Addio larghe intese

28/04/2013 Roma, Quirinale, giuramento del governo Leta, nella foto Enrico Letta, presidente del Consiglio e Angelino Alfano, ministro degli InterniPiù del voto sulla proposta di decadenza di Silvio Berlusconi dal suo seggio da senatore, forse quello appena avvenuto sulla fiducia alla legge di stabilità del governo Letta può rappresentare il segno della nuova fase politica che aspetta l’Italia.

Su 307 presenti al Senato, infatti, 171 hanno votato la fiducia che il governo aveva posto sul provvedimento (+17 sulla maggioranza dei presenti) mentre 135 hanno votato contro, nonostante nei giorni scorsi giornalisti ed esperti di cose di palazzo dichiarassero che questo era un governo che si apprestava a vivere su una maggioranza risicata, aggrappata a pochi voti e ai senatori a vita.

Ora, innanzitutto non ho capito perché i senatori a vita non contino. Non vi piacciono? Lo capisco, ma, finché ci sono, votano anche loro. In secondo luogo, che in una situazione fluida il governo avesse, almeno numericamente (politicamente e programmaticamente è un altro paio di maniche) dei piedi un po’ più consistenti dell’argilla si aveva da un’analisi dei gruppi parlamentari a favore, contrari o incerti rispetto al sostegno all’esecutivo:

Senato novembre 2013

Insomma, vista così può sembrare una maggioranza effettivamente risicata, ma forse è un tantino diverso se andiamo a guardare alcuni precedenti (mi riferisco al numero di senatori a sostegno del governo in rapporto al plenum del Senato nel voto iniziale di fiducia dei primi governi di legislatura durante la cosiddetta seconda repubblica):

– Berlusconi I: 159/326 senatori
– Prodi I: 173/325
– Berlusconi II: 175/324
– Prodi II: 165/322
– Berlusconi IV: 173/322.

Aggiungiamo che stasera è spuntata una decina di senatori in più rispetto alla maggioranza attesa al Senato. Insomma, marginalmente nel mio calcolo di sopra e ancor più sostanzialmente se si guarda al voto di martedì sera, la situazione attuale del governo Letta mi sembra migliore rispetto a quella degli altri governi indicati. Dirò di più: il governo repubblicano più longevo, il Berlusconi II, aveva un margine di 12 voti rispetto alla maggioranza assoluta. Quello Letta, dopo stasera, pure e forse anche di più.

Voglio sostenere, insomma, che questa non è una maggioranza risicata e per giunta segna l’uscita dal governo delle larghe intese e la nascita di una maggioranza politica: è un governo del PD spostato un po’ più a destra di quello che si poteva immaginare fino a febbraio, cioè senza gli alleati più di sinistra e allargato, oltre che a Monti, anche a un pezzo di centrodestra.

Certo, se fossi un militante del PD non mi farei illusioni, se fossi un moderato liberale (di quei pochi che ce ne sono) nemmeno, poiché questo sarà un governo politico sostenuto da Formigoni, Giovanardi, Binetti, Casini, nonché dallo stesso Alfano che nella scora legislatura si rese protagonista di iniziative corporative a difesa dell’ordine professionale degli avvocati. Tralascio certi riflessi condizionati del PD per cui – ad esempio – si alzano gli scudi a modeste proposte di coinvolgere enti privati (con obiettivi stabiliti ex ante e finanziamenti pubblici legati ai risultati) in un’eventuale riforma del collocamento. Allo stesso tempo, però, senza i ricatti di Brunetta e dell’ala urlatrice del centrodestra forse – forse – i prossimi provvedimenti potranno finalmente andare in una direzione, una qualsiasi, cosa che sarebbe già un passo avanti rispetto al gioco delle tre carte e all’immobilismo della legge di stabilità firmata Letta e Saccomanni, con la speranza che l’esecutivo, almeno un po’, si liberi anche di quella coazione a ripetere che caratterizza i governi italiani da più di un decennio.

