Endorsement – Io voterei il Partito Democratico

Mi sono fatto un’idea sulle elezioni pur sapendo che non andrò a votare: pur vivendo all’estero da più di due anni, non mi sono mai iscritto all’AIRE, un po’ per pigrizia, un po’ per racconti – raccolti dal vivo e on line – su lunghi mesi di attesa e sull’esclusione dall’assistenza sanitaria in Italia – un po’ perché secondo me quella del voto all’estero è una legge scema (ora, se qualche funzionario si trovasse a leggere queste parole, potrebbe iscrivermi d’ufficio); qualche mese fa avevo organizzato vacanze di Pasqua e ritorno in Italia per il voto a cavallo tra marzo ed aprile, ma poi il governo è caduto in anticipo e quindi amen. Tra l’altro, ho pure abolito le vacanze pasquali in patria. Ma vabbè, facciamo finta che voto.

Per dirla breve, voterei il Partito Democratico. Senza allegria, senza passione, senza convinzione, per carità: io, d’altra parte, non mi definirei di sinistra, centrosinistra, progressista o quello che è. Ho avuto la tessera di FI per tre anni (senza pur mai partecipare attivamente) e da quando voto ho sempre ondeggiato tra FI/PdL e i radicali, sempre meno convintamente nel primo caso, fino a ripromettermi, già un anno dopo le ultime elezioni, di non votare mai più un centrodestra con Berlusconi e il gruppo che lo ha accompagnato nell’ultimo decennio. Vidi con un favore la nascita della fronda finiana, non per particolare affinità ideologica con quel gruppo di parlamentari – alcuni dei quali, tra l’altro, mi sembrano politicamente imbarazzanti – ma per la possibilità di aprire un partito, renderlo vero, democratico, contendibile, permeabile alle influenze esterne e adeguato a gestire, elaborare, discutere le critiche interne come si fa in un partito vero. Com’è finita lo sappiamo tutti, e ora FLI è un micro partitino di stampo social-conservatore rappresentato da dei leader piuttosto parolai, mentre il PdL, dopo quella famosa telefonata in questura e la farsa del Rubygate (nei cui confronti non ho un approccio moralistico, ma mi fa rosicare il fatto che se finisco io in questura non c’è nessun potente ad alzare la cornetta per togliermi dai guai), l’immobilismo al governo (salvo che per certe leggine a uso e consumo di sappiamo chi), gli scandali, la commedia delle primarie (povero Angelino, che figura del cavolo che hai fatto) e la disinibita giravolta nel rapporto col governo dei tecnici, è sempre più una sola cosa: il partito di Berlusconi, punto. A questo punto voi mi direte: e perché’ l’hai votato prima, visto che è sempre, sempre, sempre stato il partito di Berlusconi? Eh, bella domanda. In fondo, ho sempre sperato che l’anomalia si riassorbisse: al di là di una stampa amica capace di sostenere tutto e il contrario di tutto nell’interesse del capo e della presenza di certi tipi che ti raccomando, il PdL – così come FI prima – è stato un partito che comunque i congressi comunali e provinciali li faceva, che includeva correnti politiche differenti che una dialettica interna che non fosse concentrata esclusivamente su cariche e finanziamenti doveva – nelle mie speranze! – prima o poi produrla, che rappresentava più di un terzo dell’elettorato e che quindi non poteva stare tutto sotto un capello solo, quello delle parole, degli interessi, degli errori e delle promesse mancate di Silvio Berlusconi. Ed è l’eterno ritorno – o l’eterna presenza, se volete – di Berlusconi alla guida del movimento, così come dei Verdini, dei Ghedini, dei Gasparri, degli Schifani, dei Romani ecc. (tralascio i Razzi e gli Scilipoti per non farmi venire il sangue allo stomaco) il tappo grosso che blocca il tutto, è stata la loro irremovibilità a essere stata una delle cause del disastro della destra di governo, una destra cialtrona e inefficiente, e lo dico con la rabbia e la delusione di uno che, probabilmente scioccamente, alla possibilità di mettere in atto certe riforme in questo paese per un certo periodo ci ha creduto davvero; di disastro, infatti s’è trattato, poiché puoi cercare tutte le scuse che vuoi, ma, per quanto ragionevoli e veritiere queste siano, ritrovarsi in una precarissima situazione economica e di finanza pubblica dopo otto anni di governo su undici dovrebbero consigliare a chiunque una sola cosa, cioè quella di tornare a casa e di non farsi vedere mai più. O almeno, io mi vergognerei come un cane a uscire di casa dopo un fallimento epocale di questo genere. Puoi anche lamentarti dell’architettura costituzionale di questo paese e sono addirittura disposto a darti ragione su un certo numero di punti, ma, ancora, dopo otto anni su undici al governo se non sei stato capace di giocare con le regole del gioco, è improbabile che siano solo le regole a essere sbagliate, ma è possibilissimo che sia tu a non essere adatto al gioco (nota: questa metafora l’ho copiata, ma non mi ricordo dove l’ho letta).

