Politica e linguaggio: per un nuovo discorso di verità in Italia

L’anno solare si conclude con l’approvazione della cosiddetta “Manovra del popolo”, termine propagandistico coi cui il partito di maggioranza relativo, il Movimento Cinque Stelle, chiama la legge di bilancio per l’anno 2019 e per il triennio 2019-2012. Si tratta di un termine, tra l’altro, che si aggiunge a un lessico e una comunicazione che non si possono definire, forse, ideologizzati, ma sicuramente discutibili in relazione a dati di realtà.

Se il termine “Governo del cambiamento” rientra, tutto sommato, in un utilizzo del vocabolario teso a sottolineare aspetti puramenti politici, affermazioni come quella secondo cui l’esecutivo avrebbe “abolito la povertà” fanno, purtroppo, abbastanza ridere. Fa restare più perplessi notare come due dei provvedimenti principali finanziati dalla manovra siano semplicemente etichettati con nomi ingannevoli: il cosiddetto reddito di cittadinanza, infatti, non è altro che un sussidio di disoccupazione condizionato, cioè non è ciò di cui porta il nome, mentre la cosiddetta flat tax, proprio per il suo campo limitato e per il fatto di lasciare in vigore diverse aliquote, è tutto fuorché una “tassa piatta“, e si può tranquillamente ridefinire in linguaggio più asettico come riforma fiscale.

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La lunga opposizione a Matteo Salvini

Un’intervista a luglio al Washington Post e il recente incontro a Milano con Viktor Orbán hanno chiarito, o forse sarebbe meglio dire che hanno puntualizzato, la linea di Matteo Salvini in tema di immigrazione.

I critici del ministro dell’interno spesso fanno leva sull’alleanza politica del segretario della Lega Nord con il primo ministro ungherese e con gli altri capi di governo del cosiddetto gruppo di Visegrad per basare le loro critiche sull’apparente incoerenza tra le continue richieste del governo italiano di redistribuzione dei migranti negli altri paesi dell’Unione Europea e il rifiuto, da parte degli stessi alleati europei del vicepremier, di accettare le richieste di ospitalità. In realtà, l’attività diplomatica del governo Conte negli ultimi mesi, in occasione di qualsiasi arrivo di migranti via mare verso l’Italia, è stata del tutto estemporanea, più simile all’esercizio di tentate prove di forza nei confronti del resto dell’Unione (Francia in primis) che a una linea politica coerentemente volta, come si diceva sopra, a una riforma della gestione dell’immigrazione nel senso di un maggiore sforzo collettivo continentale nel governo degli arrivi, nelle spese e nella redistribuzione tra stati. La linea esplicitata da Salvini, invece, è quella del rifiuto di qualsiasi accoglienza, della costruzione di una policy europea di respingimenti che, qualora non venga perseguita ed eseguita, dovrebbe lasciare spazio alle singole iniziative nazionali di presunta protezione dei confini (e in questo senso, non sostanzialmente, ma solo in seconda battuta, anti-europea o euroscettica).

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La Padania, aspirante provincia russa

Il riciclarsi da movimento autonomista, se non indipendentista, del nord Italia a soggetto nazionale da parte della Lega è stato uno dei fenomeni politici (ma anche comunicativi e culturali) che più mi hanno incuriosito negli ultimi anni. Non che i partiti siano monoliti ideologici immutabili, per carità, ma ancora oggi lo statuto del soggetto politico guidato da Matteo Salvini prevede come finalità «il conseguimento dell’indipendenza della Padania», pur, allo stesso tempo, essendosi trasformato in partito sovranista e identitario, quasi a scimmiottare il Front national francese.

Appare interessante anche la nuova proposta politica e programmatica della Lega (nome ufficiale: Lega Nord per l’Indipendenza della Padania), movimento che una volta voleva rappresentare le regioni più ricche, più produttive e più europee dell’Italia – e non parliamo solo dei più o meno fastosi anni ’80 o ’90, ma anche degli anni in piena crisi finanziaria. Era solo il 2012, infatti, quando l’allora segretario nazionale lombardo Matteo Salvini (altra caratteristica ancora attuale della Lega è che le cariche che per i non leghisti sono regionali vengono chiamate “nazionali”, mentre quelle che per tutti sono nazionali vengono chiamate “federali”) dichiarava: «La Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia e ha bisogno di un’altra moneta. L’euro non se lo può permettere». Una razza una faccia, insomma, ma solo sotto la linea gotica. Sopra, direttamente catapultati nelle Fiandre.

