorale, il cosiddetto italicum. Ho avuto modo di seguire in diretta l’intervento di Giachetti su YouDem, l’ho trovato molto appassionato (ma non è detto che sia un bene) e mi pare che colga il punto su alcuni vizi delle minoranze interne al Pd e che esponga, allo stesso tempo, un paio di critiche sensate a Matteo Renzi.


Matteo [Renzi], te lo dico con molta, molta franchezza: io penso che la rappresentazione che tu hai dato e continui a dare, anche del dibattito nel nostro partito, aiuti a falsare i connotati stessi di quello che accade qua dentro, perché il presupposto in base al quale c’è qualcuno che si oppone a una tua proposta e tutto il resto venga coperto semplicemente per il fatto che, a differenza di altri, chi è forse più lontano da quella proposta di quanto non lo sono loro manifesta la lealtà che ha sempre manifestato, anche quando segretari erano gli altri, di dire chiarmente che è lontano dalla tua proposta, ma poi di adeguarsi – non lealtà nei tuoi confronti, lealtà nella nostra comunità – alle decisioni che, oggi, con maggioranze diverse, prendiamo esattamente come prendevamo ieri con maggioranze diverse – questa è la differenza, e tu annulli l’identità di tanti di noi che non sono renziani nè della prima nè della seconda nè della terza ora. Ho 54 anni, faccio politica dal ’79, eri appena nato, ne ho attraversate parecchie, ho fatto minoranza spesso e mi sono sempre adeguato a quello che diceva la maggioranza, senza mai nascondere la mia divergenza – caro Fassina, sei distratto, l’ultima è quella di qualche giorno fa: ho detto espressamente che ritengo un’aberrazione l’allungamento della prescrizione, per esempio. Se vuoi, posso dirti cosa penso della responsabilità civile, cosa penso dell’amnistia, cosa mi divide da questa legge elettorale. Penso di essere uno di quelli che l’ha detto in tutti modi. Ti sfugge il fatto che a differenza di te, però, poi quando collettivamente – non perchè me lo chiede Renzi – prendiamo una decisione, io poi quella decisione la rispetto, tutto qua. La differenza tra noi, anzi, tra me e voi è solo questa, perchè sennò questo ci porta a delle logiche che sono quelle che inevitabilmente poi ci dicono, caro Stefano, che se una decisione è presa in direzione, è una forzatura, se invece è frutto di un rapporto tra la minoranza e il segretario, allora è un elemento di democrazia, o peggio – siccome vedo Boccia, sento oggi un’intervista di Boccia che ci spiega che il voto è inutile perché Renzi ha la maggioranza, e quindi succede che il voto è utile nella direzione soltanto quando la maggioranza ce l’avete voi e non ce l’ha Renzi. Non si può andare avanti – l’hai detto testuale, vatti a prendere l’intervista semmai, ma vado avanti.

«Deriva autoritaria», «democrazia ad investitura», «autostrada per pulsioni plebiscitarie», «un uomo solo al comando», «rischio per un futuro della democrazia», e da ultimo, Stefano, «democratura», ah, no, «pericoloso della…», sì, vabbé, ci siamo capiti – cosa succede? Sono tutte frasi che vengono sparate nel mucchio e che poi diventano la realtà con cui tutti noi dobbiamo rapportarci, come se quella fosse la verità. È successo lo stesso film sulla legge Delrio! Volete che ve li leggo? «Golpe», «bisogna chiedere a Napolitano di non firmare», «anticostituzionale», poi succede che l’unico organo che ha la facoltà di stabilire se qualcosa è costituzionale o meno, cioè la Corte Costituzionale, tre giorni fa fa una splendida sentenza nella quale rigetta tutti i ricorsi delle regioni, e in quel caso c’erano anche i professori che non mancano mai, c’era Onida con altri quarantaquattro professori che dicevano che è incostituzionale e via dicendo. C’è un organo che stabilisce se è costituzionale, e lo fa a posteriori – e ci arrivo – ed è la Corte Costituzionale.

