Moriremo di politicismo

Luigi XVI re di FranciaLa decisione di nominare due commissioni di cosiddetti “saggi” – parola che in realtà Giorgio Napolitano non ha mai usato – che nei prossimi giorni dovrebbero occuparsi di stilare una sorta di programma minimo in materia di riforme istituzionali e di proveddimenti economici urgenti su cui trovare una possibile convergenza di governo, ha provocato una serie di reazioni che ricordano molto quelle che accompagnarono la nascita del governo di Mario Monti nel novembre del 2011.

Ricordiamo che il governo Monti nacque da un crisi politica, benché l’emergenza finanziaria e l’influenza del Quirinale e dell’Unione Europea giocarono un ruolo importante: il governo Berlusconi viveva alla Camera sul filo di lana quasi da un anno, dopo che la fronda finiana divenne forza di opposizione e che il centrodestra vinse il voto di fiducia per soli tre voti (314 contro 311). I numeri risicati e i veti incrociati all’interno della coalizione (da un lato, le esigenze giudiziarie di Silvio Berlusconi, dall’altro i vari niet della Lega Nord su alcune riforme, come quelle delle province e delle pensioni) portarono sostanzialmente all’immobilismo un governo che, nell’estate 2011, per rilanciarsi, concordò con l’UE un patto di rientro ben più rigoroso di quelli firmati da altri paesi europei, un gesto di zelo che, tornati a casa nostra, cozzava con l’impossibilità di approvare alcunché, tant’è vero che l’immobilismo governativo portò addirittura al malcontento e, infine, anche alla defezione di alcuni ultra-berlusconiani della prima ora come Giorgio Stracquadanio, Isabella Bertolini e Gabriella Carlucci. Da qui nacquero le dimissioni del premier di allora, che non furono né un generoso atto di responsabilità (come la vulgata pidiellina cerca di suggerire) né un capolavoro politico di Napolitano (come, invece, gli acritici adulatori del Quirinale, istituzione ormai insopportabilmente incriticabile di per sé, ricordano ogni volta in ignoranza o malafede). Fu, semplicemente, una questione aritmetica dovuta allo sbriciolamento parlamentare di un partito politico di massa nato da un predellino e che, già poco dopo più di un anno dalle elezioni, oltre a essere travolto dagli scandali, aveva perso credibilità, spinta riformatrice (se mai ne ha avuta una), coesione interna. A quel punto, è vero, quella che era la moral suasion del Quirinale divenne, davvero, regia politica. In quel contesto nacque il governo Monti, per amor di verità è giusto ricordarlo.

E’ altrettanto giusto ricordare le reazioni che seguirono quell’operazione politica: Beppe Grillo subito ribattezzò il nuovo premier rigor Montis, il PdL ingoiò il boccone amaro nel nome della responsabilità nazionale pur presentando molte voci critiche, il Pd, sempre nel nome della responsabilità, si accodò all’operazione quirinalizia – Pierluigi Bersani ha ripetuto per un anno e mezzo che non voleva governare sulle macerie. Benché all’epoca a molti sembrava – anche a me – che quella fosse la soluzione migliore, col senno di poi si può azzardare a dire che forse sarebbe stato meglio andare al voto, magari chiedere – ipotizzo – qualche mossa politica alla Germania e alla BCE al fine di coprire l’Italia sul piano finanziario per due o tre mesi, il tempo di andare al voto con Berlusconi all’angolo e Grillo al 5%, al fine di avere un governo legittimato dalle urne, con una maggioranza piuttosto stabile e cinque anni di legislatura davanti.

Ora, mi sembra che si stia seguendo lo stesso copione in piccolo, a prescindere dalle competenze di questi “saggi” e dalla bontà dei progetti che proporranno, e infatti le reazioni sono le medesime di quelle di un anno e mezzo fa: Grillo già disprezza questi esperti, il PdL subisce la manovra (stavolta, benché ringalluzzito dal voto, è comunque minoritario in entrambe le camere), perché tentava nel frattempo di giocare la carta del governo di responsabilità in cui avere il diritto di veto, mentre il Pd si accoda, in preda alle sue nevrosi, non sa cosa fare e aspetta tempi migliori, ad esempio qualche settimana per trovare un accordo in parlamento, o qualche mese per lanciare il nuovo supercandidato Renzi, colui che, se fosse stato in campo a febbraio, avrebbe corso da solo perché gli altri si sarebbero inchinati di fronte alla nuova stella nascente della politica italiana (se non si capisce, sono ironico). A cosa ci ha portato politicamente l’operazione Monti, lo abbiamo visto tutti. Seguire lo stesso copione, può essere solo un momentaneo calmante per un mal di testa che è sintomo di qualcosa di più grave e profondo.

Non siamo una repubblica presidenziale, innanzitutto, c’è bisogno che eruditi ed opinionisti lo scrivano, prima o poi, in un momento di lucidità: la stampa e la politica, oltre a vivere in una bolla, sono ormai paralizzate dai loro totem e tabù e, infatti, il Pd, il partito che questi totem e tabù da sempre si preoccupa di rispettare nel tentativo di piacere alla gente che piace, è ormai sempre più in uno stato nevrotico. In un momento di confusione totale, anche chiedere le dimissioni del Capo dello Stato può diventare, da sgarbo istituzionale, un gesto positivamente rivoluzionario.

In secondo luogo, questo tipo di problemi si risolve in un solo modo: le elezioni. Voi mi dite che c’è il porcellum? Beh, vi svelo un mistero: con i risultati di febbraio l’unico sistema elettorale in grado di garantire una maggioranza sarebbe stato un superporcellum. Non con l’uninominale di tipo inglese, non col proporzionale di tipo spagnolo, non col doppio turno, con nada di nada. Solo con un superpremio di maggioranza artificiosamente costruito in maniera abnorme alla faccia di ogni criterio di proporzione nella rappresentanza degli elettori. E quindi, torniamo a votare, che problema c’è? In un paese che momentaneamente è al riparo da urgentissimi problemi finanziari ma che resta in grave e conclamata crisi economica e sociale, meglio avere un governo che non ci piace che restare in questo pasticcio istituzionale che re Giorgio si sta ostinando a portare avanti.

Uscire dalla bolla, ovvero consigli non richiesti e non professionali per la campagna elettorale prossima ventura

Ferie d'agosto[Questo post ha una valenza generale, però devo ammettere che mi è venuto in mente pensando principalmente a due personaggi politici: Pierluigi Bersani e Mario Monti]

Andare nelle piazze. Capisco che l’ultima campagna elettorale s’è svolta d’inverno, col freddo, e che i nostri leader politici sono un po’ anzianotti, però, ecco, basta coi palazzetti, gli auditorium, i teatri, sti posti chiusi che bisogna fare la fila per entrarci (e tanto quella davanti la riempiono sempre i soliti noti). Ogni tanto va bene, però lì spesso ci trovi militanti e gente già abbastanza convinta. E’ fieno già in cascina, insomma. E poiché c’è quella storia di Maometto e della montagna, l’elettore incerto e poco interessato te lo vai a cercare. E dov’è che lo trovi? In piazza, appunto (consideriamo pure che la prossima campagna elettorale si dovrebbe svolgere con temperature un po’ più miti di quelle dei mesi di gennaio e febbraio). Pure gli incontri con rappresentanti di parti sociali, sindacati, comitati locali eccetera: per carità, va bene tutto, c’è la crisi e ci sono imprenditori che vogliono parlarti, ma tu sei uno che rappresenta un partito che incontra uno che rappresenta un’associazione per avere i voti per rappresentare il popolo. Va benissimo difendere la cara vecchia democrazia rappresentativa dei partiti contro sta moda della democrazia diretta del web, però almeno per le elezioni va bene pure che capiti che qualcuno ti mandi a quel paese mentre vai a chiedergli il voto in faccia, non tra quattro mura o incontrando uno che in teoria lo rappresenta ma nell’urna conta uno. E non dimentichiamoci dei tanti, tantissimi che non sono rappresentati da nessun gruppo od organizzazione. Sorpresa, anche loro votano, sottopagati, a casa con mammà, senza tessera della CGIL (chi diamine ha una tessera del sindacato sotto i 35 anni oggi?) e attaccati per ore a Facebook.

