Il bravo italiano

Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Laterza, Roma-Bari 2013.

Il modo in cui ognuno di noi si descrive informa, tutto sommato, il modo in cui poi si agisce. Lo stesso discorso si può, credo, applicare alla memoria collettiva. Un mio interesse nel capire come noi italiani ci dipingiamo, e perché ci dipingiamo così – un interesse che nasce da quando mi sono trasferito per la prima volta all’estero, ormai nove anni fa, e ho quindi subito il distacco dal mio paese – mi ha portato a leggere con estremo interesse questo libro di Filippo Focardi, professore di Storia Contemporanea presso l’Università di Padova.

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Anatomia di un istante, ovvero della fatica del cambiamento politico

Javier Cercas, Anatomia di un istante, Guanda, Parma, 2012 (ed. originale: Anatomía de un instante, 2009).

A un certo punto, ed erroneamente, si potrebbe essere superficialmente portati a pensare che questo libro sia il racconto del coinvolgimento collettivo in una delle più longeve dittature di estrema destra dello scorso secolo, quella franchista in Spagna, e delle sue appendici postume. Invece, arrivati alla fine, Anatomia di un istante di Javier Cercas, professore di letteratura spagnola all’Universitat de Girona, si rivela essere un tributo letterario al gradualismo politico e alla faticosa pratica riformatrice (opposta, questa, anche a un certo riformismo radicale forte nelle intenzioni piuttosto che negli esiti). Continue reading “Anatomia di un istante, ovvero della fatica del cambiamento politico”

Warhol e Klimt, la destra e la sinistra

Norberto BobbioMi piace leggere ogni anno le prove dell’esame di stato, capire quale prova avrei fatto io, e rifletterci sopra. Ho, quindi, appena dato una spulciata alle prove di maturità di quest’anno, e devo dire che le tracce sono state davvero molto interessanti: certo, c’è da considerare il fatto che non in tutti gli istituti il programma del Novecento viene concluso e trattato con ampiezza. D’altra parte, però, la presenza di sette tracce permette una varietà di scelta tale da non lasciare in estrema difficoltà nessuno studente con un minimo di preparazione e di sale in zucca – e inoltre, focalizzarsi sull’Ottocento penalizza invece le classi che questi argomenti li hanno trattati.

Ad esempio, ricordo benissimo che al liceo la mia classe trascurò quasi totalmente il XX secolo (ci fermammo ai macchiaioli, mi pare), e quindi avrei avuto difficoltà col saggio artistico letterario; l’analisi del testo di Ungaretti avrebbe presentato lo stesso problema. La digressione sugli anni ‘70 nel tema storico presenta lo stesso problema – facilmente aggirabile, però, dagli studenti con una forte passione per la politica e la storia contemporanea italiana; d’altro canto, il tema storico ha sempre presentato questa difficoltà, cioè di presentarsi come estremamente specialistico, sempre focalizzato su un tema che esclude chiunque non ne abbia una ottima conoscenza – e lo stesso vale per l’analisi del testo.

Io avrei scelto il saggio storico-politico, ma devo ammettere che il tema d’ordine generale (che, da quel che ho capito, è stato il tema-rifugio degli studenti indecisi) mi avrebbe assai intrigato. Certo, era il 2002, i social network e il web 2.0 erano di là di venire, e i blog in Italia stavano muovendo i primissimi passi, ma svolgerli oggi è assolutamente possibile; con l’alto rischio di andare fuori argomento avrei aggiunto un mio sottotitolo, e cioè  “come il personalissimo esibizionismo di ognuno di noi ci porta a perdere un sacco di tempo su Facebook”.

