Niente Ue, siamo inglesi

David CameronEra il 2006 quando David Cameron (oggi primo ministro e all’epoca capo dell’opposizione conservatrice) descrisse lo UKIP – il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito – pressoché letteralmente come un mucchio di pazzi svitati e sotto sotto razzisti.
Oggi, nel 2014, sono i temi posti proprio dallo UKIP di Nigel Farage a farla da padrona nel dibattito politico britannico ed è il partito conservatore di David Cameron a rincorrere lo UKIP sul suo terreno, per frenare l’emorragia di elettori verso destra e per contrastare l’ala sempre più euroscettica del suo partito.

Se pensate che siano Grillo o la Lega o Berlusconi ad avercela in maniera particolare con l’Unione Europea, allora dovreste dare un’occhiata a quello che accade dall’altra parte della Manica.
Tra gli impegni presi negli ultimi anni da Cameron con l’elettorato – poi recepiti nel programma di coalizione con i LibDem e trasformati in legge – c’è quella di rinegoziare i trattati UE, rimpatriare alcuni poteri e, dopo le prossime elezioni politiche, sottoporre l’appartenenza del Regno Unito all’UE a un referendum popolare.
Sostanzialmente Cameron immagina di presentarsi all’elettorato britannico con dei trattati modificati e fare campagna elettorale a favore della permanenza (continua su Xpolitix).

Una nota sull’appello del Fatto Quotidiano contro il ddl di revisione costituzionale

L'appello del Fatto Quotidiano contro il ddl sulle procedure di revisione costituzionaleIl Fatto Quotidiano e alcuni intellettuali hanno lanciato un appello per fermare il ddl costituzionale che istituisce temporaneamente nuove procedure di approvazione di modifiche della seconda parte della Costituzione.

Mi pare di aver capito che i punti fondamentali dell’appello siano sostanzialmente tre:

– manca un adeguato coinvolgimento dell’opinione pubblica;

– le nuove procedure sarebbero in qualche modo anti-democratiche

– la maggioranza parlamentare dei 2/3 che garantirebbe l’approvazione del ddl costituzionale sarebbe frutto di una legge elettelorale enormemente distorsiva nonché incostituzionale.

Lasciando da parte il tema dell’incostituzionalità, vorrei trattare del terzo punto.

Che il porcellum sia una legge elettorale piena di difetti e che tra questi vi siano gli elementi distorsivi che produce è un dato di fatto. Dato, però, che la maggioranza parlamentare è diversa dalla maggioranza (assoluta alla Camera e relativa al Senato) uscita dalle urne, per giudicare la “democraticità” della maggioranza attuale a livello di riforme costituzionali è a mio avviso bene vedere:

a) quanto sono state normalmente distorsive nella formazione di maggioranze le leggi elettorali nelle ultime consultazioni tenute negli altri grandi paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito e Spagna);

b) quanto effettivamente è distorta in Italia la rappresentanza sia un senso assoluto, sia in rapporto alla soglia del 66,7% dei seggi richiesta per l’approvazione del ddl costituzionale in parlamento.

a) Gli effetti distorsivi delle leggi elettorali nelle più recenti consultazioni in Germania, Francia, Regno Unito e Spagna.

In Germania si vota con una legge elettorale proporzionale con sbarramento e un voto di  collegio che, negli effetti pratici, produce un numero variabile di membri del Bundestag.

Germania 2009 Proporzionale Collegi % Seggi
CDU 27,3% 32,0% 31,2%
FDP 14,6% 9,4% 15,0%
CSU 6,5% 7,4% 7,2%
CDU+CSU+FDP 48,4% 48,8% 53,4%

In Germania, a livello di singoli partiti, la distorsione è stata più o meno rilevante a seconda se usiamo, per il confronto, i voti popolari sulle schede della ripartizione proporzionale o su quelle dei singoli collegi. Nel risultato complessivo, la maggioranza che sostiene il governo in Germania ha goduto di una sovrarappresentazione del 4,6-5%.

In Francia alle elezioni per l’Assemblea Nazionale si vota con un sistema uninominale a doppio turno: tutti i candidati che nel singolo collegio superano una certa soglia accedono al secondo turno in cui il primo vince.

Francia 2012 Primo turno Secondo turno % Seggi
PS 29,3% 40,9% 48,5%
PS+alleati 39,9% 49,9% 57,7%

Gli effetti largamente distorsivi di questo sistema elettorale rispetto al voto, più genuino, del primo turno, sono ben noti. Anche a livello di secondo turno, però, troviamo una distorsione che per quel che riguarda il Partito Socialista è del 7,6% e per la coalizione a suo sostengo (che include, tra gli altri, radicali ed ecologisti) del 7,8%.

Nel Regno Unito vige il cosiddetto sistema first-past-the-post: tutto il paese è diviso in collegi, il candidato (collegato a un partito o indipendente) che prende la maggioranza relativa dei voti vince.

UK 2010 Voti popolari % seggi
Conservative Party 36,1% 49,3%
Liberal Democrats 23,0% 9,1%
Coalition 59,1% 58,4%

In questo caso l’effetto distorsivo a livello di coalizione sembra essere pressoché nullo, addirittura leggermente negativo. Una considerazione del genere, però, è parziale se non si tengono in conto i seguenti dati:
– innanzitutto, a livello di partiti l’effetto è enormemente distorsivo com’è sempre stato (+13,2% per i Tory, –13,9% per i liberaldemocratici);
– un governo di coalizione nel Regno Unito è stato finora un caso estremamente raro, basti considerare le tre precedenti tornate elettorale in cui il Labour vinse la maggioranza assoluta dei seggi con il 43,2% (1997), 40,7% (2001) e 35,2% (2005 – in questo caso lo scarto con la percentuale di seggi fu del 20% circa) dei voti. Tra l’altro, con tali maggioranze parlamentari assolutamente non corrispondenti alla maggioranza popolare, il Labour fu comunque totalmente legittimato a portare avanti importanti riforme istituzionali come la devolution e la creazione di assemblee nazionali in Scozia, Galles e Irlanda del Nord;
– infine, nel Regno Unito non esistono né le coalizioni, implicite o esplicite che siano (come in Italia e in Francia) né i cosiddetti patti di desistenza (come in Italia, Francia e Germania).