Socialcosi con moderazione. L’internet non è la realtà. C’è un 20% di popolazione che su internet non ci va, in primo luogo, e se pensate che Grillo abbia preso il 25% con la rete, non c’avete ancora capito una mazza (ricollegandomi al primo punto: Grillo andava in piazza anche sotto la neve, e la piazza rimaneva piena, perciò prendete esempio, andate in trincea e copritevi bene, stolti). Secondo, tanti di quelli che lo usano ci vanno per lavoro, per controllare la posta elettronica, per leggersi due notizie, trovare un bel porno e poi ciao, al bar a fare l’aperitivo. Su YouTube si finisce tra complottisti vari, su Facebook tra micini e foto alcoliche e su Twitter (un po’ più elitario e sostanzialmente già abbastanza piddino di suo) tra quattro gatti. Inoltre, gli smanettoni che commentano, condividono, laicano e ritwittano sono spesso gente già convinta. Insomma, più che video di giaguari da smacchiare e spartani vari, piuttosto che perdersi in mode e hashtag che piacciono al solito circolo, meglio produrre contenuti convincenti. Così, giusto per lasciare a noialtri qualcosa di serio da spiattellare al grillino di turno. Per il resto, c’è un mondo là fuori.

Stop ai giornaloni. Arrivare alle 7 e 30 di mattina avendo già letto cronache politiche, editoriali, interviste, retroscena e controretroscena di una dozzina di quotidiani: questo basta. E’ vero già da almeno un decennio, ma le elezioni di febbraio lo hanno dimostrato: è un mondo staccato dalla realtà. Avete qualcuno pagato per farvi la rassegna stampa? Bene, chiedete una rassegna stringata, un solo articolo di cronaca politica fatto bene (ma giusto per esser sicuri di non esservi persi nulla), retroscena nada perché sono fantasia pura, a sto punto megli vecchi classici come Asimov che qualche solido appiglio alla realtà in più almeno ce l’ha, niente editoriali, in particolare se sono quelli che vi spiegano cosa dovete fare col senno di poi. Piuttosto, fatevi dare dati, cifre, riassunti di studi che vi aiutano a capire in maniera sintetica come stanno le persone. Corollario: stop alle tv tutta politica tipo La7. Del cagnolino dalla Bignardi non resterà nulla dopo due giorni, manco il voto del negoziante che c’ha tirato su due soldi. Pure io sono un patito dei talk show politici, ma siamo sempre le stesse persone a vederli e anche qui si crea una bolla da cui poi è difficile uscirne. Piuttosto, una copia di Gente o di Chi, anche se vi fa schifo, vi rimette un po’ a posto con la realtà, soprattutto perché un pezzo grosso di realtà Scalfari e Galli della Loggia non li conosce, ma Signorini, la Fico e zio Misseri sì. Lasciatemelo dire: un mondo con meno Follini e più gnagna&pulp non può che fare bene a tutti. E già che ci siete, l’abolizione del finanziamento alla stampa e dell’Ordine dei giornalisti potreste proporlo pure voi.

Le elezioni si vincono il giorno delle elezioni. Ecco, anche qui, i sondaggi sono importantissimi, per carità, però, come il giuoco del calcio ci insegna, mai giocare pensando già di aver vinto o di aver perso. Il bello (o il brutto) della campagna elettorale è che qualsiasi momento può essere quello in cui todo cambia, tipo il Liverpool che ti rifila tre gol in sei minuti e ciao ciao Champions League. Quindi, stop a discussioni e liti su alleanze post-voto, scenari, chiacchierate riservate su ministri e sottosegretari, formule da alchimisti che non capite manco voi che le state ipotizzando ad alta voce. Un solo imperativo: pancia a terra e lavorare, evitando di parlare del sesso degli angeli. Se qualcuno si lamenta di questo, che si fondi il suo micropartitino dello zerovirgolastocazzo. Anche qui un corollario: dovreste avere imparato che Silvio è imbattibile, invincibile e immortale. Mettetevi questo in testa e vi sarà sufficiente per essere motivati come in una partita contro il Barcellona.

La comunicazione conta. E’ vero che non abbiamo bisogno di venditori di pentole. Giorgio Mastrota non sarà mai un buon premier (se mi leggi, scusami Giorgio). Detto ciò, avere contenuti è condizione necessaria ma non sufficiente per essere un politico. La politica è per tutti, ma il politico lo possono fare bene in pochi. In democrazia si può anche avere eccellenti idee ed essere il miglior premier di tutti i tempi, tutti i luoghi e tutti i laghi, però se non prendi i voti al governo non ci vai mai, e per prendere i voti le cose le devi sapere dire, spiegare, far capire. Ergo, la comunicazione è importante e necessaria per un politico e non c’è nessuno staff e nessun guru americano che riesce a sopperire completamente a questa carenza (in particolare se un candidato cerca di mostrarsi per ciò che non è. La gente sa che dottor Jekyll e mister Hyde è una storia inventata, non è che uno diventa scemo tutto di botto, di solito, e se sì, non gli dai in mano il paese). Quindi, se non sapete spiegarvi, fatevi da parte. Il ciclismo – altra metafora sportiva, lo so – ci insegna che oltre alle droghe anche i gregari sono fondamentali. Voi potreste essere perfetti per il ruolo. Vi ameremmo lo stesso.

L’IMU, le tasse, la merda. Moralità e lavoro, diceva Bersani. Roba bellissima, dico io. Però, ripensandoci, che roba è? Cioé, io che pretendo di essere un po’ più informato degli altri lo intuisco, ma, sorpresa, la democrazia (a cui siamo affezionatissimi e che ci piace sempre tantissimo) vuole che votino anche gli altri. Prendete l’IMU. Mentre Silvio mandava lettere e Beppe vi sfanculava, voialtri a dire che l’IMU ci ha salvato, però la rimoduliamo, no forse la sostituiamo, sì l’abbiamo voluta noi però è colpa di quelli di prima. Cazzate. L’IMU si può migliorare, si deve dare ai comuni, però è una tassa sacrosanta perché se nel luogo dove abiti tu usi strade, marciapiedi, fogne e vuoi lampioni e spazzini, allora tu, che vivi in quel luogo, i soldi per quelle cose devi metterceli. E’ così in tutto il resto del mondo. Punto. Le tasse sono tante, le tasse devono essere tagliate, ma le tasse da tagliare sono altre. Avessi sentito o letto UNO tra i prinicipali esponenti politici fare questo discorso, una volta sola. Mai successo. Le persone lo fanno già normalmente, ma in tempi di crisi sempre di più fanno il conto della serva, spulciano gli spiccioli in tasca e cercano di tirare a campare. Tra l’altro, a quelli di sinistra sinistra che hanno in mente la supermagnifica Svezia con tante tasse e tanti servizi, farei notare che in Svezia le tasse sono più basse che da noi, anche per quei cazzo di ricchi odiosi che una volta qualche deficiente voleva fare piangere prima di scomparire per sempre dalla scena politica. Meno tasse per tutti sembra berlusconiano, ma non lo è. E’ di buon senso. In altre parole: parlate di cose concrete. Dite: più soldi qua, meno soldi là. Gli otto punti di Bersani (a mio modestissimo parere, eccessivamente bistrattati dagli opinionisti del giorno dopo, ma vabbé, lasciamo perdere) sono già qualcosa, ma si può fare di meglio. Se incappate in qualche problema, tenete duro fino a quando passa la bufera. Sangue negli occhi, lotta dura senza paura, gli avversari non sono tigri di carta. E se avete opinioni impopolari, argomentatele senza essere generici. Infine: stop ai Nichi Vendola in tv, che fa sparate su patrimoniali e cazzi vari senza sapere di cosa parla. La situazione è seria ma restano le parole d’ordine pre-crisi. E infatti, come prima della crisi, c’è chi continua a sbattere contro il muro senza averci capito un cazzo, ma da mo’ (cit.).