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Niente Ue, siamo inglesi

David CameronEra il 2006 quando David Cameron (oggi primo ministro e all’epoca capo dell’opposizione conservatrice) descrisse lo UKIP – il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito – pressoché letteralmente come un mucchio di pazzi svitati e sotto sotto razzisti.
Oggi, nel 2014, sono i temi posti proprio dallo UKIP di Nigel Farage a farla da padrona nel dibattito politico britannico ed è il partito conservatore di David Cameron a rincorrere lo UKIP sul suo terreno, per frenare l’emorragia di elettori verso destra e per contrastare l’ala sempre più euroscettica del suo partito.

Se pensate che siano Grillo o la Lega o Berlusconi ad avercela in maniera particolare con l’Unione Europea, allora dovreste dare un’occhiata a quello che accade dall’altra parte della Manica.
Tra gli impegni presi negli ultimi anni da Cameron con l’elettorato – poi recepiti nel programma di coalizione con i LibDem e trasformati in legge – c’è quella di rinegoziare i trattati UE, rimpatriare alcuni poteri e, dopo le prossime elezioni politiche, sottoporre l’appartenenza del Regno Unito all’UE a un referendum popolare.
Sostanzialmente Cameron immagina di presentarsi all’elettorato britannico con dei trattati modificati e fare campagna elettorale a favore della permanenza (continua su Xpolitix).

Ama le scommesse e diffida dell’Europa: David Cameron un (fin troppo) perfetto britannico

David Cameron secondo il GuardianAlla fine il revival euroscettico della Gran Bretagna – revival che ha trovato profonda e non totalmente ingiustificata ispirazione negli ultimi anni dalla crisi dell’eurozona – ha trovato un frutto da cogliere: ieri David Cameron ha promesso una sorta di road map che dovrebbe portare entro il 2017 ad un referendum sulla permanenza del suo paese nell’Unione Europea.

Secondo quanto detto da Cameron, entro la fine della legislatura saranno approvate le norme che renderanno possibile un referendum (ricordo che a Westminster i Tory non hanno la maggioranza assoluta e governano in coalizione con gli eurofili liberaldemocratici): dopo le prossime elezioni, previste per il 2015, se i Conservatori vinceranno apriranno una trattativa col resto d’Europa per rimpatriare alcuni poteri, per poi presentarsi entro due anni e mezzo al voto referendario a cui Cameron ha promesso di fare campagna per rimanere nell’Unione “riformata”.

Messa così, sembra una strada facile la cui unica salita è quella della trattativa. In realtà, i Tory dovranno innanzitutto riuscire a vincere le elezioni: da un anno i laburisti sono in testa a tutti i sondaggi e, probabilmente, la carta del referendum europeo è un modo per segnare una demarcazione tra il proprio partito e i propri avversari. Infatti, Ed Miliband si è già detto contrario all’ipotesi che si tenga un referendum. Dall’altro lato, l’ala più antieuropeista del partito conservatore (che si è talmente spostata su opinioni rigide da far rimanere su posizioni relativamente moderate gli esponenti di lungo corso tradizionalmente euroscettici) e l’UKIP si oppongono anche all’idea di rimanere nel mercato unico e vogliono semplicemente un’uscita dall’UE e un accordo di libero commercio come, ad esempio, la Norvegia o la Svizzera. Non è detto, quindi, che la coperta sia lunga abbastanza per coprire il variegato e numericamente consistente mondo dell’euroscetticismo britannico.