In Spagna è tutto molto più semplice da considerare, poiché la legge elettorale è un sistema proporzionale che si applica su collegi di grandezza provinciale/regionale.

Spagna 2011 Voti popolari % seggi
PP 44,6% 53,1%
PP+alleati 44,8% 53,4%

Qui si vede chiaramente come la maggioranza che attualmente sostiene il governo Rajoy abbia goduto di un vantaggio dell’8-9% nell’assegnazione dei seggi.

b) La distorsione della rappresentanza parlamentare oggi in Italia rispetto alle elezioni del febbraio 2013

Ora veniamo all’Italia del porcellum. Considero, ovviamente, la coalizione che sostiene il governo Letta che si presentò separatamente alle elezioni dello scorso febbraio.

Italia 2013 Voti popolari % seggi
coalizione governo Letta / Camera 59,0% 71,9%
coalizione governo Letta / Senato 60,4% 73,5%

Per comodità non ho utilizzato i voti della circoscrizione Estero e  per determinare i seggi a disposizione della maggioranza ho considerato i voti ottenuti alla fiducia successiva alla nomina del governo da parte del presidente della Repubblica.  In questo caso notiamo come lo scostamento sia dell’ordine del 12-13%. Effettivamente, è un numero più alto di quello che incontriamo in Spagna, Germania e Francia ma in linea con quello che di solito avviene nel Regno Unito, quindi è ragionevole dire che questa maggioranza è grosso modo sovrarappresentata a confronto con molti (ma non tutti) grandi paesi europei. In particolare, è il Partito Democratico ad essere sovrarappresentato. Detto ciò, nel contesto del nostro discorso quel che è rilevante non è il concetto di maggioranza tout court e quello di rappresentanza rispetto al voto popolare, bensì quello di maggioranza qualificata dell 66,67% necessario per modificare la Costituzione o, nella fattispecie, approvare il ddl riguardante le procedure straordinarie di revisione costituzionale.

Il punto è che lo scarto tra l’effettiva rappresentanza popolare e la soglia di maggioranza qualificata è perfettamente in linea con gli scarti prodotti da tutti i sistemi elettorali nei casi presi in esame. La grave distorsione – come si dice nell’appello del Fatto Quotidiano – nella rappresentanza popolare sì, forse esiste (pur assolutamente in linea con i numeri tradizionali di un paese dalla solida storia di democrazia rappresentativa come il Regno Unito), ma invece diventa una distorsione assolutamente ragionevole e ordinaria (infatti tutti i sistemi elettorali contengono elementi distorsivi, altrimenti non potrebbe affatto essere) nella considerazione della soglia del 66,67% necessaria alle modifiche costituzionali – cioè del 6,5-7%.

Conclusioni

Sappiamo che i risultati elettorali dipendono, oltre che dai voti e dalle leggi elettorali, dal modo in cui avviene l’offerta elettorale, cioé dal numero di partiti presenti, dall’esistenza o meno di coalizioni esplicite o implicite e così via; è però ragionevole pensare che un voto popolare di circa il 60% possa in gran parte dei casi garantire una maggioranza di due terzi in tutti i grandi paesi europei. Per questo motivo uno dei tre motivi di preoccupazione democratica dell’appello mi pare largamente infondato, a meno che qualcuno non voglia assurdamente arrivare a sostenere che tutti i metodi di ripartizione dei seggi in vigore nei grandi paesi europei siano fondamentalmente antidemocratici.

Margaret Thatcher: discussa, rispettata, forse amata

Una delle copertine del Time dedicate a Margaret ThatcherDa uno dei miei contatti su Facebook, stamattina, è apparso un aggiornamento di status piuttosto rivelatore: “Il gala dei minatori di quest’anno sarà molto interessante”. Faceva riferimento, oltre che alla morte di Margaret Thatcher, alla festa dei minatori che dalla fine dell’800 ha luogo ogni anno qui a Durham, nel nord-est inglese, zona di sinistra da decenni oltre che, almeno fino a un po’ di tempo fa, terra di operai e minatori. Sono parole rivelatrici perché sintomatiche dell’opposizione, talvolta di vero e proprio odio, che ha lasciato la Thatcher nel Regno Unito. Eppure, si sentono tante altre voci, in patria e all’estero che, invece, si spendono in elogi per la figura di Margaret Thatcher, scomparsa oggi.

La Thatcher è stata la prima e unica donna, finora, a ricoprire la carica di primo ministro di Sua Maestà, ed inoltre è stata la persona per più tempo in tale ruolo nel XX secolo, undici anni e mezzo di fila, prima di venire rimossa nel 1990 da una rivolta nel suo stesso partito dopo l’ondata di impopolarità dovuta all’intenzione di introdurre la poll tax.