Alla fine, comunque, ad interrompere il momentaneo blocco di scrittura sarebbe stata la traccia sulla destra-sinistra, sulle cui trasformazioni autoritarie e totalitarie tra l’altro avevo già dedicato la mia tesina di maturità. A margine: l’editoriale di Angelo Panebianco parzialmente citato nella traccia è da leggere nella sua interezza, perché a mio avviso descrive molto bene una delle cause per cui la politica di questo paese si è trasformata in una guerra per bande. Ed a mia opinione, il recupero delle ragioni perché ci dividiamo in destra e sinistra, per cui discutiamo di libertà, solidarietà, uguaglianza, giustizia e altro, non può che fare bene al nostro paese e a noi tutti, comunque la pensiamo. Chissà che qualche studente su questo abbia riflettuto.

Il 25 aprile è la liberazione dal non poter dire quello che si vuole dire

Liberazione[Post ispirato dal suo ultimo, perfetto, Facebook status]

Come sempre, o almeno come ogni anno da che io ho memoria, tornano a galla le critiche, i distinguo, le obiezioni di chi il 25 aprile proprio non riesce a festeggiarlo. C’era chi una volta si rinchiudeva in casa ad ascoltare i discorsi di Mussolini, e chi oggi tira su polemiche improvvisandosi storico senza averne i crismi. Ebbene, a questi signori bisogna innanzitutto replicare che il mestiere dello storico va lasciato agli storici, sebbene le stesse persone, nella nostra politica, si improvvisino di volta in volta economisti, moralisti, bioeticisti, esperti di relazioni internazionali, sociologi, sondaggisti, fisici nucleari e, come nel nostro caso, storici. Non è certo fuor di dubbio l’indispensabile apporto angloamericano nella lotta di liberazione al nazifascismo; non è altresì fuor di dubbio il fatto che qualche partigiano pensasse più a Baffone che alla libertà e alla democrazia; non è fuor di dubbio che molti degli esuli dalmati ed istriani non abbiano avuto la migliore delle accoglienze una volta tornati in patria; non è fuor di dubbio la contemporanea tragedia delle foibe; non è fuor di dubbio il tipico voltagabbanismo italiano ancora una volta venuto a galla in quella guerra; non sono fuor di dubbio la buona fede o l’incoscienza non maligna di molti giovani nell’appoggiare Salò piuttosto che la resistenza. E non sarà forse fuor di dubbio neanche il fatto che i treni arrivassero in orario ai tempi del Duce. E così via.

Quello che, però, è assolutamente, categoricamente, primariamente fuor di dubbio è che la semplice possibilità di discutere del 25 aprile, o di criticarlo, è data dal 25 aprile stesso. La possibilità di dissenso, di schierarsi altrove, di dividersi, di scegliere la propria parte politica, la propria visione della storia, il proprio personalissimo o parziale o condiviso o iperconformista punto di vista è merito di quello che è successo in quel periodo, e di quello che il 25 aprile rappresenta. Se oggi l’Italia è un paese migliore – migliore non perché privo di corruzione, criminalità, conflitti d’interesse diffusi, estremismi politici che sfociano fino alla violenza, inefficienze, giustizia lenta e ingiusta, mancanza di visioni strategiche e così via, ma migliore perché libero di parlare e discutere di sé, del proprio futuro, del proprio ruolo nel mondo e della politica che riguarda i propri cittadini, sbagliando dieci, cento, mille volte, ma avendo sempre aperta l’unica via che permette, prima o poi, di correggere i propri errori e di rispettare chiunque dignitosamente, cioè una sostanziale libertà di parola, di pensiero, di stampa, politica e religiosa – se oggi l’Italia è migliore, dicevo, lo deve al 25 aprile.

Aggiungo, inoltre, che il 25 aprile è una festa di tutti, e non solo di una parte politica, come pensano i molti che si autoescludono per i motivi di cui sopra e i molti che escludono gli altri perché fuori dall’arco costituzionale, perché fuori da una certa tradizione, perché non sono calorosi come loro nel ricordare l’evento, o semplicemente perché “fascisti” (a prescindere dal fatto se, categorie politiche da manuale alla mano, fascisti lo siano davvero oppure no). A tutti questi è giusto ricordare la parte finale del discorso di insediamento di Luciano Violante alla presidenza della Camera nel 1996 (discorso che ad ogni modo rifiuta «inaccettabile parificazione» e «revisionismi falsificanti» e riesce comunque a capire le ragioni degli altri). A tutti questi è giusto ricordare che è impossibile non festeggiare la Liberazione proprio perché questa ha permesso a tutti di dividersi in fazioni, in partiti, in gruppi, in associazioni, in organizzazioni e così via. E questa è un’altra verità che non si può cancellare. Includete, e sentiatevi inclusi. Ricordando che c’è chi è morto combattendo i nemici di queste libertà.

