La Cianciulli

Barbara Bracco, La saponificatrice di Correggio. Una favola nera, Il Mulino, Bologna 2018.

Uno dei libri più interessanti che mi è capitato di leggere lo scorso anno è stato un breve saggio di Barbara Bracco, storica dell’Università di Milano Bicocca, che ricostruisce le indagini, la detenzione in manicomio e il processo a Leonarda Cianciulli, nota giornalisticamente come la saponificatrice di Correggio, località in provincia di Reggio Emilia.

I fatti attorno ai tre omicidi per cui la Cianciulli fu condannata sono, in linea di massima, abbastanza noti: la carnefice, moglie di un funzionario pubblico e con antichi precedenti penali per furto e truffa, tra il 1939 e il 1940 attirò a casa sua con false promesse di matrimonio o di lavoro tre donne. Ognuna di loro fu uccisa e, stando a quanto raccontò la Cianciulli nel suo memoriale, i loro cadaveri furono saponificati oppure mangiati (ad esempio, trasformati in farina per biscotti o finiti in marmellate). Quanto ci fosse di vero nel racconto che la Cianciulli fa nel processo e, soprattutto, nel suo lungo scritto redatto durante la sua permanenza pre-processuale a guerra in corso ad Aversa, è stato da sempre oggetto di dibattito. La perizia scientifica dell’epoca, infatti, concludeva che la quantità di soda caustica utilizzata dall’assassina era insufficiente per concludere il processo di saponificazione di un corpo di un essere umano.

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Daniele Giglioli, Critica della vittima, 2014

Daniele Giglioli, Critica della vittima. Un esperimento con l’etica, Nottetempo, 2014.

“Perché lo dico io”: così si intitola uno dei paragrafi di Critica della vittima, un breve volumetto di Daniele Giglioli, docente di Letterature Comparate, pubblicato da Nottetempo nel 2014. E’ un frase che esemplifica sia l’atteggiamento dell’intellettuale escluso o che si presenta come tale, sia delle masse ai tempi del web 2.0. Non si possono mettere in discussione lo status di vittima, l’emarginazione sociale o culturale, il torto subito e l’assoluta rivendicazione che da questa ha origine.

Non è, questo, un libro che critica la vittima in sé o che si lancia solamente in una distinzione tra vittima reale e vittima presunta o immaginaria – come ricorda l’autore, «(d)alle vittime reali alle vittime immaginario il tragitto è lungo e accidentato» (p. 11). E’ piuttosto un testo che esamina un’antropologia e un’etica negative, che fondano su un’ingiustizia la propria potenza, la propria autorità, o semplicemente il proprio diritto a un’indiscutibile opinione, soddisfacendo così anche un certo desiderio di identità, di innocenza originaria (la vittima è innocente per definizione) e di una narrazione fondata sulla verità. Quest’etica negativa, così, richiede una riparazione dall’ingiustizia che non avverrà mai e che richiede uomini forti e soluzioni decise. Da qui, quindi, la crisi dell’analisi complessa, la ricerca di una soluzione semplice o semplicistica, del rifiuto della complessità in nome della parola incriticabile della vittima. Continue reading “Daniele Giglioli, Critica della vittima, 2014”

Humans and Real Humans on tv

Descartes’ explanation of pain and motion

[SPOILER ALERT: this post talks of the British drama Humans and of the Swedish drama Äkta människor]

[Parts of this post have already been published in 2013 on my Italian blog]
I have watched the first three episodes of Humans, the Channel 4 tv series inspired by a Swedish tv series, Äkta människor (Real Humans in English). I must say I expected something better. To explain why, I will extensively talk about the Swedish version of the series, to give the idea of what my expectations were and still are.
The plot of the original Swedish drama, which is composed of two seasons of 10 episodes each and whose extension for another season is still uncertain, unfolds around the hubots (instead called synths in the British version), technologically advanced androids that almost exactly physically resemble humans, if it were not for their glowing eyes, their skin free from imperfections, and their need to recharge via a simple electric cable or a USB cable. These robots are used for household chores or for hard work, they cannot lie, they are subject to the Asimov laws of robotics and they can be turned off at any time using a button typically placed under the left armpit. However, there are also free or liberated hubots, that move independently, without a master, and who (or which?) at first glance may make autonomous choices and also behave aggressively or friendly in relation to humans. In short, although they are created and designed as machines, they do not behave, at least at first sight, automatically or mechanically, but instead make their choices and are apparently free. The story, which takes place between levels of everyday family life or of police investigations on one hand, on the other hand, it raises philosophical, legal, ethical and existential issues, and the Cartesian problem of what differentiates man – who has his own mind and his own free will and at the same time a body that performs many functions without the need for a conscious intervention – by the automaton which, although technologically refined, is unconscious, still lies in the background. In other words: what if we ourselves are machines? Are humans really different from hubots/synths or, rather, are they both different types of complicated machines, or are both sorts of beings that in some way can develop forms of freedom? These questions imply many others.

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