Poi ci sono quelli che sono poveri di memoria. Ho sentito il compagno D’Alema nei giorni scorsi affermare che «con il referendum finale si chiede ai cittadini se accettano la legge così com’è, il referendum finale sarebbe un plebiscito». E allora io sono andato a pensare: «vabbè, ma vuoi vedere che…». È il 1997, è la commissione bicamerale, che non si occupa solo della riforma di governo, ma della riforma dello stato e del bicameralismo, e del sistema delle garanzie, e che all’articolo 4 “Referendum” recita: «La legge costituzionale approvata con unico voto finale ai sensi dell’articolo 3, comma 4, è sottoposta ad unico referendum»; cioè, quando si tratta dela commissione bicamerale e dei testi che fa D’Alema nella commissione bicamerale, il referendum unico non è un plebisicito, occupandosi peraltro di tutte le materie, quando questo lo si fa noi oggi, accade invece che è un plebisicito.

Mi dispiace che non c’è Rosy Bindi, che non fa parte della direzione, ma anche lei leggo che oggi dice: «Ritengo essenziale restituire il premio di maggioranza alla coalizione e non basterà diminuire i capilista bloccati». Ma Rosy, è legittimo, e lo dico a tutti quelli, e staranno anche qua, che hanno firmato, per esempio, il referendum Guzzetta – Tonini lo faceva rilevare qualche tempo fa. In quel referendum il primo quesito referendario non solo attribuiva alla lista e non più alla coalizione il premio di maggioranza – correggimi Tonini. Portava lo sbarramento non al 3% come l’italicum ma al 4% e in più il premio di maggioranza non era dato con un doppio turno al 40% con una soglia, ma, come accadeva col porcellum, con un voto in più. In quel caso la deriva autoritaria non si è manifestata, non si è palesata nella mente di Rosy Bindi. Accade oggi. Ripeto: cambiare idea è legittimo, però trasportare questa alla deriva autoritaria…

Bersani oggi: «Il mattarellum lo firmerei subito, anche domani». Adesso io faccio fatica a non incazzarmi, perchè ne ho sentiti anche altri di voi. Ce l’avete avuta l’occasione nella quale potevate votare il mattarellum, e avete votato contro e avete imposto, chiamando la gente al telefono, di votare contro, e accade sempre così: quando si può votare una cosa non la si vota e si vota contro, e poi, quando non si può più, perchè non è all’ordine del giorno, «ma io vorrei votare il mattarellum», che ovviamente non è più all’ordine del giorno.