Endorsement – Io voterei il Partito Democratico

Mi sono fatto un’idea sulle elezioni pur sapendo che non andrò a votare: pur vivendo all’estero da più di due anni, non mi sono mai iscritto all’AIRE, un po’ per pigrizia, un po’ per racconti – raccolti dal vivo e on line – su lunghi mesi di attesa e sull’esclusione dall’assistenza sanitaria in Italia – un po’ perché secondo me quella del voto all’estero è una legge scema (ora, se qualche funzionario si trovasse a leggere queste parole, potrebbe iscrivermi d’ufficio); qualche mese fa avevo organizzato vacanze di Pasqua e ritorno in Italia per il voto a cavallo tra marzo ed aprile, ma poi il governo è caduto in anticipo e quindi amen. Tra l’altro, ho pure abolito le vacanze pasquali in patria. Ma vabbè, facciamo finta che voto.

Per dirla breve, voterei il Partito Democratico. Senza allegria, senza passione, senza convinzione, per carità: io, d’altra parte, non mi definirei di sinistra, centrosinistra, progressista o quello che è. Ho avuto la tessera di FI per tre anni (senza pur mai partecipare attivamente) e da quando voto ho sempre ondeggiato tra FI/PdL e i radicali, sempre meno convintamente nel primo caso, fino a ripromettermi, già un anno dopo le ultime elezioni, di non votare mai più un centrodestra con Berlusconi e il gruppo che lo ha accompagnato nell’ultimo decennio. Vidi con un favore la nascita della fronda finiana, non per particolare affinità ideologica con quel gruppo di parlamentari – alcuni dei quali, tra l’altro, mi sembrano politicamente imbarazzanti – ma per la possibilità di aprire un partito, renderlo vero, democratico, contendibile, permeabile alle influenze esterne e adeguato a gestire, elaborare, discutere le critiche interne come si fa in un partito vero. Com’è finita lo sappiamo tutti, e ora FLI è un micro partitino di stampo social-conservatore rappresentato da dei leader piuttosto parolai, mentre il PdL, dopo quella famosa telefonata in questura e la farsa del Rubygate (nei cui confronti non ho un approccio moralistico, ma mi fa rosicare il fatto che se finisco io in questura non c’è nessun potente ad alzare la cornetta per togliermi dai guai), l’immobilismo al governo (salvo che per certe leggine a uso e consumo di sappiamo chi), gli scandali, la commedia delle primarie (povero Angelino, che figura del cavolo che hai fatto) e la disinibita giravolta nel rapporto col governo dei tecnici, è sempre più una sola cosa: il partito di Berlusconi, punto. A questo punto voi mi direte: e perché’ l’hai votato prima, visto che è sempre, sempre, sempre stato il partito di Berlusconi? Eh, bella domanda. In fondo, ho sempre sperato che l’anomalia si riassorbisse: al di là di una stampa amica capace di sostenere tutto e il contrario di tutto nell’interesse del capo e della presenza di certi tipi che ti raccomando, il PdL – così come FI prima – è stato un partito che comunque i congressi comunali e provinciali li faceva, che includeva correnti politiche differenti che una dialettica interna che non fosse concentrata esclusivamente su cariche e finanziamenti doveva – nelle mie speranze! – prima o poi produrla, che rappresentava più di un terzo dell’elettorato e che quindi non poteva stare tutto sotto un capello solo, quello delle parole, degli interessi, degli errori e delle promesse mancate di Silvio Berlusconi. Ed è l’eterno ritorno – o l’eterna presenza, se volete – di Berlusconi alla guida del movimento, così come dei Verdini, dei Ghedini, dei Gasparri, degli Schifani, dei Romani ecc. (tralascio i Razzi e gli Scilipoti per non farmi venire il sangue allo stomaco) il tappo grosso che blocca il tutto, è stata la loro irremovibilità a essere stata una delle cause del disastro della destra di governo, una destra cialtrona e inefficiente, e lo dico con la rabbia e la delusione di uno che, probabilmente scioccamente, alla possibilità di mettere in atto certe riforme in questo paese per un certo periodo ci ha creduto davvero; di disastro, infatti s’è trattato, poiché puoi cercare tutte le scuse che vuoi, ma, per quanto ragionevoli e veritiere queste siano, ritrovarsi in una precarissima situazione economica e di finanza pubblica dopo otto anni di governo su undici dovrebbero consigliare a chiunque una sola cosa, cioè quella di tornare a casa e di non farsi vedere mai più. O almeno, io mi vergognerei come un cane a uscire di casa dopo un fallimento epocale di questo genere. Puoi anche lamentarti dell’architettura costituzionale di questo paese e sono addirittura disposto a darti ragione su un certo numero di punti, ma, ancora, dopo otto anni su undici al governo se non sei stato capace di giocare con le regole del gioco, è improbabile che siano solo le regole a essere sbagliate, ma è possibilissimo che sia tu a non essere adatto al gioco (nota: questa metafora l’ho copiata, ma non mi ricordo dove l’ho letta).

Riassumendo, sono due le questioni che mi impediranno per sempre di votare il centrodestra così com’è: la totale mancanza di democrazia interna del partito come prima ragione e come concausa della seconda ragione (essendo, tra le altre cose, la democrazia un meccanismo che tendenzialmente e almeno nel lungo termine corregge gli errori o almeno sostituisce chi li combina), cioè il disastro economico a cui ci ha condotto l’esperienza berlusconiana di governo. Forse anche prima, ma sicuramente ora il PdL è invotabile, punkt.

Guardandomi intorno, tra l’altro, ne vedo pochi di partiti che rispettino il requisito di democrazia interna, che non è altro che, in altri termini, essere un partito decentemente normale come accade nel resto d’Europa: quello a cui potrei essere più affine, il partito radicale, è nelle mani di Pannella, mentre l’esperienza di Monti è una lista estemporanea colma di conflitti d’interessi e che è guidata da un nome di prestigio internazionale che usa come stampelle Casini e Fini – anche loro leader indiscussi di partiti privi di democrazia interna. Non è solo un problema dei movimenti liberali, conservatori, o genericamente di centrodestra: SEL, ad esempio, non è altro che una costola un pelino riformata della corrente vendoliana già esistente in Rifondazione e che non trovò nulla di meglio da fare, perso il congresso postelettorale, che fare i capricci, andarsene e fondare un altro – l’ennesimo – movimento di sinistra. Il Movimento 5 Stelle, invece, è un marchio di proprietà di un uomo solo che tra l’altro ideologicamente propugna un modello di democrazia diretta, in rete, priva di corpi intermedi e di rappresentanza che, per motivi che non mi metto ora a spiegare in questo già lungo post, non condivido, quindi, per scartarlo, non mi serve nemmeno scendere nel dettaglio delle sue vaghe e/o deliranti e/o irrealizzabili proposte economiche e sociali.