Di antologie, alieni e altre cose della maturità di quest’anno

Confini del Trattato di Osimo L’argomento più figo della prima prova di quest’anno è senza dubbio quello riguardante l’esistenza degli alieni. Un ragazzo appassionato di scienza e/o fantascienza passerebbe qualche ora nel suo brodo preferito, ma col rischio di andare fuori argomento: questo è innanzitutto un saggio di ambito tecnico-scientifico e il rischio di sforare con argomenti tipo X-files, Voyager oppure con problematiche prettamente filosofiche è molto alto.
Un buon studente, magari con forti interessi nell’astronomia, che nell’anno scolastico abbia studiato bene gli esopianeti e che ricordi qualche nozione di biologia, potrebbe certo partire dalla citazione di Kant e poi lanciarsi in una buona descrizione dello stato dell’arte; se fosse al corrente – per interessi autonomi e non perché siano nel programma – delle ricerche del Seti, della Nasa ecc., sarebbe ancora meglio e farebbe un tema strepitoso. Il lato difficile della traccia è rimanere in tema, quello facile è che non è necessario citare o condividere i testi, ma che si può benissimo criticarli (cosa che qualcuno ignora). Spettacolare sarebbe, da parte dello studente, saper collegare all’argomento anche l’esplorazione spaziale e l’evoluzione tecnologica futura, o la biologia e le condizioni necessarie alla vita.

Trovo orribile la scelta fatta per la prima tipologia: una prefazione ad un’antologia scelta da un autore spesso non trattato negli ultimi anni di scuola non è certo di aiuto per gli studenti, e già da sé l’analisi del testo è una delle prove meno amate dai maturandi. Sospetto, invece, che abbia riscosso grande successo il tema di carattere generale sulla musica (purtroppo temo più con riflessioni di carattere sentimentale o sociologico che di tipo estetico e poetico), assieme al saggio storico-politico, che a lato delle riflessioni sulle visioni politiche dei singoli personaggi citati (Mussolini, Togliatti, Moro, Wojtila) introduce un problema di eccezionale attualità, seppur col rischio di essere seppellito da luoghi comuni sui gggiovani. Chi ha avuto modo di studiare o interessarsi alle foibe, di visitare i luoghi e di approfondire il soggetto (per una ricerca, attraverso un viaggio di istruzione, anche per passione politica), di studiare le tensioni e le problematiche internazionali sul confine italo-iugoslavo, avrà probabilmente avuto vita facile nella trattazione del tema storico; per gli altri, decisamente proibitivo, poiché sono poche le nozioni che a scuola di solito si apprendono a tale proposito, e il rischio è quello di scivolare nel paragone di cattivo gusto tra gli stermini di destra e quelli di sinistra.

Io avrei optato per il saggio storico-politico, probabilmente.

Link del 19 dicembre 2009

Investire in un panettone artigianale o risparmiare con uno industriale? Una piccola guida (Stanislao Porzio, Dissapore, 9 dicembre 2009)
Una sceneggiata dove niente è come appare (Francesco La Licata, La Stampa, 12 dicembre 2009)
Cavour chi? L’Italia lo dimentica (Bruno Ventavoli, La Stampa, 13 dicembre 2009)
Aggiornamento professionale (Francesco Cundari, Quadernino, 13 dicembre 2009)
La nausea (Francesco Costa, Francescocosta.net, 14 dicembre 2009)
Filippica: furori Facebookiani fomentano filtri futili, facili follie (Paolo Attivissimo, Il Disinformatico, 16 dicembre 2009)