A mio avviso, ci sono spunti interessanti nel discorso di Cameron: ad esempio, vuole rafforzare la libera circolazione nel mercato unico, rendendolo più integrato in settori quali servizi, energia, digitale e meno iper-regolato da Bruxelles e sottoposto alle spinte protezioniste. E’ qui che nasce un altro grosso problema, che è quello della trattativa: il fatto che tra i più felici di un’uscita del Regno Unito dall’Unione ci sia la Francia (lo stesso paese che per due volte con De Gaulle, pose il veto all’ingresso di Londra nell’allora CEE) nel nome della sua lotta contro l’”Europa liberale” e in difesa dei propri interessi, in particolare quelli relativi ai sussidi all’agricoltura, del proprio peso nell’UE e della storica tendenza a considerare l’Unione come il giardino di casa in cui esercitare la propria egemonia, dovrebbe far accendere una lampadina. Ammesso e non concesso che la previsione (o speranza?) di Cameron di una scrittura necessaria di un nuovo trattato per sistematizzare i passi verso l’integrazione dell’Eurozon sia azzeccata, a quel punto tutto sarebbe riaperto, nulla sarebbe fuori dal tavolo e chiunque avrebbe un diritto di veto verso qualsiasi richiesta britannica, fino all’eventuale rottura. Uno scenario di questo genere potrebbe portare ad un referendum in cui l’alternativa sia tra questa UE (non riformata come Cameron sostiene) che non sembra piacere agli inglesi (anche grazie ad un’informazione sul tema di livello quasi infimo) e l’uscita. In altri termini: per chi vuole rafforzare, tra le altre cose, il libero commercio, la libera circolazione e la competizione intra-europea a reale beneficio dei consumatori un’eventuale uscita del Regno Unito non sarebbe affatto una buona notizia.

Dal punto di vista di Cameron questa non sarebbe nemmeno una notizia eccellente: ieri ha indcato settori come le politiche sociali e del lavoro e l’ambiente quelli i cui poteri vuole ricontrattare, facendo un esempio specifico (l’orario di lavoro dei medici) ma senza scendere nel particolare. Cosa vuole ricontrattare Cameron? Qual è la linea che traccia per definire la trattativa – sempre se ci sarà – sufficiente a dirsi soddisfatto? E se tornerà a casa con poco o nulla, continuerà a far campagna per restare nell’UE o si sposterà sul fronte del Brexit? Insomma, sono davvero tante le incognite sul futuro politico del primo ministro britannico e sulla reale possibilità della Gran Bretagna di lasciare l’Unione.

Un terzo punto che vorrei sottolineare è che Cameron ha ben sottolineato la mancanza di accountability democratica dell’Unione: ha ragione, ma a mio avviso la soluzione non è quella da lui proposta – rimettere più poteri in mano ai parlamenti nazionali – è sbagliata. O meglio, dal suo punto di vista ha senso, ma per chi vuole mantenere, a differenza sua, la volontà di procedere verso un’«Unione sempre più stretta tra i popoli d’Europa» l’alternativa è di aumentare i poteri del Parlamento Europeo (come già fatto parzialmente col Trattato di Lisbona del 2007) e portare avanti e sostenere un dibattito politico, di cittadini, istituzioni, stampa e partiti, a livello panaeuropeo.

In conclusione: per quanto Cameron stia pensando di puntare una pistola alla tempia dell’integrazione europea, è tutto da dimostrare che questa pistola sia carica e, anche se lo fosse, potrebbe essere semplicemente caricata a salve. Troppe scommesse in una volta sola possono bastare per un’effimera popolarità, ma forse non sono abbastanza per cambiare il destino di un continente, di un singolo paese, né per vincere elezioni ancora lontane due anni nel mezzo di una serie di problemi sociali che finora hanno creato largo scontento tra i sudditi della regina Elisabetta.

La mia sfera di cristallo

Mario MontiBeh, con qualche ora di anticipo ho intravisto quello che è successo oggi: avevo scritto che il Partito Popolare Europeo avrebbe dovuto esprimere apertamente il suo appoggio a Mario Monti candidato premier, e si può dire che ciò oggi sia successo, seppur in maniera un po’ obliqua. Nessuno si aspettava la presenza del Professore al summit, ai quali non aveva mai partecipato da quando è alla guida del governo, a parte quella volta in cui l’incontro si svolse in Italia e si ritrovò a fare gli onori di casa. E’ invece apparso, ha incassato appoggi dal partito, dal Fondo Monetario Internazionale e, smentito, dalla Merkel (ma che la cancelliera apprezzi il premier è cosa nota, stranota e dichiarata nei giorni passati). Il messaggio che è passato dai partner europei è stato: caro Silvio, non ti vogliamo, il nostro uomo è Mario e non tu, seppur tecnicamente tu faccia parte – con una quota consistente di europarlamentari e voti passati, per giunta – del nostro partito.