Laureata in chimica, figlia di un droghiere, un liberale classico, quasi ottocentesco, che a un certo punto vide nel partito conservatore il movimento che meglio difendeva i propri valori, e afflitta negli ultimi anni della sua vita da demenza senile, la Thatcher è stata una figura controversa in casa e in Europa, amata e odiata, tenace, in parte carente dello humour tipico degli inglesi, rappresentate del cosiddetto neoliberismo, dalla parte del libero mercato, dello small government, contro gli eccessi di regolazione e di spesa pubblica. Famose furono le sue dichiarazioni secondo cui esistono gli individui, esistono le famiglie, ma la società non esiste. Altrettanto famosi i suoi attacchi ad alcuni socialisti che, a suo dire, nella pretesa di diminuire le diseguaglianze avrebbero portato i poveri ad essere più poveri nel tentativo di rendere i ricchi meno ricchi, con l’effetto di diminuire la ricchezza generale della nazione. Eppure, fu sotto il suo governo che il numero di cittadini sotto il 60% del reddito mediano passò dal 13% al 22%, mentre allo stesso tempo il coefficiente di Gini (l’indice solitamente utilizzato dagli economisti per misurare l’ineguaglianza in una società) aumentò dallo 0,253 allo 0,339 – dato su cui ancora oggi il Regno Unito più o meno si attesta. Se la teoria della Thatcher era vera, allora bisogna riconoscere che la Lady di ferro non fu capace di metterla in pratica, come invece fece per l’inflazione, che il governo conservatore da lei guidato riuscì a tenere sotto controllo con successo, portando a una certa riduzione del costo della vita.

Buona parte del mandato di Lady Thatcher fu contrassegnato dalla sua lotta contro i sindacati, in particolare quello dei minatori, che in precedenza aveva addirittura la capacità di portare alla caduta di un governo: un anno di tensioni sindacali e, talvolta, di violenze tra il 1984 e il 1985, seguito alla decisione di chiudere gran parte delle ormai inefficienti miniere del paese, in perdita e tenute aperte solo per via dei dei sussidi statali, assieme ad un ampio piano di privatizzazioni e di deregolamentazioni, segnarono questo periodo e la nascita dell’astio che gran parte della working class britannica provava e ancora prova nei suoi confronti. Senza andare indietro a ricordare la filmografia di Ken Loach o i numerosi artisti che hanno mostrato la loro opposizione nei confronti del primo ministro in diverse canzoni di successo (roba che mi fa lo stesso effetto di un appello di intellettuali o presunti tali su Repubblica), nella giornata odierna si possono notare alcune dichiarazioni non prive di disprezzo tra cui quelle dell’attuale sindaco di Liverpool (città colpita in maniera particolare dalle politiche thatcheriane), del capo di un’importante associazione di minatori o dell’estrema sinistra. E’ controversa la valutazione degli effetti di questa politica: se da un lato c’è chi sostiene, non con tutti i torti probabilmente, che hanno portato effetti positivi nell’economia britannica, eliminando una certa dose di sprechi ed inefficienze e lasciando spazio allo sviluppo di nuovi e più dinamici settori dell’economia, è pur vero che, nel nome del rilancio economico dell’intero paese, in numerose zone del Regno Unito (ad esempio, il Nord dell’Inghilterra, il Galles) la deindustrializzazione e la contestuale carenza di qualificazione professionale di certi settori della società hanno portato un largo numero di persone alla disoccupazione e, praticamente, al calo del tenore di vita se non addirittura alla povertà, nonché alla dismissione di fabbriche ed edifici e quindi ad un paesaggio urbano talvolta desolante.

La tenacia, la nettezza nelle posizioni e allo stesso tempo la capacità di dividere della Thatcher si sono mostrate altrettanto ampiamente in politica estera: se da un lato fu tra i campioni della libertà e del mercato che combatterono, fino alla sua caduta, il sistemo sovietico in Europa orientale, dall’altro lato non esitò a bollare il movimento anti-apartheid sudafricano come un’organizzazione terroristica. Il suo momento di splendore fu la guerra delle Falklands nel 1982 contro quella banda di fascisti alla guida della dittatura argentina, questo è assolutamente fuor di ogni di dubbio, così come un suo grande successo diplomatico fu nel 1984 il rebate ottenuto dall’allora Comunità Economica Europea, che da allora ogni anno fa tornare nelle casse britanniche un sostanzioso contributo economico: la Thatcher, infatti, fu sempre coerentemente favorevole ad un’Europa come un libero mercato di merci e servizi, ma contraria ad un superstato europeo, all’”impero belga”, nel solco di una tradizione più europragmatica che euroscettica che in Gran Bretagna e nel partito conservatore ha sempre trovato terreno fertile. Punto dolente fu, invece, la questione nordirlandese, trattata sempre col pugno forte in un’escalation di violenza che a Brighton stava per costarle la vita, in mezzo a trattative non riuscite sottobanco fino alla firma, nel 1985, del trattato anglo-irlandese, che comunque non riuscì a portare la pace come invece avvenne 13 anni dopo con gli accordi del Venerdì Santo.

Infine, dalla Thatcher si sono avute anche prese di posizioni eterodosse, se si guarda alla parte politica di provenienza: nel 1989 – come oggi ha ricordato il portavoce del programma ambientale delle Nazioni Unite – fu una dei primi capi di governo di un certo livello a lanciare un allarme nei confronti dei cambiamenti climatici in corso sul pianeta.