Queste sono considerazioni su cui mi sono fissato da circa un paio di anni, andando a memoria e quindi, anche qui senza entusiasmo e senza impegno e senza gioia nel cuore, a dicembre ho votato alle primarie del PD (tra l’altro all’estero il voto era on line e gratuito, tiè), proprio perché sono un esercizio di democrazia interna di un partito. Ho votato Bersani perché nelle storie della rottamazione non ci credo, perché mi sembra una persona concreta, perché ha fatto parte di un’esperienza di governo che tra tasse e ricchi che devono piangere comunque la barra dell’equilibrio di bilancio e della riduzione del debito pubblico è riuscita sempre a tenerla ferma (e questa è una cosa di cui abbiamo bisogno ora e avremo bisogno in futuro, in questo paese sommerso dal debito pubblico), perché guida un partito europeista e io sono fortemente, quasi ferocemente, ossessivamente, irrazionalmente europeista, perché tra le poche cose liberali fatte in questo paese ci sono le sue liberalizzazioni, che saranno sicuramente incomplete, che hanno toccato solo certi settori e non altri, tutte le critiche che volete, ma sono stati provvedimenti che hanno aperto il mercato e toccato rendite di posizione e a cui, se vogliamo farci piacere le etichette, non vedo quale altra attaccare se non quella di “liberale” – e, a me, le cose liberali piacciono.

Come probabilmente saprete, nel registrarsi alle primarie si prende l’impegno a votare il centrosinistra. Per i motivi detti sopra non voterò, però mi ero messo l’anima in pace e avevo deciso che, se fossi tornato in Italia, avrei votato il PD (siccome non torno in Italia, sto stressando da qualche settimana mia nonna per mandarla al seggio a votare PD). E’ chiaro, io non sono di sinistra, ho davvero tante idee diverse che non mi metto ad elencare, le lascio intuire a voi facilmente, però non sarei d’accordo nel dire che è un voto dato turandosi il naso, o al meno peggio: penso realmente che le pratiche di democrazia interna siano un elemento positivo, che danno un motivo in più per votare il PD (prevengo una critica: prima di dirmi che erano primarie di apparato e bla bla bla, andate a vedervi quali e quanti sono i tipi di primarie negli Stati Uniti, dove non è mai esistita una cosa come il PCI, poi ne riparliamo).

Infine, è chiaro, c’è l’economia. Per quel che riguarda il PD, penso che il centrosinistra, per quanto abbia lasciato nella sua prima esperienza di governo un paese che, pur con le finanze a posto, cresceva la metà degli altri grandi paesi europei, può essere colpevolizzato solo pro quota: dal 2001 ha governato solo 20 mesi praticamente senza maggioranza, e, vi dico una novità, senza maggioranza non si governa. Colpa o giustificazione? Dal punto di vista della capacità di raccogliere il consenso, la prima, dal punto di vista della pratica di governo, la seconda. Più in generale, l’Italia non sta messa bene e penserete che finora abbia parlato del sesso degli angeli (può darsi che abbiate ragione, ma apertura degli oligopoli e dei monopoli e controllo delle finanze pubbliche a me sembrano cose concretissime e serissime), però, stando al tema, devo ammettere che i candidati con cui sento maggiore vicinanza sono quelli di Fare per Fermare il Declino. Tralascio il recente caso del master di Giannino, soprattutto perché i dubbi sul mio ipotetico voto li ho risolti prima. FID è un partito che mi avrebbe tentato fortemente se fossi andato al voto. D’altra parte, però, c’è che quel voto alle primarie è un po’ come una parola data, dal mio punto di vista. Formalmente non è affatto così, però, provenendo da un’altra cultura politica, aver accettato quella carta d’intenti è come aver fatto una promessa: ok, facciamo a fidarci, io scelgo i vostri candidati, in cambio prometto di votarvi alle prossime elezioni. Non è forse il rispetto della parola data una delle cose che solitamente chiediamo ai politici? Beh, non vedo perché, restando alla politica, questa cosa non debba valere anche per me, elettore, che decido di partecipare attivamente alla scelta di una candidatura alla guida della coalizione. Almeno così io ho vissuto questa cosa, forse non abbastanza laicamente, lo ammetto. In secondo luogo, non credo alle rivoluzioni. Tralasciamo quelle guerreggiate che, a memoria, hanno avuto successo una sola volta negli ultimi secoli, cioè in America. Rimaniamo a quelle pacifiche, e pensate alla delusione della rivoluzione liberale. Le cose cambiano, possono anche cambiare molto, ma molto difficilmente cambiano rapidamente, ancor più difficilmente lo fanno in maniera efficace e indolore allo stesso tempo. Pensate alla rupture di Sarkozy che in tempo cinque anni ha portato al secondo presidente socialista nella storia della Quinta Repubblica francese. Pensiamo, invece, alla capacità di riformare, di parlare al paese che ha avuto un De Gasperi, ad esempio. Di come la destra nella Svezia del welfare state sia stata capace di salire al potere senza minacciare smantellamenti ma portando comunque avanti il proprio punto di vista. Pensiamo alla CDU della Merkel dopo anni di socialdemocrazia. Nessuno ha proposto cambiamenti radicali sventolando bandieroni e minacciando di rivoltare tutto come un calzino, eppure tutti sono al governo ad attuare, pur con difetti e limiti com’è normale, il proprio programma, la propria visione del mondo. Insomma, alla fine di questo post scritto come un flusso di coscienza con in mezzo una pausa caffè, mi limito a dire che non chiedo rivoluzioni, ne ho abbastanza dopo venti anni. Chiedo normalità, un premier normale alla guida di un partito normale composto di persone normali che portano avanti politiche di cambiamento, condivisibili o no, ma normali e su cui si possa cambiare opinione dopo cinque anni come avviene in molti altri paesi. Paesi normali, appunto.

La mia sfera di cristallo

Mario MontiBeh, con qualche ora di anticipo ho intravisto quello che è successo oggi: avevo scritto che il Partito Popolare Europeo avrebbe dovuto esprimere apertamente il suo appoggio a Mario Monti candidato premier, e si può dire che ciò oggi sia successo, seppur in maniera un po’ obliqua. Nessuno si aspettava la presenza del Professore al summit, ai quali non aveva mai partecipato da quando è alla guida del governo, a parte quella volta in cui l’incontro si svolse in Italia e si ritrovò a fare gli onori di casa. E’ invece apparso, ha incassato appoggi dal partito, dal Fondo Monetario Internazionale e, smentito, dalla Merkel (ma che la cancelliera apprezzi il premier è cosa nota, stranota e dichiarata nei giorni passati). Il messaggio che è passato dai partner europei è stato: caro Silvio, non ti vogliamo, il nostro uomo è Mario e non tu, seppur tecnicamente tu faccia parte – con una quota consistente di europarlamentari e voti passati, per giunta – del nostro partito.

Le parole di Berlusconi lasciano il tempo che trovano: ad essere cattivi si potrebbe dire che annaspa o è confuso, ma secondo me sta solamente testando qualsiasi soluzione cercando di tenere insieme il suo partito e contemporaneamente trovare almeno un alleato che gli permetta di rimanere politicamente rilevante nello scenario post-elettorale, poiché, a numeri dei sondaggi invariati, basterebbe una vittoria del centrodestra in Lombardia per vanificare o rendere esigua una vittoria del centrosinistra al Senato – in questo scenario, quella che sarebbe la seconda forza parlamentare in grado di dare un appoggio ad un governo di coalizione avrebbe una parola importante da dire, e sarebbe la parola di Silvio.