Riassumendo, sono due le questioni che mi impediranno per sempre di votare il centrodestra così com’è: la totale mancanza di democrazia interna del partito come prima ragione e come concausa della seconda ragione (essendo, tra le altre cose, la democrazia un meccanismo che tendenzialmente e almeno nel lungo termine corregge gli errori o almeno sostituisce chi li combina), cioè il disastro economico a cui ci ha condotto l’esperienza berlusconiana di governo. Forse anche prima, ma sicuramente ora il PdL è invotabile, punkt.

Guardandomi intorno, tra l’altro, ne vedo pochi di partiti che rispettino il requisito di democrazia interna, che non è altro che, in altri termini, essere un partito decentemente normale come accade nel resto d’Europa: quello a cui potrei essere più affine, il partito radicale, è nelle mani di Pannella, mentre l’esperienza di Monti è una lista estemporanea colma di conflitti d’interessi e che è guidata da un nome di prestigio internazionale che usa come stampelle Casini e Fini – anche loro leader indiscussi di partiti privi di democrazia interna. Non è solo un problema dei movimenti liberali, conservatori, o genericamente di centrodestra: SEL, ad esempio, non è altro che una costola un pelino riformata della corrente vendoliana già esistente in Rifondazione e che non trovò nulla di meglio da fare, perso il congresso postelettorale, che fare i capricci, andarsene e fondare un altro – l’ennesimo – movimento di sinistra. Il Movimento 5 Stelle, invece, è un marchio di proprietà di un uomo solo che tra l’altro ideologicamente propugna un modello di democrazia diretta, in rete, priva di corpi intermedi e di rappresentanza che, per motivi che non mi metto ora a spiegare in questo già lungo post, non condivido, quindi, per scartarlo, non mi serve nemmeno scendere nel dettaglio delle sue vaghe e/o deliranti e/o irrealizzabili proposte economiche e sociali.

Queste sono considerazioni su cui mi sono fissato da circa un paio di anni, andando a memoria e quindi, anche qui senza entusiasmo e senza impegno e senza gioia nel cuore, a dicembre ho votato alle primarie del PD (tra l’altro all’estero il voto era on line e gratuito, tiè), proprio perché sono un esercizio di democrazia interna di un partito. Ho votato Bersani perché nelle storie della rottamazione non ci credo, perché mi sembra una persona concreta, perché ha fatto parte di un’esperienza di governo che tra tasse e ricchi che devono piangere comunque la barra dell’equilibrio di bilancio e della riduzione del debito pubblico è riuscita sempre a tenerla ferma (e questa è una cosa di cui abbiamo bisogno ora e avremo bisogno in futuro, in questo paese sommerso dal debito pubblico), perché guida un partito europeista e io sono fortemente, quasi ferocemente, ossessivamente, irrazionalmente europeista, perché tra le poche cose liberali fatte in questo paese ci sono le sue liberalizzazioni, che saranno sicuramente incomplete, che hanno toccato solo certi settori e non altri, tutte le critiche che volete, ma sono stati provvedimenti che hanno aperto il mercato e toccato rendite di posizione e a cui, se vogliamo farci piacere le etichette, non vedo quale altra attaccare se non quella di “liberale” – e, a me, le cose liberali piacciono.