Segnalo, signor segretario, anche a lei, che non è che il mattarellum non si potrebbe modificare garantendo il premio di maggioranza anche col mattarellum, quindi hai fatto una scelta diversa, che io rispetto, non mi piace, ma non dire che il mattarellum non è utilizzabile, perchè si poteva utilizzare tranquillamente anche il mattarellum. Vorrei anche dire, e vado a chiudere, che, però, le modifiche che tu hai fatto non sono quelle che hai detto qui e che abbiamo votato in direzione. Ce ne sono due che hai fatto senza neanche convocare la direzione, nel solito rapporto tra te e la minoranza, e questo non va più bene, perché se… [probabilmente rispondendo a Stefano Fassina] c’arrivo e te lo dico! Perché hai paura che te lo dico? Ti sto per leggere la dichiarazioni di D’Attore, abbi pazienza, così vedi se dico cazzate io o D’Attorre, così magari scopri anche tu che ogni tanto D’Attore dice… D’Attorre, 3 maggio 2014: «Una possibile mediazione che evita pasticci elettorali ed è coerente con il superamento del Senato» – spiega D’Attorre – «È anche una modifica coerente con il messaggio di Renzi e esclude anche i rischi…» insomma si tratta dello stralcio dell’articolo 2. Non l’abbiamo deciso in direzione lo stralcio dell’articolo 2. Non l’abbiamo deciso nei gruppi lo stralcio dell’articolo 2. Sei andato incontro a una richiesta di D’Attorre, poi, diciamo, io ho fatto un tweet dicendo che era una cazzata, ma è quello che faccio sempre – lo stralcio del’articolo 2 era quello che riguardava la legge elettorale anche alla Camera… Sto dicendo una cazzata, Fassina? Era uno dei punti di mediazione? È una cazzata o la verità? Era un punto di mediazione voluto da voi o no? Era così, te lo dico io. Io faccio un tweet dicendo che era una cazzata, poi, a supporto di questa importante innovazione dal punto di vista – diciamo – della legge elettorale, la forza di questa cosa, arriva poco dopo, anzi… poco dopo sì, subito, da Ainis, per esempio, che dice «l’operazione italicum con l’intesa per applicarlo solo alla Camera è incostituzionale», ma si dice: vabbè, questo è il solito Ainis, e via dicendo. E allora arrivano in supporto chi? Quelli che quando servono ci sono e quando non servono non ci sono, e cioè gli ex presidenti della Consulta che sfilano nella commissione affari costituzionali della Camera a parlare dell’italicum, e la prima cosa che dicono – se vuoi, Fassina, ho il pezzo di carta e te lo leggi – è che stralciare l’articolo 2 è una cazzata. E ce n’è una seconda, perchè anche sulle riforme costituzionali hai svolto una grande mediazione che non è passata in direzione, che non è passata da nessuna parte, ma te la sei giocata tu con la minoranza, e cioè quella brillantissima idea del vaglio preventivo della legge elettorale da parte della Corte Costitizionale. È una brillantissima idea che non è che per smentirla si fanno carico degli ex presidenti della Corte Costituzionale. In forma assolutamente inusuale scende in campo il presidente attuale della Corte Costituzionale, che dice: «il giudizio preventivo affida alla Corte Costituzionale un compito che non le spetta perchè la Corte giudica sulle leggi approvate e sarebbe una sorta di consulenza preventiva alle Camere che forse non è proprio opportuna» – il presidente, Agostini, il presidente della corte costituzionale! Se voi ogni tanto chiamate pure quelli che tra un po’ non ci sono più, almeno quelli che sono in questo momento effettivamente presidenti della Corte Costituzionale ascoltateli.

Ho concluso, avevo preparato anche gli schemini per far vedere bene come funziona la differenza tra porcellum – solo liste, solo simboli – e poi c’abbiamo il mattarellum, con solo un simbolo e una riga, e poi quell’altro che era con un simbolo e quattro righe. Non è esattamente la stessa cosa, come spiega anche la Corte Costituzionale.

Ho finito, volevo solo leggervi una cosa che sicuramente vi farà piacere. E’ brevissima e vi farà piacere, perchè la potrete utilizzare: «Quanto a questa ipotesi» – ci si riferisce alle preferenze e si sta parlando del mattarellum, che, come sapete e come ricorderete, aveva sì i collegi uninominali, ma aveva anche delle liste bloccate – «quanto a questa ipotesi, certamente la peggiore» – si parla delle preferenze – «dovrebbe essere sufficiente ricordare quanto di causa ed effetto insieme sia riconducibile al rapporto tra voto di preferenza e corruzione del sistema politico. Vi è chi ha dichiarato che questa lista sarebbe veicolo di salvataggio» – si parla delle liste bloccate – «per le cosiddette vecchie nomenclature o addirittura per gli inquisiti, particolarmente là dove per gli inquisiti vi fossero apparati o radicate clientele, ma questo è proprio ciò che può avvenire con la preferenza o con il ripescaggio dei non eletti. Con liste corte tra quattro e dieci nomi, l’elettore, così come nel collegio uninominale, sceglie e decide. Non voterà una lista i cui nomi non incontrano la sua fiducia. Si è giunti a dire che ci sarebbero 157 deputati scelti dai partiti. I partiti, vecchi o nuovi, organizzati stabilmente o improvvisati per le elezioni, scelgono i candidati nei collegi uninominali, e nella parte proporzionale sono gli elettori a decidere». Questo signore che voi avete tanto evocato – ho visto oggi Bersani che diceva: abbiamo fatto Mattarella, facciamo il mattarellum – ecco, questo signore si chiama Mattarella, ed era il relatore del mattarellum in occasione della legge che poi diventò legge e che spiegava molto brillantemente come la preferenza sia un problema di grandissimo rischio – e ce lo troveremo, caro Renzi, ne riparleremo tra tre anni, tra quattro anni, quando dovremo confrontarci con le preferenze – e che in realtà, invece, le liste bloccate, se sono piccole, non sono bloccate, perchè il problema è di far scegliere gli elettori: se non ci sono i nomi, non possono scegliere, se ci sono i nomi, posono scegliere.