Tra successi (tra cui vale la pena di ricordare i provvedimenti che dopo il 1985 portarono a debellare la piaga degli hooligans negli stadi britannici, mentre da noi ancora oggi vanno di moda coltellate e ambulanze) ed insuccessi, il thatcherismo ha avuto conseguenze per altri due decenni dopo la sua fine, effetti che però, spesso, vengono distorti o sovrastimati. Fu anche la lunga stagione dei Tory al governo (dopo la Thatcher, fu John Major primo ministro), tra le altre cose, a portare alla nascita del cosiddetto New Labour, una sorta di spostamento mercatista a destra del partito laburista sotto Tony Blair – ad esempio, dal manifesto del partito scomparve l’obiettivo, un po’ marxista, della nazionalizzazione di tutti i mezzi di produzione – e il New Labour, a sua volta, fu scopiazzato in Europa continentale, ad esempio dall’esperienza dell’Ulivo in Italia. La distorsione trova qui la sua radice, cioé nel fatto che in Europa la brutta copia di quella che era a sua volta la mutazione genetica di sinistra dovuta al thatcherismo sia comunque ascritta al neoliberismo tout court da parte dei critici di quest’ultimo: in realtà, la trasformazione, in certi casi, di monopoli pubblici in monopoli privati, o la creazione di una moneta unica che certo simboleggia un grande progetto continentale di ampio respiro che però non piaceva né piace ai conservatori inglesi di allora e di oggi, e che alla nascita già, a molti esperti, sembrava zoppicante, non possono certo essere considerate come politiche nelle corde di Lady Thatcher. In Italia, tra l’altro, la Thatcher è stata seguita o idolatrata solo da piccole minoranze di destra che però, spesso, si sono ritrovate ad affiancare se non addirittura appoggiare esperienze politiche che di liberista avevano solo il nome ma che in realtà, spesso, sono state le più degni eredi delle politiche craxiane e pentapartitiche degli anni ‘80 italiani.

Diciamo, quindi, che il thatcherismo, tra i suoi anni di governo, le influenze che ha saputo portare nella sinistra britannica e gli scimmiotamenti (spesso di scarsa efficacia) da parte dei Tory odierni, ha dispiegato i suoi effetti sì nell’arco di un trentennio, ma limitatamente ai territori del regno. Tra l’altro, benché la sua azione di governo sia stata controversa perché anche, dal punto di vista delle conseguenze pratiche, possibile oggetto di discussione, è anche vero che la sua figura, le sue idee e le sue decisioni hanno lasciato un tale impatto nella società britannica che appare molto verosimile ciò che ha scritto oggi il Daily Mash, un giornale satirico britannico: molte persone che non hanno idea di chi la Thatcher fosse sono in estasi all’idea della sua morte.

Ama le scommesse e diffida dell’Europa: David Cameron un (fin troppo) perfetto britannico

David Cameron secondo il GuardianAlla fine il revival euroscettico della Gran Bretagna – revival che ha trovato profonda e non totalmente ingiustificata ispirazione negli ultimi anni dalla crisi dell’eurozona – ha trovato un frutto da cogliere: ieri David Cameron ha promesso una sorta di road map che dovrebbe portare entro il 2017 ad un referendum sulla permanenza del suo paese nell’Unione Europea.

Secondo quanto detto da Cameron, entro la fine della legislatura saranno approvate le norme che renderanno possibile un referendum (ricordo che a Westminster i Tory non hanno la maggioranza assoluta e governano in coalizione con gli eurofili liberaldemocratici): dopo le prossime elezioni, previste per il 2015, se i Conservatori vinceranno apriranno una trattativa col resto d’Europa per rimpatriare alcuni poteri, per poi presentarsi entro due anni e mezzo al voto referendario a cui Cameron ha promesso di fare campagna per rimanere nell’Unione “riformata”.

Messa così, sembra una strada facile la cui unica salita è quella della trattativa. In realtà, i Tory dovranno innanzitutto riuscire a vincere le elezioni: da un anno i laburisti sono in testa a tutti i sondaggi e, probabilmente, la carta del referendum europeo è un modo per segnare una demarcazione tra il proprio partito e i propri avversari. Infatti, Ed Miliband si è già detto contrario all’ipotesi che si tenga un referendum. Dall’altro lato, l’ala più antieuropeista del partito conservatore (che si è talmente spostata su opinioni rigide da far rimanere su posizioni relativamente moderate gli esponenti di lungo corso tradizionalmente euroscettici) e l’UKIP si oppongono anche all’idea di rimanere nel mercato unico e vogliono semplicemente un’uscita dall’UE e un accordo di libero commercio come, ad esempio, la Norvegia o la Svizzera. Non è detto, quindi, che la coperta sia lunga abbastanza per coprire il variegato e numericamente consistente mondo dell’euroscetticismo britannico.

A mio avviso, ci sono spunti interessanti nel discorso di Cameron: ad esempio, vuole rafforzare la libera circolazione nel mercato unico, rendendolo più integrato in settori quali servizi, energia, digitale e meno iper-regolato da Bruxelles e sottoposto alle spinte protezioniste. E’ qui che nasce un altro grosso problema, che è quello della trattativa: il fatto che tra i più felici di un’uscita del Regno Unito dall’Unione ci sia la Francia (lo stesso paese che per due volte con De Gaulle, pose il veto all’ingresso di Londra nell’allora CEE) nel nome della sua lotta contro l’”Europa liberale” e in difesa dei propri interessi, in particolare quelli relativi ai sussidi all’agricoltura, del proprio peso nell’UE e della storica tendenza a considerare l’Unione come il giardino di casa in cui esercitare la propria egemonia, dovrebbe far accendere una lampadina. Ammesso e non concesso che la previsione (o speranza?) di Cameron di una scrittura necessaria di un nuovo trattato per sistematizzare i passi verso l’integrazione dell’Eurozon sia azzeccata, a quel punto tutto sarebbe riaperto, nulla sarebbe fuori dal tavolo e chiunque avrebbe un diritto di veto verso qualsiasi richiesta britannica, fino all’eventuale rottura. Uno scenario di questo genere potrebbe portare ad un referendum in cui l’alternativa sia tra questa UE (non riformata come Cameron sostiene) che non sembra piacere agli inglesi (anche grazie ad un’informazione sul tema di livello quasi infimo) e l’uscita. In altri termini: per chi vuole rafforzare, tra le altre cose, il libero commercio, la libera circolazione e la competizione intra-europea a reale beneficio dei consumatori un’eventuale uscita del Regno Unito non sarebbe affatto una buona notizia.