Come probabilmente saprete, nel registrarsi alle primarie si prende l’impegno a votare il centrosinistra. Per i motivi detti sopra non voterò, però mi ero messo l’anima in pace e avevo deciso che, se fossi tornato in Italia, avrei votato il PD (siccome non torno in Italia, sto stressando da qualche settimana mia nonna per mandarla al seggio a votare PD). E’ chiaro, io non sono di sinistra, ho davvero tante idee diverse che non mi metto ad elencare, le lascio intuire a voi facilmente, però non sarei d’accordo nel dire che è un voto dato turandosi il naso, o al meno peggio: penso realmente che le pratiche di democrazia interna siano un elemento positivo, che danno un motivo in più per votare il PD (prevengo una critica: prima di dirmi che erano primarie di apparato e bla bla bla, andate a vedervi quali e quanti sono i tipi di primarie negli Stati Uniti, dove non è mai esistita una cosa come il PCI, poi ne riparliamo).

Infine, è chiaro, c’è l’economia. Per quel che riguarda il PD, penso che il centrosinistra, per quanto abbia lasciato nella sua prima esperienza di governo un paese che, pur con le finanze a posto, cresceva la metà degli altri grandi paesi europei, può essere colpevolizzato solo pro quota: dal 2001 ha governato solo 20 mesi praticamente senza maggioranza, e, vi dico una novità, senza maggioranza non si governa. Colpa o giustificazione? Dal punto di vista della capacità di raccogliere il consenso, la prima, dal punto di vista della pratica di governo, la seconda. Più in generale, l’Italia non sta messa bene e penserete che finora abbia parlato del sesso degli angeli (può darsi che abbiate ragione, ma apertura degli oligopoli e dei monopoli e controllo delle finanze pubbliche a me sembrano cose concretissime e serissime), però, stando al tema, devo ammettere che i candidati con cui sento maggiore vicinanza sono quelli di Fare per Fermare il Declino. Tralascio il recente caso del master di Giannino, soprattutto perché i dubbi sul mio ipotetico voto li ho risolti prima. FID è un partito che mi avrebbe tentato fortemente se fossi andato al voto. D’altra parte, però, c’è che quel voto alle primarie è un po’ come una parola data, dal mio punto di vista. Formalmente non è affatto così, però, provenendo da un’altra cultura politica, aver accettato quella carta d’intenti è come aver fatto una promessa: ok, facciamo a fidarci, io scelgo i vostri candidati, in cambio prometto di votarvi alle prossime elezioni. Non è forse il rispetto della parola data una delle cose che solitamente chiediamo ai politici? Beh, non vedo perché, restando alla politica, questa cosa non debba valere anche per me, elettore, che decido di partecipare attivamente alla scelta di una candidatura alla guida della coalizione. Almeno così io ho vissuto questa cosa, forse non abbastanza laicamente, lo ammetto. In secondo luogo, non credo alle rivoluzioni. Tralasciamo quelle guerreggiate che, a memoria, hanno avuto successo una sola volta negli ultimi secoli, cioè in America. Rimaniamo a quelle pacifiche, e pensate alla delusione della rivoluzione liberale. Le cose cambiano, possono anche cambiare molto, ma molto difficilmente cambiano rapidamente, ancor più difficilmente lo fanno in maniera efficace e indolore allo stesso tempo. Pensate alla rupture di Sarkozy che in tempo cinque anni ha portato al secondo presidente socialista nella storia della Quinta Repubblica francese. Pensiamo, invece, alla capacità di riformare, di parlare al paese che ha avuto un De Gasperi, ad esempio. Di come la destra nella Svezia del welfare state sia stata capace di salire al potere senza minacciare smantellamenti ma portando comunque avanti il proprio punto di vista. Pensiamo alla CDU della Merkel dopo anni di socialdemocrazia. Nessuno ha proposto cambiamenti radicali sventolando bandieroni e minacciando di rivoltare tutto come un calzino, eppure tutti sono al governo ad attuare, pur con difetti e limiti com’è normale, il proprio programma, la propria visione del mondo. Insomma, alla fine di questo post scritto come un flusso di coscienza con in mezzo una pausa caffè, mi limito a dire che non chiedo rivoluzioni, ne ho abbastanza dopo venti anni. Chiedo normalità, un premier normale alla guida di un partito normale composto di persone normali che portano avanti politiche di cambiamento, condivisibili o no, ma normali e su cui si possa cambiare opinione dopo cinque anni come avviene in molti altri paesi. Paesi normali, appunto.

