#Elezioni2018 – You need allies, not just votes, to win elections in Italy

The latest electoral contest in Sicily has been widely considered in Italy as a resounding defeat for the Democratic Party, a success for the centre-right forces and, after all, a good result for the anti-establishment Five Star Movement, which, anyway, did not succeed in winning its first regional election. If we look at some numbers and details, however, we might get a more nuanced picture

Sicily has been for almost two decades a centre-right stronghold (at the 2001 general election, 61 constituencies out of 61 were won by the coalition supporting Silvio Berlusconi). Local government is granted a number of special powers. Moreover, a multitude of local lists and regional parties make the political landscape quite fluid and peculiar on the island. In 2012, the surge of Grillo’s party and the internal division of the centre-right (split into two different coalitions, while the Union of the Centre, a Christian-democrat party normally loyal to the centre-right and electorally strong in Sicily, changed side) led to the victory of Rosario Crocetta, the candidate of the Democratic Party-led coalition. which, however, was unable to win a majority of seats at the Sicilian Regional Assembly.

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Do you remember Marco Follini?

Marco Follini con Pierluigi Castagnetti«Voglio che sia chiaro a tutti: questa è una minaccia»: correva l’anno 2004 quando fu pronunciata la frase che ha probabilmente segnato l’apice della carriera politica di Marco Follini, democristiano a tutto tondo della Seconda repubblica.

La carriera dell’ex segretario dell’Udc è stata, in realtà, povera di cariche di alto prestigio, eppure per un breve periodo la stabilità di governo dell’Italia è passata per le sue dichiarazioni.
Impegnato sin da giovane nell’attività politica (con annesse varie foto d’annata), fu segretario dei giovani DC sul finire degli anni 70, per poi entrare nella direzione del partito e, infine, nel consiglio d’amministrazione Rai, di cui rimase membro fino al 1993. Un normale tragitto da quadro democristiano della prima repubblica, dunque, di giovane dc che cresce e impara l’arte sotto l’ombra dei grandi. Peccato, però, che quel partito e quel sistema furono spazzati via da Tangentopoli e le seconde e le terze linee del fu pentapartito si ritrovarono ad essere, quasi inaspettatamente, un pezzo di classe dirigente. Accadde per Pier Ferdinando Casini, che si ritrovò a essere segretario di un partito, benché piccolo, a sostegno del primo governo berlusconiano e poi del centrodestra della lunga «traversata nel deserto» (continua su Xpolitix).

La partita elettorale del delfino di Almirante

Gianfranco FiniUn piccolo episodio accaduto durante l’ultima conferenza stampa di Mario Monti, quella in cui ha presentato le liste in appoggio al suo programma politico: ad un certo punti gli arriva un bigliettino e, dopo averlo letto, afferma di essersi dimenticato di citare Futuro e Libertà e, in particolare, Benedetto Della Vedova. Poiché in realtà aveva già citato l’ex radicale parlando dei presenti all’incontro in cui si è decisa la presentazione di liste elettorali montiane, suppongo che la dimenticanza sia più che altro collegata al partito guidato dal presidente della Camera. Poiché le anticipazioni degli ultimi giorni parlavano della presentazione di una lista dei finiani in coalizione – ma separatamente – rispetto all’UDC e alla lista Monti, credo di aver capito che la terza testa del tridente a supporto del premier sia proprio Futuro e Libertà.

Visti gli scarsi – ma scarsi! – risultati elettorali di FLI (dalla sua nascita, più di due anni fa, spesso non si è nemmeno presentata in numerosi elezioni locali di una certa rilevanza) e dalle basse cifre dei sondaggi, mi è capitato di leggere su Twitter (e non mi meraviglierei di leggerne altre sulla stampa nei prossimi giorni) alcune ironie sul fatto che Gianfranco Fini, dopo tanti anni, si prepari a lasciare il parlamento. Io non è che sia un sostenitore di FLI – ammetto di avere avuto un leggerissimo e discretissimo interesse durato mezz’ora (vabbé, sarò onesto, due o tre mesi, ma non di più) a cavallo tra 2010 e 2011, scemato di fronte a certi personaggi di primo piano del partito e per via del profilo social conservative che il movimento si è dato, eccezioni a parte – ma penso che, visti i meccanismi del porcellum e numeri dei sondaggi alla mano, una certa Schadenfreude non sia molto fondata.