Dal punto di vista di Cameron questa non sarebbe nemmeno una notizia eccellente: ieri ha indcato settori come le politiche sociali e del lavoro e l’ambiente quelli i cui poteri vuole ricontrattare, facendo un esempio specifico (l’orario di lavoro dei medici) ma senza scendere nel particolare. Cosa vuole ricontrattare Cameron? Qual è la linea che traccia per definire la trattativa – sempre se ci sarà – sufficiente a dirsi soddisfatto? E se tornerà a casa con poco o nulla, continuerà a far campagna per restare nell’UE o si sposterà sul fronte del Brexit? Insomma, sono davvero tante le incognite sul futuro politico del primo ministro britannico e sulla reale possibilità della Gran Bretagna di lasciare l’Unione.

Un terzo punto che vorrei sottolineare è che Cameron ha ben sottolineato la mancanza di accountability democratica dell’Unione: ha ragione, ma a mio avviso la soluzione non è quella da lui proposta – rimettere più poteri in mano ai parlamenti nazionali – è sbagliata. O meglio, dal suo punto di vista ha senso, ma per chi vuole mantenere, a differenza sua, la volontà di procedere verso un’«Unione sempre più stretta tra i popoli d’Europa» l’alternativa è di aumentare i poteri del Parlamento Europeo (come già fatto parzialmente col Trattato di Lisbona del 2007) e portare avanti e sostenere un dibattito politico, di cittadini, istituzioni, stampa e partiti, a livello panaeuropeo.

In conclusione: per quanto Cameron stia pensando di puntare una pistola alla tempia dell’integrazione europea, è tutto da dimostrare che questa pistola sia carica e, anche se lo fosse, potrebbe essere semplicemente caricata a salve. Troppe scommesse in una volta sola possono bastare per un’effimera popolarità, ma forse non sono abbastanza per cambiare il destino di un continente, di un singolo paese, né per vincere elezioni ancora lontane due anni nel mezzo di una serie di problemi sociali che finora hanno creato largo scontento tra i sudditi della regina Elisabetta.

Cose da vedere, da fare, a cui partecipare se venite a Durham

Plenum by Simeon Nelson (from Lumieredurham.co.uk)Mentre oggi aspettavo l’arrivo della fiaccola olimpica, pensavo che, a differenza di quanto feci durante i miei tre mesi di permanenza a Lubiana, non ho scritto un granché sulla mia vita a Durham, ormai arrivata a un anno e nove mesi. Poiché pare che ciò che scrissi riguardo la Slovenia abbia interessato e interessi ancora qualcuno, inizio di nuovo, e con un post dedicato agli eventi più importanti che si svolgono a Durham durante l’anno; magari può interessare a chi si appresta a venire in questa cittadina del Nord-Est inglese piccola ma ricca di storia – studenti, lavoratori, turisti, passanti, dispersi.

Durham Regatta (metà giugno): si svolge lungo il fiume Wear che attraversa, creando una sorta di penisola, la città. E’ una delle più antiche d’Inghilterra, e proprio la scorsa settimana è stata cancellata a causa del maltempo dopo decenni in cui veniva svolta ininterrottamente. Tornerà, ovviamente, il prossimo anno.

Durham Miners’ Gala (secondo sabato di luglio): è una manifestazione che si snoda lungo le vie della città con bande musicali e stendardi, che l’anno scorso ho evitato causa diluvio, il quale però non ha fermato la partecipazione della gente. Si svolge da quasi 130 anni, è un evento che non solo ricorda e festeggia la lunga storia dei minatori del Nord-Est – e che quindi, seppur oggi meno che nel passato, coinvolge vite, persone, famiglie e biografie – ma è anche un evento che ha un significato politico, legato al vecchio Labour e alle battaglie sindacali dei minatori (ricordate: questa è tradizionalmente una terra innanzitutto di minatori; poi di religiosi e cattedrali, di accademici e studenti, di quello che vi pare, ma soprattutto di minatori), tant’è vero che quest’anno proprio il leader laburista, Ed Miliband, sarà presente al Gala, e che nella sua storia l’evento non si è tenuto solo a causa di guerre o di scioperi (ultimo dei quali, negli anni ‘80 contro l’odiatissima Thatcher).

Brass – Durham International Festival (luglio): come dice il nome, è un festival di ottoni – ovviamente, è un festival musicale. Di più non vi so dire, onestamente, poiché non lo conosco bene.

Durham Beer Festival (fine agosto). di questo invece vi so parlare benissimo. Festival della birra, anzi, delle birre locali. Organizzato dalla sezione locale della CAMRA (Campaign for Real Ale), si svolge nella Dunelm House, che è l’edificio dell’associazione studentesca universitaria, ma, a dispetto del luogo, è un evento più dedicato ai locali, e neanche giovanissimi, che agli studenti, visto il periodo dell’anno. Arrivate, comprate il vostro bicchiere assieme a blocco di cinque biglietti per cinque pinte (mi pare che il tutto venga 10 sterline – poi ci sono alcune birre che vogliono il doppio tagliandino, ma amen). Potete anche spendere di meno, comprare solo una birra o evitare di pagare il bicchiere – ma non siate tirchi, suvvia. Già scendendo le scale vi accorgete del numero di qualità di birra a disposizione (decine), arrivate sotto e trovate banconi disposti sui lati del salone, e dietro un numero considerevole di spillatrici, e per ogni spillatrice un addetto. Ora, sappiate questo: sono birre pesantissime. Buonissime, per carità, ma non state bevendo la Moretti. L’anno scorso ci arrivai troppo a pancia piena, alla seconda birra mi ritirai e regalai i miei tagliandini, quest’anno purtroppo dovrei essere in Italia durante quel periodo, ma l’anno prossimo mi organizzo come si deve per una sana bevuta da competizione. Consigliato, comunque.