Le parole di Berlusconi lasciano il tempo che trovano: ad essere cattivi si potrebbe dire che annaspa o è confuso, ma secondo me sta solamente testando qualsiasi soluzione cercando di tenere insieme il suo partito e contemporaneamente trovare almeno un alleato che gli permetta di rimanere politicamente rilevante nello scenario post-elettorale, poiché, a numeri dei sondaggi invariati, basterebbe una vittoria del centrodestra in Lombardia per vanificare o rendere esigua una vittoria del centrosinistra al Senato – in questo scenario, quella che sarebbe la seconda forza parlamentare in grado di dare un appoggio ad un governo di coalizione avrebbe una parola importante da dire, e sarebbe la parola di Silvio.

Non credo però che l’operazione Monti abbia successo: ricordavo il pericolo di conquistare principati con armi altrui, e l’operazione Monti a centro (o nel nuovo centrodestra a-berlusconiano) mi ricorda quella di Prodi nel campo avverso, che nel 1996 fu candidato “indipendente” di partito gestiti da altri, e nel 2006, pur avendo le liste del futuro Partito Democratico alle spalle, si trovò comunque una coalizione talmente variegata e risicata da dipendere da troppi piccoli capetti (e il PD, in fondo, non era sua né mai lo è stato, piuttosto, semplificando, direi che era di Veltroni e della sua vocazione maggioritaria). In altre parole: di quante truppe dispone Mario Monti? Poche, quasi nessuna, direi: pur ipotizzando l’appoggio dei vari Casini, Fini, Montezemolo, pur considerando una scissione del PdL in suo favore oppure l’abbandono del campo da parte del Cavaliere (fantapolitica, a mio avviso), pur incredibilmente presupponendo una vittoria elettorale di questo blocco, Monti non avrebbe nessuna sua forza alle spalle, nessuna forza in cui abbia fatto carriera politica, di cui sia effettivamente membro, in cui si influente non solo per affinità ideologiche ma anche per relazioni personali, non avrebbe voti effettivamente suoi (per quanto la sua figura possa ingrassare le liste di cui sopra).

Io non sono contrario ai professori in politica, non sono nemmeno contrario al loro “utilizzo” come riserve della Repubblica. Credo, però, che se una delle esigenze dell’Italia sia quello di avere un governo sostenuto da una maggioranza politica, coesa e stabile, un governo di Mario Monti non sarebbe nelle condizioni di rispettare tale requisito, perché sarebbero sempre le truppe  (leggi: voti e apparati di partito) di qualcun altro a decidere chi tenere o mettere a Palazzo Chigi.

L’altra opzione possibile sarebbe quella di un governo PD-centro deciso dopo le elezioni. Nella prospettiva che però segnalavo, cioè quella della nascita di un centrodestra presentabile, non vedo come ciò possa aiutare: sarebbe comunque un governo a guida PD, che non capisco perché debba rinunciare alla premiership e alla golden share della coalizione con tutto quel botto di voti che si porta dietro – Monti potrebbe rimanere ministro dell’Economia, ma non sarebbe la faccia dell’Italia nel mondo, inoltre non sarebbe un governo del partito europeo che oggi ha messo in piedi l’odierna operazione di endorsement. Siamo pur sempre una democrazia parlamentare, direi.

La caduta di Mario Monti e l’azione politica dei partiti europei nei contesti nazionali (2)

EPP logoI recenti fatti che hanno portato all’annuncio di dimissioni da parte del capo del governo hanno mostrato, tra le tante cose, anche il distacco che esiste tra la politica europea e le politiche nazionali. La metto più chiaramente: per come la vedo io, uno degli obiettivi che qualunque sincero federalista europeo dovrebbe avere è quello di avere una efficace politica europea, nel senso della creazione di famiglie politiche, di gruppi, di partiti che agiscano in maniera uniforme a livello continentale, sia nelle istituzioni comunitarie, sia in quelle nazionali.