Quelli che il debito pubblico l’abbiamo ereditato eccetera eccetera

DebtMentre il paese va gambe all’aria per via delle sue scassate finanze pubbliche e della sua asfittica crescita economia, in giro c’è chi ha ancora il coraggio di dire senza nemmeno un po’ di vergogna che il governo non ha responsabilità sul debito pubblico italiano, o comunque di ripetere in modo assolutamente autoassolutorio il solito ritornello del debito che abbiamo ereditato dai passati governi e abbiamo fatto quello che abbiamo potuto e bla bla bla. Addirittura, martedì a Ballarò Maurizio Lupi ad un certo punto ha praticamente detto che tutti i cittadini sono coinvolti nella formazione del debito, e quindi ne sono responsabili proprio come i politici, come se noi non fossimo in un sistema rappresentativo e quindi non eleggessimo parlamenti e maggioranze proprio perché prendano decisioni politiche e portino avanti l’attività legislativa. E vabbè. Di fronte a questo ci sarebbe inoltre da obiettare che chi ha governato per otto degli ultimi dieci anni non può non avere responsabilità se il debito cresce e l’economia no, ma lasciamo perdere anche questo, il buon senso non abita in Italia. Suggerisco altri due argomenti.

PRIMO ARGOMENTO – Si basa sul fatto che il debito è esploso col pentapartito, gli anni ‘80, Craxi e Andreotti, le vittorie socialiste e tutto quello che sapete già quindi non vi metto neanche il link, e riguarda la biografia di alcuni ministri di questo governo, in particolare (ma non solo) quelli economici. Copio da Wikipedia:

Giulio Tremonti: candidato nelle liste del PSI alle politiche del 1987 in quanto vicino a Gianni De Michelis, tra il 1979 e il 1990 fu uno stretto collaboratore e consigliere degli ex ministri delle Finanze Franco Reviglio e Rino Formica;

Renato Brunetta: collabora in qualità di consigliere economico con i governi Craxi I, Craxi II, Amato I e Ciampi. A 35 anni è coordinatore della commissione sul lavoro voluta dall’allora ministro Gianni De Michelis. Dal 1983 al 1987 è responsabile, presso il Ministero del Lavoro, di tutte le strategie per l’occupazione e la politica dei redditi;

Maurizio Sacconi: è eletto per la prima volta deputato nelle file del Partito Socialista Italiano, all’età di 29 anni nel 1979. Nel PSI fa parte della corrente di Gianni De Michelis e diviene a metà anni ’80 vicepresidente del gruppo socialista alla Camera. Diviene quindi ininterrottamente membro del governo come sottosegretario al Tesoro dal 28 luglio 1987 al 10 maggio 1994;

Franco Frattini: nel 1990 e 1991 ha lavorato come consigliere giuridico del vicepresidente del consiglio Claudio Martelli (PSI) nel governo Andreotti VI.

Questo per dire che i signori di cui sopra (ma non solo) hanno la loro quota, decidete voi se piccola o grande, nella formazione del debito pubblico attuale.

SECONDO ARGOMENTO – Lo prendo da un intervento di Oscar Giannino (prima parte, seconda parte) ad un convegno di Quaderni Radicali e del Club Ernesto Rossi dello scorso settembre, in cui sono stati esposti i dati riguardanti la media giornaliera di accumulo di debito pubblico per ogni governo della Seconda repubblica fino al 30 giugno 2011. Riporto i numeri in euro, dal governo più spendaccione a quello meno spendaccione:

1. Berlusconi I – 330,1 mln/giorno (record storico dell’Italia repubblicana);
2. Berlusconi IV (al 30 giugno 2011) – 217,8 mln/giorno;
3. Dini – 207,3 mln/giorno;
4. Amato II – 124,5 mln/giorno;
5. Berlusconi II-III 124,3 mln/giorno;
6. Prodi II – 97,5 mln/giorno;
7. Prodi I – 96,2 mln/giorno;
8. D’Alema I-II – 76,3 mln/giorno.

Lo scrivo per amor di verità, perché certe recriminazioni, oggi, non credo che valgano più di tanto, ormai.

L’amore e la legge

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it il 14 febbraio 2010.


nice-to-beTre anni fa, quando in pieno governo unionista furono presentati i DiCo, su Novamag descrivemmo i contenuti del provvedimento e lo etichettammo come frutto di un approccio realista e pragmatico alla questione e alla situazione politica esistente. Quel progetto di legge, in seguito, fece una brutta fine come tutta l’azione del governo Prodi, ridotto all’immobilismo ed alla continua mediazione da una risicata maggioranza parlamentare che, prima a sinistra e poi al centro, ha visto continue defezioni fino a ridursi a minoranza.