Occupandoci della Camera dei deputati, per una lista coalizzata con altre ci sono due modi per acquisire seggi: nel caso in cui la coalizione non superi il 10%, la lista deve raggiungere da sola il 4%, mentre, nel caso la soglia di coalizione sia raggiunta, lo sbarramento è per tutti i partiti che raggiungono il 2% più il “miglior perdente”, cioè la migliore delle liste al di sotto della soglia. Il meccanismo del “miglior perdente” è quello che nel 2006 permise l’ingresso alla Camera di parlamentari della lista Nuova DC-Nuovo PSI per la coalizione di centrodestra e dell’UDEur per la coalizione di centrosinistra, mentre nel 2008 assegnò seggi al Movimento per l’Autonomia, sempre per il centrodestra.

Nel caso della coalizione centrista, tutti i sondaggi la danno, senza precisare l’esistenza di una lista chiamata Agenda Monti, attorno al 10% – sulla soglia, quindi – e dicono che risulterebbe accresciuta da un eventuale intervento diretto di Mario Monti (alcuni dicono fino a farle raddoppiare i consensi in termini percentuali, addirittura). Gli ultimissimi sondaggi (esclusi quelli ultra-ottimisti di cui prima), inoltre, non stanno ancora registrando i primi impatti della «salita» di Monti nell’agone politico, ma, invece, subiscono ancora l’effetto della maratona televisiva di Silvio Berlusconi. Poniamo, quindi, due ipotesi: che il centro raggiunga in maniera più o meno agevole la soglia del 10% e che non ci siano cataclismi per quel che riguarda i dati dei due partiti che presenteranno il proprio simbolo.

L’UDC, per dire, sta ultimamente registrando i suoi peggiori risultati nel consenso nei sondaggi dell’ultimo decennio, sotto il 5%, ma sopra il 2% di coalizione. FLI galleggia sul 2%, in pericolo, mentre la lista Monti, tutta da definire, che imbarcherebbe la fondazione di Montezemolo, pezzi dell’associazionismo e del sindacalismo cattolico, alcuni dei ministri tecnici in carica e transfughi di destra e sinistra, dovrebbe essere il valore aggiunto e quella che raccoglie i consensi di chi più genericamente sostiene l’attuale premier. Quanto le diamo? SWG più di un mese fa le attribuiva l’8,5%, mentre un paio di settimane fa il 15,4% come lista unica di tutto il centro montiano. Diciamo, quindi, una cifra tra il 5% e il 10%. In un contesto del genere, anche in caso di risultato moderatamente deludente dell’UDC, Futuro e Libertà sarebbe comunque nella peggiore delle ipotesi l’unica lista sotto il 2% e quindi avente diritto ad avere, seppure pochi, parlamentari a Montecitorio. Considerando che probabilmente Fini sarà capolista ovunque o in regioni forti, è facile prevedere la sua permanenza nel ruolo da parlamentare. La scommessa, quindi, è tutta lì, nel 10% che ad oggi sembra un obiettivo più probabile piuttosto che no.

Chi pensava che sarebbe stato più proficuo presentare un unico simbolo sulla scheda, forse non ricorda l’esempio fallimentare della sinistra radicale del 2008, dei radicali e socialisti nel 2006 e di tanti altri casi nella storia della Repubblica.

L’ombra del Cav. sul novello senatore

Silvio Berlusconi e Mario MontiIo lo so che in giro ci sono precisi geometri che stanno lavorando per puntellare il perimetro del nuovo governo, poiché oltre ai numeri dello spread coi Bund, della crescita del PIL e del debito pubblico, ci sono anche quelli del parlamento, di cui bisogna assolutissimamente tenere conto. Il punto è questo: l’uomo di re Giorgio è Mario Monti, appena nominato senatore a vita, e non gli si può dire di no. C’è, però, in realtà chi si oppone, e sono le ali: la Lega Nord e l’Italia dei Valori vogliono andare alle urne.

A questo punto, chi appoggia il governo Monti? Pd, Terzo Polo tutto, radicali, gli uomini di Micciché (forse), il gruppo di venti deputati che nascerà domani e che si chiamerà Costituente Popolare e riunirà l’Mpa e molti fuoriusciti PdL (ma gente come Versace e Buonfiglio resterà fuori, pare). Ora, se la matematica non è un’opinione e se il foglio Excel che tengo aggiornato da un anno non mi inganna, nella migliore delle ipotesi un governo del genere avrebbe 310-315 voti, che sono assolutamente insufficienti. E lascio stare il Senato dove le cose sono messe anche peggio. A questo punto, ci vorrebbe davvero lo spappolamento del Popolo della Libertà, ad esempio con la fuoriuscita degli scajolani, per avere una maggioranza, che sarebbe comunque inferiore a quella del centrodestra del 2008, con duri provvedimenti da prendere. Oppure – ed è quello che sembra stia accadendo – ci sarebbe bisogno del contributo di Silvio Berlusconi, che dando il suo ok al governo Monti rimarrebbe in gioco nonostante la bocciatura dei mercati e la perdita della maggioranza, e bloccherebbe l’emorragia di deputati dal suo partito, addirittura schierandosi con l’ala più moderata e dialogante. Ed essendo quello del Popolo della Libertà il gruppo più ampio in entrambe le Camere, a me sembra chiaro che il Cav. avrebbe la golden share del governo Monti. Perché?