Non credo però che l’operazione Monti abbia successo: ricordavo il pericolo di conquistare principati con armi altrui, e l’operazione Monti a centro (o nel nuovo centrodestra a-berlusconiano) mi ricorda quella di Prodi nel campo avverso, che nel 1996 fu candidato “indipendente” di partito gestiti da altri, e nel 2006, pur avendo le liste del futuro Partito Democratico alle spalle, si trovò comunque una coalizione talmente variegata e risicata da dipendere da troppi piccoli capetti (e il PD, in fondo, non era sua né mai lo è stato, piuttosto, semplificando, direi che era di Veltroni e della sua vocazione maggioritaria). In altre parole: di quante truppe dispone Mario Monti? Poche, quasi nessuna, direi: pur ipotizzando l’appoggio dei vari Casini, Fini, Montezemolo, pur considerando una scissione del PdL in suo favore oppure l’abbandono del campo da parte del Cavaliere (fantapolitica, a mio avviso), pur incredibilmente presupponendo una vittoria elettorale di questo blocco, Monti non avrebbe nessuna sua forza alle spalle, nessuna forza in cui abbia fatto carriera politica, di cui sia effettivamente membro, in cui si influente non solo per affinità ideologiche ma anche per relazioni personali, non avrebbe voti effettivamente suoi (per quanto la sua figura possa ingrassare le liste di cui sopra).

Io non sono contrario ai professori in politica, non sono nemmeno contrario al loro “utilizzo” come riserve della Repubblica. Credo, però, che se una delle esigenze dell’Italia sia quello di avere un governo sostenuto da una maggioranza politica, coesa e stabile, un governo di Mario Monti non sarebbe nelle condizioni di rispettare tale requisito, perché sarebbero sempre le truppe  (leggi: voti e apparati di partito) di qualcun altro a decidere chi tenere o mettere a Palazzo Chigi.

L’altra opzione possibile sarebbe quella di un governo PD-centro deciso dopo le elezioni. Nella prospettiva che però segnalavo, cioè quella della nascita di un centrodestra presentabile, non vedo come ciò possa aiutare: sarebbe comunque un governo a guida PD, che non capisco perché debba rinunciare alla premiership e alla golden share della coalizione con tutto quel botto di voti che si porta dietro – Monti potrebbe rimanere ministro dell’Economia, ma non sarebbe la faccia dell’Italia nel mondo, inoltre non sarebbe un governo del partito europeo che oggi ha messo in piedi l’odierna operazione di endorsement. Siamo pur sempre una democrazia parlamentare, direi.

La caduta di Mario Monti e l’azione politica dei partiti europei nei contesti nazionali (2)

EPP logoI recenti fatti che hanno portato all’annuncio di dimissioni da parte del capo del governo hanno mostrato, tra le tante cose, anche il distacco che esiste tra la politica europea e le politiche nazionali. La metto più chiaramente: per come la vedo io, uno degli obiettivi che qualunque sincero federalista europeo dovrebbe avere è quello di avere una efficace politica europea, nel senso della creazione di famiglie politiche, di gruppi, di partiti che agiscano in maniera uniforme a livello continentale, sia nelle istituzioni comunitarie, sia in quelle nazionali.

Nel caso specifico, abbiamo il Partito Popolare Europeo che mostra profondo rammarico nei confronti di un evento – la caduta del governo italiano – causato da un partito che è il suo principale membro tra quelli in Italia. Per fare un esempio in scala ridotta: ricorderete che qualche grattacapo lo creò al Partito Democratico l’appoggio alla giunta di Raffaele Lombardo, ma, ad ogni modo, le peculiarità della politica siciliana e l’occasione di mandare all’opposizione il PdL resero ben accetta questa decisione. Un altro esempio – stavolta ipotetico – ben più calzante sarebbe però un altro: dato che poche settimane fa Mario Monti ha pubblicamente dichiarato la sua affinità con il Partito Popolare Europeo, sarebbe come se il PdL locale avesse fatto cadere una delle sue giunte in Campania, Sardegna o altrove in completo e aperto dissenso con le direttive provenienti da Roma (o Arcore, nel nostro caso). Totalmente schizofrenico, se avvenisse creerebbe almeno una certa tribolazione – e se ci fare caso, è ciò che è accaduto in Sicilia nei vari rimpasti in giunta e con le scissioni e controscissioni nel partito berlusconiano.

Ora, invece, le forti critiche del PPE creano turbamenti a Silvio Berlusconi solo a livello di immagine internazionale (ben più pesanti quelli di capi di governo, invece. O forse no?). Voi direte: ma a Berlusconi non frega una cippa di quello che dicono in Europa, anzi, potrebbe anche recargli vantaggio –  in tal caso non riuscirei a darvi torto. Il punto centrale è che ciò dovrebbe creare problemi ai colleghi popolari di Bruxelles. Nel discorso sull’efficacia dei partiti europei che voglio fare, ciò che intendo è che, se i partiti continentali fossero roba seria, il PdL sarebbe stato sbattuto fuori immediatamente dal gruppo parlamentare europeo e dal PPE stesso. Non è, invece, così, anche perché nell’UE come è oggi i parlamenti nazionali hanno maggiore importanza di quello europeo – che pure da qualche anno ha visto crescere i suoi poteri e probabilmente li vedrà ancora aumentare nei prossimi anni.

Da tempo penso che i partiti nazionali della stessa famiglia debbano iniziare a muoversi con maggiore coordinazione. Dirò di più: da tempo spero che i politici di una nazione inizino a interessarsi sempre maggiormente delle campagne elettorali degli altri paesi, tant’è vero che quando Angela Merkel pensò inizialmente di partecipare attivamente con dichiarazioni pubbliche alla campagna elettorale per le presidenziali francesi, pensai che fosse una buona notizia.  Inoltre, la scorsa primavera abbiamo avuto per la prima volta un interesse incrociato dei media per le elezioni che, magari nella stessa giornata o comunque nell’arco di pochissime settimane, si svolgevano in più paesi (politiche in Grecia, presidenziali in Francia, amministrative in Italia e Germania) e il cui combinato disposto avrebbe – e ha – avuto effetti sulle decisioni prese e livello UE.

Tornando a noi: visto che Monti ha apertamente dichiarato di essere, sostanzialmente, vicino al PPE, i responsabili di quest’ultimo dovrebbero dire: “Noi appoggiamo Mario Monti, il suo governo, il suo prestigio internazionale e la sua politica di risanamento del bilancio pubblico dell’Italia. Nell’ottica dell’integrazione europea e dell’interesse per ciò che accade in ogni paese dell’Unione, noi proponiamo Monti come candidato a guidare una lista col nostro simbolo a cui possono partecipare tutti coloro già oggi appartenenti al PPE oltre a tutti i nuovi soggetti politici che oggi si riconoscono nella famiglia dei popolari e dei moderati italiani ed europei”. Praticamente, tutti i nani, nanerottoli e aspiranti tali del centro (che, ad essere rigorosi, è un centrodestra non berlusconiano), cioè i vari Casini, Fini, Montezemolo, Passera, Riccardi, Pezzotta eccetera sarebbero tutti insieme nella lista del Partito Popolare Europeo, con un leader indiscusso e autorevole e un simbolo nuovo, europeista e attraente per l’elettorato di riferimento (moderato e borghese) di questi gruppi.

