Sul referendum costituzionale di dicembre: questione di approcci

Due o tre appunti di metodo, più che di merito, sul referendum costituzionale del 4 dicembre e sulla campagna che lo sta precedendo.

Alcuni degli istituti di sondaggi che nelle ultime settimane si sono occupati di rilevare le intenzioni di voto e le relative motivazioni sono concordi nell’indicare l’avversione al governo Renzi come ragione principale, o più diffusa, o comunque numericamente consistente, che indirizza coloro che votano No. Già a fine settembre, Index Research segnalava che la spinta principale al voto contrario alla revisione costituzionale Renzi-Boschi è far dimettere il capo del governo. Ora, anche Ipr Marketing e Techné mostrano la stessa tendenza: tra gli oppositori della legge, pensa più all’operato del governo che ai temi del referendum tra il 46% (secondo Techné) e il 54% (secondo Ipr Marketing) di coloro che pensano di votare contro, mentre solo tra il 15% e il 27% di coloro che intendono votare Sì indica la medesima motivazione. Sarà pure vero che Matteo Renzi ha commesso l’errore, come minimo tattico, di legare, almeno nei mesi scorsi, la sua esperienza politica all’esito della consultazione referendaria. E’ altresì sicuramente e come minimo vero, però, che le motivazioni che meno si concentrano sul merito e più su questioni di tipo politico sono assai più forti nel fronte del No. A me sembra che questo atteggiamento pregiudiziale sia assai discutibile, nel senso che è legittimo ma sicuramente strumentale. Continue reading “Sul referendum costituzionale di dicembre: questione di approcci”

Il neocentralismo di Matteo Renzi

Il Senato della Repubblica francesePrima cosa: benché non sia ancora nota nei dettagli (soprattutto sulle funzioni), la riforma del Senato e del titolo V della Costituzione proposta da Matteo Renzi sembra reggersi su due punti cardine:
– i senatori sono rappresentanti delle autonomie locali e non vengono eletti direttamente dagli elettori;
– le matere a legislazione concorrente sono destinate a sparire o a essere sostanzialmente ridotte.

Seconda cosa: ho letto da qualche parte che il modello di Renzi sarebbe in qualche modo paragonabile al Bundesrat tedesco – e com’è noto, la Germania è un paese federale. Non ricordo dove l’ho letto e se effettivamente l’ho letto, ma googlando mi sono usciti fuori questo articolo della Stampa, questo articolo di Italia Oggi e anche questo articolo del senatore del PD Giorgio Tonini che propongono il paragone. E, a mio avviso, il paragone non sta in piedi.

Andando a vedere le competenze del Bundesrat, infatti, queste riguardano essenzialmente una (lunga) serie di materie di legislazione concorrente (art. 74 della legge fondamentale tedesca) e su cui – a differenza della legislazione di competenza federale – il Bundestag non ha alcuna clausola di supremazia da far valere, salvo i casi di maggiore efficienza nel trattare una materia a livello federale, di interesse nazionale o di tutela di alcuni Lander rispetto ad altri (art. 72). Nel tempo la sfera di intervento federale nella legislazione è certo aumentata in Germania, ma uno spazio di legislazione che richieda un consenso da parte del Bundestag resta. Per fare un esempio, senza il voto favorevole del Bundesrat la federazione non può modificare la quota di risorse trasferite dal centro ai Lander. Per rendere più completo il quadro, sui presupposti del citato art. 72, la federazione ha il diritto di stabilire leggi di carattere generale che stabiliscano il framework legislativo di riferimento (art. 75) su cui i Lander poi agiscono autonomamente a livello amministrativo e regolamentare. Nella proposta renziana, invece, le materie a legislazione concorrente e il conseguente intervento legislativo di un eventuale Senato riformato in senso tedesco tendono ad assottigliarsi e forse anche a scomparire.