Durham Book Festival (ottobre). sparpagliato qua e là per Durham e villaggi circostanti, è una festa del libro come ve la potete aspettare. Io, poiché non sono appassionato di best-seller, di presentazioni, e soprattutto di chiacchiere su libri che non ho letto, l’ho considerato di striscio. Poi, ovviamente, ha i suoi eventi a corollario, questo è ovvio.

Lumiere (novembre, non ogni anno): questo probabilmente è il pezzo grosso. Finora ha avuto luogo nel 2009 e nel 2011, la prima volta con successo, la seconda volta con successo ancora maggiore – sia di pubblico, sia di critica. Per alcuni giorni il centro storico è cosparso di installazioni luminose curate dalla compagnia Artichoke, ci sono ovviamente spettacoli ed eventi per famiglie, bambini, curiosi, gente qualunque, però lo spettacolo migliore è quello di passeggiare per il centro quando è buio e ammirare l’enorme palla di neve in Market Square (la piazza principale), quella finta cascata luminosa che scende dal Kingsgate Bridge, le luci per strada, e tutte le particolari installazioni nella cattedrale, nella town hall e così via. Io ho adorato le proiezioni sulla parete esterna della cattedrale, col sottofondo di Bach. Bello, suggestivo, da vedere (qui video della BBC).

Se mi viene in mente qualcos’altro, lo scrivo.

Alcune cose sulle elezioni amministrative nel Regno Unito

Ed Miliband in un evento del partito laburistaA differenza delle elezioni amministrative dell’anno scorso, che ho seguito distrattamente, quest’anno, almeno negli ultimi giorni e soprattutto durante l’election night, mi sono interessato un po’ di questa tornata elettorale.

Negli ultimi mesi la coalizione al governo ha avuto alcuni problemi di immagine e di risultati, come tra l’altro confermato da alcuni suoi membri: l’economia non cresce, i dati della disoccupazione, soprattutto quella giovanile, non sono positivi, ci sono problemi di bilancio nonostante una politica di tasse e tagli, oltre a episodi che vanno dall’assalto alle stazioni di servizio dopo gli annunci un po’ allarmistici del governo a proposito di un annunciato sciopero, fino ai rapporti dei Tories con Rupert Murdoch e il suo impero editoriale.

Dalle mie parti, nel North East – una delle regioni più tradizionalmente rosse del regno – il Labour ha fatto man bassa di seggi nei councils, e ieri notte era interessante (e anche un po’ divertente) leggere su Twitter i messaggi dei simpatizzanti laburisti che dichiaravano Sunderland una Lib Dem free zone. I liberaldemocratici, infatti, da quando sono al governo – cosa che non accadeva dal gabinetto di guerra di Winston Churchill – hanno visto precipitare i loro consensi: hanno dovuto ingoiare l’aumento delle tasse universitarie, la rottura con l’Ue sul fiscal compact, hanno perso il referendum sulla legge elettorale, e più in generale sono stati costretti a scendere continuamente a patti con il partito maggiore della loro coalizione, perdendo – ma questa è una personale interpretazione del sottoscritto – quell’appeal di terza forza alternativa all’ormai spompato Labour del 2010 e al mai troppo convincente partito conservatore degli ultimi anni (venendo sconfitti anche da candidati travestiti da pinguini, tra l’altro).

Più in generale, il Labour si è rafforzato al nord e nelle aree metropolitane, dove è tradizionalmente forte, ha riguadagnato quei consensi che aveva perso al sud, è avanzato anche in Galles,a scapito soprattutto degli autonomisti, e sembra aver tenuto bene in Scozia di fronte ai buoni risultati dello Scottish National Party, che solo lo scarso anno ottenne la maggioranza assoluta nel parlamento di Edimburgo.

Il problema del governo di David Cameron è che sembra sia stata la sua azione un po’ appannata, più che le tematiche politiche ed amministrative locali, ad aver portatoalla sconfitta in queste elezioni che hanno visto il partito conservatore arretrare (come i sondaggi nazionali da un po’ già attestano): infatti, le proiezioni dei dati di ieri su eventuali elezioni politiche generali vedono i Tories perdere le elezioni e tornare all’opposizione dopo una sola legislatura, senza che la leadership di Ed Miliband, dall’autunno 2010 alla guida del partito laburista, sia sembrata finora particolarmente brillante (mia opinione).

I conservatori potrebbero trovare sollievo nella probabile vittoria (il conteggio è in corso) del proprio candidato Boris Johnson a Londra, ma solo apparentemente: i dati della London Assembly mostrano che probabilmente il primo partito sarà il Labour, inoltre (come ho sentito stanotte in tv) i laburisti suggerivano agli elettori che un voto per Johnson sarebbe stato un voto per Cameron – a dimostrazione del fatto che Johnson prende voti laburisti, e che la sua forza nella City è maggiore di quella del suo partito. Quanto questo possa portarlo alla ribalta della politica nazionale, soprattutto considerando le Olimpiadi di quest’estate, è da vedere.

La fine della legislatura è lontana, ma a me sembra che il crollo dei Lib Dem sia irreversibile da qui alle prossime politiche, mentre l’arretramento del partito conservatore può essere momentaneo: in base a dove i voti liberaldemocratici andranno a finire, e dove altre forze rosicchieranno voti (i nazionalisti scozzesi da un lato, le forse di estrema destra dall’altro – con l’UKIP in leggera ascesa e il BNP in profonda crisi, quasi scomparso dai governi locali), visto il sistema elettorale britannico, potrebbe spostarsi l’ago della bilancia della politica britannica. Detto questo, se la colpa di Nick Clegg è –secondo i suoi elettori del 2010 – quella di essere stato troppo “conservatore”, non si vede perché questi debbano buttarsi in massa a destra piuttosto che, come ritengo più probabile, a sinistra.