La democrazia dei partiti senza democrazia

LeadershipNelle ultime settimane – diciamo pure negli ultimi mesi – sono andato pensando a come comportarmi in vista delle prossime elezioni. Tendenzialmente, io sono uno che a votare ci va quasi sempre: diserto strategicamente alcune consultazioni referendarie per motivazioni legate al quorum (e questo ad alcuni di voi sembrerà discutibile, ed in effetti lo è: non sono mica così sicuro di aver fatto la scelta giusta in tali casi), ma cerco sempre di scegliere un candidato, una lista, un partito in ogni occasione. Riepilogando, tutta la mia storia elettorale si riassume in un’oscillazione tra FI/PdL (più spesso) e le varie liste radicali (qualche volta); mi ricordo inoltre di aver votato nel mio paese una lista civica di centrosinistra, con candidato sindaco della Margherita – noto preoccupandomi che ho buona memoria per queste cose.

Senza fare qui, ora e in poche righe la storia del decennio berlusconiano passato, mi sono messo in mente che uno dei tanti motivi del fallimento del centrodestra nella seconda repubblica è stato il suo tratto costitutivamente padronale e lideristico. Per come la vedo io, la libera discussione è un elemento fondamentale per il benessere di qualsiasi società per via di un fatto essenzialmente epistemico prima ancora che morale: per metterla in breve, nessuno può mai dire di avere ragione su tutto, e un qualsiasi luogo di dibattito, un’arena, un colloquio tra conoscenti implica la forte possibilità che qualcuno dica «Guarda che hai torto!», che si presentino disaccordi lievi oppure forti ed evidenti. Ciò non implica che l’altra persona, l’altra fazione, l’altro gruppo abbia oggettivamente torto, bensì implica l’ovvio riconoscimento che la conoscenza umana è fallibile, che nessuno possiede la risposta giusta a prescindere (benché ciò non escluda il fatto che l’abbia dopo attento studio e scrupolosa analisi), che ogni idea, teoria, decisione ha bisogno di essere testata, di un certo grado di corroborazione per poter mostrare un certo livello di ragionevolezza e adesione alla realtà, e che insomma un certo livello di modestia epistemica, conoscitiva e quindi decisionale è in questa ottica doverosa per ogni individuo o per ogni gruppo di individui che si trovi a dover compiere una scelta e a determinare un criterio. Quanto tutto ciò sia in contraddizione con la prassi di un partito politico in cui alla fine della fiera c’è un punto fermo indiscutibile, un leader mai messo in discussione né che è possibile mettere in discussione, è talmente ovvio che credo non ci sia nulla da spiegare. Insomma, si può pure concedere che una singola, eccezionale decisione possa essere frutto dell’intuizione di un genio, ma un’attività di governo lunga un decennio avrebbe avuto bisogno di qualcosa di più di un soggetto politico che ancora oggi, dopo ben due decenni di esistenza, dà la sensazione di essere solamente la filiazione di un Uno da cui tutto emana e a cui tutto torna.

Questo, quindi è stato per me uno dei problemi fondamentali della politica dell’ultimo decennio. Uno dei criteri che mi pongo, quindi, è il seguente: non voterò più un partito che non dia luogo a livelli accettabili di dibattito libero e razionale, non solo sulle idee, sui programmi e sulle decisioni concrete, ma anche sulle persone che ne occupano ruoli di una certa rilevanza. Insomma, potrei votare solo un partito le cui posizioni di vertice siano contendibili da altri militanti, iscritti o dirigenti di livello inferiore attraverso meccanismi decisionali sostanzialmente democratici, equi, noti e prestabiliti.