Il tramonto della proposta che in Italia abbia mai avuto le maggiori possibilità di essere approvata non ha significato, tuttavia, l’abbandonato da parte di politici e parlamentari dell’idea di regolamentare le unioni di fatto, possibilmente introducendo nuovi e più o meno consistenti diritti ai conviventi e alle persone a loro vicine. Per quel che riguarda la maggioranza, in particolare ha fatto un leggero rumore, nel settembre del 2008, l’annuncio da parte dei ministri Renato Brunetta e Gianfranco Rotondi della presentazione di un progetto sui cosiddetti DiDoRe, acronimo che sta per “Diritti e doveri di reciprocità”. Un mese dopo in parlamento è arrivata la proposta di legge da parte di numerosi parlamentari della maggioranza: come previsto dall’articolo 1, è un provvedimento che innanzitutto dovrebbe tutelare l’istituto della famiglia tradizionale intesa come unica forma di famiglia e, solo in secondo luogo, prendere atto di forme alternative di convivenza. A differenza dei DiCo, però, i DiDoRe non offrono reversibilità della pensione, non pongono innovazioni sul piano testamentario, ma si limitano ad intervenire senza oneri statali sulla regolamentazione di alcuni casi, cioè l’assistenza in caso di malattia o ricovero (articoli 3 e 4, permettendo al convivente la visita nelle strutture ospedaliere e concedendo la responsabilità di decidere su donazione degli organi e su questioni in materia di salute e di fine vita, previa designazione scritta con testimoni), i diritti sull’abitazione (articoli 5 e 6, secondo i quali si ha diritto ad usufruire per sempre, salvo nuova relazione di fatto o matrimoniale, della casa di proprietà del convivente defunto, o a subentrargli in un contratto di locazione), gli obblighi alimentari (articolo 7). Nonostante questo passo indietro, la proposta di legge ha subito molte critiche dalla stessa maggioranza che l’ha proposta (tra gli altri, il capogruppo dei senatori Pdl Maurizio Gasparri, il sottosegretario alla presidenza del consiglio Carlo Giovanardi), ed è ancora arenata all’esame in commissione, dopo quasi un anno e mezzo dalla sua ideazione.

Stessa ostilità (tanto da bloccarne anche la conferenza stampa di presentazione) hanno trovato le altre proposte di legge da parte del Pdl, di cui una costituzionale, da parte dei senatori Salvo Fleres, Bruno Alicata e Maria Ida Germontani. La modifica dell’art. 29 della carta da loro proposta lo scorso aprile va chiaramente in direzione della tutela (e, in un certo senso, di una più precisa definizione, della famiglia tradizionale): «La Repubblica riconosce e tutela i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e garantisce i diritti individuali scaturenti dai rapporti di coppia come stabiliti dalla legge». Il solco, insomma, sembra essere quello dei DiDoRe; gli stessi senatori, però, in due differenti disegni di legge (del novembre 2008 e dell’aprile 2009) propongono la reversibilità della pensione in assenza di legittimati e la cosiddetta “separazione breve” in assenza di figli minori (altra innovazione del nostro diritto di famiglia da tempo discussa e mai approvata). Sembra inutile rilevare come, anche in questo caso, l’esame dei provvedimenti non sia ancora iniziato.

Fortuna migliore non stanno avendo le proposte di legge che vengono dall’opposizione, in particolare dal Partito democratico: ricordiamo quella firmata da Paola Concia, Livia Turco ed altri, che intende istituire e garantire l’assunzione di responsabilità genitoriale anche da parte del compagno di uno dei genitori biologici, che quindi si troverebbe non solo dei diritti, ma anche dei doveri di tipo materiale, economico e patrimoniale nei confronti del minore. La stessa Concia, inoltre, ha presentato un pdl sulla disciplina dell’unione civile che non interviene né sull’istituto del matrimonio, né sulla disciplina dell’adozione né sulla condizione giuridica dei figli, ma solo sull’assetto giuridico e patrimoniale della coppia, e un altro pdl che ricalca quello sui Pacs presentato in passato da Franco Grillini e che tocca temi quali l’assistenza sanitaria, l’assistenza penitenziaria, la concessione della pensione di reversibilità in coppie sussistenti da più di due anni, i diritti successori e, ovviamente, lo scioglimento dello stesso patto di solidarietà.