Andando, inoltre, a vedere chi siede nel Bundesrat, questo è composto da rappresentanti scelti dai governi regionali. Nella proposta di Matteo Renzi invece (su cui, ad onor del vero, egli stesso ha detto che la discussione è aperta nel partito e nel parlamento e che trattasi di una sua preferenza di carattere personale come base di partenza per la riforma costituzionale), il Senato – inteso come una sorta di Senato delle autonomie – sarebbe composto da 108 sindaci di città capoluogo, 21 presidenti di regione o di provincia autonoma e 21 senatori nominati dal capo dello stato. Sarebbe, insomma, un’assemblea non più rappresentativa delle regioni – a cui il Titolo V della Costituzione attuale garantirebbe poteri esclusivi, oltre che concorrenti – ma di diverse forme di autonomie la cui componente principale risiederebbe nella rappresentanza di città piuttosto che nella rappresentanza regionale – totalmente diverso dal Bundesrat, dove, tra l’altro, i voti delle regioni si contano in blocco e non per testa.

Cercando un possibile paragone in Europa, quello che più si avvicina al modello renziano è, a mio avviso, quello francese: in Francia il Senato è eletto da sindaci e consiglieri municipali, dipartimentali e regionali e i suoi poteri sono inferiori rispetto a quelli dell’Assemblea Nazionale, nel senso che le materie concorrenti non esistono e nel processo legislativo ordinario l’ultima parola ce l’ha l’Assemblea.

Il punto è che le riforme delle istituzioni e delle autonomie locali devono essere affrontate nel loro complesso, bilanciando i vari poteri e soprattutto avendo in mente un modello complessivo che disegni con precisione un meccanismo ben funzionante. Se Renzi ha un qualche modello in testa, a me sembra che sia un modello di tipo centralista, dove, tra lo Stato che riacquisisce poteri in alto e i comuni e le città metropolitane in basso, scompaiono sostanzialmente le province e le regioni vengono depotenziate. Se Renzi invece un modello non ce l’ha, io ritengo che siamo di fronte alla solita riforma a spizzichi e bocconi, che prende un pezzo di qua e un altro di là, non tocca elementi che dovrebbe toccare, in un’opera di ingegneria istituzionale che rischia (ma aspettiamo a vedere il risultato finale prima di esprimere un giudizio così forte) di produrre un inutile guscio vuoto se non addirittura l’ennesimo mostro di Frankenstein.

Legge elettorale: Silvio 1 – Matteo 0

Silvio BerlusconiMi lancio in una considerazione un po’ politica, che è anche una previsione e quindi corro il rischio che un giorno qualcuno passi di qua e giustamente mi spernacchi. E vabbè.

Di analisi tecniche sul sistema elettorale uscito dalla direzione Pd di oggi ne leggerete tante, molte da studiosi che masticano la materia come fosse pane e salame. Dal mio punto di vista – pur restando in attesa di un testo scritto definitivo messo nero su  bianco – questa legge è per molti versi una schifezza (dalla presenza di un premio di maggioranza assoluta artificiale, un unicum mondiale o quasi, a quella di alleanze prestabilite che nell’UE a 27 hanno solo Svezia e Polonia) che però ha due virtù: in primo luogo, i proponenti si sono proposti un obiettivo nello scriverla, cioè quella di avere una maggioranza certa dopo le elezioni, e una legge elettorale di questo effettivamente tipo la dà. Non dovrebbe riproporre carrozzoni tipo l’Unione per via dell’innalzamento dello sbarramento (alla Camera, passa dal 10% al 12%, per le liste coalizzate passa dal 2% più la migliore esclusa al 5%, per le liste non coalizzate passa dal 4% all’8%) salvo listoni unici con posti garantiti o quasi, come, ad esempio, fecero i radicali candidati col Pd nel 2008 – cosa che i collegi uninominali avrebbero potuto facilitare con collegi sicuri e le preferenze invece disincentivare (l’unico pregio del sistema con le preferenze è questo).

La seconda virtù riguarda (o riguarderebbe) il fatto che la proposta sembra recepire le obiezioni della Corte Costituzionale al porcellum: al di là delle imprecisioni della vulgata sulla bocciatura della legge Calderoli, la Corte aveva eccepito non sulle liste bloccate in sé ma sulla loro lunghezza (e il modello Renzi-Berlusconi infatti propone liste corte in oltre un centinaio di collegi, benché poi la ripartizione totale dei seggi sia comunque nazionale) e non sul premio di maggioranza in sé ma sul fatto che non esistesse una soglia oltre la quale farlo scattare (e l’introduzione della soglia del 35% e dell’eventuale doppio turno sembrano aggirare questo problema).