A prescindere dalla consistenza elettorale, questa dovrebbe essere un’operazione di alto profilo e di lungo respiro, con l’obiettivo proprio di dare stabile e consistente rappresentanza in Italia a un centrodestra normale, destinato, alla lunga, a rimpiazzare quello berlusconiano, in modo da dire: noi siamo il PPE in Italia, Berlusconi è un’altra cosa, è un paria, piacerà agli antieuropeisti, agli estremisti, ai nostalgici della lira, ma a noi che siamo seri e responsabili no. Se fosse, però, solo un’ammucchiata di capetti coi loro privati eserciti, consiglierei a Monti di starsene a casa e ad aspettare la chiamata per il Quirinale o via XX Settembre, poiché con le armi altrui può essere facile conquistare principati, ma assai difficile mantenerli.

[2 / continua]

(1- “Live together, die alone”: contro il concetto di sovranità nazionale in Europa)

Come buttare via un campionato e cercare di non farlo di nuovo

Massimiliano AllegriOggi s’è praticamente messa la parola fine sul campionato di quest’anno: con tre punti di vantaggio, lo scontro diretto a favore e un calendario piuttosto agevole nelle prossime cinque giornate, la Juventus può dire di aver messo le mani sul suo ventottesimo scudetto. Bravi.

La cosa che fa più male a un milanista, al netto delle polemiche sugli errori arbitrali, è la sensazione di averlo buttato, questo scudetto, da squadra favorita e più competitiva dell’intero lotto della Serie A.

Il problema grosso di questa stagione è stato quello degli infortuni: più volte nelle ultime settimane la Gazzetta dello Sport ha pubblicato le statistiche che mostravano come il Milan fosse la squadra col maggior numero di infortuni in questa stagione (e la Juve quella col minor numero, per giunta). Essendo un problema già presentatosi la scorsa stagione, è evidente che c’è un grosso problema a livello di preparazione atletica e soprattutto di efficienza dello staff medico-sanitario da risolvere per il futuro, e questa cosa dovrebbe interessare molto la proprietà. Già, perché se ogni anno metti in piedi una rosa di 31-32 giocatori ripianando 60-70 milioni di euro di debiti (in realtà di meno per ragioni fiscali, essendo il Milan una società del gruppo Fininvest) e poi ti ritrovi spesso – e non solo nei momenti clou della stagione, cosa già grave di per sé – con le formazioni obbligate e con le stelle indisponibili o fuori condizione, è evidente che tu, proprietà, così stai buttando soldi nella spazzatura.

Chiaramente, uno dei fattori che influenzano lo stato di salute della rosa è il campo da gioco, e da questo punto di vista pare si interverrà con l’introduzione del sintetico a San Siro, in modo da renderlo meno simile a quel campo di patate che è ormai da un ventennio.

A proposito di soldi, inoltre, uno spreco si valuta sulla qualità della spesa effettuata: se gran parte dei giocatori sono rincalzi, onesti pedalatori, o vecchie glorie a fine carriera ormai più dannose che inutili, un problema c’è.

Inoltre, a mio avviso, c’è un problema anche tattico alla base della composizione della rosa di questa stagione: cioè di mettere in pratica l’idea fortunata della scorsa stagione (che, ricordiamolo, fu messa in pratica a seguito di un infortunio di Andrea Pirlo), quella del centrocampo di mediani a coprire la difesa, con lo schema Ibra-pensaci-tu, con le varianti degli inserimenti di Boateng e dei ghirigori di Robinho. Di quest’idea, le colpe di Massimiliano Allegri si valutano in proporzione alle sue responsabilità nel portare avanti questo progetto rispetto a quelle della società e delle contingenti e relative opportunità e condizioni del mercato. Di quest’idea, però, si può dichiarare il fallimento visti i risultati di questa stagione.

In tal senso, questo è un Milan che somiglia tremendamente all’Inter di Roberto Mancini: buona difesa, centrocampo atletico con qualche buona individualità, palla a Ibra e qualcuno a fargli da spalla ed assecondarlo. Il punto è che vuoi gli infortuni, vuoi la minor caratura tecnica e/o atletica di alcuni interpreti, quest’anno il giochetto non è riuscito – per giunta, mantenendone il difetto dell’inutilità in campo europeo.

E’ da questa analogia che penso il Milan debba ripartire per la prossima stagione: dopo la prima stagione di José Mourinho (ancora sul modello di quella manciniana), l’Inter si sbarazzò di titolari più o meno rilevanti (Ibrahimovic, Maxwell), importanti riserve (Burdisso), vecchie glorie (Figo, Crespo, Cruz), per poi mettere a punto una formazione concettualmente nuova con acquisti mirati (Lucio dietro, Thiago Motta e Sneijder in mezzo, l’intero reparto d’attacco) che poi vinse quello che, ahimé, tutti sappiamo. Io penso che il Milan, nei limiti del possibile, debba procedere allo stesso modo: fare importanti cessioni (Robinho per via delle sue deludenti prestazioni, Ibrahimovic perché superati i trenta è bene monetizzare la sua cessione nel migliore dei modi e il prima possibile, Pato e Boateng per inaffidibilità fisica e atletica), dare via qualche giocatore di medio livello da rifilare a qualche russo spendaccione (un russo spendaccione si trova sempre, suvvia!), effettuare pochissimi rinnovi dei dieci in ballo (si dice che restino Ambrosini, Gattuso, Nesta), raccattare moneta qua e là da tutte le situazioni di comproprietà e prestito in ballo e col gruzzolo puntare, oltre ai soliti parametri zero a cui ormai siamo rassegnati, a quei due, tre, quattro giocatori di qualità e livello internazionale – sani! – che possano permetterci continuità in Italia e competitività in Europa pur riducendo la rosa di qualche unità.

Voi ricorderete che quell’Inter finì dopo un anno, grazie soprattutto alla sciagurata gestione societaria in sede di assetto dirigenziale, di motivazioni, di scelte tecniche e di mercato. Chiaramente questo Milan che sa un po’ di fantacalcio avrà invece bisogno di continuità tecnica. Se a Berlusconi non va bene Allegri, che lo dica subito: arrividerci e grazie, è stato bello mister, e dentro uno a cui affidare la squadra per un triennio. In caso contrario, sia chiara una cosa: al netto di suoi tipici errori (Seedorf troppe volte in campo, Emanuelson costantemente fuori ruolo, cambi un po’ troppo in ritardo) Allegri non si tocca, né si dovrà toccare per molto tempo. Ricordando che le casse di una società incassano denari coi campioni e le vittorie, non con gli stipendi milionari di Antonini, Mesbah e Muntari che portano alle figuracce come quelle viste a San Siro contro il Bologna.

E non finisce qui

Silvio Berlusconi in auto al QuirinaleCome diceva il mio omonimo: e non finisce qui. Già, perché chi pensa che Berlusconi sia finito, che comunque la sua carriera sia ormai declinante nel breve periodo, temo che si sbagli di grosso. Primo, perché l’uomo è intelligente e tenace. Secondo, perché il PdL, che è riuscito per ora a tenere unito, è ancora il primo partito in entrambi i rami del parlamento, e con i suoi alleati leghisti e sedicenti responsabili può ancora contare (salvo numerose defezioni) della maggioranza assoluta al Senato – e in democrazia, crisi o non crisi, spread o non spread, fiducia o sfiducia dei mercati, all’aritmetica non si sfugge.