http://www.youdem.tv/v/276580

Legge elettorale: Silvio 1 – Matteo 0

Silvio BerlusconiMi lancio in una considerazione un po’ politica, che è anche una previsione e quindi corro il rischio che un giorno qualcuno passi di qua e giustamente mi spernacchi. E vabbè.

Di analisi tecniche sul sistema elettorale uscito dalla direzione Pd di oggi ne leggerete tante, molte da studiosi che masticano la materia come fosse pane e salame. Dal mio punto di vista – pur restando in attesa di un testo scritto definitivo messo nero su  bianco – questa legge è per molti versi una schifezza (dalla presenza di un premio di maggioranza assoluta artificiale, un unicum mondiale o quasi, a quella di alleanze prestabilite che nell’UE a 27 hanno solo Svezia e Polonia) che però ha due virtù: in primo luogo, i proponenti si sono proposti un obiettivo nello scriverla, cioè quella di avere una maggioranza certa dopo le elezioni, e una legge elettorale di questo effettivamente tipo la dà. Non dovrebbe riproporre carrozzoni tipo l’Unione per via dell’innalzamento dello sbarramento (alla Camera, passa dal 10% al 12%, per le liste coalizzate passa dal 2% più la migliore esclusa al 5%, per le liste non coalizzate passa dal 4% all’8%) salvo listoni unici con posti garantiti o quasi, come, ad esempio, fecero i radicali candidati col Pd nel 2008 – cosa che i collegi uninominali avrebbero potuto facilitare con collegi sicuri e le preferenze invece disincentivare (l’unico pregio del sistema con le preferenze è questo).

La seconda virtù riguarda (o riguarderebbe) il fatto che la proposta sembra recepire le obiezioni della Corte Costituzionale al porcellum: al di là delle imprecisioni della vulgata sulla bocciatura della legge Calderoli, la Corte aveva eccepito non sulle liste bloccate in sé ma sulla loro lunghezza (e il modello Renzi-Berlusconi infatti propone liste corte in oltre un centinaio di collegi, benché poi la ripartizione totale dei seggi sia comunque nazionale) e non sul premio di maggioranza in sé ma sul fatto che non esistesse una soglia oltre la quale farlo scattare (e l’introduzione della soglia del 35% e dell’eventuale doppio turno sembrano aggirare questo problema).

Venendo ai punti deboli, questa proposta è inserita in un più ampio progetto di sistema che va a toccare sia il Titolo V della Costituzione (cioè il sistema delle autonomie, che per il ragionamento che sto svolgendo c’entra comunque limitatamente o nulla) sia il Senato. Com’è noto, l’articolo 57 della Costituzione oggi impone l’elezione del Senato su base regionale, per cui, a Costituzione vigente, la proposta Renzi-Berlusconi si troverebbe ad affrontare lo stesso problema che presentava il porcellum, cioè la possibilità di creare maggioranze difformi tra Camera e Senato – problema assente nel vecchio sistema proporzionale in vigore fino al 1992 e poi aggirato col sistema dei collegi uninominali usato fino alle elezioni del 2001. Nei piani di Matteo Renzi la legge elettorale (legge ordinaria) dovrà andare di pari passo con l’abolizione del Senato come organo elettivo (legge costituzionale) – simul stabunt, simul cadent – poiché Renzi probabilmente sa benissimo che il sistema applicato al Senato ci darebbe un nuovo porcellum, pur corretto dai difetti di incostituzionalità. Anche qualora la legge di riforma costituzionale non riuscisse a vedere la luce ma poi si volesse andare avanti sul fronte elettorale, il possibile stratagemma dell’introduzione di un eventuale premio di maggioranza nazionale a Palazzo Madama sarebbe fonte di un’altra dubbia costituzionalità (infatti, nel 2005, il presidente della Repubblica Ciampi intervenne presso l’allora maggioranza di centrodestra per spostare i premi a livello regionale proprio in virtù di questa lettura della Costituzione).