Ora, l’errore che si potrebbe fare è quello di pensare che solo il PdL soffra di questo problema: in realtà, con una rapida carrellata, potremmo notare che tutti i partiti e i movimenti principali che si presenteranno alle prossime elezioni soffrono di questo deficit democratico interno, a parte un paio. Uno è Rifondazione Comunista, partito agonizzante in termini numerici rispetto ai fasti di cinque o quindici anni fa, ma che comunque mantiene una sua dialettica interna e ha un segretario eletto in un regolare congresso contro una consistente minoranza (che poi il capo di questa minoranza non abbia resistito alla sconfitta e nel giro di pochi mesi si sia fatto un partito tutto suo è un altro paio di maniche). L’altro, decisamente più votabile dal mio personalissimo punto di vista, è il Partito Democratico. La mia scelta, quindi, a questo punto già sembra molto ristretta, quasi determinata.

L’ombra del Cav. sul novello senatore

Silvio Berlusconi e Mario MontiIo lo so che in giro ci sono precisi geometri che stanno lavorando per puntellare il perimetro del nuovo governo, poiché oltre ai numeri dello spread coi Bund, della crescita del PIL e del debito pubblico, ci sono anche quelli del parlamento, di cui bisogna assolutissimamente tenere conto. Il punto è questo: l’uomo di re Giorgio è Mario Monti, appena nominato senatore a vita, e non gli si può dire di no. C’è, però, in realtà chi si oppone, e sono le ali: la Lega Nord e l’Italia dei Valori vogliono andare alle urne.

A questo punto, chi appoggia il governo Monti? Pd, Terzo Polo tutto, radicali, gli uomini di Micciché (forse), il gruppo di venti deputati che nascerà domani e che si chiamerà Costituente Popolare e riunirà l’Mpa e molti fuoriusciti PdL (ma gente come Versace e Buonfiglio resterà fuori, pare). Ora, se la matematica non è un’opinione e se il foglio Excel che tengo aggiornato da un anno non mi inganna, nella migliore delle ipotesi un governo del genere avrebbe 310-315 voti, che sono assolutamente insufficienti. E lascio stare il Senato dove le cose sono messe anche peggio. A questo punto, ci vorrebbe davvero lo spappolamento del Popolo della Libertà, ad esempio con la fuoriuscita degli scajolani, per avere una maggioranza, che sarebbe comunque inferiore a quella del centrodestra del 2008, con duri provvedimenti da prendere. Oppure – ed è quello che sembra stia accadendo – ci sarebbe bisogno del contributo di Silvio Berlusconi, che dando il suo ok al governo Monti rimarrebbe in gioco nonostante la bocciatura dei mercati e la perdita della maggioranza, e bloccherebbe l’emorragia di deputati dal suo partito, addirittura schierandosi con l’ala più moderata e dialogante. Ed essendo quello del Popolo della Libertà il gruppo più ampio in entrambe le Camere, a me sembra chiaro che il Cav. avrebbe la golden share del governo Monti. Perché?

Questa è la mia teoria: a questo punto il giochetto potrebbe essere quello del fu governo Dini – l’astensione sulla fiducia, e il voto su ogni singolo provvedimento se e solo se d’accordo, tra l’altro senza rompere con la Lega a differenza di allora – per rimanere abbastanza defilato da far lavorare il governo, non creare disastri sui mercati e consolidare la tenuta dei gruppi parlamentari e del partito, e abbastanza in gioco da far andare giù il nuovo governo non appena l’aria torna buona. Non dico che funzioni, dico che sto giochetto il Cav. potrebbe provarlo – poi magari domani si sganciano in cinquanta dal PdL tra Camera e Senato e il governo campa per i fatti suoi e il Cav. fa direttamente l’oppositore. Però dobbiamo considerare che nelle Camere Monti una maggioranza deve averla e il PdL è ancora il gruppo più grande di tutti, per ora. E un governo appoggiato dal Cav. è un governo che il Cav. può tirare giù quando vuole, o i cui provvedimenti può bloccare ogni volta che gli garba, secondo me. Via lo champagne, in politica nessuno è mai morto definitivamente (pensate al revival di questi giorni di Paolo Cirino Pomicino: e chi l’avrebbe detto mai venti anni fa?). Peccato che i mercati – giustamente – non apprezzerebbero uno scenario di questo tipo.