Venendo ai punti deboli, questa proposta è inserita in un più ampio progetto di sistema che va a toccare sia il Titolo V della Costituzione (cioè il sistema delle autonomie, che per il ragionamento che sto svolgendo c’entra comunque limitatamente o nulla) sia il Senato. Com’è noto, l’articolo 57 della Costituzione oggi impone l’elezione del Senato su base regionale, per cui, a Costituzione vigente, la proposta Renzi-Berlusconi si troverebbe ad affrontare lo stesso problema che presentava il porcellum, cioè la possibilità di creare maggioranze difformi tra Camera e Senato – problema assente nel vecchio sistema proporzionale in vigore fino al 1992 e poi aggirato col sistema dei collegi uninominali usato fino alle elezioni del 2001. Nei piani di Matteo Renzi la legge elettorale (legge ordinaria) dovrà andare di pari passo con l’abolizione del Senato come organo elettivo (legge costituzionale) – simul stabunt, simul cadent – poiché Renzi probabilmente sa benissimo che il sistema applicato al Senato ci darebbe un nuovo porcellum, pur corretto dai difetti di incostituzionalità. Anche qualora la legge di riforma costituzionale non riuscisse a vedere la luce ma poi si volesse andare avanti sul fronte elettorale, il possibile stratagemma dell’introduzione di un eventuale premio di maggioranza nazionale a Palazzo Madama sarebbe fonte di un’altra dubbia costituzionalità (infatti, nel 2005, il presidente della Repubblica Ciampi intervenne presso l’allora maggioranza di centrodestra per spostare i premi a livello regionale proprio in virtù di questa lettura della Costituzione).

Com’è noto, le riforme di tipo costituzionale richiedono tempi più lunghi rispetto a quelle effettuate per mezzo di legge ordinaria, inoltre richiedono numeri diversi. Insomma, per farla breve, per ottenere questo pacchetto di riforme è necessario il consenso di Silvio Berlusconi. Sottolineerei inoltre che l’impianto di coalizione della proposta fa tornare tra le braccia dell’ex premier il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, e che in fondo a Forza Italia il porcellum, per vari motivi, piaceva assai, e allora uno scenario già si delinea: o il testo elettorale viene approvato prima di quello costituzionale, e allora deve contenere qualche disposizione per il Senato, o vanno di pari passo, o addirittura quella costituzionale è approvata prioritariamente rispetto a quella elettorale.

Nel primo scenario, Forza Italia e un probabilmente addolcito Nuovo Centrodestra avrebbero vita facile ad incassare un simil-porcellum e poi bloccare il resto con qualche pretesto (governo che cade e di corsa al voto). Nel secondo scenario e nel terzo scenario, qualsiasi ghiribizzo potrebbe bloccare la riforma e consegnarci così al voto con questo sistema elettorale ed istituzionale che, salvo stravolgimenti nelle urne (sempre possibili, per carità, soprattutto con un elettorato che sta diventando col tempo sempre più fluido) consegnerebbe il paese alle larghe intese perenni tra un recalcitrante Pd e Silvio Berlusconi.

Ed in ogni scenario di questo tipo ci sarebbe chiaramente un grande perdente nella nostra scena politica: Matteo Renzi.

Addio larghe intese

28/04/2013 Roma, Quirinale, giuramento del governo Leta, nella foto Enrico Letta, presidente del Consiglio e Angelino Alfano, ministro degli InterniPiù del voto sulla proposta di decadenza di Silvio Berlusconi dal suo seggio da senatore, forse quello appena avvenuto sulla fiducia alla legge di stabilità del governo Letta può rappresentare il segno della nuova fase politica che aspetta l’Italia.

Su 307 presenti al Senato, infatti, 171 hanno votato la fiducia che il governo aveva posto sul provvedimento (+17 sulla maggioranza dei presenti) mentre 135 hanno votato contro, nonostante nei giorni scorsi giornalisti ed esperti di cose di palazzo dichiarassero che questo era un governo che si apprestava a vivere su una maggioranza risicata, aggrappata a pochi voti e ai senatori a vita.