Detto questo, vorrei aggiungere che quello che è successo in questi giorni dà ragione a quelli che – per mesi se non addirittura anni – da destra, da un punto di vista moderato o comunque non pregiudizialmente ostile, continuavano a sostenere alcuni concetti chiave: innanzitutto, che governare con la Lega è un problema per una forza che si dice moderata e riformatrice (figuriamoci liberale). La Lega ha bloccato l’abolizione delle province, la Lega ha bloccato la riforma delle pensioni, la Lega vuole tenere in piedi svariati carrozzoni pubblici locali e i suoi amministratori sul territorio si sono nettamente schierati, a giugno, contro una legge sui servizi pubblici fatta dal governo a cui la stessa Lega partecipa, la Lega usa toni e argomenti così estremi che non hanno eguali tra gli alleati dei vari membri del Ppe in Europa, la Lega ha cercato di mettere in piedi il cosiddetto federalismo fiscale che, se un giorno vedrà l’approvazione, metterà in piedi un sistema costoso per le casse dello stato (e quindi per le tasche degli italiani) e quindi a repentaglio il buon nome di tutte le giuste, o almeno ragionevoli, battaglie fatte da decenni da tutti i federalisti d’Italia. Questa è stata l’alleanza con la Lega.

In secondo luogo, ha dato ragione a chi diceva che i tagli lineari di Giulio Tremonti (negli ultimi mesi in cattivi rapporti col resto del governo, ma prima trattato pubblicamente come un genio dallo stesso Silvio Berlusconi) potevano sì tenere momentaneamente i conti sotto controllo, ma non avrebbero mai aiutato la crescita (anzi, l’avrebbero penalizzata), di conseguenza sarebbero stati in poco tempo causa di nuovi buchi nelle casse dello stato, di non previsti benché prevedibili deficit e di nuovo debito pubblico, e così via in una spirale senza fine. Questo dicevano in tanti e questo è accaduto, ma il mantra dei “conti a posto” è andato avanti per tre anni – non solo da parte del governo, ma anche da parte di quegli editorialisti e di quei direttori di giornale che, tanto per fare un esempio, si sono affrettati a nominare l’ormai ex ministro del Tesoro uomo dell’anno.

Infine, ha dato ragione a chi diceva che con pochi numeri nelle camere non si può andare avanti, si possono ottenere fiducie su fiducie grazie a parlamentari del calibro di Razzi, Scilipoti e compagnia bella, ma non si può tenere compatta una maggioranza sui provvedimenti che riguardano il paese, i mal di pancia vengono inevitabilmente fuori su questo o quel provvedimento, e poi alla fine non ci si può meravigliare se dopo un anno di non governo i mercati ringhiano e gli scontenti vengono allo scoperto. Era un castello di carte destinato a venire giù al primo refolo, e dai mercati, dai partner europei e dal Quirinale invece il soffio è stato bello forte.

Questo hanno detto in tanti per uno, due, tre anni, e ogni volta sono stati etichettati come traditori, catastrofisti, senza parlare del complottismo che ormai sembra diventare parte integrante del centrodestra anche ai più alti livelli (gli “attacchi della speculazione”, quando parliamo di migliaia di soggetti prestatori che non hanno intenzione di prestare denaro a poco a chi lo sperpera e a chi ogni giorno perde sempre più credibilità politica e finanziaria). E il disastro di questi giorni – finanziario per il paese, politico per il centrodestra – è colpa di chi si è fatto trascinare dai falchi, di chi non ha saputo dire di no al capo di fronte anche ai fatti più imbarazzanti, di chi non si è reso conto che otto anni su dieci al governo non concedono scuse a nessuno, di chi ha pensato col limite temporale di questa legislatura e non con gli occhi alla situazione del paese di oggi e di domani, tradendo, una volta ancora, le tante promesse fatte agli italiani – che magari, da ora in poi, ogni volta che penseranno alle riforme liberali torneranno purtroppo con la mente alle politiche dei governi Berlusconi che, di riformatore e liberale col passare del tempo hanno avuto sempre meno, se non addirittura proprio nulla.

L’ombra del Cav. sul novello senatore

Silvio Berlusconi e Mario MontiIo lo so che in giro ci sono precisi geometri che stanno lavorando per puntellare il perimetro del nuovo governo, poiché oltre ai numeri dello spread coi Bund, della crescita del PIL e del debito pubblico, ci sono anche quelli del parlamento, di cui bisogna assolutissimamente tenere conto. Il punto è questo: l’uomo di re Giorgio è Mario Monti, appena nominato senatore a vita, e non gli si può dire di no. C’è, però, in realtà chi si oppone, e sono le ali: la Lega Nord e l’Italia dei Valori vogliono andare alle urne.

A questo punto, chi appoggia il governo Monti? Pd, Terzo Polo tutto, radicali, gli uomini di Micciché (forse), il gruppo di venti deputati che nascerà domani e che si chiamerà Costituente Popolare e riunirà l’Mpa e molti fuoriusciti PdL (ma gente come Versace e Buonfiglio resterà fuori, pare). Ora, se la matematica non è un’opinione e se il foglio Excel che tengo aggiornato da un anno non mi inganna, nella migliore delle ipotesi un governo del genere avrebbe 310-315 voti, che sono assolutamente insufficienti. E lascio stare il Senato dove le cose sono messe anche peggio. A questo punto, ci vorrebbe davvero lo spappolamento del Popolo della Libertà, ad esempio con la fuoriuscita degli scajolani, per avere una maggioranza, che sarebbe comunque inferiore a quella del centrodestra del 2008, con duri provvedimenti da prendere. Oppure – ed è quello che sembra stia accadendo – ci sarebbe bisogno del contributo di Silvio Berlusconi, che dando il suo ok al governo Monti rimarrebbe in gioco nonostante la bocciatura dei mercati e la perdita della maggioranza, e bloccherebbe l’emorragia di deputati dal suo partito, addirittura schierandosi con l’ala più moderata e dialogante. Ed essendo quello del Popolo della Libertà il gruppo più ampio in entrambe le Camere, a me sembra chiaro che il Cav. avrebbe la golden share del governo Monti. Perché?

Questa è la mia teoria: a questo punto il giochetto potrebbe essere quello del fu governo Dini – l’astensione sulla fiducia, e il voto su ogni singolo provvedimento se e solo se d’accordo, tra l’altro senza rompere con la Lega a differenza di allora – per rimanere abbastanza defilato da far lavorare il governo, non creare disastri sui mercati e consolidare la tenuta dei gruppi parlamentari e del partito, e abbastanza in gioco da far andare giù il nuovo governo non appena l’aria torna buona. Non dico che funzioni, dico che sto giochetto il Cav. potrebbe provarlo – poi magari domani si sganciano in cinquanta dal PdL tra Camera e Senato e il governo campa per i fatti suoi e il Cav. fa direttamente l’oppositore. Però dobbiamo considerare che nelle Camere Monti una maggioranza deve averla e il PdL è ancora il gruppo più grande di tutti, per ora. E un governo appoggiato dal Cav. è un governo che il Cav. può tirare giù quando vuole, o i cui provvedimenti può bloccare ogni volta che gli garba, secondo me. Via lo champagne, in politica nessuno è mai morto definitivamente (pensate al revival di questi giorni di Paolo Cirino Pomicino: e chi l’avrebbe detto mai venti anni fa?). Peccato che i mercati – giustamente – non apprezzerebbero uno scenario di questo tipo.

Un fallimento epocale

Berlusconi sfinge di sabbia, opera di Sislej Xhafa. Immagine tratta da Linkiesta.it.

Il punto, dopo tutto, è semplice: siamo di fronte a un fallimento culturale irreversibile di un blocco politico, di una classe dirigente. Che aveva colto e interpretato delle domande strutturali, aveva vinto la fiducia del paese e avuto diverse occasioni per cambiare davvero il paese. Non è riuscita a fare quel che ha promesso, ciò per cui esisteva. Ed è per questo che, alla fine di questo ventennio, ci troviamo a raccogliere indignazione e rabbia ben aldilà dei confini di chi detestava Berlusconi, di chi era ossessionato dal conflitto d’interessi o, più tardi, da Patrizia d’Addario e da Ruby. No, oggi la rabbia e l’indignazione attraversano le generazioni, i territori e la Rete, e colpiscono un ceto politico ritenuto inadeguato, e di una classe dirigente egemone che non ha dato nessuna risposta.