Nel caso specifico, abbiamo il Partito Popolare Europeo che mostra profondo rammarico nei confronti di un evento – la caduta del governo italiano – causato da un partito che è il suo principale membro tra quelli in Italia. Per fare un esempio in scala ridotta: ricorderete che qualche grattacapo lo creò al Partito Democratico l’appoggio alla giunta di Raffaele Lombardo, ma, ad ogni modo, le peculiarità della politica siciliana e l’occasione di mandare all’opposizione il PdL resero ben accetta questa decisione. Un altro esempio – stavolta ipotetico – ben più calzante sarebbe però un altro: dato che poche settimane fa Mario Monti ha pubblicamente dichiarato la sua affinità con il Partito Popolare Europeo, sarebbe come se il PdL locale avesse fatto cadere una delle sue giunte in Campania, Sardegna o altrove in completo e aperto dissenso con le direttive provenienti da Roma (o Arcore, nel nostro caso). Totalmente schizofrenico, se avvenisse creerebbe almeno una certa tribolazione – e se ci fare caso, è ciò che è accaduto in Sicilia nei vari rimpasti in giunta e con le scissioni e controscissioni nel partito berlusconiano.

Ora, invece, le forti critiche del PPE creano turbamenti a Silvio Berlusconi solo a livello di immagine internazionale (ben più pesanti quelli di capi di governo, invece. O forse no?). Voi direte: ma a Berlusconi non frega una cippa di quello che dicono in Europa, anzi, potrebbe anche recargli vantaggio –  in tal caso non riuscirei a darvi torto. Il punto centrale è che ciò dovrebbe creare problemi ai colleghi popolari di Bruxelles. Nel discorso sull’efficacia dei partiti europei che voglio fare, ciò che intendo è che, se i partiti continentali fossero roba seria, il PdL sarebbe stato sbattuto fuori immediatamente dal gruppo parlamentare europeo e dal PPE stesso. Non è, invece, così, anche perché nell’UE come è oggi i parlamenti nazionali hanno maggiore importanza di quello europeo – che pure da qualche anno ha visto crescere i suoi poteri e probabilmente li vedrà ancora aumentare nei prossimi anni.

Da tempo penso che i partiti nazionali della stessa famiglia debbano iniziare a muoversi con maggiore coordinazione. Dirò di più: da tempo spero che i politici di una nazione inizino a interessarsi sempre maggiormente delle campagne elettorali degli altri paesi, tant’è vero che quando Angela Merkel pensò inizialmente di partecipare attivamente con dichiarazioni pubbliche alla campagna elettorale per le presidenziali francesi, pensai che fosse una buona notizia.  Inoltre, la scorsa primavera abbiamo avuto per la prima volta un interesse incrociato dei media per le elezioni che, magari nella stessa giornata o comunque nell’arco di pochissime settimane, si svolgevano in più paesi (politiche in Grecia, presidenziali in Francia, amministrative in Italia e Germania) e il cui combinato disposto avrebbe – e ha – avuto effetti sulle decisioni prese e livello UE.

Tornando a noi: visto che Monti ha apertamente dichiarato di essere, sostanzialmente, vicino al PPE, i responsabili di quest’ultimo dovrebbero dire: “Noi appoggiamo Mario Monti, il suo governo, il suo prestigio internazionale e la sua politica di risanamento del bilancio pubblico dell’Italia. Nell’ottica dell’integrazione europea e dell’interesse per ciò che accade in ogni paese dell’Unione, noi proponiamo Monti come candidato a guidare una lista col nostro simbolo a cui possono partecipare tutti coloro già oggi appartenenti al PPE oltre a tutti i nuovi soggetti politici che oggi si riconoscono nella famiglia dei popolari e dei moderati italiani ed europei”. Praticamente, tutti i nani, nanerottoli e aspiranti tali del centro (che, ad essere rigorosi, è un centrodestra non berlusconiano), cioè i vari Casini, Fini, Montezemolo, Passera, Riccardi, Pezzotta eccetera sarebbero tutti insieme nella lista del Partito Popolare Europeo, con un leader indiscusso e autorevole e un simbolo nuovo, europeista e attraente per l’elettorato di riferimento (moderato e borghese) di questi gruppi.