Ora, innanzitutto non ho capito perché i senatori a vita non contino. Non vi piacciono? Lo capisco, ma, finché ci sono, votano anche loro. In secondo luogo, che in una situazione fluida il governo avesse, almeno numericamente (politicamente e programmaticamente è un altro paio di maniche) dei piedi un po’ più consistenti dell’argilla si aveva da un’analisi dei gruppi parlamentari a favore, contrari o incerti rispetto al sostegno all’esecutivo:

Senato novembre 2013

Insomma, vista così può sembrare una maggioranza effettivamente risicata, ma forse è un tantino diverso se andiamo a guardare alcuni precedenti (mi riferisco al numero di senatori a sostegno del governo in rapporto al plenum del Senato nel voto iniziale di fiducia dei primi governi di legislatura durante la cosiddetta seconda repubblica):

– Berlusconi I: 159/326 senatori
– Prodi I: 173/325
– Berlusconi II: 175/324
– Prodi II: 165/322
– Berlusconi IV: 173/322.

Aggiungiamo che stasera è spuntata una decina di senatori in più rispetto alla maggioranza attesa al Senato. Insomma, marginalmente nel mio calcolo di sopra e ancor più sostanzialmente se si guarda al voto di martedì sera, la situazione attuale del governo Letta mi sembra migliore rispetto a quella degli altri governi indicati. Dirò di più: il governo repubblicano più longevo, il Berlusconi II, aveva un margine di 12 voti rispetto alla maggioranza assoluta. Quello Letta, dopo stasera, pure e forse anche di più.

Voglio sostenere, insomma, che questa non è una maggioranza risicata e per giunta segna l’uscita dal governo delle larghe intese e la nascita di una maggioranza politica: è un governo del PD spostato un po’ più a destra di quello che si poteva immaginare fino a febbraio, cioè senza gli alleati più di sinistra e allargato, oltre che a Monti, anche a un pezzo di centrodestra.

Certo, se fossi un militante del PD non mi farei illusioni, se fossi un moderato liberale (di quei pochi che ce ne sono) nemmeno, poiché questo sarà un governo politico sostenuto da Formigoni, Giovanardi, Binetti, Casini, nonché dallo stesso Alfano che nella scora legislatura si rese protagonista di iniziative corporative a difesa dell’ordine professionale degli avvocati. Tralascio certi riflessi condizionati del PD per cui – ad esempio – si alzano gli scudi a modeste proposte di coinvolgere enti privati (con obiettivi stabiliti ex ante e finanziamenti pubblici legati ai risultati) in un’eventuale riforma del collocamento. Allo stesso tempo, però, senza i ricatti di Brunetta e dell’ala urlatrice del centrodestra forse – forse – i prossimi provvedimenti potranno finalmente andare in una direzione, una qualsiasi, cosa che sarebbe già un passo avanti rispetto al gioco delle tre carte e all’immobilismo della legge di stabilità firmata Letta e Saccomanni, con la speranza che l’esecutivo, almeno un po’, si liberi anche di quella coazione a ripetere che caratterizza i governi italiani da più di un decennio.

Vito Crimi sulle indicazioni di voto alla presidenza del Senato

[Questo post è stato inizialmente pubblicato su Mondo Grillino, un blog dalla vita molto breve nato dopo le elezioni politiche del 2013]

Vito Crimi, senatore e attuale capogruppo a Palazzo Madama per il Movimento 5 stelle, il 14 marzo 2013 in conferenza stampa ha dichiarato, dopo la comunicazione del candidato del proprio gruppo alla presidenza, Luis Alberto Orellana, quale sarebbe stato l’atteggiamento dei senatori grillini in un eventuale ballottaggio:

E’ un concetto chiaro: non abbiamo nulla da votare. Ne abbiamo discusso e abbiamo discusso che noi voteremo solo i nostri candidati, basta. Voteremo solo i nostri candidati, poi se qualcuno si vorrà alzare e andare via, quacuno vorrà votare scheda bianca, alla fine il concetto è: noi voteremo solo i nostri candidati. Se non ci sono al ballottaggio, non abbiamo nulla da votare.

Il 16 marzo 2013, poco prima della quarta votazione con ballottagio, Crimi ha ancora dichiarato, secondo differenti testate:

Non faremo da stampella a nessuno. Il Movimento 5 Stelle ritiene di non modificare le proprie intenzioni di voto.