Com’è noto, le riforme di tipo costituzionale richiedono tempi più lunghi rispetto a quelle effettuate per mezzo di legge ordinaria, inoltre richiedono numeri diversi. Insomma, per farla breve, per ottenere questo pacchetto di riforme è necessario il consenso di Silvio Berlusconi. Sottolineerei inoltre che l’impianto di coalizione della proposta fa tornare tra le braccia dell’ex premier il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, e che in fondo a Forza Italia il porcellum, per vari motivi, piaceva assai, e allora uno scenario già si delinea: o il testo elettorale viene approvato prima di quello costituzionale, e allora deve contenere qualche disposizione per il Senato, o vanno di pari passo, o addirittura quella costituzionale è approvata prioritariamente rispetto a quella elettorale.

Nel primo scenario, Forza Italia e un probabilmente addolcito Nuovo Centrodestra avrebbero vita facile ad incassare un simil-porcellum e poi bloccare il resto con qualche pretesto (governo che cade e di corsa al voto). Nel secondo scenario e nel terzo scenario, qualsiasi ghiribizzo potrebbe bloccare la riforma e consegnarci così al voto con questo sistema elettorale ed istituzionale che, salvo stravolgimenti nelle urne (sempre possibili, per carità, soprattutto con un elettorato che sta diventando col tempo sempre più fluido) consegnerebbe il paese alle larghe intese perenni tra un recalcitrante Pd e Silvio Berlusconi.

Ed in ogni scenario di questo tipo ci sarebbe chiaramente un grande perdente nella nostra scena politica: Matteo Renzi.

Una nuova legge elettorale?

Foto Roberto Monaldo / LaPresse
18-11-2011 Roma
Interni
VIII° Convegno Nazionale Scienza e Vita
Nella foto Angelino Alfano, Pierluigi Bersani, Pier Ferdinando Casini

Photo Roberto Monaldo / LaPresse
18-11-2011 Rome
8th National Conference Science and Life
In the photo Angelino Alfano, Pierluigi Bersani, Pier Ferdinando CasiniOggi la trojka ABC ha raggiunto un accordo sui principi base e su alcuni meccanismi che la nuova legge elettorale da approvare prima della fine della legislatura dovrebbe avere. I dettagli ve li potete leggere su ogni sito d’informazione, comunque ve li riporto da quello del Corriere della Sera:

Per ciò che attiene la revisione della legge elettorale l’intesa prevede: la restituzione ai cittadini del potere di scelta dei parlamentari, un sistema non più fondato sull’obbligo di coalizione, l’indicazione del candidato premier, una soglia di sbarramento e il diritto di tribuna.

Cerco di toccare alcuni di questi punti, ma prima ci vuole una premessa: io sono sempre stato favorevole ad un sistema maggioritario di collegi uninominali – il modello inglese, per essere chiari – per tutta una serie di motivi: garantisce la governabilità ma non è detto che crei maggioranze fittizie (vedi l’attuale governo britannico sostenuto da Tory e libdem), elimina il rumore di fondo dei partitini del due-tre per cento garantendo però rappresentanza a minoranze etniche, linguistiche o legate ad una certa parte del paese, dà ampie possibilità di alternanza anche a livello di singolo seggio parlamentare (se agli abitanti di Gallipoli D’Alema sta sulle scatole, D’Alema va a casa punto e basta) così come un certo legame col territorio. Sono i primi motivi che mi vengono in mente, ma in realtà quello principale è uno: funziona, infatti nell’Italia repubblicana un sistema così non ce l’abbiamo avuto mai, soprattutto perché è stato confuso col bipartitismo o – ancora peggio – col bipolarismo. Tanto per dirne una, oggi a Westminster siedono i rappresentanti di dieci partiti.