Un’ultima nota: ieri si sono tenute in alcune città dei referendum per istituire la figura del sindaco eletto. Finora solo 16 città in Inghilterra eleggevano i propri primi cittadini, mentre il resto elegge il consiglio della propria autorità locale (se venite dall’Italia, dove vige il sistema Regioni-Province-Comuni, il sistema di competenze e la gerarchia delle autorità locali in Inghilterra potrebbe sembrarvi un casino, almeno a primo impatto). Pensavo, da italiano che nel corso degli anni ha visto concentrarsi la politica su una crescente personalizzazione, che i favorevoli all’elezione diretta del sindaco avrebbero vinto largamente. Invece, delle undici città in cui s’è votato (tra cui Doncaster, nello Yorkshire meridionale, dove il sindaco già c’é, ed è anche abbastanza discusso), sono molte – al momento sette – dove il no al cambiamento sembra vincere (e in tutte l’affluenza, per i nostri standard, è stata molto bassa).

Sarkowar

Metto insieme un po’ di pensieri sull’attacco alla Libia, alcuni dei quali scritti qua e là sul web: dobbiamo, innanzitutto, tenere in mente un punto di vista generale e uno italiano. In generale: è giusto intervenire – in un contesto in cui i popoli si ribellano i regimi – laddove, per una volta, il regime sta vincendo sul popolo (o sui ribelli, o come vogliamo chiamarli)? Dal punto di vista umanitario quasi sicuramente sì, dal punto di vista “realista” non saprei (anche perché non mi sono mai convertito al cosiddetto realismo, come altri sembrano aver fatto dai tempi dell’intervento in Iraq). I dubbi sul “come” intervenire sono un altro discorso.

Come Italia: o fin dall’inizio, cioè un mese fa, dicevamo che Gheddafi non si tocca, fanculo la libertà, a noi interessa la stabilità, il petrolio e lo stop ai migranti, che sarebbe stato un filino spregevole ma almeno chiaro e coerente con gli ultimi anni (e in linea con i vari Putin, Chavez e compagnia bella, questo bisogna pur dirlo), oppure si mollava subito Gheddafi e magari il ruolo non dico di capofila alla Sarkò, ma di protagonista per una giusta causa agli occhi dell’opinione pubblica l’avremmo avuto anche noi. Io avrei seguito la seconda linea, la prima linea non l’avrei condivisa ma almeno capita, e invece sappiamo tutti che superprudenti come siamo stati non è che abbiamo fatto una gran bella figura (né abbiamo curato i nostri interessi). E per questo non dobbiamo mica prendercela con Sarkozy ma solo col nostro governo.

Detto ciò, i problemi sul come portare avanti questa guerra rimangono intatti: mi sono fatto l’idea che forse si sia intervenuti tardi (Gheddafi è già a Bengasi e, pare, abbia grosso modo il controllo di Misurata – città importante per via della propria posizione nel golfo della Sirte e non lontano da Tripoli) e, conseguentemente, male. C’è però da aggiungere che il tempo di reazione della nuova edizione della coalizione dei volenterosi ha avuto un tempo di reazione di 28 giorni: per fare un paragone, il tempo trascorso tra gli attentati dell’11 settembre e l’invasione dell’Afghanistan è stato di 24 giorni. Ad ogni modo, quello che intendo dire – seppure mai abbia pilotato un aereo da caccia, e penso che mai lo farò – è che come dal cielo si riescano a proteggere gli insorti nell’ambito di una guerriglia urbana non lo capisco proprio – sarà una mia mancanza, chissà. Questo mostra tutta l’inefficacia e, forse, l’ipocrisia, dell’ultima risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu: prevedo che tra un po’ di tempo ci si renderà conto che l’obiettivo politico – palesemente dichiarato da Francia, Stati Uniti e Regno Unito – di rovesciare il regime di Gheddafi e della sua famiglia si possa ottenere militarmente solo via terra, creando il problema, inedito, di grandi potenze occidentali che violano una risoluzione Onu (visto che l’intervento terrestre è l’unica cosa sostanzialmente proibita, mentre tutto il resto, qualsiasi cosa dicano gli oppositori della guerra, è sostanzialmente permesso). Figuriamoci quanto grande potrebbe essere questo problema diplomatico se di mezzo ci fosse la Nato. E’ comunque probabile che stia vaneggiando, il tempo dirà se e quanto.

Un altro appunto: leggevo sul Giornale “Occhio agli estremisti”. Ora provate a immaginare cosa sarebbe successo se gli angloamericani avessero mostrato questa cautela in Italia 68 anni fa pensando ai comunisti filosovietici presenti tra i partigiani.

Infine: l’unico punto che veramente comprendo delle critiche all’intervento alleato in Libia è quello che riguarda le intenzioni francesi. C’è da dire che Parigi nell’ultimo mese è sempre stata in prima linea nelle critiche a Gheddafi, e che in Francia sembra comunque esserci un largo movimento di opinione a favore dell’intervento umanitario. L’intervento umanitario, come criticato da Giuliano Ferrara ieri (sì, lo stesso Giuliano Ferrara che pochi anni fa sul Foglio faceva pubblicare articoli di approfondimento e di elogio sul nuovo fenomeno francese della destra postchiracchiana di Sarkò l’americain), almeno quello svolto senza un piano postbellico, non è – per fare un esempio – come la criticata e criticabilissma dottrina neocon di rovesciamento dei regimi più pericolosi del medio Oriente per creare dei stati democratici e perciò stesso pacifici, e una reazione a catena per spazzare via tutta una serie di regimi al fine di rendere la zona più stabile, più propensa al dialogo e più sicura per gli Stati Uniti (tralasciando l’insignificante particolare delle armi di distruzione di massa). Nel nostro caso si va in Libia perché c’è un popolo che insorge e un tiranno che massacra: e poi? A questo poi bisogna pensarci, oltre a coordinare meglio questo intervento con la Nato, facendo in modo che diventi efficace e che raggiunga il suo obiettivo di appoggiare la vittoria dei ribelli sul regime.