Poche ore dopo, a seguito del ballottaggio in cui alcuni voti di parlamentari grillini sono confluiti sul candidato del Partito Democratico, Pietro Grasso, secondo varie fonti d’informazione Crimi avrebbe dichiarato:

Avevamo deciso all’unanimità di non votare per Schifani, nell’urna il voto è segreto, ciascuno ha deciso secondo coscienza. (Il Fatto Quotidiano.it e Corriere.it)

e ancora:

Abbiamo mantenuto la linea. Per alcuni c’è stato un voto secondo coscienza, ma una cosa è la presidenza del Senato, un’altra il voto di fiducia al governo (Repubblica.it).

Quella di Crimi appare una bugia: la linea decisa due giorni prima dal gruppo del M5s al Senato (e ribadita poche ore prima) era di non sostenere alcun candidato che non fosse il proprio, neanche al ballottaggio. Dopo il voto segreto in aula Crimi invece afferma che la linea era, più semplicemente, di non votare Renato Schifani (il candidato poi risultato perdente) al ballottaggio, cosa diversa da quanto dichiarato due giorni prima e confermato poco prima.

La ricostruzione fatta da Crimi dopo l’elezione del presidente del Senato è, quindi, falsa.

Una nota sulla proposta di riforma costituzionale ABC

L'Assemblea Costituente al lavoro a MontecitorioOggi nella Commissione Affari Costituzionali del Senato è stato approvato il testo base di quella che dovrà essere (se ci saranno tempo e volontà politica) la riforma costituzionale promossa da Alfano, Bersani e Casini.

Tra le varie cose (qui una guida ai contenuti scritta da Stefano Ceccanti) c’è il superamento del bicameralismo perfetto separando le funzioni e le competenze di Camera e Senato: in breve e a parte alcune eccezioni, la prima si occuperà di materie la cui competenza è statale mentre la seconda delle materie di legislazione concorrente ex art. 117 della Costituzione. Il testo però non separa i criteri di rappresentanza del Senato che, con tali funzioni, diventerebbe il punto di raccordo con le autonomie locali. Mi spiego con degli esempi.

Laddove esiste una camera alta di carattere federale i criteri di rappresentanza sono diversi da quelli del semplice suffragio universale, in cui ogni voto è uguale all’altro:
– in Austria e in Germania tutti i membri del Bundesrat sono scelti dai diversi parlamenti regionali;
– in Belgio e in Spagna una parte dei membri del Senato è scelta dalle comunità linguistiche nel primo caso, dalle comunità autonome (le nostre regioni) nel secondo caso;
– negli Stati Uniti, invece, i senatori sono sì eletti dai cittadini, ma ad ogni stato è assegnato lo stesso numero di senatori (due) a prescindere dalla propria popolazione o dalla propria dimensione territoriale.

Come capita, ad esempio, in Germania, un corollario di tale criterio “territoriale” di rappresentanza sarebbe quello di assegnare il potere di fiducia solo alla Camera, poiché il Senato potrebbe avere una maggioranza differente e perché si occuperebbe preminentemente di materie regionali e non nazionali, che sono quelle di cui maggiormente si interessa l’attività di governo.

Una nuova legge elettorale?

Foto Roberto Monaldo / LaPresse
18-11-2011 Roma
Interni
VIII° Convegno Nazionale Scienza e Vita
Nella foto Angelino Alfano, Pierluigi Bersani, Pier Ferdinando Casini

Photo Roberto Monaldo / LaPresse
18-11-2011 Rome
8th National Conference Science and Life
In the photo Angelino Alfano, Pierluigi Bersani, Pier Ferdinando CasiniOggi la trojka ABC ha raggiunto un accordo sui principi base e su alcuni meccanismi che la nuova legge elettorale da approvare prima della fine della legislatura dovrebbe avere. I dettagli ve li potete leggere su ogni sito d’informazione, comunque ve li riporto da quello del Corriere della Sera:

Per ciò che attiene la revisione della legge elettorale l’intesa prevede: la restituzione ai cittadini del potere di scelta dei parlamentari, un sistema non più fondato sull’obbligo di coalizione, l’indicazione del candidato premier, una soglia di sbarramento e il diritto di tribuna.