A prescindere dalla consistenza elettorale, questa dovrebbe essere un’operazione di alto profilo e di lungo respiro, con l’obiettivo proprio di dare stabile e consistente rappresentanza in Italia a un centrodestra normale, destinato, alla lunga, a rimpiazzare quello berlusconiano, in modo da dire: noi siamo il PPE in Italia, Berlusconi è un’altra cosa, è un paria, piacerà agli antieuropeisti, agli estremisti, ai nostalgici della lira, ma a noi che siamo seri e responsabili no. Se fosse, però, solo un’ammucchiata di capetti coi loro privati eserciti, consiglierei a Monti di starsene a casa e ad aspettare la chiamata per il Quirinale o via XX Settembre, poiché con le armi altrui può essere facile conquistare principati, ma assai difficile mantenerli.

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(1- “Live together, die alone”: contro il concetto di sovranità nazionale in Europa)

“Live together, die alone”: contro il concetto di sovranità nazionale in Europa (1)

George Washington si rivolge ai membri della Convenzione di Filadelfia nel 1787Nel tardo pomeriggio di domenica mi sono messo al computer, mi sono messo a sbirciare un po’ di siti di informazione e poi Twitter: beh, i primi, sia inglesi che italiani, dedicavano ampio spazio alle elezioni in Francia e in Grecia, e un discreto spazio a quelle amministrative in Germania e (ancora in corso) in Italia; sul secondo, gran parte degli utenti che seguo (di lingua italiana, francese e inglese) si occupava di tutti e quattro questi paesi. Mi rendo conto che queste valutazioni riguardano persone che per mestiere o passione si interessano di politica (sono sicuro che c’è un intero mondo là fuori, probabilmente maggioritario, che di queste cose se n’è fregato altamente), però mi rendo conto anche di un’altra cosa: per le elezioni extra-UE (Stati Uniti a parte, magari) non c’è mai stato questo seguito, perché oggi più che mai le decisioni degli elettori greci, francesi ecc. e dei loro governi influenzano la vita di chi greco o francese o altro non é. Che le elezioni in quattro paesi diversi interessino tutti noi coinvolti nella crisi dell’euro – italiani o tedeschi o greci o spagnoli o irlandesi o sloveni o austriaci o chi altro – sono quindi, a mio avviso, un sintomo e un simbolo del fatto che senza un’unione politica europea non si va da nessuna parte.

Io ritengo un poco contestabile fatto di metodo, prima ancora che di merito, quello secondo cui un’unione politica avrebbe immediatamente sterilizzato, per sua stessa natura, la crisi del debito greco, evitato il successivo contagio e reso la vita più facile a governanti e a cittadini durante il periodo di risoluzione del problema. Possiamo arrivare alle stesse conclusioni per analogia, senza essere economisti: negli Usa ci sono stati casi di default dei singoli stati nei decenni scorsi, e certo non è stato affatto un evento positivo, ma non c’è mai stato mai il rischio di un patatrac economico, finanziario e sociale a livello continentale.

Tornando al punto: c’è gente che domenica pomeriggio è stata a seguire quattro momenti elettorali diversi che più o meno tutti avranno conseguenze sulla nostra vita, e allo stesso tempo noi europei manchiamo di un momento elettorale comune che dia la sensazione di effettivamente dare un segno agli eventi politici – e quindi alla società e all’economia – di tutti noi. E’ vero, c’è il parlamento europeo che è un organo a suffragio universale eletto dai cittadini di tutti e 27 paesi, ma è un organo i cui effettivi poteri istituzionali sono pochi. La commissione, seppur bisognosa della fiducia del suddetto parlamento e seppur composta da politici, è un organo che ha sì dei poteri, ma spesso funge da apparato tecnico che spesso deve mediare tra i vari governi e le prescrizioni dei trattati e delle leggi europee.

Io penso che sia ora che qualcuno in Europa – un politico di spicco, un capo di governo, qualcuno di ascoltato e di autorevole nelle cancellerie – si alzi in piedi e dica, anche con un po’ di retorica: “Signori, qui o si fa l’Europa o si muore”. Qualcuno che dica chiaramente che ci vuole un’entità politica centrale democraticamente eletta che abbia piena ed indiscutibile sovranità su quei cinque sei elementi che fanno di uno stato un’entità unitaria: difesa, politica estera, commercio interno ed estero, regolazione del sistema giudiziario, tasse e moneta, definizione dei criteri essenziali e uguali per tutti di cittadinanza, tutte quelle cose che insomma hanno le costituzioni. Ci vuole un trattato che preveda un processo democratico di approvazione dei costituenti e della successiva costituzione – una costituzione che non sia un librone, ma un testo snello, di poche decine di articoli, come tutte le costituzioni sono e devono essere per loro generalissima natura.