La custodia cautelare di Papa e le critiche infondate ai radicali

Tra ieri e oggi ho letto alcune critiche al voto dei radicali in parlamento riguardo all’arresto di Alfonso Papa, chiesto come misura preventiva dalla magistratura. In particolare, ho letto le critiche di Filippo Facci, Christian Rocca, Pierluigi Battista e Dimitri Buffa, che – se è lecito semplificare – si riducono a due argomenti: le carte non mostrano l’inesistenza del fumus persecutionis, e inoltre il voto favorevole all’arresto è contraddittorio con le tradizionali battaglie di garantismo degli avvocati.

Il primo punto ha una sua qualche ragionevolezza: se viene ammesso che la misura cautelare è sproporzionata, non si prova il fumus persecutionis ma non si elimina la possibilità che ci sia; però, che  l’attività persecutoria sia di carattere politico, cioè collegata alla particolare funzione da parlamentare e all’appartenenza partitica di Papa è tutto da dimostrare. Ripeto: ammesso che la misura sia sproporzionata.

Il secondo punto, invece, è tutto sballato. Mettiamo da parte per un attimo la comica presa di posizione di Rocca sull’inesistenza dei presupposti per la custodia cautelare di Papa, di cui, afferma, nulla sa e nulla gli interessa (e come fa, quindi, a giudicare del provvedimento giudiziario?). Il punto è che il voto del parlamento deve essere solo sulla persecuzione politica del parlamentare coinvolto, non nel merito delle decisioni del giudice. Che queste decisioni siano sbagliate, o che siano la giusta e logica conseguenza di leggi sbagliate, è un discorso a parte. Il punto è che i radicali hanno fatto tante delle loro battaglie per il rispetto della legge, che è il presupposto necessario del rispetto dei diritti individuali, civili, politici.

Faccio degli esempi, rimanendo agli ultimi dieci anni. Quando Pannella faceva lo sciopero della fame per ripristinare il plenum del parlamento due legislature fa, lo faceva perché la lettera della Costituzione prevede 630 deputati, non uno di più, non uno di meno. Quando faceva la sua battaglia per la grazia a Sofri o a Bompressi,  non lo faceva (come invece accadeva, ad esempio, dalle parti del Foglio) per lo specchiato comportamento dei due detenuti, per simpatia personale o per via della propria opinione sulle sentenze dell’omicidio Calabresi, ma perché il potere di grazia nella lettera e nello spirito della costituzione è un potere presidenziale: il capo dello Stato – per usare una formula pannelliana – può, e se vuole, deve dare la grazia. Com’è finita, lo sappiamo: una sentenza della Corte Costituzionale del maggio 2006 ha dato ragione all’interpretazione per cui la grazia è frutto della liberà volontà presidenziale, e il Guardasigilli ha il dovere di collaborare nel procedimento e nella chiusura dell’istruttoria. Quando, oggi, ci si batte per un’amnistia, non lo si fa solo per un buon spirito umanitario nei confronti dei detenuti, ma, anzi, soprattutto per il rispetto della stesse prescrizioni che legge italiana (oltre alla normativa europea e internazionale sui diritti umani) che le carceri italiane violano costantemente ogni secondo da ormai molti anni.

Lo stesso discorso vale per il caso Papa: si spingono quasi ossessivamente individui ed istituzioni ad osservare il proprio dovere dettato delle leggi e allo stesso tempo, laddove le leggi siano ingiuste, ci si batte per cambiarle. No sotterfugi, no doppie misure, no scorciatoie. E’ questo il senso per cui il voto radicale dell’altro giorno è pienamente coerente con la storia garantista del movimento.