Cerco di toccare alcuni di questi punti, ma prima ci vuole una premessa: io sono sempre stato favorevole ad un sistema maggioritario di collegi uninominali – il modello inglese, per essere chiari – per tutta una serie di motivi: garantisce la governabilità ma non è detto che crei maggioranze fittizie (vedi l’attuale governo britannico sostenuto da Tory e libdem), elimina il rumore di fondo dei partitini del due-tre per cento garantendo però rappresentanza a minoranze etniche, linguistiche o legate ad una certa parte del paese, dà ampie possibilità di alternanza anche a livello di singolo seggio parlamentare (se agli abitanti di Gallipoli D’Alema sta sulle scatole, D’Alema va a casa punto e basta) così come un certo legame col territorio. Sono i primi motivi che mi vengono in mente, ma in realtà quello principale è uno: funziona, infatti nell’Italia repubblicana un sistema così non ce l’abbiamo avuto mai, soprattutto perché è stato confuso col bipartitismo o – ancora peggio – col bipolarismo. Tanto per dirne una, oggi a Westminster siedono i rappresentanti di dieci partiti.

[Nota: sulla confusione che regna sul bipartitismo/bipolarismo in Italia ci sarebbe molto da dire: in Spagna la partita politica si gioca tra socialisti e popolari, ma il primo governo Zapatero era un governo tecnicamente di minoranza, non avendo la maggioranza assoluta, e di volta in volta si appoggiava su rappresentanti delle Baleari, delle Canarie, di qualche scoglio in mezzo all’Atlantico o di qualche microforza di ultra-sinistra, cosa che in Italia farebbe gridare allo scandalo, e infatti tutti lodano la Spd tedesca che non si allea con la Linke a livello nazionale, ma poi si fanno le grandi coalizioni sia a livello nazionale sia a livello locale, che col concetto di alternanza fanno a botte – e non mi dite che sono una tantum: secondo voi coi liberali in crisi e subbuglio, coi voti di chi la Merkel sta facendo passare i provvedimenti di salvataggio di Grecia, Portogallo ecc. nel Bundestag? Ecco, esatto, dell’Spd. E tralascio l’estrema possibilità di Jamaika Koalition. In Francia il partito di Sarkozy è un’accozzaglia di gollisti, social-conservatori, liberali, libertari, democristiani e chissà cos’altro. Questo per dire che l’alternanza non si dà per forza tra due partiti o poli opposti, ma è un fatto che presenta una certa complessità tale da lasciare – dover lasciare – spazio, manovra e rilevanza politica anche alle terze, quarte, quinte forze estranee al gioco dei maggiori competitori. Fine nota.]

Per quel che riguarda i temi in questione: c’è già chi si lamenta per l’abolizione dell’obbligo di coalizione (vedi Massimo Giannini di Repubblica e Marco Castelnuovo della Stampa), ma queste obiezioni mi fanno rimanere perplesso: l’obbligo di coalizione pre-elettorale è un modo di elaborare la propria proposta di governo a prescindere dal risultato elettorale – e se pensate che stiamo parlando di legge elettorale, è una cosa alquanto buffa. Tra l’altro è lo stesso obbligo che ha messo insieme quelle coalizioni eterogenee che molti commentatori – gli stessi commentatori, talvolta, che oggi richiedono l’obbligo pre-elettorale di coalizione – da anni criticano perché incapaci di esprimere una efficace azione di governo, salvo poi oggi e in ogni dibattito sulla legge elettorale continuare paradossalmente a richiederle e certificarle per legge (c’è da precisare una cosa: l’obbligo esiste dal 2006, ma per le tre precedenti tornate elettorali il sistema misto maggioritario/proporzionale del mattarellum forniva grandi incentivi alle ammucchiate, perché lasciava vita e visibilità a molti partiti minori con cui, quindi, le maggiori forze erano tenute a fare i conti elettoralmente). In secondo luogo, mi sono fatto un giro tra Google e Wikipedia e ho notato che tra i 27 paesi dell’Unione Europea l’obbligo di segnalare in precedenza la coalizione ce l’hanno solo tre paesi: la Svezia, la Polonia e, appunto, l’Italia. Lodi, lodi e lodi alla democrazia svedese, ma siamo sicuri che gli altri 24 siano invece virtuosi degli accordi di governo in maniera tale da non avere bisogno di alcuna coercizione giuridica, e non, invece, più realisti e consci del modo in cui avvengono i processi elettorali? Può anche essere di sì, ma ne dubito. Inoltre, che l’inesistenza di vincoli pre-elettorali di coalizione non agevoli l’alternanza di diverse maggioranze è falso, e ce lo dimostra l’esperienza di tutti i grandi paesi europei. La verità è che in Italia abbiamo avuto per cinquant’anni il più grande partito comunista d’occidente che per certi motivi era conveniente tenere fuori dal governo, e inoltre la Democrazia Cristiana è sempre stata il primo partito del paese dal 1946 al 1992: sarà mica colpa sua se vinceva le elezioni? Spariti il PCI e la DC, socialdemocratizzati i comunisti e berlusconizzato gran parte del resto, è sparito il problema. Infine, come dimostra proprio l’esperienza dell’attuale governo, le maggioranze si fanno sempre e comunque in parlamento, da cui l’inutilità di inserire le coalizioni nella scheda elettorale, così come l’indicazione del candidato premier.