Questo pezzo è magistrale. Spiega benissimo il punto in cui siamo ora, cioè un’Italia che nel 2011 è tornata ad avere gli stessi problemi del 1992, soprattutto per colpa della classe politica alla guida del paese nell’ultimo decennio. La mia opinione è che tutto ciò che in qualche modo si definisce “destra” o “centrodestra” nel paese sia condannato questa volta a una lunga, e vera, traversata nel deserto: salvo colpi di scena o suicidi da parte democratica, il governo di questo paese è destinato, nel giro di due anni, a passare di mano e a vedere lo sbriciolamento di tutta la sua classe politica. Una classe politica in primo luogo arrogante, che mi ha causato un fastidio via via sempre più crescente in ogni sua dichiarazione, intervista, comparsata televisiva e così via, in cui ogni problema era nascosto dietro la sua negazione o dietro il ricordo di marachelle passate (ma ormai troppo lontane nel tempo) della controparte politica, o nel ricordare “la maggioranza degli italiani è con noi” dimenticando quella cautela e quella modestia dovute alla semplice presa d’atto che, in democrazia, le maggioranze e le cariche sono sempre pro tempore. Quella al governo oggi e negli ultimi dieci anni – salva la parentesi dell’Unione – è stata anche una classe politica inefficiente e bugiarda, che ci ha imbambolato con le promesse di riforme liberalizzatrici, di semplificazione burocratica di tagli fiscali e tutto il resto – cose che, chi scrive, continua ancora a sostenere come necessarie, ma che chi ci governa oramai ripete a pappagallo senza sapere di cosa parla. Perché, poi c’è anche questo punto: l’incompetenza, la sensazione che molti ripetano le solite, stesse ritrite frasi, senza conoscere la reale complessità di ogni problema, accontentandosi nel migliore dei casi di vantarsi di aver approvato questo o quel minuscolo provvedimento legislativo che alla fine della fiera si rivela tuttavia insufficiente e, spesso, inutile o dannoso.

E, poi, c’è questa impressione che dal 2001, mese dopo mese, anno dopo anno, si è fatta sempre più percezione di una concreta realtà, cioè quella di un leader sempre più interessato ai fatti suoi e sempre meno a quelli del paese, pronto a fare fuoco e fiamme in tv, sui giornali, in piazza e in parlamento a causa dei suoi problemi, e assolutamente disinteressato di quelli del resto d’Italia. La persecuzione giudiziaria – ammesso e non concesso che esista – si combatte solo con una seria opera di riforma della giustizia penale. E’ l’unico modo, altrimenti quello che ad alcuni è sembrato veramente un fumus persecutionis non si rivela altro che la scusa per tirare su un velo di Maya di fronte all’opinione pubblica e al proprio elettorato al fine di curare solo ed esclusivamente i propri, particolarissimi, interessi.

Diciamocelo chiaramente: non è un male essere leader controversi che applicano politiche molto discusse e a loro volta controverse. Margaret Thatcher, ad esempio, criticata dai suoi rivali e detrattori all’epoca e anche oggi, qualunque cosa voi ne pensiate, poté presentarsi fuori dalla sede del primo ministro a Downing Street sostenendo di aver lasciato un paese migliore di quello che aveva trovato – ed è indubbio che all’inizio degli anni ‘90 molti dei nodi del Regno Unito di fine anni ‘70 fossero stati finalmente sciolti. In Italia, invece, questa classe politica e il suo leader non possono né potranno dire altrettanto: lasciano un paese sfiancato dalle continue polemiche politiche e dalla delusione per le promesse mancate; lasciano un paese in condizioni finanziarie, sociali, industriali uguali se non peggiori di dieci anni fa; lasciano un paese in cui la corruzione e i privilegi del ceto politico sono rimasti inalterati, se non peggiorati, assieme ai problemi endemici che affliggono il paese; lasciano un paese in cui, chiunque verrà dopo, di qualsiasi colore politico sia, avrà l’obbligo di rimettere mano a questo paese, alla sua economia, alle sue istituzioni, alla sua immagine.

E risulta veramente senza senso se non ridicolo il discorso di chi dice “E ma le opposizioni…” e di chi ricorda questa o quella crisi o l’eredità dei passati governi. Primo, perché nessuno sostiene che queste siano le migliori opposizioni del mondo. Secondo, la crisi ce l’hanno avuta tutti nel mondo e casi così clamorosi di prolungato insuccesso nei grandi paesi non ve ne sono a prima vista. Terzo, perché se hai governato per otto anni su dieci, la colpa dei problemi passati non risolti diventa tua. Tu avevi la responsabilità di risolverli. Tu avevi la responsabilità di non crearne di nuovi. Tu avevi la responsabilità di mettere in piedi le condizioni perché questo paese procedesse verso il meglio. E non l’hai fatto, non l’hai fatto, non l’hai fatto. C’è chi dice nel centrodestra, tra le giovani leve, che c’è ancora tempo, che bisogna rimettersi in cammino. Io penso, da elettore e null’altro quale sono, che sia ora, nello spirito della politica dell’alternanza che è sempre stato un cavallo di battaglia della destra, di cambiare governo (oggi, tra un anno, tra due) e di dare spazio alla sua alternativa di fronte a un fallimento di queste dimensioni. Nei paesi civili – quelli liberali, quelli moderni, quelli anglosassoni che ci piacciono tanto e che puniscono nelle urne i propri governanti e perciò li migliorano – funziona così.

Tutte le tasse del centrodestra

Meno tasse per tutti

  • Aumento IVA pay tv (2009): dal 10% al 20%;
  • Tassa SIAE (decreto Bondi 2010): si va dai 22 centesimi per ogni ora di registrazione musicale su CD e DVD fino a quasi 40 € per gli hard disk integrati;
  • Accise sulla benzina (finanziamento FUS): +0,19 centesimi € al litro da luglio 2011;
  • Accise sulla benzina (spese per l’immigrazione dal Nord Africa): +4 centesimi € al litro da luglio 2011;
  • Imposte di bollo su deposito titoli (Bot, Btp, obbligazioni ecc.): aumento da 34,20 € l’anno a 120 € l’anno fino al 2013, poi 150 € sotto i 50mila € e 380 € sopra (stangata al piccolo risparmio);
  • Superbollo auto: 10 euro in più per ogni kW sopra i 300 (nel 2008 Berlusconi promise l’abolizione);
  • Aumento Irap banche e compagnie finanziarie: dal 3,9% al 4,65% (e indovinate su chi verrà scaricato l’aumento?);
  • Aumento Irap assicurazioni: dal 3,9% al 5,9% (idem come sopra).

Queste ultime quattro sono tra le proposte nel decreto in esame ora la Quirinale e presto in parlamento. Nel frattempo, ricordatevi di Equitalia, dei regali alle banche, dei 300 milioni buttati per il mancato accorpamento di referendum e amministrative, del miliardo e mezzo non risparmiato per la mancata abolizione delle province (promessa elettorale di destra e di sinistra ancora oggi disattesa, anche dal Pd), delle spese della politica che sono sempre là. Ah, e sono andato a memoria e non mi sono messo a controllare le varie addizionali locali.

Nel giro di dieci anni si è passato dal “meno tasse per tutti” (bugia), al “meno tasse per qualcuno”,  e poi dal “non aumenteremo le tasse” (bugia), al “più tasse per qualcuno”. Il passo al “più tasse per tutti” è breve, con questo andazzo.