[Nota: sulla confusione che regna sul bipartitismo/bipolarismo in Italia ci sarebbe molto da dire: in Spagna la partita politica si gioca tra socialisti e popolari, ma il primo governo Zapatero era un governo tecnicamente di minoranza, non avendo la maggioranza assoluta, e di volta in volta si appoggiava su rappresentanti delle Baleari, delle Canarie, di qualche scoglio in mezzo all’Atlantico o di qualche microforza di ultra-sinistra, cosa che in Italia farebbe gridare allo scandalo, e infatti tutti lodano la Spd tedesca che non si allea con la Linke a livello nazionale, ma poi si fanno le grandi coalizioni sia a livello nazionale sia a livello locale, che col concetto di alternanza fanno a botte – e non mi dite che sono una tantum: secondo voi coi liberali in crisi e subbuglio, coi voti di chi la Merkel sta facendo passare i provvedimenti di salvataggio di Grecia, Portogallo ecc. nel Bundestag? Ecco, esatto, dell’Spd. E tralascio l’estrema possibilità di Jamaika Koalition. In Francia il partito di Sarkozy è un’accozzaglia di gollisti, social-conservatori, liberali, libertari, democristiani e chissà cos’altro. Questo per dire che l’alternanza non si dà per forza tra due partiti o poli opposti, ma è un fatto che presenta una certa complessità tale da lasciare – dover lasciare – spazio, manovra e rilevanza politica anche alle terze, quarte, quinte forze estranee al gioco dei maggiori competitori. Fine nota.]

Per quel che riguarda i temi in questione: c’è già chi si lamenta per l’abolizione dell’obbligo di coalizione (vedi Massimo Giannini di Repubblica e Marco Castelnuovo della Stampa), ma queste obiezioni mi fanno rimanere perplesso: l’obbligo di coalizione pre-elettorale è un modo di elaborare la propria proposta di governo a prescindere dal risultato elettorale – e se pensate che stiamo parlando di legge elettorale, è una cosa alquanto buffa. Tra l’altro è lo stesso obbligo che ha messo insieme quelle coalizioni eterogenee che molti commentatori – gli stessi commentatori, talvolta, che oggi richiedono l’obbligo pre-elettorale di coalizione – da anni criticano perché incapaci di esprimere una efficace azione di governo, salvo poi oggi e in ogni dibattito sulla legge elettorale continuare paradossalmente a richiederle e certificarle per legge (c’è da precisare una cosa: l’obbligo esiste dal 2006, ma per le tre precedenti tornate elettorali il sistema misto maggioritario/proporzionale del mattarellum forniva grandi incentivi alle ammucchiate, perché lasciava vita e visibilità a molti partiti minori con cui, quindi, le maggiori forze erano tenute a fare i conti elettoralmente). In secondo luogo, mi sono fatto un giro tra Google e Wikipedia e ho notato che tra i 27 paesi dell’Unione Europea l’obbligo di segnalare in precedenza la coalizione ce l’hanno solo tre paesi: la Svezia, la Polonia e, appunto, l’Italia. Lodi, lodi e lodi alla democrazia svedese, ma siamo sicuri che gli altri 24 siano invece virtuosi degli accordi di governo in maniera tale da non avere bisogno di alcuna coercizione giuridica, e non, invece, più realisti e consci del modo in cui avvengono i processi elettorali? Può anche essere di sì, ma ne dubito. Inoltre, che l’inesistenza di vincoli pre-elettorali di coalizione non agevoli l’alternanza di diverse maggioranze è falso, e ce lo dimostra l’esperienza di tutti i grandi paesi europei. La verità è che in Italia abbiamo avuto per cinquant’anni il più grande partito comunista d’occidente che per certi motivi era conveniente tenere fuori dal governo, e inoltre la Democrazia Cristiana è sempre stata il primo partito del paese dal 1946 al 1992: sarà mica colpa sua se vinceva le elezioni? Spariti il PCI e la DC, socialdemocratizzati i comunisti e berlusconizzato gran parte del resto, è sparito il problema. Infine, come dimostra proprio l’esperienza dell’attuale governo, le maggioranze si fanno sempre e comunque in parlamento, da cui l’inutilità di inserire le coalizioni nella scheda elettorale, così come l’indicazione del candidato premier.