Sulla proposta di indicazione del parlamentare da parte del trio ABC, sarebbe sufficiente prendere nota dal modello tedesco, che divide i seggi tra i partiti in base ad un sistema proporzionale con soglia al 5%, ma sceglie i singoli parlamentari da mandare al B
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attraverso un sistema di collegi uninominali – motivo per cui l’elettore tedesco ai seggi compila due schede piuttosto che una.

Però il trio ABC pare abbia un’altra idea (almeno a leggere i giornali): reintrodurre le preferenze come nella Prima Repubblica (singola o multipla, è da capire) e proporre una correzione “spagnola”, cioè, per quello che ne ho capito, spalmare la divisione proporzionale non su un collegio unico nazionale (come capita col porcellum per la Camera dei deputati) o collegi grandi (ad esempio regionali, come col porcellum per il Senato, o come nella legge elettorale per le elezioni europee), bensì su piccole porzioni territoriali, così da a) introdurre un effetto maggioritario (i sistemi proporzionali applicati su piccola scala hanno solitamente l’effetto pratico di avere una soglia di sbarramento alta, ben più di quella prevista dalla lettera della legge); b) mantenere il legame del parlamentare col territorio; c) tutelare le esigenze territoriali (leggi: Lega Nord, così non rompe l’anima più di tanto). In realtà un sistema del genere sarebbe molto più “spagnolo” che “tedesco” (secondo i miei gusti personali, ancora meglio); se al posto delle preferenze ci fosse una seconda scheda per ogni collegio uninominale, si guadagnerebbe invece in “germanicità”, cioè la scelta del candidato sarebbe diretta, ma qui poi ci sarebbe da risolvere il problema dei seggi in sovrannumero: e se un partito vince più collegi di quanti seggi abbia guadagnato con la ripartizione proporzionale?. Inoltre, quale sistema di calcolo, quello utilizzato in Germania o quello usato in Spagna?

Sembrano tecnicismi, ma non lo sono, perché – sembra un luogo comune scriverlo – nessun sistema elettorale è perfetto in sé, ma deve possedere elementi di coerenza al suo interno in maniera tale da massimizzarne i pregi e ridurne i difetti. Ad esempio, il porcellum ha l’impareggiabile caratteristica di amplificare allo stesso tempo i difetti del proporzionale (frammentazione e instabilità) e quelli del maggioritario (dissomiglianza dalla volontà elettorale) senza averne molti dei pregi. Non è detto che si debbano copiare i sistemi elettorali stranieri, ed è perfettamente ragionevole idearne di nuovi o di ibridi: se la piattaforma scelta è quella proporzionale (ognuno per sé, pesiamoci, creiamo un parlamento specchio della volontà politica generale e vediamo dopo come governare), l’introduzione di alcuni correttivi maggioritari (collegi piccoli e/o seconda scheda per scelta uninominale, soglia di sbarramento) può alleviarne i difetti; aggiungerne però uno potentissimo, qual è quello del premio di maggioranza che si andrebbe ad applicare non più alla coalizione (sparpagliando quindi i suoi effetti su più partiti) ma ad un unico partito (!), potrebbe non fare altro che riproporre i difetti del porcellum, soprattutto alla luce del vincolo costituzionale della suddivisione dei seggi del Senato su base nazionale: il combinato disposto di questi due obblighi legislativi potrebbe far sì che le acrobazie aritmetiche per la creazione di due maggioranze uguali in entrambe le camere (salvo modifiche costituzionali per cui il tempo scorre inesorabilmente veloce) senza l’esistenza di vincoli coatti di coalizione (i cui difetti ho già descritto) sarebbero davvero impresa troppo ardua per qualsiasi partito che non riesca ad ottenere una maggioranza bulgara – cosa che, grazie al cielo, nelle democrazie mature capita molto raramente.