Che poi, alcuni, oggi cerchino di argomentare il retropensiero di una guerra fatta dalla Total, beh, è interessante antropologicamente perché magari qualche anno fa ignoravano bellamente le accuse riguardanti Halliburton o le compagnie petrolifere americane, e soprattutto in quanto retropensiero non fa altro riferimento che a un complotto, e a tal punto ci si ritrova in un baleno nelle braccia di Giulietto Chiesa. Fate attenzione.

Tripoli, bel suol d’amore

Pare ormai praticamente scontato che l’Italia prenderà parte alla coalizione – dei “volenterosi” o Nato si vedrà – che si preoccuperà del rispetto della no fly zone e del cessate il fuoco in Libia e dell’emergenza umanitaria, secondo la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 17 marzo. Da un lato il passato coloniale giustifica, forse, il profilo basso tenuto dal governo nell’ultimo mese, ma è decisamente difficile ritenere che i rapporti personali di Berlusconi con Gheddafi, il trattato di amicizia italo-libico nonché gli interessi energetici e la preoccupazione di nuove ondate di immigrati abbiano portato il governo a non criticare aspramente – pur nell’attuale crisi – il regime libico. Fatto sta che il movimentismo di Francia e Gran Bretagna ci ha fregato, e che per una volta un ruolo da protagonista nello scenario internazionale potevamo avercelo noi. Ancora una volta nella storia, decidiamo all’ultimo di partecipare ad una guerra non per convinzione ma solo per riuscire a sederci, alla fine, al tavolo dei vincitori.

Il punto politico tutto italiano è che, nel giro di una dozzina di anni, l’atteggiamento del centrodestra in parlamento nei confronti della politica estera italiana si è trovato di fronte ad un capovolgimento dei ruoli: alla fine degli anni ‘90 furono i voti di Forza Italia e di Alleanza Nazionale a permettere al governo D’Alema di bombardare la Serbia; nel 2001 e nel 2003 i richiami alla fedeltà atlantica e alla necessità di rovesciare i regimi pericolosi per l’occidente avevano portato il secondo governo Berlusconi a sostenere, politicamente e militarmente, gli interventi americani in Afghanistan e in Iraq; poi è accaduto che durante la scorsa legislatura, per motivi politici interni (il famoso senato ballerino dell’Unione), il centrodestra ha rifiutato di appoggiare il finanziamento della missione in Afghanistan da parte del governo Prodi (comunque poi approvato), e, infine, oggi il PdL riesce a far passare nelle commissioni competenti di Camera e Senato – così come accadrà in Parlamento nei prossimi giorni – la partecipazione italiana alla missione libica grazie ai voti di gran parte dell’opposizione, mentre c’è stata l’astensione della Lega (della quale alcuni membri oggi tirano fuori argomenti in stile Giulietto Chiesa e altri fasciocomunisti) e dei cosiddetti “Responsabili” (in questo caso, probabilmente, per una questione di poltrone). Stiamo parlando della stessa Lega che impedisce il mantenimento delle promesse elettorali sull’abolizione delle province, la stessa Lega che in occasione del 150° dell’unificazione italiana boicotta le celebrazioni (e qui chissà gli ex An cosa hanno da dire), la stessa Lega, per bocca del governatore del Veneto Luca Zaia, che dice sì al nucleare, ma per carità non al nord che energeticamente è autosufficiente (anche se è costume comune col PdL). E qui – lasciando le beghe nostrane – bisogna capire che cultura di politica estera ha il PdL: se è legata alla comunità atlantica (pur con tutti i distinguo, ok), alla realpolitik delle nostre esigenze energetiche, ai legami personali di Silvio Berlusconi, e se è veramente affidabile per noi italiani. Da elettori bisognerà pure chiederselo. E c’è da chiedersi, se in fondo, le vecchie argomentazioni a favore delle guerre in Asia dello scorso decennio – quelle dell’esportazione della democrazia, dell’alleanza atlantica e così via – non siano state solo delle scuse per farsi belli agli occhi degli americani, nel migliore dei casi, o peggio.

Siamo sempre i numeri uno

"Nel rispetto dei principî della legalità internazionale, l’Italia non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia e la Libia non userà, né permetterà, l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro l’Italia". Trattato di Bengasi, art. 4, comma 2.

Come funziona? Considerando che inglesi e americani stanno spostando forze nel Mediterraneo, se ci chiedono appoggio cosa diciamo? No, grazie?

Linguaggio o mentalità

Keep England BeautifulQuesta è una cosa scema che ho in mente da stamattina: ho notato su un pacchetto di sigarette la scritta “Keep UK beautiful”, mentre da noi, in Italia, di solito le insegne recitano “Tieni l’ambiente/la tua città” pulito/a”. Mi chiedevo se questa differenza di terminologia (beautiful e pulito) abbia, appunto, una motivazione linguistica, oppure se non sia piuttosto culturale e relativa al rapporto che i due popoli hanno con l’immagine, l’igiene, il bene pubblico. E non so se la spiegazione data dallo stereotipo dell’inglese poco attento alla cura della propria igiene sia quella giusta.