Questa è la mia teoria: a questo punto il giochetto potrebbe essere quello del fu governo Dini – l’astensione sulla fiducia, e il voto su ogni singolo provvedimento se e solo se d’accordo, tra l’altro senza rompere con la Lega a differenza di allora – per rimanere abbastanza defilato da far lavorare il governo, non creare disastri sui mercati e consolidare la tenuta dei gruppi parlamentari e del partito, e abbastanza in gioco da far andare giù il nuovo governo non appena l’aria torna buona. Non dico che funzioni, dico che sto giochetto il Cav. potrebbe provarlo – poi magari domani si sganciano in cinquanta dal PdL tra Camera e Senato e il governo campa per i fatti suoi e il Cav. fa direttamente l’oppositore. Però dobbiamo considerare che nelle Camere Monti una maggioranza deve averla e il PdL è ancora il gruppo più grande di tutti, per ora. E un governo appoggiato dal Cav. è un governo che il Cav. può tirare giù quando vuole, o i cui provvedimenti può bloccare ogni volta che gli garba, secondo me. Via lo champagne, in politica nessuno è mai morto definitivamente (pensate al revival di questi giorni di Paolo Cirino Pomicino: e chi l’avrebbe detto mai venti anni fa?). Peccato che i mercati – giustamente – non apprezzerebbero uno scenario di questo tipo.

Elezioni a Milano e analisi sbagliate

Silvio Berlusconi al Tg1A seguire la campagna elettorale impostata negli ultimi due giorni dal centrodestra, esemplificata nell’intervista multipla di Berlusconi, a me sembra che il PdL rischi di prendere un’altra tranvata al ballottaggio di Milano. Mi spiego, guardando ai dati di cinque anni fa e di lunedì scorso.

Nel 2006 Bruno Ferrante prese gli stessi voti presi adesso da Giuliano Pisapia. Letizia Moratti, invece, all’epoca prese ben 80mila voti in più, passando oggi dal 52% al 41,6%. Sembra quindi, a leggere e sentire le dichiarazioni dei suoi esponenti, che l’analisi del PdL basata su tali dati sia questa: in realtà il centrosinistra è rimasto fermo al palo, siamo noi che tra Terzo Polo ed astensionismo abbiamo perso elettorato. Da qui la strategia di questa settimana: dobbiamo tenere sulla corda chi ci ha votato, far tornare al voto i nostri elettori sfiduciati e riattirare i moderati o presunti moderati del Terzo Polo. E quindi via con roba tipo la zingaropoli, la droga libera, la città islamica e così via.

Il fatto però è che cinque anni fa il duo Moratti-Ferrante non aveva nemici, e il gruppuscolo di candidati minori raccolse un complessivo 1%. Questa volta invece, oltre al già citato Terzo Polo (5,5%), c’era anche un altro avversario a sinistra, cioè il candidato dei grillini che ha raccolto il 3,4%; inoltre la somma dei candidati minori – da tenere presente – fa 1,5%. C’è quindi un 5% circa che balla, costituito in gran parte dal voto di protesta per il M5S.

Il mio punto è questo: se parte di quel voto di protesta viene dall’astensionismo, sospetto che per una certa quota abbia anche origine dalla Lega e dal suo elettorato non militante, non più fidato, ma sicuramente dalla caratterizzazione movimentista, e per altra parte viene dal logoramento a sinistra della coalizione a sostegno di Pisapia. Questo significa che, se Pisapia ha avuto lo stesso consenso di Ferrante, questo è dovuto anche ad un recupero al centro per via di un certo spostamento (non di massa ma, nell’ambito di una corsa sul filo di lana, significativo) di elettorato moderato da destra a sinistra – un elettorato molto difficilmente recuperabile in due settimane di campagna elettorale.

Per questo motivo, i toni alti ed esasperati impressi dal PdL sin da dopo il ballottaggio, potrebbero essere inutili, se non anche controproducenti, nella rincorsa al recupero dell’elettorato moderato.