Io, tra l’altro, non sono un giurista né uno storico delle costituzioni, ma su questo processo un’idea scema ce l’avrei: si fa un trattato tra tutti e 27 paesi europei se possibile, quasi tutti altrimenti, che preveda l’istituzione di un’assemblea costituente eletta, le procedure e i tempi – non più di due anni, diciamo – di approvazione della costituzione da parte dei cittadini dei singoli stati, l’indizione di un referendum sul medesimo trattato e contemporaneamente delle elezioni dei costituenti. Mandano all’assemblea costituente gli stati in cui il referendum vince, gli altri sono fuori dal processo costituente e vanno per la loro strada per sempre (qui c’è una piccola dose di paraculismo: voglio vedere come fanno gli stessi partiti a fare campagna elettorale per mandare i propri candidati all’assemblea e allo stesso tempo cercare di non mandarceli contrastando l’idea di un’assemblea). Le procedure del trattato già approvato dai cittadini devono prevedere chiaramente e con grande pubblicità, tra le altre cose, quanto segue: scritta la costituzione, tutti gli stati che hanno membri nell’assemblea la sottopongono a referendum; se il referendum vince nei 2/3 degli stati e ha la maggioranza assoluta degli elettori europei, la costituzione è approvata in tutti gli stati che hanno preso parte al processo costituente, compresi quelli che nel secondo referendum hanno respinto la costituzione (e qui non mi sto inventando niente, sto usando più o meno i criteri di ratifica della carta americana alla fine del ’700 da parte delle singole ex colonie inglesi).

Non so se così la smetteremmo di scrivere articoli sui greci fannulloni, fare copertine sui tedeschi nazisti, immaginare tecnocrati al soldo della Merkel e creare partiti di veri finlandesi e cose simili. Probabilmente, però, potremmo finalmente iniziare a trovare soluzioni veloci, efficaci, accettate dai cittadini e giuste per tutti.

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La politica estera di Silvio Berlusconi

Berlusconi bacia la mano di GheddafiHo sempre pensato che uno degli aspetti più degni di studio e di approfondimento dei governi di Silvio Berlusconi sia quello che riguarda la politica estera. O, almeno, a me incuriosisce, e molto. Non so se esistano già ricerche e analisi serie e approfondite da parte di accademici e studiosi della materia, e a dire il vero nemmeno le ho cercate, però credo che se si vuole capire l’Italia di questo decennio e il lascito di Silvio Berlusconi a questo paese non si può ignorare la sua particolarissima politica estera.

Se in economia gli aspetti da analizzare sono quello ideologico-propagandistici da campagna elettorale e quello pratico che non è altro che il tremontismo (fatto salvo il periodo di assenza di Tremonti dal ministero dell’Economia), se sotto il profilo delle politiche di riforma istituzionale e della giustizia non si può che prescindere dalla sua concezione del rapporto leader-popolo, dalle sue beghe con la magistratura e dai suoi rapporti con la Lega Nord, se dal punto di visto politologico e comunicativo è chiaro come il suo carisma e il suo legame con i mass media siano i punti cardine di qualsiasi riflessione, quello della sua politica estera sembra essere l’aspetto più particolare della sua attività di governo, nonché quello che più differisce dagli altri.

In primo luogo, in Italia Berlusconi è il centro di tutto: è l’imprenditore che scende in politica e spiazza la sinistra post-comunista pronta a salire al potere, é il premier del governo più duraturo della storia repubblicana, é l’obiettivo di quasi tutte le invettive lanciate da intellettuali e giornalisti, così come il leader quasi adorato da un gran pezzo del paese. All’estero no. All’estero il tycoon che scende in politica senza risolvere il proprio conflitto di interessi e i propri problemi giudiziari non è visto molto bene; all’estero è il leader di una media potenza regionale sempre molto “tradizionalista” nei rapporti internazionali e la cui voce a livello globale è nettamente sovrastata da quella di almeno un’altra dozzina di paesi, e così via.