La rivoluzione in una sola Camera

L'aula del Senato a Palazzo MadamaNegli ultimi giorni Silvio Berlusconi ed il PdL hanno portato avanti l’idea secondo cui, in caso di sfiducia del governo solo a Montecitorio, si possa andare alle elezioni solo per il rinnovo della Camera e non del Senato, proprio come prevede l’art. 88 della Costituzione.

Sarebbe un atto estremamente innovativo nella prassi (mai è successo che le due camere fossero sciolte separatamente) ma totalmente corretto e legittimo. Il Presidente della repubblica potrebbe comunque essere fortemente contrario ad una soluzione di questo tipo, che pure avrebbe una sua ragione politica: l’attuale tripartizione del sistema politico (centrodestra berlusconiano, centrodestra non berlusconiano, centrosinistra) quasi sicuramente non permetterebbe a nessuna coalizione – a legge elettorale vigente – la conquista della maggioranza assoluta dei seggi al Senato; d’altro canto, allo stato attuale delle cose non pare possibile un accordo in parlamento su un nuovo governo per una nuova legge elettorale, sia per motivazioni elettoralistiche, sia per quel che riguarda il merito (si consideri, ad esempio, che il Pd al suo interno è diviso sulle modifiche da proporre). In altri termini, conservare la stabilità di governo potrebbe essere un ottimo motivo politico per sciogliere solamente la Camera, e su questo Berlusconi tiene il punto e potrebbe mostrare, obiettivamente parlando, ottime ragioni. Questo sarebbe vero a meno che, però, al Senato non si profili una situazione diversa: cioè quella di una maggioranza risicata, aggrappata a un paio di senatori controribaltonisti, ad un qualche neonato gruppuscolo parlamentare o, ancora peggio, a qualche senatore a vita deciso a non schierarsi contro il governo Berlusconi. Cadrebbe del tutto, ovviamente, l’idea dello scioglimento a metà in caso di sfiducia al Senato, e a tal proposito, la mia opinione è che stando ai fatti così come sono ora, questa sia un’ipotesi realistica, e quella di un tenuta sul filo del rasoio molto probabile.

I numeri del Senato della maggioranza ad ora sono i seguenti:

– il PdL ha 134 voti (in realtà 133, Schifani non vota come da consuetudine), la Lega 26, e in più c’è Cuffaro, per un totale di 160 (senza presidente), sotto di 1 rispetto alla maggioranza assoluta;

– a ballare sono i voti di Massidda (nel PdL), Musso (ex PdL, ora gruppo misto ma dato in avvicinamento a Fini), Poli Bortone (ex An, già contraria alla fiducia di settembre e in forte riavvicinamento verso Fini), Villari (ex Pd, ora gruppo misto con tessera radicale) e c’è addirittura chi indica gli ex Forza Italia Pisanu e Martino;

– voti contrari saranno quelli di FLI e, salvo ripensamenti, Mpa, più l’opposizione;

– da capire l’atteggiamento del Svp (astenuto durante la fiducia di settembre), del senatore dell’Union Valdôtaine (favorevole un mese e mezzo fa) e dei senatori a vita (Andreotti votò a favore due anni e mezzo fa, ma a settembre si è astenuto come gli altri 5).

La maggioranza oscilla tra 157 e 163 voti, mentre i contrari/astenuti in aula oscillano tra i 149 e i 161. La mia opinione è che il PdL oltre quota 162 non riesca ad andare, e che solo un gioco di astensioni (cioè di fuoriuscita dall’aula, poiché al Senato il voto dell’astenuto presente è un voto contro) possa garantire la fiducia al governo, e quindi la minima e marginale tenuta di quella che comunque rimane la proposta estrema di scioglimento di una sola camera.