L’Armageddon mancato

«Silvio Berlusconi è un osso duro. Fini ha perso, Casini ha rotto politicamente e si è fatto contare alle urne, lui ha rotto personalmente e al dunque non ce l’ha fatta. Il Pd è nella palta. I problemi del Paese sono altri, e avremo altri terribili mesi di inedia. Sullo sfondo, elezioni con questa legge elettorale con Berlusconi ancora capo del centrodestra, e auguri al risultato. Per gente seria un nuovo impulso a emigrare perché non si salva praticamente nessuno, e nel pensarlo si prova autoribrezzo all’idea di diventare qualunquisti, qualunque cosa pensiate degli eccessi e delle tragiche promesse liberali mai mantenute da SB (io ne penso male e malissimo, dalle tasse alla spesa pubblica altissime alla riforma della giustizia mai varata pensando solo a sé, ma al dunque non c’è mai chi lo affronti senza scappare e lui resta in piedi ingessando sempre più tutto su se stesso, quanto alla sinistra in questi due anni l’ala liberal riformista mi sembra travolta da posizioni neostataliste e tassaiole che mi fanno orrore, dei giustizialisti non parlo per evitare parole improprie, il neoproporzionalismo mi atterrisce per la spesa pubblica che provocherebbe con le mani libere di ogni partitino in Parlamento). Di fronte a tale scontro a coltello che fa altre macerie e avviene ignorando che tra poche settimane riparte l’euroballo del debito e noi ci finiremo dentro, dico che Dio aiuti l’Italia – e cioè i milioni di italiani che faticano seriamente senza fiatare e vengono assassinati dal fisco».

Prepararsi alle elezioni

PallottoliereOggi Termometro Politico ha pubblicato le prime proiezioni alla Camera e al Senato in base ai sondaggi attuali. Il dato è che alla Camera, per 1-2 punti percentuali, la coalizione PdL-Lega-Destra riesce ad ottenere il premio di maggioranza nei confronti del centrosinistra, mentre non riuscirebbe a raggiungere i 158 senatori necessari al controllo di Palazzo Madama. Secondo questa proiezione ad essere battleground regions (passatemi il termine) sarebbero effettivamente la Puglia e la Campania: la prima è la terra di Nichi Vendola, che governa una regione che premia sempre il centrodestra tranne, appunto, nelle occasioni in cui il candidato avversario è proprio lui; la seconda è la regione dell’allarme rifiuti, dello scontro Cosentino-Carfagna ed alleati vari. Queste potrebbero essere due variabili che potrebbero decidere le elezioni: se il PdL vincesse anche queste due regioni, avrebbe una buona maggioranza al Senato.

Io mi permetto ad ogni modo qualche osservazione rispetto a questi dati:
– in primo luogo, bisogna capire se c’è il tradizionale effetto degli elettori PdL di non esprimere la propria preferenza ai sondaggi, come avvenuto, ad esempio, durante le rilevazione del 2006, oppure no;
– in aggiunta al primo punto, c’è da considerare che i sondaggi del 2008 furono sostanzialmente corrispondenti al vero, con una sopravvalutazione delle forze medio-piccole, sopraffatte poi in cabina elettorale dal voto utile per PdL e Pd. Inoltre, anche i sondaggi per le Europee 2009 furono abbastanza precisi, e quelli che si avvicinarono di più al vero furono quelli Ipsos di Pagnoncelli, che ormai da tre settimane dà la coalizione di centro-sinistra in vantaggio sul centrodestra guidato da Berlusconi;
– una regione che potrebbe destare sorprese potrebbe essere la Sicilia, tradizionale feudo di centrodestra che assegna 26 senatori. Oltre alla consistenza elettorale dell’Mpa di Lombardo (7,9% al Senato 2008, 14% alle regionali 2008, 15,6% alle europee 2009) c’è da considerare il variegato quadro di scissioni che ha colpito il PdL (Fli e Forza del Sud), Udc (Popolari per l’Italia di domani di Totò Cuffaro) e lo stesso Mpa (Noi Sud) e il sistema di coalizioni e di spostamento di consensi elettorali “personali” che ne potrebbe uscire. Degno di nota, in questo senso, è l’annuncio di Raffaele Lombardo di stabilizzazione di decine di migliaia di dipendenti pubblici;
– infine, si voterà per molti sindaci di comuni importanti (Milano, Torino, Napoli) e questo potrebbe incidere sull’affluenza: da notare che tradizionalmente l’alta affluenza favorisce il centrodestra, ma ultimamente ad essere più colpito dall’astensionismo è stato, invece, il centrosinistra.