Nel Pd, bisogna ricordarlo, era stato Ignazio Marino a inserire nel proprio programma di candidatura alle primarie la necessità di istituire le unioni civili (in questo caso, sul modello delle norme vigenti nel Regno Unito).

Va da sé che tali iniziative hanno possibilità prossime allo zero di trovare l’approvazione in questa legislatura, poichè l’attuale maggioranza parlamentare, al di là di sporadiche e modeste iniziative, non sembra affatto orientata al riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto e alla loro eventuale regolamentazione, e basta d’altro canto ricordare come, nei giorni scorsi, la candidata Pdl nel Lazio Renata Polverini (che sul suo blog aveva scritto: «Sono favorevole a regolamentare le unioni di fatto, a patto di non produrre un matrimonio di serie B. Allo stesso tempo, sono convinta che diritti e doveri reciproci debbano essere riconosciuti alle coppie che vivono fuori del matrimonio») sia stata bloccata e rimbrottata da una serie di esponenti locali e nazionali del suo partito, nonché da alleati nella corsa alla guida della regione. Se non può essere la «falange armata monoetica» (la citazione è di un deputato Pdl) a seguire questa strada, se l’opposizione è divisa ed equivoca in questa materia (e comunque, per il semplice fatto di essere minoranza, può difficilmente produrre qualcosa di buono), può forse intervenire la corte costituzionale ad innovare, fortemente, la situazione esistente: infatti il prossimo 23 marzo sarà chiamata a pronunciarsi sulla questione di legittimità costituzionale agli articoli 2, 3, 29, 117 della carta sollevata dal Tribunale di Venezia di fronte al caso di una coppia di uomini che aveva chiesto la pubblicazione del proprio matrimonio, e che di fronte al rifiuto dell’ufficiale di stato civile si è rivolta alla giustizia. Tra le tante possibilità che possono scaturire da questa richiesta (secondo la quale «le opinioni contrarie al riconoscimento alla libertà matrimoniale tra persone dello stesso sesso, fatte proprie dall’Avvocatura dello Stato resistente, per giustificare la disparità di trattamento invocano ragioni etiche, legate alla tradizione o alla natura. Si deve tuttavia obiettare che tali argomenti non sono idonei a soddisfare il rigore argomentativo richiesto dal giudizio di legittimità, non solo perché, come si è già messo in luce, i costumi familiari si sono radicalmente trasformati, ma soprattutto perché si tratta di tesi alquanto pericolose quando si discute di diritti fondamentali, posto che l’etica e la natura sono state troppo spesso utilizzate per difendere gravi discriminazioni poi riconosciute illegittime; si pensi alla disuguaglianza dei coniugi nel diritto matrimoniale italiano preriforma e al divieto delle donne di svolgere alcune professioni, entrambi fondati sulla convinzione che le donne fossero naturalmente più deboli») c’è anche quella di un eventuale riconoscimento del matrimonio omosessuale tout court, come avvenuto in Massachusetts, in Sud Africa e in Canada, o come potrebbe (di nuovo) avvenire in California, dove prossimamente, a San Francisco, partirà un processo per il riconoscimento dei matrimoni gay, che potrebbe anche arrivare in Corte Suprema e quindi essere vincolante per tutti gli Stati Uniti – e c’è da aggiungere che il giudice federale che emetterà la sentenza è, a sua volta, omosessuale.

Per restare all’Italia, un’eventuale sentenza della Corte che recepisca le istanze della coppia veneziana avrebbe il paradossale, e per certi versi divertente, effetto di portare l’Italia ad avere un istituto matrimoniale che nessuna delle forze politiche presenti in parlamento si sogna minimamente di approvare, a dimostrazione che, come tante altre cose, se uno vuole il primato della politica (anche sull’etica) bisogna saperselo guadagnare. Per una legislazione più matura e più vicina alla realtà è quindi necessario attendere, salvo miracoli, la fine della legislatura.