In secondo luogo, un leader così attento ai sondaggi, così pronto a lanciare popolarissime parole d’ordine (“meno tasse per tutti”, “abolirò l’Ici”) e a rappresentare l’italiano medio coi suoi pregi e difetti, è stato capace di prendere una scelta decisamente malvista dall’opinione pubblica nonché dalla burocrazia della Farnesina, cioè l’appoggio agli Stati Uniti nella guerra in Iraq e il successivo contributo militare ed economico alla ricostruzione, al nation building e alla lotta all’insurgency baathista e non.

Infine, a differenza del resto dell’attività governativa berlusconiana dove la rottura dalle linee politiche del passato è avvenuta più a parole che ha fatti, la linea internazionale dei governi CdL-PdL è sembrata realmente di smarcamento rispetto alla tradizione Dc e dei governi dell’Ulivo, sia per il filoamericanismo e filoisraelismo spinto dei primi anni del Berlusconi bis, al grido di “proteggiamo, promuoviamo, esportiamo la democrazia”, sia per l’abbraccio con i vari Putin, Gheddafi, Lukashenko e via dicendo della seconda fase di Silvio attorno al mondo. Per fare un esempio: laddove la Dc andreottiana si limitava a fare patti col diavolo, l’Italia del Cav. sembra vendergli direttamente, e senza neanche discutere troppo sui particolari, la propria anima. E nonostante questo – come si evince dalle ultime rivelazioni di Wikileaks -  e nonostante la cattiva opinione sulla politica interna del Cav., gli Usa continuano sostanzialmente ad avere fiducia nell’alleato italiano nello scacchiere internazionale.

Anche nell’Ue, il triangolo dei primi anni con Spagna e Gran Bretagna è stato seguito da una sorta di riallineamento con l’asse franco-tedesco – anche se oggi di asse non si sa se si può parlare ancora. Di tutto questo però bisogna trovare una spiegazione, per capire perché in questi giorni l’Italia è rimasta fino all’ultimo titubante nel chiedere a Mubarak di lasciare il potere in Egitto, e perché solo ieri sera Berlusconi ha avuto parole di preoccupazione per i massacri di civili in Libia, dopo che lui stesso aveva detto che preferiva «non disturbare» e Frattini non trovava di meglio da dire che gli alleati europei dovevano pensare ai fatti loro.

C’è probabilmente un profilo psicologico nella linea tenuta dal Cav. dal 2001, legato alla politica delle pacche sulle spalle, al gigioneggiare di un uomo che forse lo fa per tattica, forse improvvisa, o che forse è solo un anziano spaccone brianzolo non riesce, data l’età e l’abitudine, ad adeguare i propri comportamenti giocosi alla scena internazionale.

C’è, forse, un profilo affaristico: questo è solo un retropensiero, un gossip giornalistico e politico tutto da provare (ci sono degli articoli su Repubblica di cui non ritrovo il link, ad esemepio), ma bisogna capire se la politica – oserei dire – “filotirannica” dell’ultimo Cav. sia o no guidata da interessi personali propri o di persone vicine.

C’è, quindi, da analizzare l’interesse nazionale, quanto (il se non è in discussione) l’Eni, in certi casi l’industria militare, e quella delle costruzioni abbiano influito sulle scelte del governo.

C’è poi da capire il riflesso sulla politica interna, sulla necessità di fermare i clandestini direttamente sulle coste libiche e, più in generale, di accreditarsi presso il proprio elettorato come importante attore della scena internazionale, capace di difendere il prestigio e gli interessi (anche quello meno presentabili) del proprio paese – come tra l’altro il vertice Nato-Russia a Pratica di mare cercava di fare, mentre dei probabili scarsi risultati pratici di quel vertice qualcuno più titolato di me potrà discutere.

C’è da capire, insomma, quanto queste ragioni abbiano influito, quanto uno o alcuni di queste abbiano escluso o messo da parte gli altri, quanto siano intrecciate a livello di scelte politiche generali e particolari. C’è da capire, inoltre, quanto siano riuscite a penetrare nella burocrazia della Farnesina e della rete diplomatica italiana nel mondo. Nel futuro tutto questo forse ci servirà per capire l’Italia di questi anni, e l’influenza di Berlusconi su di essa, che voi la giudichiate fantastica, deprimente o terrificante. E oggi potrebbe aiutarci a capire perché, di fronte a quello che accade a Tripoli e a Bengasi, ci sia un po’ di imbarazzo da parte di chi ci governa.