Sulla proposta di indicazione del parlamentare da parte del trio ABC, sarebbe sufficiente prendere nota dal modello tedesco, che divide i seggi tra i partiti in base ad un sistema proporzionale con soglia al 5%, ma sceglie i singoli parlamentari da mandare al B
undestag
attraverso un sistema di collegi uninominali – motivo per cui l’elettore tedesco ai seggi compila due schede piuttosto che una.

Però il trio ABC pare abbia un’altra idea (almeno a leggere i giornali): reintrodurre le preferenze come nella Prima Repubblica (singola o multipla, è da capire) e proporre una correzione “spagnola”, cioè, per quello che ne ho capito, spalmare la divisione proporzionale non su un collegio unico nazionale (come capita col porcellum per la Camera dei deputati) o collegi grandi (ad esempio regionali, come col porcellum per il Senato, o come nella legge elettorale per le elezioni europee), bensì su piccole porzioni territoriali, così da a) introdurre un effetto maggioritario (i sistemi proporzionali applicati su piccola scala hanno solitamente l’effetto pratico di avere una soglia di sbarramento alta, ben più di quella prevista dalla lettera della legge); b) mantenere il legame del parlamentare col territorio; c) tutelare le esigenze territoriali (leggi: Lega Nord, così non rompe l’anima più di tanto). In realtà un sistema del genere sarebbe molto più “spagnolo” che “tedesco” (secondo i miei gusti personali, ancora meglio); se al posto delle preferenze ci fosse una seconda scheda per ogni collegio uninominale, si guadagnerebbe invece in “germanicità”, cioè la scelta del candidato sarebbe diretta, ma qui poi ci sarebbe da risolvere il problema dei seggi in sovrannumero: e se un partito vince più collegi di quanti seggi abbia guadagnato con la ripartizione proporzionale?. Inoltre, quale sistema di calcolo, quello utilizzato in Germania o quello usato in Spagna?

Sembrano tecnicismi, ma non lo sono, perché – sembra un luogo comune scriverlo – nessun sistema elettorale è perfetto in sé, ma deve possedere elementi di coerenza al suo interno in maniera tale da massimizzarne i pregi e ridurne i difetti. Ad esempio, il porcellum ha l’impareggiabile caratteristica di amplificare allo stesso tempo i difetti del proporzionale (frammentazione e instabilità) e quelli del maggioritario (dissomiglianza dalla volontà elettorale) senza averne molti dei pregi. Non è detto che si debbano copiare i sistemi elettorali stranieri, ed è perfettamente ragionevole idearne di nuovi o di ibridi: se la piattaforma scelta è quella proporzionale (ognuno per sé, pesiamoci, creiamo un parlamento specchio della volontà politica generale e vediamo dopo come governare), l’introduzione di alcuni correttivi maggioritari (collegi piccoli e/o seconda scheda per scelta uninominale, soglia di sbarramento) può alleviarne i difetti; aggiungerne però uno potentissimo, qual è quello del premio di maggioranza che si andrebbe ad applicare non più alla coalizione (sparpagliando quindi i suoi effetti su più partiti) ma ad un unico partito (!), potrebbe non fare altro che riproporre i difetti del porcellum, soprattutto alla luce del vincolo costituzionale della suddivisione dei seggi del Senato su base nazionale: il combinato disposto di questi due obblighi legislativi potrebbe far sì che le acrobazie aritmetiche per la creazione di due maggioranze uguali in entrambe le camere (salvo modifiche costituzionali per cui il tempo scorre inesorabilmente veloce) senza l’esistenza di vincoli coatti di coalizione (i cui difetti ho già descritto) sarebbero davvero impresa troppo ardua per qualsiasi partito che non riesca ad ottenere una maggioranza bulgara – cosa che, grazie al cielo, nelle democrazie mature capita molto raramente.